Dicono che Bianca Cappello ebbe i capelli biondi e gli occhi neri (io
non ricordo la tela in cui la ritrasse il Bronzino); il poeta Rinaldi
pareva ammirare in Pellegrina Bonaventura il candore della carnagione
nel lume dei neri occhi e nel riflesso dei capelli neri; a Bianca
Barbazza, rassomigliante in questo alla madre piú che alla nonna, fu
pure attribuita la vivacità del “nero e del bianco„ in altra serie di
“motti„, parte satirici e parte laudatori. Eccone alcuni:
_Piombino da muratore_ — Virginia Ricordati Maranini
_Il zibellino_ — Dorotea Albanesa Bulgarini
_La mula del papa_ — N. Simoni Peppia
_Il guardo soave_ — Diana Barbieri Rinieri
_Il parapetto_ — Caterina Caccialupi Alamandini
_La Ninfa_ — Livia Rossi Fantuzzi
_La modesta_ — Camilla Beri Bandini
_La tramontana_ — Camilla Orsi Leoni
_La buona_ — Camilla Orsi Ghisellieri
_La favorita_ — Doratrice Oro Gambari
_La matrona_ — Silvia Orsi Sampieri
_La pensosa_ — Valeria Lambertini Guidotti
_La buona notte_ — Claudia Fantuzzi Paltroni
_Il delfino, La cassa di noce_ — Camilla Fantuzzi Bandini
_Il buondí_ — Clementina Orsi Ercolani
_Il falcone_ — Orsina Foscherari Favi
_L’Armida, Il Giardino d’Amore_ — Lodovica Amorini Campeggi
_La parlatrice_ — Olimpia Guerrini Ghiselli
_La splendida_ — Ippolita Campagni Ghiezzi
_Il bianco et il nero_ — Bianca Bentivogli Barbazzi²⁴.
Ma le sembianze di Bianca Bentivogli meritaron ben altro che l’insulsa
indeterminatezza di questi attributi! Ella, “sole di beltà„, come la
chiamò il Malvasia nella _Felsina pittrice_, per arte di Guido Reni si
rivide immortale in figura d’una _Cleopatra_ che Andrea Barbazza
acquistò, non so l’anno, e Antonio Bruni credette di rendere in rima:
.... Non sembra in tela espressa,
Perché il pittor l’avviva, amor l’ancide;
Le dà spirto il pennel, l’angue l’uccide²⁵.
Cosí dunque, con lieve sforzo di fantasia, possiamo imaginare Bianca
nell’effusione di tutto il giovanile splendore a quella festa che né
pure un anno dopo le sue nozze, al carnevale del 1615, fu data nel
palazzo del Podestà, e che per magnificenza d’apparati e vestiari e
novità d’invenzione e per la nobiltà dei cavalieri che vi
tornearono — con essi anche il Barbazza e il fratello di Bianca
Alessandro — parve meravigliosa e degna d’imperituro ricordo²⁶.
Ne era venuta l’idea a parecchi gentiluomini i quali avendo ricercato
una sera, come solevano di frequente per passare le ore, “qual fosse la
piú espedita via d’acquistare la grazia dell’amata donna„, né essendo
riusciuti ad accordarsi sulle varie proposte, avevan risoluto di
rimettersene al giudizio delle armi. Detto, fatto; e per l’operosità in
ispecie di Gabriele Guidotti, che inventò favola e macchine, curò
l’allestimento del teatro e instruí i cavalieri, il 2 marzo a un’ora di
notte tutta l’eletta società di Bologna poté convenire all’atteso
divertimento.
Tre ordini di gradini e tre ordini di logge accolsero gli spettatori:
nei gradi a mezzodí le dame; di fronte a loro il cardinal legato Capponi
e i magistrati; a destra e a sinistra i cavalieri. Nella scena
dell’azione s’ergeva un tempio dorico circondato d’alberi; nell’alto, al
principio, s’aprí una nube e apparve Giove in mezzo agli dei; e a lui
Venere, con a lato il figliuolo cui accennava, chiese licenza di
scendere in terra per soccorso e consiglio delle misere donne. Giove,
manco a dirlo, assentí, e la nuvola si rinchiuse. Ed ecco uscire dal
tempio un coro di sacerdoti, i quali si disponevano a sacrificare alla
dea un leone un capro e un drago, quando a suono d’una musica sí dolce
che — asserisce uno il quale l’udí, non io — “tutti gli spettatori
sembrava ardessero del soavissimo fuoco d’Amore„, comparvero Venere e il
figlio e l’amico di casa, Marte. Amore liberò le belve dall’imminente
sacrificio:
E questo altar or sia — _disse_ —
Il tribunale ove porrò la seggia
Per giudicar de’ cori
Quali sian di pene e premi
Meritevoli ardori.
