Era il mattino del sei maggio, il giorno del convegno, e Medicina non
aveva fatto accettare a Barnabò nessuno de' suoi consigli. Solo tra lui
e Rodolfo si erano, giorni addietro, pigliate le opportune intelligenze
perchè la città in quel dì fosse guardata da un corpo di milizie assai
più numeroso del solito. Il pensiero di un colpo di mano sul castello
di Porta Griovia non era stato abbandonato; i mezzi ad effettuarlo
erano pronti. La Rocchetta di Porta Romana ed il palazzo di Barnabò
brulicavano di gente armata. — La città era, o pareva, in festa.
Il Conte di Virtù, all'albeggiare di quel giorno, accompagnato da' suoi
officiali Giovanni Malaspina, Jacopo dal Verme, ed Ottone da Mandello,
e seguito da quattrocento lance, fra cui brillavano i suoi più fidi e
valorosi cavalieri, montò in sella, e si diresse di buon passo verso
Milano. Il viaggio fu sollecito e senza avventure.
In quello stessa mattino, poche ore dopo la partenza del Conte di
Virtù, il messo secreto di Caterina, reduce da Milano e portatore di
un'altra lettera di Rodolfo Visconti, entrò nel castello di Pavia; e,
venuto alla presenza di Sua Grazia, da perfetto cortigiano, piegò un
ginocchio a terra, e porse sur un bacile d'argento il messaggio diretto
alla principessa.
Caterina, in quel momento più impensierita del solito, raccolse il
foglio con manifesta trepidazione, ne ruppe il sigillo colla mano
tremante, lo spiegò, e lesse sotto voce le seguenti parole.
“Sta di buon animo, o sorella. Dimani (il foglio portava la data
del giorno 5 maggio) Pavia obedirà a te sola. — Tre mila alabarde
ed altretanti cavalieri aspettano un mio cenno per operare il
prodigio. — La residenza di Porta Giovia diverrà un carcere; chi
v'entra oggi da padrone vi rimarrà dimani qual prigioniero. —
Nostro padre ci applaude. — Penso a te, mia diletta; penso alle
tue, alle nostre vendette. Vivi felice.
Rodolfo.
Signore di Bergamo e di Soncino.„
Queste poche parole decidevano una questione lungamente discussa e
rimasta sempre sospesa. L'urgenza dei fatti richiedeva una pronta
soluzione; questa era la più lusinghiera. La buona novella dissipò le
nebbie ipocondriache che intorbidavano la mente della principessa, e
richiamò sulle sue labra quasi livide un sorriso di compiacenza, che
parve al fido cortigiano la caparra di un generoso premio.
Costui aveva inoltre l'incarico da Rodolfo di spiegare alla sorella,
perchè non conveniva farlo per iscritto, i motivi che lo determinavano
a rompere gli indugi, e le circostanze che gli garantivano un buon
successo. E in questa missione il manieroso scudiero trovò una lena
insolita. Egli, che si sarebbe fatto in pezzi per rattenere quel
fuggevole sorriso che lo aveva reso beato poco prima, raccoglieva ogni
minuta circostanza, e l'esponeva coll'eloquenza della passione, onde
convincere la signora essere ormai certo e prossimo il suo trionfo. —
Caterina aveva bisogno di ciò. Poche ore prima, al momento di veder
partire il corteggio, aveva trovato suo marito altr'uomo da quello
che era stato fino a quel giorno. Egli montava in sella, e passava in
rassegna le quattrocento lance con un ardore sì nuovo, con un'aria sì
balda e sicura, che sconveniva ad uomo come lui, e molto più al devoto
che si dispone ad un pio pellegrinaggio.
La lettera di Rodolfo e le parole dello scudiero tolsero ogni
incertezza, e sospinsero la sua mente cedevole oltre i limiti di
quell'aspettativa peritosa che vagheggia la vicina fortuna, ma non si
abbandona del tutto alle sue lusinghe.
Ormai certa della vittoria, essa volle iniziare il suo solenne trionfo.
Verso il mezzodì, precisamente a quell'ora in cui Barnabò e il Conte
di Virtù s'incontravano in Milano, Caterina raccolse intorno a sè la
corte: e come investita dell'autorità sovrana in assenza dello sposo,
diede ordini, ricevette omaggi, dispensò grazie col sussiego di una
regina.
Meravigliarono i cortigiani nel vederla sì apparecchiata al comando.
