Dei tre giorni di lontananza, che Medicina aveva chiesti a Barnabò come
prima condizione all'avviamento de' suoi progetti, i primi due erano
trascorsi. Con qual risultato, il lettore lo sa. Prima di gettare i
semi di un nuovo arbusto, conviene sbarbicare dal suolo ogni resto
del vecchio, perchè le radici che rigurgitano di umori non abbiano
a soffocare il tenero rampollo. Così pensava Medicina, e perciò
aveva posto grande studio a spegnere col veleno della calunnia quel
sentimento che nell'animo del conte poteva resuscitare l'affetto suo
per Agnese.
Dacchè il sinistro consigliero gli aveva fitto nel cuore la spina della
gelosia, anche i più lievi sintomi divenivano argomento d'accusa. Il
contegno d'Agnese, il suo pallore, l'apparire mal dissimulato di una
lacrima, tutte cose che potevano essere ed erano difatto naturale
conseguenza del suo amore offeso, venivano accolti come sintomi di male
opposto: il silenzio era imbarazzo, la pallidezza rimorso, il piangere
dispettosa confessione.
Ogni uomo ha una fisonomia morale sua propria. Non vi sono due anime
identiche, come non si riscontrano due volti, due piante, due rupi
perfettamente eguali. Il più umile degli uomini è perciò un libro
nuovo, fecondo sempre di qualche utile insegnamento. Ma il più strano
si è che sovente l'istesso uomo, nelle varie fasi della sua vita,
disconosce e combatte quelle doti speciali che costituiscono la sua
individualità. — Vi ponno essere in una sola esistenza prove di valore
e di codardia, atti di ferocia e di pietà, l'estremo della virtù
e del vizio. E non è tutto ancora; sovente nella stessa vicenda, e
sotto il dominio di una sola passione, l'uomo edifica e distrugge,
vuole e rifiuta, ama ed odia. — Tale era appunto la situazione del
conte. Tormentato dal sospetto e dal dolore, ora sentiva di aver
forza a subire la sua sorte, ora s'inchinava davanti ad essa come il
vinto che scende a patti. Alcuna volta egli attribuiva alla dolorosa
realtà del momento l'apparenza di un sogno, e riposava nella certezza
di vederlo svanire; poco dopo, chiamava sogno la felicità dei tempi
andati, e scuoteva l'inerte ragione per dissipare gli avanzi di quel
vaneggiamento. Allora armeggiava di risoluzioni e propositi, che in
breve, al ritorno di una dolorosa stretta di cuore, si dileguavano in
vani sospiri. — Le tempeste erano subitanee, ma terribili. Quando il
dolore vinceva la ragione, ogni affetto languiva, la memoria era muta;
in quel momento avrebbe ceduto tutti i beni della terra, e perfino
la gloria, per rimovere il coltello, che gli squarciava l'anima. Ma
quando la ragione tornava padrona del suo animo, deplorava la vanità
delle querimonie, e si rialzava a condannare severamente la propria
debolezza. Per qualche istante giunse perfino a dubitare dei fatti; e
nella ripetuta asserzione che il tradimento d'Agnese poteva non essere
vero, trovava le ragioni per crederlo impossibile. Il suo scetticismo
colpiva i fatti recenti per lasciar sopravivere le vecchie convinzioni,
che gl'infundevano nell'anima una fiducia senza limiti. Sotto l'impero
di tali idee, il cuore gli batteva più largo, la mente si rischiarava;
egli era sul punto di correre da Agnese, per confessare la colpa d'aver
dubitato di lei, per chiederle perdono.
Ma d'improviso una mano agghiacciata gli premeva di nuovo il cuore,
e ne arrestava i movimenti. Bastò a tanto uno sguardo sul foglio che
Medicina gli aveva consegnato: la memoria troppo fedele gli ripeteva
ad una ad una quelle fatali parole. — Poche sillabe abilmente aggiunte,
una parola destramente soppressa, cangiavano la più ingenua risposta in
un documento d'infamia. Guai a Medicina se il conte, ponendo sotto gli
occhi d'Agnese il foglio incriminato, avesse scoperto chi era il vero
colpevole!
Ma Medicina vegliava: Medicina attendeva il momento di sottrarre
agli occhi del conte la prova del suo delitto; ed impediva qualunque
ravvicinamento tra il giudice e l'accusato. Se non che, il protrarre
all'infinito questa sorveglianza, oltr'essere cosa assai difficile,
lasciava l'impresa a mezzo; ed egli non aveva tempo da perdere.
L'ultimo giorno della sua dimora in Pavia, doveva essere consacrato
alla seconda e più difficile parte del suo incarico. Tolto il pericolo
di un abboccamento tra Agnese e il conte, egli si proponeva di
rispondere alla fiducia di Barnabò, e di rendere veritiera la fatidica
Canidia. Solo dopo ciò, ei poteva chiamarsi completamente vittorioso.
Bisogna dire che lo scelerato avesse una profonda conoscenza del cuore
umano, se si lanciava con tanta temerità nell'impresa di sostituire
un legame di pura convenienza ad una profonda affezione. Qui non si
trattava di gittare polvere negli occhi di un ignorante; l'uomo, col
quale aveva a fare, era avveduto al par di lui. Eppure da un lungo
studio delle passioni, e dall'esperienza fatta nel rimestarle, aveva
appreso, che una delazione finchè non è riconosciuta calunniosa, è un
atto di servitù codarda, che tutti disprezzano, e che ben pochi hanno
il coraggio di respingere. — Egli prevedeva che le sue parole avrebbero
cagionato ribrezzo nell'animo del conte, e che sarebbero, nondimeno,
accolte come una verità. Previde che la lotta sarebbe gravissima pel
conte; tanto più che il mistero che aveva presieduto a' suoi amori, lo
costringeva ad inghiottire in silenzio la storia della tragica fine
di essi. — Isolato e diffidente delle proprie forze, egli dunque non
sarebbe restio ad accogliere anche una meschina alleanza. L'infermo
disperato non dispregia i consigli della feminetta; il nuotatore
pericolante s'aggrappa ad ogni sterpo.
Confidava Medicina nell'arte tutta sua d'impadronirsi dell'altrui
volontà, quand'essa è oscillante. Egli sapeva far gradire le sue parole
appunto perchè fingeva di gittarle senza pro; sostituiva all'altrui il
proprio avviso, lasciando a chi lo seguiva il merito d'averlo trovato.
Non di rado propose come un mal consiglio ciò che desiderava più
vivamente, e che voleva veder compiuto. Lo spirito di contradizione
era il suo formidabile ausiliare; egli sapeva farne gran gioco a suo
profitto. Malgrado ciò, sentiva la gravezza dell'assunto, e non si
illudeva sulle difficoltà e sui pericoli che avrebbe incontrato. Tutto
era buono ad abbattere; ma per collocare solidamente la base del nuovo
edificio, si richiedeva senno, prudenza e, più che altro, fortuna.