Il palazzo di Barnabò Visconti surgeva a sinistra della chiesa di
s. Giovanni in Conca, lungo la via che conduce alla Porta Romana e
sull'area di tutta l'isola compresa tra quella strada e l'altra diretta
alla pusterla del _Bottonuto_. Chi bramasse conoscere la ragione
storica di questi nomi così strani, consulti il Lattuada ed il Torre,
che in fatto di etimologie hanno un coraggio, che a noi manca del
tutto.
Per mezzo di una galleria coperta, esso congiungevasi alla corte
dell'Arengo ed alla rocca di Porta Romana: e in vista delle sue mura
massicce, della fossa che lo cingeva e della porta munita di ponte
e di saracinesca, poteva dirsi un castello. — Erano in esso ampii
e splendidi appartamenti pei prìncipi, belle e commode stanze pei
cortigiani, cui si accedeva per diversi cortili. Il pian terreno
serviva in parte ai domestici ed al presidio; il resto racchiudeva
immense stalle, e quei famosi canili in cui si nutrivano a spese dello
Stato migliaja di bracchi e di segugi ed altretanti alani, con una
turba di canattieri di proverbiale ferocia.
Nella parte più remota ed obliata del palazzo esisteva l'alloggiamento
di Medicina. Per arrivarvi era necessario percorrere un riscontro di
cortili, salire scale e pianerottoli, girare anditi e ballatoj. Chi
avesse osato spingersi fin là, doveva far conto di schiassuolare da un
labirinto, per trovare la via del ritorno.
Medicina, non dissimile da quegli animali, che vivono ed ingrassano
nei mondezzaj, si dilettava di abitare una topinaja, la cui sporcizia
faceva torcere gli occhi ai curiosi, e ravvolgeva la sua potenza in
qualcosa di uggioso e di spaventevole. Avrebbe potuto ottenere una
dimora più commoda: non la chiese e non l'avrebbe accettata, per la
stessa ragione che il mendicante non vuol dimettere i cenci, che gli
servono di mostra a tenere in credito la professione.
Abitava egli dunque nella parte più alta del palazzo, in una cameruccia
a tetto, che aveva le anguste proporzioni di un forno. Vi penetrava
scarsa la luce da piccole finestre protette da una fitta graticciata
tutta polvere e ragnatele. Dalla impalcatura della volta annerita dal
fumo pendevano gli scheletri bianchi di un icneumone e d'un cocodrillo.
Un immenso avoltojo cogli occhi di vetro, ed una strige colle ali
aperte, parevano creature vive impazienti di un varco per escire a
volo. Sul fondo della parete, di colore arsiccio e bituminoso, tutta
fessa e sbullettata, erano schierati a varii piani fiaschi e vaselli
differenti di misura e di forma, ampolle ed ampolline di vetro, di
terra, di metallo; alcune colorite dal liquido contenuto; altre lucenti
di un riflesso argentino o di color cupreo. Di qua storte e lambicchi
destinati a stillare acque salutari o velenose; di là fornelli e
crogiuoli; e nel mezzo, sopra un cippo di serpentino, una sfera a
grandi armille, poi un astrolabio, che al dì d'oggi farebbe andare in
visibilio un antiquario; e in giro tavole nere, con suvvi disegnate
a bianco figure angolose, o curve, o serpeggianti: strana traduzione
delle cabale non per altro riverite dal vulgo che pel merito d'essere
affatto incomprensibili.
Poichè è necessario tenere di vista quest'uomo, che non è l'ultimo
personaggio del racconto, sarà bene che visitiamo la sua officina, e
che lo cogliamo di sorpresa in uno dei momenti, in cui egli s'abbandona
con tutta sicurezza all'esercizio delle sue arti malefiche.
Vestito di una zimarra bruna che traeva al rosso, tutta squarci e
rappezzature, coperto il capo d'una beretta a cono simile ad uno
spegnitojo, andava egli tramenando la mestola entro un pentolone, dal
cui bollore, simile allo scrosciare della pioggia, surgeva un fumo nero
e nauseante. Questo lavoro non gli impediva di conversare con un uomo
di statura mezzana, d'aspetto ambiguo, e vestito assai poveramente, che
gli stava dinanzi coll'aria umile di un accattone.
“Mal vecchio, mal cronico ed incurabile, Seregnino mio: che vuoi che io
faccia?„ diceva il negromante, senza levar lo sguardo dal suo fornello,
che gli vibrava sul volto una tinta infocata, opportunissima a chi
volesse dipingere il demonio.