— “Dov'è andata la novizia, l'acquacheta, la timidetta dei giorni
passati?„, susurravano tra loro i cicisbei della corte, che credevano
aver occhi di lince per penetrare checchè frullasse nella mente dei
loro padroni. Ma non era il diletto del comando il solo fumo che
salisse al capo della misera donna. Ella era ebra di gioia al pensiero
di vendicarsi d'Agnese, e la sua vendetta doveva cominciare da quel
giorno, da quel momento. — Se una voce amica le avesse detto piano nel
cuore: rimetti a dimani i tuoi progetti, ed attendi d'aver la conferma
delle notizie di Rodolfo, ella avrebbe risposto: ho tardato fin troppo;
ora non è più possibile. Se il devoto scudiero aveva qualche potere
sull'animo di lei, egli ne avrebbe fatto uso per spingerla ai fatti
estremi; poichè appunto dalla compiacenza della vendetta consumata, il
ribaldo cortigiano sperava il premio della sua complicità.
In mezzo alle dame, che facevano corona in quel dì alla principessa,
brillava Agnese Mantegazza, non tanto perchè fosse la più bella, quanto
perchè in essa si aggiungeva alla regolarità delle forme, ed alla
maestà del portamento, l'espressione di una mente elevata, e di un
cuore buono e generoso. Più volte Caterina aveva tentato d'abbattere
co' suoi sguardi iracondi l'innocente supremazia della rivale; ma
altretante volte gli occhi d'Agnese, prevedendo il maligno incontro,
lo sfuggivano e mandavano a vuoto l'insulto della superba, punendola
colla più gelida noncuranza. — Tanto più s'accese d'ira Caterina, che
credeva d'avere cominciata la sua vendetta, e si trovava di fronte
un nemico invulnerabile. Chiamò scherno l'imperturbabilità di chi
non teme l'ingiuria; la dignità confuse coll'orgoglio. Certa che gli
sguardi loro si erano incontrati, giudicò che l'accortezza d'Agnese
nell'evitare la sfida, più che un atto di prudenza, fosse un'insolente
provocazione.
Riescì non pertanto a moderarsi e a far rifiorire sul suo volto un
sorriso. Tornò alla solita fantasticaggine dei discorsi: armeggiò
colle ironie e coi frizzi. L'insolita sua vivacità raddoppiava la
lena dei cortigiani. Lo adulazioni e le parole melate, le facezie e le
insulsaggini si avvicendavano rapidamente, ora trionfanti dell'ilarità
degli ascoltatori, ora sepolte modestamente dai motti incalzanti dei
nuovi discorsi.
Il moderno costume non ha saputo bandire dai convegni l'adulazione;
ma, nel tolerare che essa vi penetri, esige che almeno sia castigata,
e sopratutto che parli sommesso. Anche in bocca al più impudente
parassita sarebbe disdicevole e ridicolo ai nostri dì il pronunciare
il panegirico del protettore, mentre egli è presente. — Lode e
biasimo ci seguono alle spalle come lo strascico delle vesti tagliate
all'antica. — Nel secolo di cui parliamo invece, la piacenteria
e l'adulazione erano le tinte dominanti dei discorsi fra persone
d'alta levatura. Si gareggiava di spirito per trovare traslati e
concettini atti a creare meriti che non esistevano, o ad ingigantire
virtù microscopiche. I potenti e i mecenati dal canto loro, con una
toleranza ed una compiacenza egualmente marcate, si lasciavano portare
sui trampoli della rettorica dagli adulatori, per sostenere davanti
al mondo la parte di eroe in simili apoteosi da scena. Il linguaggio
dei poeti aveva generata l'abitudine all'intemperanza delle imagini;
e per conseguenza l'insensibilità alle vere e moderate parole. Lo
stesso Petrarca non fu del tutto mondo da tale peccato; poichè questo
commercio di leziosaggini diveniva una palestra di pedanti discipline;
e in molti casi non era altro che ossequio alla moda. Hanno origine
appunto da quest'epoca certe formole di servitù, colle quali salutiamo
gli amici ed i conoscenti; formole in cui le parole hanno talmente
perduto il loro significato primitivo, da farle credere reliquie di una
lingua morta.
