ROBERTO BRACCO
TEATRO
VOLUME NONO
=IL PERFETTO AMORE= — NEMMENO UN BACIO
REMO SANDRON — Editore
Libraio della Real Casa
MILANO-PALERMO-NAPOLI-GENOVA-BOLOGNA-TORINO
Copyright by Roberto Bracco, 1917.
PROPRIETÀ LETTERARIA
_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
paesi, non escluso il Regno di Svezia e quello di Norvegia._
È assolutamente proibito di rappresentare queste produzioni senza il
consenso scritto dell'Autore (_Art. 14 del Testo Unico 17 Settembre
1882_).
Copyright by Roberto Bracco, 1917.
Off. Tip. Sandron — 311 — I — 291117
IL PERFETTO AMORE
_Dialogo in tre atti_
Rappresentato per la prima volta al Teatro _Manzoni_ di _Milano_ il _19
dicembre 1910_, dalla Compagnia di TINA DI LORENZO.
PERSONAGGI:
ELENA
UGO
_Un cameriere. — Un'albergatrice. — Uno _chauffeur_.
— Le professoresse._
ATTO PRIMO.
_Il salotto di un piccolo albergo elegante. — Qualche canapè, seggiole a
sdraio, poltrone, poltroncine. Nel centro, una gran tavola, su cui sono,
bene ordinati, giornali, guide, riviste, orarii di ferrovie. Quasi
presso la parete sinistra, un po' di sbieco, un pianoforte col dorso
rivolto al muro. Dinanzi al pianoforte il relativo sediolino senza
spalliera. Verso lo stesso lato, un tavolino con su un mazzo di carte
francesi ed altri oggetti da giuoco. Al lato opposto, nel primo piano
del quadro scenico, uno scrittoio, che è diviso in due da un rialzo
intarsiato, sicchè due persone vi si possono sedere di faccia senza che
si diano soggezione. Nella parete destra due porte — aperte. Nella
parete di fondo, poco discosta dall'angolo che questa forma con la
parete destra, un'altra porta coi battenti di vetro — spalancati —, che
dà in una serra._
SCENA UNICA.
ELENA, UGO, IL CAMERIERE, LE PROFESSORESSE.
ELENA
_(seduta al pianoforte, suona un brano del «Crepuscolo degli Dei.»)_
UGO
_(fa capolino dalla prima porta a destra, vede Elena, e si avanza. —
Resta lungamente ad ascoltare. Poi, mormora fra sè:)_ Perbacco! Wagner a
memoria! _(Ascolta ancora. Riflette.)_... Wagnerofila!
ELENA
_(accorgendosi di non essere sola, si alza subito.)_
UGO
_(si dirige verso il pianoforte per incontrarla di fronte.)_
ELENA
_(deviando bruscamente, lo evita. — Siede presso la tavola, sceglie fra
i giornali un fascicoletto pieno di piccole caricature, e, con
disinvoltura, lo sfoglia.)_
UGO
_(la contempla alle spalle. — Si morde il labbro inferiore, e ha un moto
di ostinazione intraprendente. — Assume un'aria d'indifferenza, siede
anche lui presso la tavola, e cerca tra i giornali. — Con in mano una
rivista, ne legge il frontespizio, levando un po' la voce per farsi
udire:)_ «La Rinascenza Latina, rivista di scienze, lettere ed arti».
_(Riponendola sulla tavola)_ Non mi riguarda. _(Ne piglia un'altra)_
Vediamo questa. _(Ne legge il frontespizio:)_ «La donna Italiana». «Esce
ogni due mesi». _(Comentando)_ Esce molto di rado la donna italiana!
_(Sottecchi, guarda Elena con la speranza di sorprendere un sorriso o un
qualunque segno di approvazione o di protesta alla scipita
barzelletta.)_
ELENA
_(ha gli sguardi fissi sul piccolo fascicolo da lei sfogliato.)_
UGO
_(lascia cadere sulla tavola quest'altra rivista, e, dopo di aver notato
che il fascicolo che ella sfoglia è il «Punch», cerca di nuovo fra i
giornali parlando a sè stesso, sempre con lo scopo di costringere lei a
udire:)_ È curioso!... In un hôtel così internazionale, manca il
«Punch»! Peccato!... Il «Punch» è il più ameno giornale di caricature
ch'io mi conosca! _(Poi, mostrando di accorgersi adesso che lo ha lei)_
Ah no, non manca. Lo ha la signora.
ELENA
_(getta su i giornali il fascicoletto e si allontana dalla tavola.)_
UGO
... Io avrei potuto bene aspettare.