“Lo so, messere, lo so: non si viene da voi che per farsi acconciare
l'osso del collo. — E voi ci riescite, quando vi mettiate all'impresa
da quell'uomo che siete. — Ajutateci, messere, ajutateci per carità;
e non ci troverete ingrati. — Una manata d'ambrogini per ognuno
dei nostri nemici, che avrete spedito al cassone. — Non è un affare
spregevole, eh? Ve lo dico e ve lo prometto in nome della comunità„.
“Figliuol mio, non si crede al santo, finchè non ha fatto il miracolo;
— soggiunse Medicina crollando il capo con aria incredula. — Ma
pure.... vediamo. Raccontami per ispasso e più chiaramente qual è, e
come ti venne dato l'incarico da' tuoi borghigiani. Ma cerca d'essere
spiccio, e sopratutto sincero„.
“Ecco la storia genuina; — prese a dire l'incognito avvicinandosi
al ciurmatore, e biasciando le parole per trovare un buon esordio. —
Ecco qua... Da un pezzo i nostri di Seregno soffrono ogni maniera di
villanie per colpa dei vicini di Desio. Una volta costoro vengono a
far vendemmia nelle nostre vigne, od a danzare sui seminati; un'altra
ci tagliano i cedui, o ci spazzano i pollaj. Sempre poi (perchè questo
è frutto che matura in ogni stagione) svaligiano i forastieri stilla
strada che congiunge i due comuni; e se il mal capitato è uno dei
nostri, ce lo rimandano spoglio e con un rifrusto di legnate. Non v'è
pietà per donne o bambini; non più rispetto pei vecchi; inutile pregar
Dio e i santi: è un toccarne ad ogni momento, una pioggia d'insulti
e di violenze, che gridano vendetta in Cielo. Poco tempo fa ci hanno
spedito in borgo il nostro Console, la miglior pasta d'uomo, derubato,
pesto, seminudo e colla faccia sfregiata per ischerno da nero fumo, che
faceva venire la bruttura ai bimbi. E quando i furfanti hanno un somaro
morto o peggio, lo trascinano di notte sulla nostra piazza, e ve lo
lasciano con un cartello, che dice: date sepoltura a un fratel vostro.
— Vi par piccola cosa, cotesta? Di simili baronate avrei da contarne un
pien sacco„.
“Dicendovi che il vostro male è incurabile, non intendeva parlare dei
bocconi amari che dovete inghiottire; non è questo il peggior malanno.
— Il cancro l'avete voi altri nel cuore, che vi fa piagnucolare, e non
sa trarvi d'impaccio. — Sentiamo un po': chi sono e quanti quelli di
Desio? Chi e quanti quei di Seregno? Oh per la conca di s. Giovanni!
Fate anche voi, come fanno essi: pan per focaccia. — Pigliate l'armi,
correte sul comune del nemico; fatevi render ragione degli insulti; e
compensatevi dei danni. Se non bastano le minacce, date la picchierella
al primo che vi capita alle mani. E se non basta neppur questo, battete
all'orba; mettete a ruba le case dei nemici, appiccate il fuoco ai
quattro canti del villaggio... Per Dio! che cuore è il vostro?„.
“Si è pensato anche a ciò... ma...„
“Il piovano v'insegna, che le busse sofferte per l'amor di Dio,
spingono a gran passo sull'erta del paradiso, n'è vero? — „ soggiunse
sghignazzando Medicina.
“Il piovano ha cura d'accendere ognidì una lampada a S. Martino.„
“E' non gli crocchia il ferro al vostro santo: — replicò con ghigno
ancor più satanico il ciurmatore. Ebbene volgetevi a lui; ei cangerà i
conigli in leoni.„
“Eh via, messere, non andate in collera per ciò. — Se fui mandato a
voi, gli è che si ha confidenza nel vostro ajuto.„
“Non avete chiesto finora consiglio ad altri?„
“No, no: ve lo giuro come se fossi in punto di morte„ — riprese il
Seregnino, ponendosi il palmo della mano sul petto.
“E chi snocciola in caso che io accetti?„, soggiunse il ciurmatore
sospendendo il suo lavoro, e facendo colla mano l'atto di chi numera
delle monete.