In questa occasione, vi fu chi entrò a parlare dei Visconti, ed a
celebrarne la stirpe, le imprese, i campioni. Ogni membro di quel
casato, morto o ancora esistente, aveva il suo tipo negli eroi e nei
miti dell'antichità. Pareva che quelli e questi fossero stati i loro
precursori. Taluno magnificò la sapienza di Matteo Magno; un altro
l'animo invitto di Marco; un terzo la mitezza di Azzone, o la severità
di Luchino. — Quando si parlò del Conte di Virtù, la gara si fece più
viva e più concorde. Era il panegirico del santo che, nel suo giorno
solenne, è sempre più santo degli altri. — La stessa Caterina che,
secondo le nostre usanze, avrebbe dovuto accogliere in silenzio quelle
proteste di ossequio, volle aggiungervi la sua parola. — “V'ha forse al
mondo, disse ella, altro principe sì buono, che onori nella sua corte
l'iniquo avanzo di una stirpe, che ha congiurato contro la sua casa?„
Nessuno rispose alla dimanda; perchè nessuno seppe se ciò fosse
veramente un'interrogazione. Chi la pigliò per un bollore d'orgoglio a
cui bastava rispondere con un inchino d'adesione; chi invece la stimò
un dardo lanciato non del tutto a caso, ed aspettava di vedere dov'esso
mirava, e quali cose metteva allo scoperto. Un certo numero, infine,
tra i più destri, comprese che quel motto era una fardata bella e buona
rivolta a qualcuno degli astanti. Tranquillo sul proprio sè stesso,
ognuno cercava nei vicini il colpevole. Ma gli sguardi non ebbero ad
errar molto per iscoprire dove, e contro chi, era rivolto lo strale.
Se l'infelice Agnese non avesse ascoltate le parole della sua nemica,
doveva riconoscerne il valore dallo scandalo che si levò nell'adunanza,
appena furono pronunciate. Ma quel motto era giunto fino a lei,
perchè Caterina lo indirizzava a lei sola coll'occhio e colla voce.
— Agnese ancora sì giovane aveva, in pochissimo tempo e in mezzo a
tante vicende, guadagnato quella profonda esperienza, che suol essere
l'ultima messe della vita per chi sta in pace colla fortuna. Eppure non
aveva ancora provato una puntura tanto acuta e profonda come quella,
che le veniva fatta in questo momento. Nelle parole di Caterina ella
vedeva falsata e sconvolta tutta la storia della sua esistenza. Il
nome di suo padre, vittima del più santo affetto, era bruttato di
fango, e confuso con quello dei traditori; una grossolana contumelia
le ricordava la sua miseria per poi rinfacciarle un beneficio, che ella
aveva subíto, non implorato.
Ma Agnese non si mostrò abbattuta per questo. L'oltraggio era di
tal natura che, invece di arrivare tutto allo scopo, risaliva in
gran parte all'impura sua sorgente. La malvagia donna sorrideva;
ma Agnese non avrebbe voluto essere nel grado di lei, e ridere come
ella di un trionfo così indecoroso. Più di una parola le corse alle
labra per ribattere l'insulto: fu ad un punto di spiegarsi, a costo
di dimenticare dov'era ed in presenza di chi. Non lo fece, e per più
ragioni. — Mirando in volto Caterina, e vedendola tanto deturpata dalla
passione, ne provò ribrezzo, e temette di rassomigliarle rintuzzando
l'ingiuria coll'ingiuria. “È meglio, diss'ella fra sè stessa,
sopportare indifesi i colpi della perfidia, che raccogliere l'arma dei
vili, per volgerla contro loro.„ Pensava poi a suo figlio; al pericolo
cui verrebbe esposto se avesse provocato maggiormente lo sdegno della
principessa. La toleranza, consigliata dall'amore di madre, non poteva
essere una viltà: era più grande il coraggio del silenzio che non
quello della riscossa. — Ammutolì, e per tutta difesa levò l'occhio
non dimesso nè ardito, e, girandolo intorno a sè, ruppe colla fermezza
degli sguardi le occhiate avide e maliziose che s'intrecciavano davanti
a lei, e posavano sulla sua fronte, quasi volessero indovinarne i
pensieri, e scoprirvi il resto di quella reticenza, che Caterina aveva
abbandonata alla maligna interpretazione di tanti testimonii.
Al frizzo insolente tennero dietro un silenzio ed una svogliatezza
generale. La conversazione andò languendo. — Il trionfo della superba
rassomigliò ad una festa da piazza, sorpresa al suo bel principio da un
acquazzone.
Sciolto il convegno, ogni cortigiano tornò alle proprie abitudini.
Chi non aveva a meditare sopra sè stesso, e sopra i probabili vantaggi
che sperava ritrarre dal suo mestiere, tornò colla mente alle insolite
piacevolezze della signora, e si provò a spiegare l'oracolo delle sue
parole.
Volle il caso che in quel giorno spettasse ad Agnese il servizio
d'onore presso la principessa. — Fu ella un momento in forse di
sciogliersi dall'impegno, adducendo qualche pretesto; ma non lo
volle fare, perchè Caterina l'avrebbe accolto come una prova de' suoi
trionfi. — Caterina infatti fu più indispettita di quella fortuita
combinazione che non lo fosse Agnese: ma, pensando poi di farle pagar
cara la sua imperturbabilità, si dispose a percuoterla con nuovi
sarcasmi, ed a stancarla colle sue fantasticaggini.