ELENA
_(impassibile, non ha per lui neppure un cenno. — Tocca il bottone del
campanello elettrico. — Si sdraia in una poltrona.)_
UGO
Tuttavia, profitterò della cortese abnegazione. _(Si mette a guardare le
caricature del «Punch».)_
_(Un cameriere tedesco, biondo-rossastro, comparisce dalla seconda porta
a destra e si pianta come un soldato.)_
ELENA
_(al cameriere:)_ Un caffè nero.
IL CAMERIERE
_Ja._
UGO
Un caffè nero anche a me.
IL CAMERIERE
_Ja._
ELENA
Un caffè nero _espresso_.
IL CAMERIERE
_Ja._
UGO
_Espresso_ anche a me.
IL CAMERIERE
_Ja._ _(Via.)_
ELENA
_(impulsivamente, ha lanciato a Ugo uno sguardo severo.)_
UGO
_(ha sorpreso lo sguardo, e coglie questa occasione per rivolgerle la
parola.)_ Non c'è da aversela a male, signora. Dopo colazione io soglio
regalarmi un caffè nero, come fa quasi tutta l'umanità. E, siccome ella
ha avuta la buona idea di ordinarlo _espresso_, io, che mi son ricordato
d'aver preso stamane, in questo medesimo hôtel, un caffè non _espresso_
che era un veleno, ho adottata la sua buona idea immediatamente. È molto
semplice.
ELENA
_(fingendo di non badargli, si alza, e giunge, lenta, al tavolino su cui
è il mazzo di carte francesi. Lo prende, mescola le carte. Siede.
Comincia a fare un solitario: il «solitario di Napoleone».)_
UGO
Nondimeno, le chiedo scusa se mi sono permesso di non volermi avvelenare
una seconda volta.
IL CAMERIERE
_(ritorna, portando due _servizi_ di caffè. Ne posa uno sul tavolino
dinanzi a Elena, l'altro sulla tavola dinanzi a Ugo. Indi, fa per
andare.)_
ELENA
_(chiamando:)_ Cameriere!
IL CAMERIERE
_(si ferma, si volta.)_ _Bitte?_
ELENA
_(versando il caffè)_ Dite al Direttore che voglio mutare di camera. Al
primo piano si sta malissimo. È pieno di gente importuna e indiscreta.
IL CAMERIERE
_(serio e corretto, col suo duro accento di tedesco e con la sua
personale lingua italiana)_ C'è soltanto unico signore qui presente.
UGO
Grazie mille per la delucidazione!
IL CAMERIERE
_(che non ha capito) Bitte?..._ Prego ripetere a me ancora il
comandamento.
UGO
Ma che «comandamento»? Vi ho ringraziato. C'era proprio bisogno
d'indicare quale fosse la gente importuna e indiscreta?
IL CAMERIERE
Ah, ja. Non era bisogno perchè Signora già sapeva. _(La sua r
rumoreggia, il suo b diventa p, il suo g diventa c, il suo v diventa
quasi f.)_
UGO
Bravo! Di bene in meglio!
ELENA
_(spazientita — al cameriere:)_ Dunque, avete inteso? Mi farete dare una
camera al secondo piano.
IL CAMERIERE
Il secondo tutto preso da una società professoresse americane, _i quali_
sono arrivati pochi momenti avanti a questo giusto momento.
UGO
_(con viva compiacenza)_ Professoresse americane? Graziosissime!
Professoresse di che?
IL CAMERIERE
_(si avvia in gran fretta verso la porta.)_
ELENA
_(irritandosi)_ Ma dove andate?!
IL CAMERIERE
_(si ferma, si volta.)_ Signore vuole precisi informazioni sopra
graziosissime professoresse: io vado a domandare preciso.
UGO
Ve ne dispenso, ve ne dispenso. State attento, invece, ai...
_comandamenti_ della signora.
IL CAMERIERE
_Ja._
ELENA
Se al secondo piano non ci sono più camere, me ne farete dare una al
terzo. Oppure al quarto. Oppure al quinto. Oppure in soffitta. Mi sono
spiegata?
IL CAMERIERE
_Ja. (Non si muove.)_
_(Un silenzio.)_
ELENA
_(vedendolo lì impalato)_ Ora, potete andare.
IL CAMERIERE
_Iaaa! (Esce.)_
ELENA
_(continua a fare il suo solitario, e, di tanto in tanto, sorseggia il
caffè.)_
UGO
_(ha terminato di bere, e accende una sigaretta. Poi, togliendosela di
bocca)_ La disturbo con la mia sigaretta?
