CXXIX.

Canziana, colpita fino allo stupore da quanto aveva veduto, a mala pena

giungeva a scuotere la mente per farla giudice dei fatti, che si erano

compiuti così vicino a lei. L'incognito, che sotto i suoi occhi saltava

da una finestra, era, senz'altro, guidato da scelerate intenzioni. Ma a

che mirassero, e per quanta parte potessero già chiamarsi un fatto, era

un mistero. Chi poi avrebbe osato imaginare che colui attentasse alla

vita di un bambino? Canziana non vi pensò punto; o se, nella rapida

discussione di tante congetture più o meno strane, afferrò col pensiero

una tale soluzione, non vi si arrestò che il tempo necessario per

respingerla come cosa assurda ed impossibile. Agnese d'altronde non si

staccava mai dalla culla del bambino; chi dunque poteva avvicinarvisi

senza sfidare la sua vigilanza? — “Ma dov'è dessa? Dov'è il bambino? E

perchè entrambi sono esciti dalla stanza? perchè non si chiese di me?

perchè tanta solitudine e tanto silenzio nel luogo di un delitto, se la

vittima è sveglia e libera di sè?„

Se non che la buona donna, interrogando collo sguardo gli oggetti

circostanti, per rispondere alle molte dimande che moveva a sè stessa,

s'accorse che nella stanza erasi fatto uno strano tramestío. Alcuni

oggetti erano tolti dal loro posto ordinario, o sparsi a caso; altri

mancavano. Nell'affacciarsi alla finestra, spingendo lo sguardo in

mezzo alle tenebre, scoperse un monile d'Agnese, dimenticato sul

davanzale. Dietro ciò potè almeno rallegrarsi d'aver compreso che

lo sconosciuto era un ladro. E la ragione le ripeteva che un ladro

sarebbesi appagato del bottino, e che la lontananza d'Agnese in questa

ipotesi diveniva un beneficio della providenza. In mezzo a tanto

mistero, questa soluzione era la più logica e la più confortante.

Rincorata alquanto, si pose con sollecitudine a rintracciare la

sua padrona. Escì dalla camera, percorse il corridojo, ritornò su'

suoi passi; la chiamò sommessamente, poi ad alta voce e con maggior

insistenza. Discese la scaletta, e cercò la porta d'escita. Spinse

leggermente le imposte, e le spalancò. L'uscio era costrutto in modo

da poter essere aperto soltanto dalla parte interna della casa. Tale

circostanza provava che alcuno non era entrato so prima altri non

avesse schiuso l'ingresso. E chi mai se non Agnese poteva aver fatto

ciò?

Canziana voleva chiamarsi più tranquilla, ma non lo era in fatto:

perocchè una ragione di poco momento non bastava a giustificare la

misteriosa assenza della sua padrona. Appena ebbe schiusa la porta,

ella rimase in una completa oscurità: ma un momento dopo, le parve

di vedere disegnarsi in mezzo alla nebbia i contorni degli oggetti

circostanti, debolmente rischiarati dai primi albori. — Discese quindi

gli scaglioni della porta; e mise il piede sul piano erboso, che

s'apriva davanti alla casetta, cercando il sentiero che guidava alla

porta e alla abitazione dei vicini.

“Madonna, — chiese ella con una voce affannosa che accennava l'interna

commozione, — Madonna, ove siete voi?„ Poi taceva un momento,

aspettando una risposta. Ma tutto era silenzio. Guardò alla parte del

casolare, ove abitavano i vicini, per rilevare se colà vi fosse qualche

movimento. Ivi pure regnava la più perfetta quiete.

“Vergine santissima! — continuò ella a dire dando all'interjezione un

accento ancora più desolato. — Che sarà mai? che mai può essere? Chi mi

spiega questo arcano? Madonna! Agnese!„ — e ripeteva le chiamate con

voce più forte e con raddoppiata insistenza; e intanto proseguiva il

suo cammino sui passi dianzi tracciati dall'infelice madre.

Il ripetere delle chiamate scosse alcuno abituato a destarsi all'alba

pei lavori di campagna. — Apertasi una finestra, si udì una voce

rispondere alle inchieste di Canziana, dimandando alla sua volta, “che

c'è? che è avvenuto?„

“È ciò che chiedo io pure, o Bastiano? — disse l'altra riconoscendo

alla voce il suo interlocutore. — Dove è madonna? Avete inteso nulla? I

vostri padroni dormono ancora?„

L'interrogato, sorpreso da tante dimande, e dalle stranissime

circostanze che contro ogni abitudine lo risvegliavano sì bruscamente,

invece di rispondere, rimbeccava le interrogazioni con altre

interrogazioni. Il che non era del tutto un circolo vizioso: giacchè

Canziana per questo mezzo raccoglieva pur troppo quanto era necessario

a comporre una sinistra risposta.

