Altrove si è parlato di una madre che vide il proprio bambino
cadere d'improviso in gravissimo pericolo della vita. La natura in
quell'istante non chiuse il cuore di lei nella sterile meditazione
de' suoi mali, ma lo scosse, e lo riaccese di quell'istinto, che
centuplica le forze, e rende le braccia di una povera donna atte a
far prodigii. Se Agnese avesse dovuto disputare ad una fiera, o ad
un sicario, il possesso della sua creatura, non avrebbe pianto, ma
operato. Se la parola non bastava a piegar l'animo dell'assassino,
ella avrebbe fatto arma delle sue mani e scudo del suo petto. Contro
ogni oltraggio, di cui fosse testimonio, le rimaneva sempre la voce
per chiamar soccorso, l'occhio per spiare i passi dell'assassino. Alla
peggio, poteva correre la medesima sorte della vittima, dividere con
essa i pericoli, gli oltraggi, la morte. — Oh allora le parve che il
morire vicino al suo diletto, e il morire per lui, fosse una dolcezza
privilegiata! Che più? avrebbe quasi preferito stringersi al seno
il suo bambino esanime, che non saperlo vivo tra le braccia di uno
sconosciuto. — Il poveretto, lontano da sua madre e in balía di un
malevolo, sarebbe morto egualmente. Almanco nel primo caso le restava
il conforto di essere con lui fino all'ultimo istante, di prodigargli
quelle cure, che lasciano nella memoria dei superstiti una soavità
mesta e consolatrice. Rammentava, a prova di ciò, le angosce sofferte
nella recente sua malattia. Quella lunga serie di notti insonni, di
affannose sollecitudini, di passaggiere illusioni, assumevano l'aspetto
di un dolore soave, di un male divenuto quasi invidiabile. Varcava
col pensiero l'ultimo passo, che minacciava di separarla per sempre
da lui; e ancora vi trovava qualche conforto. Poteva accarezzare,
stringere, baciare la fredda salma del suo diletto; poteva piangere su
di essa e vicino ad essa. La carità non aveva esaurito tutti i suoi
tesori; essa serbava ancora altri affetti, altre cure per coronare i
miracoli dell'amore materno. Vegliava la spoglia inanimata, l'ornava
della candida vesta, la seguiva al luogo dell'eterna quiete. La
terra, ove dormono le sue ceneri, consacrata da quel caro deposito,
sarebbe divenuta la meta giornaliera de' suoi passi; quella terra,
fecondata dalle sue lacrime, doveva convertirsi in una bella ajuola di
fiori. Nelle rose cresciute su quella tomba ella avrebbe ravvisato le
sembianze del suo angelo; avrebbe gustato le gioje delle sue carezze,
aspirando avidamente i profumi esalati da quella sacra zolla. — Le
tombe non sono mute, che per le menti assordate dai clamori mondani.
La fede, che per le creature elette è necessità, non legge o proposito,
susurra nel cuore della derelitta parole sì dolci, che labro umano non
pronunciò mai. — “E perchè piangi, o madre mia? — le dice una voce
d'angelo — forse che, deponendo sì presto il carico della vita, fui
meno fortunato di te: di te che ancora langui nell'esilio? O mia buona
madre, sarei io beato in paradiso, se non avessi la certezza che un
giorno t'avrò meco?„
Sogliono le anime addolorate sforzarsi di pervenire all'esatta
conoscenza della propria situazione, col mezzo dei confronti. Il male
altrui, ed anche il male nostro, provato in altri tempi e in altre
circostanze, serve di misura ai dolori attuali.
Ma dove si pareggiano interessi ed affetti, il giudizio umano assai
spesso va errato; l'urgenza dei mali presenti ne conduce di leggieri a
crederci destinati a provare la fatale supremazia della sventura. Così
l'infelice, anche quando non lo è compiutamente, pensa, opera e soffre,
come se il tristissimo privilegio di un dolore supremo spettasse a lui
solo.
Tal era d'Agnese. Ella tornava colla memoria ai mali testè
esperimentati per convincersi, che la sua disgrazia presente era
senza confronto la più grave di tutte. Rammentava la dolcezza delle
cure, che ella poteva prestare poco prima al suo bambino moribondo,
per concludere che la sua sorte era ineffabilmente peggiore. — Il
cuore, industrioso nel torturarsi, non sapeva darsi pace, pensando
che il suo bambino (pur sano e salvo), strappato al seno materno,
era costretto a chiedere vita ed alimento ad una carità fittizia o
mercenaria. — Provava in ciò il raccapriccio, che un'anima pia sente al
vedere un oggetto sacro, manomesso dal ladro sacrilego. — Al terrore
di una violenza subitanea, succedeva in lei il ribrezzo delle cure
menzognere, che una mano venduta avrebbe prestato all'innocente per
l'unico scopo di avvantaggiare il bottino. Le pareva di sentire i lagni
della sua creatura ritrosa ad accogliere le sollecitudini di persona
sconosciuta. Quei pianti le straziavano l'anima; e dietro essi le
pareva d'indovinare la mal contenuta iracondia altrui. Forse ai vagiti
dell'innocente rispondeva la bestemmia; alle tenui sue proteste si
contraponevano atti violenti e brutali!
Da questi pensieri si lanciava di colpo in un campo d'altri ancora più
oscuri, più indeterminati, e non meno dolorosi sospetti. — “Chi mai può
avere interesse a commettere tale delitto, chiedeva ella a sè stessa?
Ho io dei nemici? e chi sono essi? e con quale scopo entrarono nella
mia casa per impossessarsi di un bambino? Come mai dal male fatto ad
una povera donna si attendeva quel tanto di bene che basta a spingere
un animo feroce a commettere un delitto?„
Qui, ci è forza il dirlo, la mente d'Agnese era travolta in un bujo,
in mezzo al quale la ragione si sarebbe di buon grado rassegnata
a non riconoscere giammai il vero. — Ma ciò che ella non voleva
vedere o scoprire, le si presentava da sè, talora franco e sonoro
come ravviso di un amico, tal altra incerto e sommesso come la mezza
parola del calunniatore. Ah! la fiera battaglia, che si accese allora
nell'animo suo! Tanto fiera, che ai tristi avvisi della ragione ed alla
inesorabile evidenza dei fatti, preferì contraporre un'incredulità
priva di senso, ma inespugnabile ed assoluta. — Erano sì orribili i
sospetti che, per tagliar corto, accusò sè stessa di demenza.