ELENA
_(finge di non udire.)_
UGO
No? Grazie! _(Rimette la sigaretta in bocca e, fumando, si alza. Gira
per la stanza e parla con sè stesso mostrando d'inebriarsi.)_
Professoresse americane! Oh,... me le figuro queste gaiette
professoresse in vacanza! Una frotta di vezzose gazzelle dalla piccola
testa eretta, dal piedino irrequieto, dalle caviglie sottili e con negli
occhi tutta la schiettezza di una femminilità impavida _(sottolineando)_
che sfida gli uomini piuttosto che sfuggirli o guardarli in cagnesco!
_(Mutando e fermandosi avanti a Elena)_ Disturbo con la mia voce?
ELENA
_(china esageratamente il capo, con l'intenzione di sembrare
attentissima al suo solitario.)_
UGO
No? Grazie! _(Breve pausa.) (Poi, gironzolando di nuovo per la stanza)_
D'altronde, è così. Non so pensare senza parlare. Ho l'istinto del
monologo. Come la signora, evidentemente, ha quello del solitario. Due
istinti che si somigliano, del resto. Io, talvolta, per frenare il
monologo che scappa fuori, canticchio, zufolo,... suono il pianoforte.
Ma, pensare in silenzio?... Impossibile! _(A Elena:)_ Mi trova bizzarro?
Mi trova buffo?
ELENA
_(Nessun segno di risposta!)_
UGO
No? Grazie! _(Gironzola ancora, come assorto, canticchiando appena col
fiato la «Canzone del Premio» dei «Maestri Cantori». Poi, s'interrompe,
vigilando i moti di lei:)_ «Das Preislied»!... La «Canzone del
Premio»!... Per me, la gemma più pura... _(sogguarda Elena)_... del
«Sigfrido»!
ELENA
_(correggendolo sùbito in un impulso quasi incosciente)_ Dei «Maestri
Cantori»!
UGO
_(con prontezza, dissimulando che è felice di potere finalmente appiccar
discorso)_ Scusi tanto, signora! La «Canzone del Premio» è nel
«Sigfrido».
ELENA
_(alza le spalle in atto di noncuranza, riunisce le carte, le rimescola
e comincia un altro solitario.)_
UGO
No, sa! Io non mi sbaglio. E stupisco che si sbagli lei, che conosce
Wagner a memoria. Io non sono che un musicista da strapazzo; ma questo è
un caso speciale perchè si tratta di note associate ai ricordi più
graditi del mio soggiorno in America. E appunto per ciò mi tornavano
dianzi all'orecchio. L'annunzio delle vispe professoresse mi ha fatto
ripensare all'immancabile successo di quelle note. Se in una qualunque
sala, in un qualunque hall di trattenimento, io toccavo la tastiera di
un pianoforte accennando con dolcezza italiana qualche battuta della
«Canzone del Premio», mi vedevo a poco a poco circondato di americanine,
le quali restavano ad ascoltarmi estasiate, immobili, quasi fossero
sospese _(imitandone l'atteggiamento)_ in un fluido magnetico. La
consueta vivezza scintillante dei loro audaci corpicini, in quella
eccezionale immobilità estatica, diventava come un fulgore fisso di luce
elettrica intensificata nelle retine delle lampade Wallfram. Parevano
tanti campioni d'un incantevole tipo di donna costruito nel laboratorio
di Edison. Una delizia! Una meraviglia!
ELENA
_(questa volta non ha saputo fingere di non udire. A un certo punto, ha
interrotto il solitario e si è messa ad ascoltare, battendo una carta
sul margine del tavolino.)_
UGO
È persuasa, ora, che non posso sbagliarmi?
ELENA
_(con un sorriso sdegnosetto e canzonatorio — disordinando le carte come
per rinunziare al solitario)_ Ma lasci andare!
UGO
Vuole onorarmi d'una scommessa?
ELENA
_(alzandosi severa)_ Non faccio scommesse con persone che non mi siano
state presentate. _(Passa dal tavolino allo scrittoio, e, in piedi, cava
dalla cartella dei foglietti.)_
UGO
Dio buono!... Non capisco da chi dovrei farmi presentare!
ELENA
Da qualcuno che la conosca bene.
UGO
L'unico qualcuno che mi conosca bene sono io stesso. E se ella non può
transigere sul convenzionalismo della presentazione, la servo
immantinente.
