Canziana, colpita fino allo stupore da quanto aveva veduto, a mala pena
giungeva a scuotere la mente per farla giudice dei fatti, che si erano
compiuti così vicino a lei. L'incognito, che sotto i suoi occhi saltava
da una finestra, era, senz'altro, guidato da scelerate intenzioni. Ma a
che mirassero, e per quanta parte potessero già chiamarsi un fatto, era
un mistero. Chi poi avrebbe osato imaginare che colui attentasse alla
vita di un bambino? Canziana non vi pensò punto; o se, nella rapida
discussione di tante congetture più o meno strane, afferrò col pensiero
una tale soluzione, non vi si arrestò che il tempo necessario per
respingerla come cosa assurda ed impossibile. Agnese d'altronde non si
staccava mai dalla culla del bambino; chi dunque poteva avvicinarvisi
senza sfidare la sua vigilanza? — “Ma dov'è dessa? Dov'è il bambino? E
perchè entrambi sono esciti dalla stanza? perchè non si chiese di me?
perchè tanta solitudine e tanto silenzio nel luogo di un delitto, se la
vittima è sveglia e libera di sè?„
Se non che la buona donna, interrogando collo sguardo gli oggetti
circostanti, per rispondere alle molte dimande che moveva a sè stessa,
s'accorse che nella stanza erasi fatto uno strano tramestío. Alcuni
oggetti erano tolti dal loro posto ordinario, o sparsi a caso; altri
mancavano. Nell'affacciarsi alla finestra, spingendo lo sguardo in
mezzo alle tenebre, scoperse un monile d'Agnese, dimenticato sul
davanzale. Dietro ciò potè almeno rallegrarsi d'aver compreso che
lo sconosciuto era un ladro. E la ragione le ripeteva che un ladro
sarebbesi appagato del bottino, e che la lontananza d'Agnese in questa
ipotesi diveniva un beneficio della providenza. In mezzo a tanto
mistero, questa soluzione era la più logica e la più confortante.
Rincorata alquanto, si pose con sollecitudine a rintracciare la
sua padrona. Escì dalla camera, percorse il corridojo, ritornò su'
suoi passi; la chiamò sommessamente, poi ad alta voce e con maggior
insistenza. Discese la scaletta, e cercò la porta d'escita. Spinse
leggermente le imposte, e le spalancò. L'uscio era costrutto in modo
da poter essere aperto soltanto dalla parte interna della casa. Tale
circostanza provava che alcuno non era entrato so prima altri non
avesse schiuso l'ingresso. E chi mai se non Agnese poteva aver fatto
ciò?
Canziana voleva chiamarsi più tranquilla, ma non lo era in fatto:
perocchè una ragione di poco momento non bastava a giustificare la
misteriosa assenza della sua padrona. Appena ebbe schiusa la porta,
ella rimase in una completa oscurità: ma un momento dopo, le parve
di vedere disegnarsi in mezzo alla nebbia i contorni degli oggetti
circostanti, debolmente rischiarati dai primi albori. — Discese quindi
gli scaglioni della porta; e mise il piede sul piano erboso, che
s'apriva davanti alla casetta, cercando il sentiero che guidava alla
porta e alla abitazione dei vicini.
“Madonna, — chiese ella con una voce affannosa che accennava l'interna
commozione, — Madonna, ove siete voi?„ Poi taceva un momento,
aspettando una risposta. Ma tutto era silenzio. Guardò alla parte del
casolare, ove abitavano i vicini, per rilevare se colà vi fosse qualche
movimento. Ivi pure regnava la più perfetta quiete.
“Vergine santissima! — continuò ella a dire dando all'interjezione un
accento ancora più desolato. — Che sarà mai? che mai può essere? Chi mi
spiega questo arcano? Madonna! Agnese!„ — e ripeteva le chiamate con
voce più forte e con raddoppiata insistenza; e intanto proseguiva il
suo cammino sui passi dianzi tracciati dall'infelice madre.
Il ripetere delle chiamate scosse alcuno abituato a destarsi all'alba
pei lavori di campagna. — Apertasi una finestra, si udì una voce
rispondere alle inchieste di Canziana, dimandando alla sua volta, “che
c'è? che è avvenuto?„
“È ciò che chiedo io pure, o Bastiano? — disse l'altra riconoscendo
alla voce il suo interlocutore. — Dove è madonna? Avete inteso nulla? I
vostri padroni dormono ancora?„
L'interrogato, sorpreso da tante dimande, e dalle stranissime
circostanze che contro ogni abitudine lo risvegliavano sì bruscamente,
invece di rispondere, rimbeccava le interrogazioni con altre
interrogazioni. Il che non era del tutto un circolo vizioso: giacchè
Canziana per questo mezzo raccoglieva pur troppo quanto era necessario
a comporre una sinistra risposta.
