La notte toccava al suo mezzo; le porte del castello erano chiuse,
le saracinesche calate, doppie le sentinelle sugli spalti, ai ponti,
alle vedette. Medicina, grazie alla sua fronte incallita e al suo
parlar franco, potè essere ammesso nel recinto del fortilizio, e far
pervenire un'imbasciata pressante al principe. Il quale, per quella
spina che ognun conosce, era ancora in piedi, e misurava a gran passi
la diagonale della sua camera da letto.
Benchè certo di dovere udire da colui una conferma dolorosa de' suoi
dubj, egli non esitò ad accordargli udienza; ma appena lo vide entrare,
gli piantò in volto due occhi poco indulgenti, e con voce alquanto
aspra gli disse:
“A quest'ora!...„
“Quando si tratta di prestar servitù a Vostra Grazia, io scordo l'ora e
forse le convenienze. Mi si perdoni.„
“Che hai dunque? spicciati....„
“Quella prova di cui vi ho parlato stamane....„
“Ebbene, quella prova dov'è?„
“Fra un ora al più tardi essa brillerà dinanzi ai vostri sguardi, se
voi porrete a' miei ordini un pugno de' vostri.„
“Nuove condizioni! invero comincio a dubitare che tu non sii quell'uomo
che ti dai a credere colle tue millanterie. — Pensa, che il gioco ti
potrebbe costar caro...„
“Io sono nelle vostre mani, o signore; fatemi custodire dai vostri
soldati, finchè non torni colui, che giustificherà la mia condotta.„
Mentre il conte taceva impensierito, Medicina ripigliò la parola per
dichiarare che uno scritto d'Agnese diretto al Manfredi era nelle
mani di un tal Bergonzio da Seregno, alloggiato alla tale osteria,
posta nella tal strada. Chiese quindi che venissero spediti alcuni
sgherri ad impadronirsi del foglio e del suo portatore; e ciò con tutta
sollecitudine, affinchè la preda non sfuggisse alle ricerche.
La dichiarazione era esplicita; ma il conte, che in quel momento
sentiva tutto il peso di uno zelo che distruggeva le sue più care
illusioni, cercava pretesti ad oscurarne il merito.
“Perchè mai, soggiunse egli, non sapesti impadronirtene tu stesso?
Forse ti senti già troppo alto per certi officii?...„
Sorrise maliziosamente il ciurmatore, e ripigliò: — “Voleva evitarvi
la noja delle mie parole, ma vedo essere necessaria una spiegazione.
Quel Bergonzio, di cui si tratta, non mi è del tutto sconosciuto; come
però ebbi buone ragioni per non sollecitare una stretta amicizia con
lui, così ne ho delle più forti per non provocare i suoi sdegni. Per
ora, un'apparente neutralità mi fa sicuro d'averlo a suo tempo buono a
qualcosa di maggior rilievo. Egli potrà essere per me, ciò che io sono
per voi; così siamo due a servir Vostra Grazia.„
Al conte veniva in uggia quell'aria di servitù, stipendiata a suo
danno. — Troncò pertanto le ciarle, permettendo che una mano di soldati
si ponesse agli ordini di Medicina.
Mezz'ora dopo, Bergonzio, scosso da tre paja di braccia nerborute,
apriva gli occhi e la mente alla dolorosa sorpresa di una visita
di gente sconosciuta, che gli mandava a male il più lieto tra' suoi
sogni, per ingiungergli di recarsi sùbito al castello. — La spranghetta
cagionata dalle generose libazioni gli toglieva la voglia di resistere
all'invito; onde, levatosi di tutta fretta, escì coi compagni.
L'aria viva e la paura lo fecero tornar in senno; ma potè raccapezzare
il filo delle idee, solo quando arrivato al castello e tradutto dinanzi
ad un curiale, si sentì investire da una salva d'interrogazioni,
che non gli davano tempo a rispondere: egli intanto pigliava tempo a
riflettere. Infatti quando cominciò a venir in chiaro della cosa, il
sonnacchioso curiale finì d'accorgersi di esserne perfettamente al
bujo; e, per poco che l'accusato facesse ancora il sornione, il giudice
avrebbe dovuto lavarsene le mani come Pilato, e rimandarlo assolto.
Se non che, in sul più buono, un incognito vestito di una zimarra
nera, e coperto nel viso da un cappuccio foracchiato attraverso al
quale si vedevano brillare due occhi da basilisco, entrò nella camera
e, curvandosi sulle spalle del curiale, gli bisbigliò all'orecchio
alquante parole.
A quest'avviso, il volto di costui mandò un lampo di sorpresa, che
dissipò gli sbadigli ed il sonno; poichè, se il trattare con un
mascalzone innocente gli faceva rimpiangere le coltri deserte, il
diletto di scoprire e di torturare un colpevole, chiunque egli fosse,
lo compensava ad usura delle perdute dolcezze.
Il curiale fece quindi eseguire una visita minuta sui panni
dell'accusato. — La mano esperta di un manigoldo, dopo avere
palpeggiato diligentemente ogni tasca, ogni piega, ogni costura,
arrivò finalmente allo sciagurato foglio; e, ghermitolo, lo sottopose
all'esame del giudice; il quale, dopo averlo guardato per ogni verso,
lo lesse e lo rilesse per cavarvi il bandolo di un'accusa. — Intanto
soffiava, e si stringeva nelle spalle come se cominciasse a pigliar
gusto in quella facenda.
Bergonzio, posto alle strette da una furia di dimande, asserì sul
principio di non saper come e per mano di chi gli fosse capitato quel
foglio: aggiunse di più (e questa era pura verità), ch'egli non sapeva
riconoscere l'importanza, e nemmanco il senso, di quelle parole. Ma
al vedere che non gli venivano menate buone queste scuse, e udendo
scricchiolare la puleggia del cavalletto, credè opportuno di chinar la
cresta e di dimandare perdono; chè, se le nebbie del vino gli avevano
offuscata la memoria, ora poteva finalmente ricordare che quella carta
gli veniva affidata da un compare da Pavia coll'incarico di portarla ad
un compare di Milano.
Invitato a dire il nome d'entrambi, balbettò di nuovo e si confuse;
ma il curiale, che aveva interesse di non lasciar raffreddare le sue
morbide piume, fatti amministrare due tratti di corda allo sciagurato,
ebbe la gloria di vedere messa a nudo in un attimo tutta quanta la
verità, co' suoi incidenti: i nomi, cioè, di Agnese e del Manfredi,
l'origine e la destinazione dello scritto, e perfino il nome e le
intenzioni di Medicina.
Ma guardate delirio dello spirito umano: quella rada volta, in cui uno
stolido e scelerato mezzo di prova metteva in chiaro tutto il vero, e
niente più che il vero, il giudice nel valersene sentiva per essa una
sfiducia nuova e sapiente. La colpa di Bergonzio, secondo lui, era più
che constatata; valevano per essa tutti gli amminiscoli di prova; ma
la complicità di Medicina, attestata dalle medesime circostanze, era
assurda; le dichiarazioni del torturato erano un sogno, un delirio, un
vaniloquio.
Lo scritto d'Agnese fu tosto consegnato al conte; Medicina si
valse della buona riescita del suo intrigo per trattare la causa di
Bergonzio; il quale fu nella giornata seguente messo in libertà, un
po' malconcio ma colle tasche piene di quei terzuoli, che Medicina gli
aveva promesso.