ELENA
_(ascoltandolo e guardandolo, resta in piedi, con le mani indietro,
appoggiate allo scrittoio.)_
UGO
_(va fino in fondo senza interrompersi)_ Ho il piacere di presentarle in
me... il signor Ugo Ginetti, napoletano di nascita e cosmopolita di
elezione, uomo degnissimo di stima, con spiccate attitudini di
avventuriero e analoga elasticità di temperamento. Lei dice che la
qualifica di avventuriero fa a calci con la stimabilità? S'inganna,
perchè io non ho parlato che di attitudini. Si possono avere le
attitudini del ladro senza essere un ladro. E, anzi, fra tante persone
che non rubano, le sole che abbiano incontestabilmente diritto
all'ammirazione ed alla stima sono quelle che, volendo, saprebbero
rubare. Capirà che tutte quelle altre, che non saprebbero rubare, non
hanno nessun merito a non essere dei ladri. Io sono estremamente
stimabile perchè, sfornito, _ab origine_, di mezzi finanziari, ed
esposto a tutte le tentazioni del _globe-trotter_, non ho profittato con
larghezza delle mie attitudini di avventuriero. Le ho soltanto
utilizzate nei confini dell'onestà. Avrei saputo fare, al tavolo di
gioco, dei... _giochi_ di prestigio; avrei saputo divertire un
miliardario per scroccargli i quattrini e la moglie; avrei saputo
documentare un falso titolo di marchese per sposarmi... i _titoli_ di
rendita di una qualche stanca sfruttatrice di vapori transoceanici o di
una qualche stagionata ereditiera di miniere carbonifere, e, invece, mi
son limitato a imbrogliare il mondo facendo in Egitto il professore di
letteratura italiana senza aver mai letto un verso di Dante, in Grecia
il maestro di scherma senza aver mai conosciuta da vicino una sciabola,
a New-York e a Filadelfia il pianista... suonando a orecchio. Ho
imbrogliato il mondo, non lo nego, ma l'ho imbrogliato così onestamente
e ne ho tratto così poco vantaggio che sono stato assalito spesso dal
sospetto che l'imbroglione fosse il mondo e l'imbrogliato io. Tanto
imbrogliato, che sarei ancora un avventuriero al verde se un mio parente
superstite non avesse avuto il delicato pensiero di morire dopo di
essere stato fedele a due grandi virtù: a quella dell'avarizia e a
quella dell'infecondità. Ciò detto, o signora, io ho motivo di credere
che ella possa ritenere come perfettamente compiuta la formalità della
presentazione.
ELENA
Mi ha favorito addirittura la sua biografia!
UGO
Una presentazione abbondante, ecco. Non ho voluto lesinare.
ELENA
E si è data tutta questa pena... per fare una scommessa con me?!
UGO
Si fa una scommessa per guadagnar qualche cosa.
ELENA
Ma è una scommessa inverosimile, una scommessa già perduta!
UGO
Da quell'onestissimo avventuriero che mi pregio di essere, l'avverto che
_l'imbroglio c'è_.
ELENA
Lei può imbrogliare fin che vuole: con l'imbroglio non le riescirà certo
di fabbricare un Wagner per suo uso e consumo. _(Ridendo un po' e
burlandosi di lui)_ Via!... «I Maestri Cantori» senza la «Canzone del
Premio»....
UGO
_(interrompendo)_ È come dire un corpo senz'anima o... un pasticcio di
pernici senza pernici.
ELENA
Assolutamente!
UGO
Ma io non ho mai pensata una simile sciocchezza!
ELENA
_(con un salto di stupore)_ E la scommessa?!
UGO
Un piccolo espediente, signora! Il culto wagneriano che ella professa me
lo ha felicemente ispirato soccorrendo l'ansia che avevo di vincere quel
suo mutismo ostile. Ora, il mio monologo e il suo solitario si sono
mutati in dialogo; io parlo con lei, lei parla con me: ciò che avevo
stabilito di guadagnare, l'ho guadagnato. Come vede, l'imbroglio c'era.
ELENA
_(allontanandosi un po' dallo scrittoio per allontanarsi da lui)_ Molto
furbo!
UGO
Sì, non c'è male: abbastanza.
ELENA
E, con tutta la sua furbizia, non ha avuto il dubbio che della scommessa
mi sia servita io per appurare finalmente chi fosse lei?
UGO
... Confesso che a questo non avevo pensato. _(Poi, con sarcasmo
vendicativo)_ D'altronde, io non potevo sperare che in lei destasse
tanta curiosità la mia povera persona. Ne sono orgoglioso!