Un Amorino venne a querelarsi al picciolo Iddio di certa giovinetta che
aveva abbandonato l’amante suo, ma poiché Venere difese la colpevole e
poiché Marte, il quale aveva ragioni sue proprie di contraddizione alla
dea, sostenne il cavaliere amante, bisognò trovare la fine del contrasto
in particolari certami e in un generale torneo. Veramente ci fu ad
intermezzo la comparsa della Gelosia in forma di larva orrenda con uno
stuolo di “mostri neri ignudi alati„ e “con uno strepito di anime
perdute„ in una voragine di fuoco; ma come la femmina maligna non riuscí
a “mettere contagio nell’anima degli spettatori„ — asserisce uno
spettatore, non io — posso risparmiarne la descrizione.
E siamo cosí al meglio dello spettacolo. Arrivano due tamburini,
ventiquattro paggi con scudi, e sei staffieri con due azze, due picche e
due mazze; e dietro loro i cavalieri padrini del mantenitore, Francesco
Cospi e Giovan Gabriello Guidotti; poi infine il mantenitore di Venere,
Alessandro Bentivoglio, “vestito di morello e d’argento; calza intiera
con tagli di cordelle d’argento, foderate di tela d’argento e morella, e
strascinandosi dietro lunghissimo manto di seta morella, ricamato di
fiori d’argento e di vari colori, tempestato di grosse gemme e perle,
con cimiero altissimo di piume in pomposa mostra„. Di contro a lui, in
una pianura, sorge uno scoglio con sópravi una donna — la Terra! —, che
esorta le donne ad amare e cantare le lodi di Amore e quindi se ne va,
mentre giunge una testuggine (qualcosa come il cigno wagneriano) recando
con i loro padrini i due cavalieri Florimanno e Ribano — Alessio e
Giovanni Orsi —, i quali vengono a sostenere “che la virtú non è
compagna d’Amore„. Ma mal per essi, giacché Candauro, ossia il
Bentivoglio, li abbatte entrambi. E sparisce la scena e apparisce il
mare in cui s’eleva Proteo a dire anche lui non so quali belle parole:
indi due altri cavalieri arrivano per farsi vincere dal cavaliere di
Venere. Seguono due altri condotti da Iride, dei quali pure avviene
l’abbattimento, e poi....
“... udissi un rimbombo.... et il cielo incominciò a rosseggiare, e
balenando e fiammeggiando in guisa che parea che egli veramente ardesse,
e a poco a poco radunandosi tutte quelle fiamme in globi, formarono come
nuvola di fiamme in mezzo della quale udivasi la voce di persona, che
rassomigliava il Fuoco, e cosí diceva de’ suoi cavalieri:
E questi miei di vive fiamme ardenti,
Fiamme, che il loro Amor, che l’altrui sdegno
Si nutre al cor cocenti,
Non troveran da te pace e pietade,
Rigida inesorabile beltade?
Io qui con lor, donne gentili, vegno
Per palesarvi solo,
Nel fiammeggiante lor tacito aspetto,
Qual sia la pena e ’l duolo
De l’infocato petto....
“Dopo le quali parole chiusasi la nuvola, continuamente spargendo raggi
e faville di odorate fiamme, venne ad abbassarsi infino all’orizzonte, e
quivi scoppiando con molti tuoni e baleni, espose fuori.... (oh
meraviglia!).... il signor Andrea Barbazzi, cavaliere dell’ordine di San
Michele e giovane di animo eguale alla grandezza del suo nascimento et
di vero valore, et insieme il signor Ippolito Bargellini, non inferiore
di generosità d’animo et di altezza di pensiero a chi si sia, i quali
erano vestiti superbamente con calze intiere alla spagnuola, a tagli di
cordelle d’oro e d’argento, foderate di tela d’oro ardente, con fiamme
rosse, con le facelle di fuoco ardente in mano, cimieri altissimi
fabbricati con piume rosse e fiori d’oro, a guisa di lingue di fiamme,
che in forma di piramide ascendevano al cielo....„. “Li seguivano due
gran Ciclopi ignudi, se non in quanto erano ricoperti vagamente in parte
nel petto e nei fianchi da drappi dell’istesso colore del quale erano
vestiti i primi; portavano due gran facelle nelle mani accese et pesanti
martelli, et avevano un sol grand’occhio in mezzo la fronte; la faccia
affumicata e rabbuffati i crini, e barba folta, sicché propriamente
parevano Sterope e Bronte che venissero dalla fucina di Volcano e da gli
incendii etnei ad accompagnare i cavalieri ardenti„. E tanti altri
cavalieri successero che se ne composero squadre e, seguendo il torneo
generale, gli eroi, sempre per divergenza d’opinioni intorno il miglior
modo d’amare, “incominciarono con li stocchi in tal maniera a ferirsi
che fecero impallidire i sembianti ed agghiacciare di gelata paura il
cuore a molte di quelle bellissime dame„. Ma a conforto di esse si fé
innanzi Amore a comandare tregua e quiete e a dar la sentenza
pacificatrice:
Chi cerca, amando e oprando, amore e fama,
Merta il pregio d’Amore e sol ben ama.