“Nemmen qui? — soggiunse ella infatti con un tuono di voce che
accennava un completo scoraggiamento. — Nemmen qui! ma dove sarà ella?
dove dovrò cercarla, in nome di Dio?„
“Che volete, che dimandate?„ — insisteva Bastiano con una sollecitudine
che riconfermava la perfetta ignoranza degli avvenimenti.
“Mio Dio, mio Dio! oh poveretta me!„
“Avete perduto qualche cosa?„
La semplicità di costui spezzava il cuore della povera donna.
“Scendete o Bastiano; affrettatevi per amor del cielo, — ripigliò essa
con un accento di preghiera interrotto dai singulti. — Una grande, una
irreparabile disgrazia ci ha colpito. Madonna e il suo bambino non sono
più nella loro camera„.
“Ma come ciò? ma dite davvero? ma v'ingannate senz'altro„.
“Ah, pur troppo non mi sono ingannata!„. E qui espose con minor ordine,
che non abbiam potuto far noi, ciò che aveva visto, e per quante e
quali ragioni ella temesse una sciagura. — Quale poi fosse la sciagura
temuta, non sapeva o non osava confessarlo a sè stessa.
“Bastiano, per carità, concludeva la buona donna, scendete, corriamo
a rintracciarla; fate quest'opera buona, e fate presto. Dio ve ne
terrà conto...„ L'infelice non seppe dir altro; il pianto le spezzò la
parola.
L'agitarsi del famiglio e le grida di Canziana avevano scosso il sonno
degli altri abitatori del casolare. Pochi minuti dopo, gli ospiti
d'Agnese erano tutti in piedi, e scendevano a ricercare la donna, più
atterriti dall'incompleto annuncio di una disgrazia, che preparati a
decidere sulla natura e sulla gravezza della medesima.
E infatti Canziana non era in grado di rispondere ad altre
inchieste. Dopo l'ingenua negativa di Bastiano, ella era colpita
da una desolazione, che le toglieva la parola e le forze. Quindi
alle precipitate dimande dei vicini che, con una pietà quanto dolce
altretanto imperiosa, chiedevano d'essere informati dell'accaduto, ella
non sapeva rispondere che parole tronche e quasi vuote di senso.
Era una scena straziante. Già in taluno nasceva il dubio che Canziana
avesse perduto il senno. Il sospetto non era temerario: la minaccia
sarebbe divenuta un fatto se si fosse prolungata ancora la dolorosa
tensione in cui si andava logorando la mente di lei, avida di conoscere
il vero, inetta a cercarlo e ad affrontarlo.
Intanto che quella buona gente, per provedere alla prima e più positiva
disgrazia, cercava di ravviare le parole e le forze di Canziana, il
famiglio per caso ruppe la crudele perplessità, scoprendo alla debole
luce mattutina, un non so che di nuovo e d'insolito, che sembrava
il contorno di un corpo feminile. — Dal dubio alla certezza non
passò che il brevissimo tempo necessario a correre sul posto. — E,
infatti, appena il buon uomo vi arrivò, lo s'udì gridare a quanta voce
“eccola... eccola... è qui... correte„.
Tutti in un momento lo raggiunsero, e riconobbero Agnese. — Ma il primo
atto di pietà verso l'infelice si esaurì in una muta contemplazione,
come se ognuno, avanti di stendere una mano soccorritrice, volesse
conoscere se doveva rallegrarsi o condolersi della fatta scoperta.
Agnese pareva morta. L'abbandono completo delle sue membra, lo spasimo
dei muscoli della faccia, che mostravano le tracce di una lotta
suprema, il pallore mortale che le copriva la fronte, le gote e il
seno, da cui il sofferto oltraggio aveva rimosso i lini; tutto infine
annunciava una violenza, contro cui la volontà e le forze d'Agnese
avevano opposta un'inutile difesa. Il nodo sfilacciato d'un nastro
rosso, che le sosteneva sul petto un medaglione, parve agli occhi
dei circostanti una striscia di sangue. — Il timore divenne in quel
punto certezza; l'angoscia si cangiò in raccapriccio. Nessuno aveva il
coraggio di verificare una tremenda realtà: tutti subivano in silenzio
la scossa di una disgrazia atroce ed irreparabile.