“Nemmen qui? — soggiunse ella infatti con un tuono di voce che

accennava un completo scoraggiamento. — Nemmen qui! ma dove sarà ella?

dove dovrò cercarla, in nome di Dio?„

“Che volete, che dimandate?„ — insisteva Bastiano con una sollecitudine

che riconfermava la perfetta ignoranza degli avvenimenti.

“Mio Dio, mio Dio! oh poveretta me!„

“Avete perduto qualche cosa?„

La semplicità di costui spezzava il cuore della povera donna.

“Scendete o Bastiano; affrettatevi per amor del cielo, — ripigliò essa

con un accento di preghiera interrotto dai singulti. — Una grande, una

irreparabile disgrazia ci ha colpito. Madonna e il suo bambino non sono

più nella loro camera„.

“Ma come ciò? ma dite davvero? ma v'ingannate senz'altro„.

“Ah, pur troppo non mi sono ingannata!„. E qui espose con minor ordine,

che non abbiam potuto far noi, ciò che aveva visto, e per quante e

quali ragioni ella temesse una sciagura. — Quale poi fosse la sciagura

temuta, non sapeva o non osava confessarlo a sè stessa.

“Bastiano, per carità, concludeva la buona donna, scendete, corriamo

a rintracciarla; fate quest'opera buona, e fate presto. Dio ve ne

terrà conto...„ L'infelice non seppe dir altro; il pianto le spezzò la

parola.

L'agitarsi del famiglio e le grida di Canziana avevano scosso il sonno

degli altri abitatori del casolare. Pochi minuti dopo, gli ospiti

d'Agnese erano tutti in piedi, e scendevano a ricercare la donna, più

atterriti dall'incompleto annuncio di una disgrazia, che preparati a

decidere sulla natura e sulla gravezza della medesima.

E infatti Canziana non era in grado di rispondere ad altre

inchieste. Dopo l'ingenua negativa di Bastiano, ella era colpita

da una desolazione, che le toglieva la parola e le forze. Quindi

alle precipitate dimande dei vicini che, con una pietà quanto dolce

altretanto imperiosa, chiedevano d'essere informati dell'accaduto, ella

non sapeva rispondere che parole tronche e quasi vuote di senso.

Era una scena straziante. Già in taluno nasceva il dubio che Canziana

avesse perduto il senno. Il sospetto non era temerario: la minaccia

sarebbe divenuta un fatto se si fosse prolungata ancora la dolorosa

tensione in cui si andava logorando la mente di lei, avida di conoscere

il vero, inetta a cercarlo e ad affrontarlo.

Intanto che quella buona gente, per provedere alla prima e più positiva

disgrazia, cercava di ravviare le parole e le forze di Canziana, il

famiglio per caso ruppe la crudele perplessità, scoprendo alla debole

luce mattutina, un non so che di nuovo e d'insolito, che sembrava

il contorno di un corpo feminile. — Dal dubio alla certezza non

passò che il brevissimo tempo necessario a correre sul posto. — E,

infatti, appena il buon uomo vi arrivò, lo s'udì gridare a quanta voce

“eccola... eccola... è qui... correte„.

Tutti in un momento lo raggiunsero, e riconobbero Agnese. — Ma il primo

atto di pietà verso l'infelice si esaurì in una muta contemplazione,

come se ognuno, avanti di stendere una mano soccorritrice, volesse

conoscere se doveva rallegrarsi o condolersi della fatta scoperta.

Agnese pareva morta. L'abbandono completo delle sue membra, lo spasimo

dei muscoli della faccia, che mostravano le tracce di una lotta

suprema, il pallore mortale che le copriva la fronte, le gote e il

seno, da cui il sofferto oltraggio aveva rimosso i lini; tutto infine

annunciava una violenza, contro cui la volontà e le forze d'Agnese

avevano opposta un'inutile difesa. Il nodo sfilacciato d'un nastro

rosso, che le sosteneva sul petto un medaglione, parve agli occhi

dei circostanti una striscia di sangue. — Il timore divenne in quel

punto certezza; l'angoscia si cangiò in raccapriccio. Nessuno aveva il

coraggio di verificare una tremenda realtà: tutti subivano in silenzio

la scossa di una disgrazia atroce ed irreparabile.