“Quei del comune.„
“Il mio secreto in mano al comune ed alla comunità — Fossi matto....!„
“Come volete che si faccia altrimenti?„
“Bisognava venir qui cogli spiccioli, e pagar anzi tutto.„
“Rimango io qui in mano vostra, come ostaggio.„
Medicina non potè trattenere una goffa risata. — “Grazie dell'offerta:
un poltrone tuo pari da satollare. No, no; vattene con Dio, torna al
tuo paese, e dì a' tuoi, che chi tosto crede, tardi si pente.„
Seregnino rimase come colui, che si sente cascar di mano il pane.
Andava mendicando ragioni, e almeno parole, per rabbonire il
negromante; e intanto lo guardava con un viso piagnoloso e scontento,
come se volesse moverlo a pietà.
“Che fai qui, baccellone? — ripigliò Medicina con tuono adirato; — t'ho
già detto il pensier mio. Vattene alla malora e dì a chi t'invia, che
di buone intenzioni è pien l'inferno; e che si rivolgano ad altri, chè
io non ho nulla per loro.„
L'inviato del Comune, vedendo che s'addensava sul suo capo un
temporale, non volle insistere, ma nel ritirarsi, bel bello, faceva
scricchiolare gli scarponi, come se escisse a gran passo; e intanto
aveva l'occhio al ciurmatore, sperando ancora d'essere da lui
richiamato. Nè il suo presentimento fallì; poichè giunto sulla porta
vide che Medicina, deposta la mestola, si volgeva a guardarlo, e gli
faceva cenno colla mano di tornare indietro.
Forse fu il liquido fumante della caldaja, che dalle sue bolle
infocate spinse un vapore inebriante alla testa di Medicina, e vi
risvegliò un progetto temerario ed infernale. Pensarlo, studiarne il
piano, indovinarne il risultato, fu un punto solo. Per l'esecuzione
aveva bisogno di un compagno, o meglio di un complice, e designava il
Seregnino a quest'officio.
Il primo ed immediato suo scopo era quello di far del male; chè nel
male degli altri egli, pe' suoi malvagi istinti, riponeva ogni suo
bene. In via d'appendice poi, per cavar costrutto dalle sue fatiche,
aveva ideato di riservare a sè la diffusione di un rimedio atto
a scemarne gli effetti; e questo rimedio doveva costar salato ai
borghigiani. E qui stava la morale del suo disegno. — Udiamolo il
progetto dalle sue stesse parole.
“Vien qua, mártore, — disse Medicina richiamando l'altro con un tuono
di voce alquanto raddolcito. — Non si dica mai che io ho cacciato chi
implorava il mio soccorso.„
Il Seregnino gli si avvicinò sollecitamente.
“Senti che cosa m'è frullato per la fantasia. Quel che vorrebbero
fare i tuoi amici del comune, perchè non lo facciam noi, a tutto
nostro diletto e profitto, senza dar ragione alle comari del che e del
come?..„
L'uditore aveva tanto d'occhi, e mostrava la sua crescente meraviglia
sbarrando la bocca ad ogni parola.
“In questa pentola, ripigliava, v'è di che mandar due volte quei
di Desio a dar le barbe al sole: basterebbe versare una presa della
polvere, che sta sul fondo, in ogni scodella da massaro, poi — e fece
un gesto, che non è possibile tradurre, — tutto il paese sarebbe in
preda a una furiosa moría. Non ti spaventare, non mi far gli occhiacci;
ascoltami. A noi basterà dare a quei gradassi una seria lezione per
farli saggi ed amicarli coi vicini. — Gitteremo una dose conveniente di
questa polvere, nelle fontane... e...„
“Quale ne sarà la conseguenza?„ — chiese il Seregnino sbigottito.
“I terrieri di Desio, m'imagino, ad eccezione del piovano, saranno
accostumati a bere acqua e ad attingerla alla fontana. — Quei villani
che, tornando dai campi trafelati e sitibondi, si chineranno su di essa
per succhiarne una buona tirata, di lì a poco, côlti da un granchio
mortale, non avran tempo di chiamare il prete. Ma ciò non accadrà che a
più robusti e ai meno temperanti. In quanto al grosso della popolazione
che la ingoia nei modi ordinarii, dilungata coi cibi e a corpo fresco,
non accadrà tanto male; o per lo meno il male andrà sì a rilento da
accordar tempo di porvi rimedio, e in ogni caso quello necessario
a dimandar perdono dei peccati, e salvar l'anima. — Da principio
sentiranno arsura allo stomaco, poi abbandono di forze e d'appetito,
infine una malavoglia ed un fastidio, che li trarrà supini a chieder
mercè a Dio ed agli uomini.„
“E poi?...„