Ma Canziana, che al pensiero d'una sventura indefinita era muta e fuor
di sè, ricuperò le forze davanti ad un mal certo ed al cospetto della
sua cara padrona. Accorse quindi sollecita e ringiovinita a raccogliere
intorno a quel corpo le vesti scomposte, prima ancora di sapere se
esse coprivano una creatura viva. Ma curvandosi sul corpo esanime,
per compiere il pietoso officio, e ponendole una mano sul petto, vi
sorprese un debole anelito di vita, tradutto in un battere lento e
quasi impercettibile del cuore.
“È viva, sclamò la buona donna, è viva! Il cuore batte.... Oh
Signor benedetto!„ — In dir ciò levossi, ed inghiottendo le inutili
aspirazioni, e troncando ogni atto di pietà inoperosa, sollecitò
l'ajuto dei vicini per trasportare la svenuta nella sua camera, e
prestarle pronto soccorso.
Pochi istanti dopo, Agnese rinvenne, aperse gli occhi, riconobbe
Canziana, e, colla ingenua inconsapevolezza di chi si risveglia da un
profondo sonno, chiese agli astanti la ragione di quell'insolite cure.
Canziana, dubiosa se dovesse prima rispondere od interrogare,
s'affrettò a venir in ajuto dell'indebolita memoria d'Agnese, sperando
di poter sciogliere più presto altri premurosi sospetti.
Le raccontò pertanto come e su quali indizii ella andasse in cerca
di lei, come e per mezzo di chi giungesse a scoprirla. Il resto era
meglio indovinarlo che chiederlo: prova cotesta, che ella nutriva
dei dubj e che non aveva cuore di sollevare nuove questioni per
tema di recar danno alla già troppo grave situazione di Agnese. Ma
d'altra parte, poco dopo, temeva ancora più forte che una prolungata
ignoranza dei fatti potesse cagionarne uno sviluppo men fortunato.
Mentre oscillava fra gli opposti partiti, ed una o due volte aveva
iniziato la fatale inchiesta da cui poteva escire la consolazione sua
o la sentenza d'entrambi, Agnese medesima troncò ogni incertezza,
volgendosi a Canziana per chiederle conto del suo Gabriello. Nulla
d'inaspettato in ciò; eppure tale parola fu un colpo terribile per la
buona donna. A chi mai poteva ella rivolgere ora le sue interrogazioni,
se la madre non sapeva rispondervi? Conveniva ingannare la pietà di
Agnese, consigliandola a rimettere a miglior momento lo sfogo della sua
tenerezza, o non doveva piuttosto farsi sincera narratrice dei fatti, a
rischio di ripiantarle nel cuore il coltello di un altra sventura?
In tanta incertezza una pietà più oculata e più tenera, condannando
ogni indugio, reclamò altamente che si provedesse col maggior zelo, e
sùbito, alla sorte di una creatura egualmente cara. Già il suo silenzio
aveva manifestato l'imbarazzo; questo metteva la madre sulle tracce del
vero. Prevalse quindi il partito di narrarle tutto prima che ella tutto
comprendesse da sè.
“Madonna, — rispose Canziana risoluta di dire il vero, ma peritosa
nello scegliere le parole — il vostro bambino non è qui. No, non vi
spaventate: raccogliete bene la vostra memoria: non l'avete forse
portato con voi al momento d'escire dalla camera?„
L'affetto di madre, messo a così dura prova, reintegrò i sensi
d'Agnese, e moltiplicò le sue forze, aggiungendovi l'energia rapida
e convulsa del terrore. Le guance, poco prima smunte ed infossate,
si coprirono di un rossore intenso; l'occhio si spalancò non a
cercar luce, ma a sprigionare un lampo quasi feroce. Si levò ella
risolutamente a sedere sul letto; e, con un tuono di voce ed un atto
della mano che esprimevano comando, disse: “voglio vedere mio figlio.„
“Lo vedrete, madonna, lo vedrete: ma, per la salute di lui e per la
vostra, tranquillatevi; procurate di ridurvi alla memoria il momento in
cui siete escita da questa camera; per far ciò vi abbisogna un po' di
calma. Suvvia: siate buona.„
Qui Canziana, tenendo una strada più lunga, ed usando le parole le
più attenuanti, cercò di condurre la sua padrona a riconoscere il vero
stato delle cose, per aver lume e trovar mezzi a provedere.