Ma Canziana, che al pensiero d'una sventura indefinita era muta e fuor

di sè, ricuperò le forze davanti ad un mal certo ed al cospetto della

sua cara padrona. Accorse quindi sollecita e ringiovinita a raccogliere

intorno a quel corpo le vesti scomposte, prima ancora di sapere se

esse coprivano una creatura viva. Ma curvandosi sul corpo esanime,

per compiere il pietoso officio, e ponendole una mano sul petto, vi

sorprese un debole anelito di vita, tradutto in un battere lento e

quasi impercettibile del cuore.

“È viva, sclamò la buona donna, è viva! Il cuore batte.... Oh

Signor benedetto!„ — In dir ciò levossi, ed inghiottendo le inutili

aspirazioni, e troncando ogni atto di pietà inoperosa, sollecitò

l'ajuto dei vicini per trasportare la svenuta nella sua camera, e

prestarle pronto soccorso.

Pochi istanti dopo, Agnese rinvenne, aperse gli occhi, riconobbe

Canziana, e, colla ingenua inconsapevolezza di chi si risveglia da un

profondo sonno, chiese agli astanti la ragione di quell'insolite cure.

Canziana, dubiosa se dovesse prima rispondere od interrogare,

s'affrettò a venir in ajuto dell'indebolita memoria d'Agnese, sperando

di poter sciogliere più presto altri premurosi sospetti.

Le raccontò pertanto come e su quali indizii ella andasse in cerca

di lei, come e per mezzo di chi giungesse a scoprirla. Il resto era

meglio indovinarlo che chiederlo: prova cotesta, che ella nutriva

dei dubj e che non aveva cuore di sollevare nuove questioni per

tema di recar danno alla già troppo grave situazione di Agnese. Ma

d'altra parte, poco dopo, temeva ancora più forte che una prolungata

ignoranza dei fatti potesse cagionarne uno sviluppo men fortunato.

Mentre oscillava fra gli opposti partiti, ed una o due volte aveva

iniziato la fatale inchiesta da cui poteva escire la consolazione sua

o la sentenza d'entrambi, Agnese medesima troncò ogni incertezza,

volgendosi a Canziana per chiederle conto del suo Gabriello. Nulla

d'inaspettato in ciò; eppure tale parola fu un colpo terribile per la

buona donna. A chi mai poteva ella rivolgere ora le sue interrogazioni,

se la madre non sapeva rispondervi? Conveniva ingannare la pietà di

Agnese, consigliandola a rimettere a miglior momento lo sfogo della sua

tenerezza, o non doveva piuttosto farsi sincera narratrice dei fatti, a

rischio di ripiantarle nel cuore il coltello di un altra sventura?

In tanta incertezza una pietà più oculata e più tenera, condannando

ogni indugio, reclamò altamente che si provedesse col maggior zelo, e

sùbito, alla sorte di una creatura egualmente cara. Già il suo silenzio

aveva manifestato l'imbarazzo; questo metteva la madre sulle tracce del

vero. Prevalse quindi il partito di narrarle tutto prima che ella tutto

comprendesse da sè.

“Madonna, — rispose Canziana risoluta di dire il vero, ma peritosa

nello scegliere le parole — il vostro bambino non è qui. No, non vi

spaventate: raccogliete bene la vostra memoria: non l'avete forse

portato con voi al momento d'escire dalla camera?„

L'affetto di madre, messo a così dura prova, reintegrò i sensi

d'Agnese, e moltiplicò le sue forze, aggiungendovi l'energia rapida

e convulsa del terrore. Le guance, poco prima smunte ed infossate,

si coprirono di un rossore intenso; l'occhio si spalancò non a

cercar luce, ma a sprigionare un lampo quasi feroce. Si levò ella

risolutamente a sedere sul letto; e, con un tuono di voce ed un atto

della mano che esprimevano comando, disse: “voglio vedere mio figlio.„

“Lo vedrete, madonna, lo vedrete: ma, per la salute di lui e per la

vostra, tranquillatevi; procurate di ridurvi alla memoria il momento in

cui siete escita da questa camera; per far ciò vi abbisogna un po' di

calma. Suvvia: siate buona.„

Qui Canziana, tenendo una strada più lunga, ed usando le parole le

più attenuanti, cercò di condurre la sua padrona a riconoscere il vero

stato delle cose, per aver lume e trovar mezzi a provedere.

