CXXX.

Altrove si è parlato di una madre che vide il proprio bambino

cadere d'improviso in gravissimo pericolo della vita. La natura in

quell'istante non chiuse il cuore di lei nella sterile meditazione

de' suoi mali, ma lo scosse, e lo riaccese di quell'istinto, che

centuplica le forze, e rende le braccia di una povera donna atte a

far prodigii. Se Agnese avesse dovuto disputare ad una fiera, o ad

un sicario, il possesso della sua creatura, non avrebbe pianto, ma

operato. Se la parola non bastava a piegar l'animo dell'assassino,

ella avrebbe fatto arma delle sue mani e scudo del suo petto. Contro

ogni oltraggio, di cui fosse testimonio, le rimaneva sempre la voce

per chiamar soccorso, l'occhio per spiare i passi dell'assassino. Alla

peggio, poteva correre la medesima sorte della vittima, dividere con

essa i pericoli, gli oltraggi, la morte. — Oh allora le parve che il

morire vicino al suo diletto, e il morire per lui, fosse una dolcezza

privilegiata! Che più? avrebbe quasi preferito stringersi al seno

il suo bambino esanime, che non saperlo vivo tra le braccia di uno

sconosciuto. — Il poveretto, lontano da sua madre e in balía di un

malevolo, sarebbe morto egualmente. Almanco nel primo caso le restava

il conforto di essere con lui fino all'ultimo istante, di prodigargli

quelle cure, che lasciano nella memoria dei superstiti una soavità

mesta e consolatrice. Rammentava, a prova di ciò, le angosce sofferte

nella recente sua malattia. Quella lunga serie di notti insonni, di

affannose sollecitudini, di passaggiere illusioni, assumevano l'aspetto

di un dolore soave, di un male divenuto quasi invidiabile. Varcava

col pensiero l'ultimo passo, che minacciava di separarla per sempre

da lui; e ancora vi trovava qualche conforto. Poteva accarezzare,

stringere, baciare la fredda salma del suo diletto; poteva piangere su

di essa e vicino ad essa. La carità non aveva esaurito tutti i suoi

tesori; essa serbava ancora altri affetti, altre cure per coronare i

miracoli dell'amore materno. Vegliava la spoglia inanimata, l'ornava

della candida vesta, la seguiva al luogo dell'eterna quiete. La

terra, ove dormono le sue ceneri, consacrata da quel caro deposito,

sarebbe divenuta la meta giornaliera de' suoi passi; quella terra,

fecondata dalle sue lacrime, doveva convertirsi in una bella ajuola di

fiori. Nelle rose cresciute su quella tomba ella avrebbe ravvisato le

sembianze del suo angelo; avrebbe gustato le gioje delle sue carezze,

aspirando avidamente i profumi esalati da quella sacra zolla. — Le

tombe non sono mute, che per le menti assordate dai clamori mondani.

La fede, che per le creature elette è necessità, non legge o proposito,

susurra nel cuore della derelitta parole sì dolci, che labro umano non

pronunciò mai. — “E perchè piangi, o madre mia? — le dice una voce

d'angelo — forse che, deponendo sì presto il carico della vita, fui

meno fortunato di te: di te che ancora langui nell'esilio? O mia buona

madre, sarei io beato in paradiso, se non avessi la certezza che un

giorno t'avrò meco?„

Sogliono le anime addolorate sforzarsi di pervenire all'esatta

conoscenza della propria situazione, col mezzo dei confronti. Il male

altrui, ed anche il male nostro, provato in altri tempi e in altre

circostanze, serve di misura ai dolori attuali.

Ma dove si pareggiano interessi ed affetti, il giudizio umano assai

spesso va errato; l'urgenza dei mali presenti ne conduce di leggieri a

crederci destinati a provare la fatale supremazia della sventura. Così

l'infelice, anche quando non lo è compiutamente, pensa, opera e soffre,

come se il tristissimo privilegio di un dolore supremo spettasse a lui

solo.

Tal era d'Agnese. Ella tornava colla memoria ai mali testè

esperimentati per convincersi, che la sua disgrazia presente era

senza confronto la più grave di tutte. Rammentava la dolcezza delle

cure, che ella poteva prestare poco prima al suo bambino moribondo,

per concludere che la sua sorte era ineffabilmente peggiore. — Il

cuore, industrioso nel torturarsi, non sapeva darsi pace, pensando

che il suo bambino (pur sano e salvo), strappato al seno materno,

era costretto a chiedere vita ed alimento ad una carità fittizia o

mercenaria. — Provava in ciò il raccapriccio, che un'anima pia sente al

vedere un oggetto sacro, manomesso dal ladro sacrilego. — Al terrore

di una violenza subitanea, succedeva in lei il ribrezzo delle cure

menzognere, che una mano venduta avrebbe prestato all'innocente per

l'unico scopo di avvantaggiare il bottino. Le pareva di sentire i lagni

della sua creatura ritrosa ad accogliere le sollecitudini di persona

sconosciuta. Quei pianti le straziavano l'anima; e dietro essi le

pareva d'indovinare la mal contenuta iracondia altrui. Forse ai vagiti

dell'innocente rispondeva la bestemmia; alle tenui sue proteste si

contraponevano atti violenti e brutali!

Da questi pensieri si lanciava di colpo in un campo d'altri ancora più

oscuri, più indeterminati, e non meno dolorosi sospetti. — “Chi mai può

avere interesse a commettere tale delitto, chiedeva ella a sè stessa?

Ho io dei nemici? e chi sono essi? e con quale scopo entrarono nella

mia casa per impossessarsi di un bambino? Come mai dal male fatto ad

una povera donna si attendeva quel tanto di bene che basta a spingere

un animo feroce a commettere un delitto?„

Qui, ci è forza il dirlo, la mente d'Agnese era travolta in un bujo,

in mezzo al quale la ragione si sarebbe di buon grado rassegnata

a non riconoscere giammai il vero. — Ma ciò che ella non voleva

vedere o scoprire, le si presentava da sè, talora franco e sonoro

come ravviso di un amico, tal altra incerto e sommesso come la mezza

parola del calunniatore. Ah! la fiera battaglia, che si accese allora

nell'animo suo! Tanto fiera, che ai tristi avvisi della ragione ed alla

inesorabile evidenza dei fatti, preferì contraporre un'incredulità

priva di senso, ma inespugnabile ed assoluta. — Erano sì orribili i

sospetti che, per tagliar corto, accusò sè stessa di demenza.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 63 / 103 题