Finchè Agnese credette che la governante, mossa da un sentimento di
soverchia pietà, la consigliasse soltanto a protrarre ad altro momento
la consolazione di rivedere il suo bambino, ella potè seppellire in sè
i sospetti, accagionandone la mente indebolita e la crisi sofferta.
Ma quando, dopo un lungo diverbio, riempiuti i vuoti della memoria
e rannodato il filo interrotto delle impressioni, ricordò lo spettro
orribile che vagava nella sua camera accanto alla cuna del suo bambino,
per poco non cadde morta. In quel campo di terrori indeterminati, la
ragione, non trovando il fatto suo, andava smarrita. L'infelice non
attese altre dichiarazioni, non si arrestò a far nuove inchieste. Forse
il pensiero che la sua mente si faceva di bel nuovo torbida, divenne a
questo punto la tavola di salute alla quale fidò l'ultima sua speranza.
Si sforzò d'accomodar la ragione al partito di negar tutto. Simile
a chi sogna cose orribili ed è consapevole di sognare, ella tentò di
sciogliere l'incanto, che la opprimeva, combattendone coll'incredulità
ogni apparenza. La mente non reggeva a tanto; chiamò in ajuto le forze
del corpo. Levatasi bruscamente, colle due mani spartiva sulla fronte
i capelli che gli facevano ombra; si stropicciò gli occhi come se
volesse invitarli a veder meglio e a scorgere il vero; e fe' cenno ai
vicini, che sgombrassero. Poi, sorda alla voce della compagna che colle
parole più affettuose la consigliava a star quieta e a confidare nelle
cure altrui, si precipitò dal letto, e corse alla culla del bambino,
sperando di trovar colà la prova certa del suo inganno.
È inutile dire che la debole violenza fattale da Canziana non giovò
punto. Agnese, ingagliardita dal suo stesso delirio, si precipitò sopra
il letticiuolo, e quando lo vide deserto, colle mani protese e tremanti
come quelle di un cieco, palpeggiava le coltri sperando di chiamare
menzognera la vista. L'ansia di quel momento era estrema. La madre
si abbandonava a quella prova con una fede vivissima; quella doveva
essere l'ultima e la più fatale sua delusione. Gli astanti, sorpresi
e soverchiati da tanti affetti, aspettavano muti ed immobili che Dio
operasse un miracolo.
E, in vero, fu un miracolo se Agnese sopravisse a quel colpo, e se la
sua ragione, soprafatta da tanto strazio, non cedette all'incalzante
delirio fino a smarrire la coscienza di sè. La sventurata rimase per
un istante immobile e ritta della persona, colle braccia rigide e le
palme svolte ed avvicinate, come se mostrasse ai circostanti quel posto
manomesso, profanato, ancor tiepido del calore vitale dell'infelice
sua creatura. Portava il capo rivolto al cielo, il collo un po' teso
in avanti, e leggermente soverchiato dalle spalle. Rassomigliava alla
Niobe impietrita dal dolore, quale ce la ritrasse lo scalpello greco.
Le sue carni erano bianche come le vesti; solo a dar vita a quel freddo
simulacro, le piovevano sulle spalle e sul petto le treccie brune
ravvivate da un serpeggiare molle ed umido, che obediva ad ogni piega
del corpo e ad ogni alito d'aria. — E come per la sciagurata rivale di
Latona il marmo sudò lacrime,[72] così la fronte di costei rivolta al
cielo e ravvivata da due grand'occhi, porgeva a Dio l'unico tributo
degli infelici, un copiosissimo pianto. — Sarete voi meno pietose, o
leggitrici, perchè la poveretta, davanti a sì crudele spettacolo, non
perdette il senno? Perchè, raccolta la ragione dentro i confini del
vero, pesò, discusse, riconobbe tutta l'estensione e la profondità del
suo male? Ah no! la demenza sarebbe stata pietosa per l'infelicissima
madre. — Ella doveva ritornare in sè, perchè gli errori della fantasia
non avrebbero mai saputo creare un'imagine più tetra di quella, che ora
le veniva presentata dai fatti. Quanto aveva ella sognato nel delirio
era troppo al di sotto del vero.