Finchè Agnese credette che la governante, mossa da un sentimento di

soverchia pietà, la consigliasse soltanto a protrarre ad altro momento

la consolazione di rivedere il suo bambino, ella potè seppellire in sè

i sospetti, accagionandone la mente indebolita e la crisi sofferta.

Ma quando, dopo un lungo diverbio, riempiuti i vuoti della memoria

e rannodato il filo interrotto delle impressioni, ricordò lo spettro

orribile che vagava nella sua camera accanto alla cuna del suo bambino,

per poco non cadde morta. In quel campo di terrori indeterminati, la

ragione, non trovando il fatto suo, andava smarrita. L'infelice non

attese altre dichiarazioni, non si arrestò a far nuove inchieste. Forse

il pensiero che la sua mente si faceva di bel nuovo torbida, divenne a

questo punto la tavola di salute alla quale fidò l'ultima sua speranza.

Si sforzò d'accomodar la ragione al partito di negar tutto. Simile

a chi sogna cose orribili ed è consapevole di sognare, ella tentò di

sciogliere l'incanto, che la opprimeva, combattendone coll'incredulità

ogni apparenza. La mente non reggeva a tanto; chiamò in ajuto le forze

del corpo. Levatasi bruscamente, colle due mani spartiva sulla fronte

i capelli che gli facevano ombra; si stropicciò gli occhi come se

volesse invitarli a veder meglio e a scorgere il vero; e fe' cenno ai

vicini, che sgombrassero. Poi, sorda alla voce della compagna che colle

parole più affettuose la consigliava a star quieta e a confidare nelle

cure altrui, si precipitò dal letto, e corse alla culla del bambino,

sperando di trovar colà la prova certa del suo inganno.

È inutile dire che la debole violenza fattale da Canziana non giovò

punto. Agnese, ingagliardita dal suo stesso delirio, si precipitò sopra

il letticiuolo, e quando lo vide deserto, colle mani protese e tremanti

come quelle di un cieco, palpeggiava le coltri sperando di chiamare

menzognera la vista. L'ansia di quel momento era estrema. La madre

si abbandonava a quella prova con una fede vivissima; quella doveva

essere l'ultima e la più fatale sua delusione. Gli astanti, sorpresi

e soverchiati da tanti affetti, aspettavano muti ed immobili che Dio

operasse un miracolo.

E, in vero, fu un miracolo se Agnese sopravisse a quel colpo, e se la

sua ragione, soprafatta da tanto strazio, non cedette all'incalzante

delirio fino a smarrire la coscienza di sè. La sventurata rimase per

un istante immobile e ritta della persona, colle braccia rigide e le

palme svolte ed avvicinate, come se mostrasse ai circostanti quel posto

manomesso, profanato, ancor tiepido del calore vitale dell'infelice

sua creatura. Portava il capo rivolto al cielo, il collo un po' teso

in avanti, e leggermente soverchiato dalle spalle. Rassomigliava alla

Niobe impietrita dal dolore, quale ce la ritrasse lo scalpello greco.

Le sue carni erano bianche come le vesti; solo a dar vita a quel freddo

simulacro, le piovevano sulle spalle e sul petto le treccie brune

ravvivate da un serpeggiare molle ed umido, che obediva ad ogni piega

del corpo e ad ogni alito d'aria. — E come per la sciagurata rivale di

Latona il marmo sudò lacrime,[72] così la fronte di costei rivolta al

cielo e ravvivata da due grand'occhi, porgeva a Dio l'unico tributo

degli infelici, un copiosissimo pianto. — Sarete voi meno pietose, o

leggitrici, perchè la poveretta, davanti a sì crudele spettacolo, non

perdette il senno? Perchè, raccolta la ragione dentro i confini del

vero, pesò, discusse, riconobbe tutta l'estensione e la profondità del

suo male? Ah no! la demenza sarebbe stata pietosa per l'infelicissima

madre. — Ella doveva ritornare in sè, perchè gli errori della fantasia

non avrebbero mai saputo creare un'imagine più tetra di quella, che ora

le veniva presentata dai fatti. Quanto aveva ella sognato nel delirio

era troppo al di sotto del vero.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 62 / 103 题