ELENA
_(in uno stato di irrequietezza graziosa, va un po' di qua, un po' di
là, gingillandosi con un qualche oggetto preso a caso.)_ Non incomodi il
suo orgoglio, sa. Non c'è di che. La mia curiosità? Sfido, io! Da che
sono in viaggio, dovunque io vada, mi trovo sempre lei davanti!
UGO
_(codiandola)_ Dica piuttosto che mi trova sempre alle sue spalle.
_(Difatti, in questo punto, si trova precisamente alle spalle di Elena,
che guarda una carta di musica sul pianoforte.)_ Io non faccio che
seguirla.
ELENA
_(con simulata ingenuità)_ Davvero? Credevo che si trattasse di
coincidenze casuali.
UGO
Mi affaticai tanto per partire da Napoli col medesimo treno con cui
partì lei!
ELENA
_(continuando a simulare)_ Si vanta di uno zelo del quale non la credo
capace. Alla stazione di Napoli, lei non c'era.
UGO
Io le dico che c'ero.
ELENA
Lei non c'era.
UGO
Ci ero! Ci ero! Le assicuro che ci ero!
ELENA
Ma no.
UGO
Cerchi di ricordare. Badi che avevo la barba.
ELENA
Una barba finta?!
UGO
Una barba vera. Una barba mia.
ELENA
E che ne ha fatto?
UGO
La lasciai a Roma.
ELENA
Al bagagliaio?
UGO
Mentre ella era al _restaurant_, andai a farmela radere.
ELENA
Perchè?
UGO
Credetti utile sembrare un po' meno brutto e un po' più giovane.
ELENA
A chi?
UGO
Non certo al capotreno. A lei, s'intende.
ELENA
Sicchè, con quel suo inseguimento senza barba, si riprometteva di
conquistarmi?
UGO
_(atteggiandosi a modesto)_ Io non aspiravo che a farle tollerare la mia
presenza, di cui mi proponevo di offrirle la costante assiduità. La
disturbo con la mia presenza?
ELENA
Ogni tanto lei mi domanda se mi disturba. È lo stesso che domandare come
va l'appetito a un poveretto che stia soffrendo il mal di mare.
UGO
Io sarei il mal di mare?!
ELENA
Un ostinato corteggiatore è anche peggio per una signora che viaggia
sola.
UGO
Non tutte le signore che viaggiano sole sono afflitte da una simile
idiosincrasia.
ELENA
Tutte le signore rispettabili come me! Ma lei non lo sa nemmeno che io
sono una signora rispettabile!
UGO
Se non lo sapessi, le avrei già mancato di rispetto. In fondo, perchè
sono così noioso, io? Perchè so che lei è rispettabile. Vuol vedere che
lo so? Le mostrerò gli appunti da me raccolti sul conto suo quando a
Napoli cominciai ad occuparmi di lei. Monologavo... nel mio taccuino.
_(Lo cava di tasca.)_
ELENA
Il pigliare degli appunti sul conto d'una signora fa parte delle
attitudini di avventuriero?
UGO
Naturalmente. Legga queste paginette. _(Le porge il taccuino, aperto.)_
ELENA
_(sedendo sul bracciuolo d'una poltrona, prende il taccuino e guarda.)_
Ha una bruttissima calligrafia!
UGO
_(sedendole accanto, sopra una sedia.)_ Sì, la calligrafia non è
bella....
ELENA
Ma come si fa a leggere?!
UGO
Non leggo io stesso perchè ella potrebbe credermi intento a mutare il
testo. Si regoli: ho un _g_ che sembra una _f_, un _b_ che sembra una
_h_, un _p_ che sembra un _y_, e faccio allo stesso modo la _n_, la _r_,
le _s_, la _z_, il _v_ e il _c_.
ELENA
Ma è un rompicapo!
UGO
Tutto sta a farci l'occhio.
ELENA
Mi ci proverò. _(Cerca di decifrare_:) Qua su, si capisce: è il mio
nome: «Elena Lamberti Ardori». Poi?... _(Continua a decifrare_:)
«Vedova... che ha avuto un...» _(A Ugo_:) Un che?
UGO
«Un marito».
ELENA
Ci sono delle vedove che non lo hanno avuto?
UGO
Sicuro! E non le nego che io, sulle prime, sospettai che lei appunto non
lo avesse avuto.
ELENA
_(offesa)_ Mi meraviglio!
UGO
Ma visto che fu un sospetto passeggero....
ELENA
Andiamo avanti. _(Fissa un punto della paginetta)_ Che dice qui?... «Il
quale marito....»
UGO
_(spiegando)_ Il quale marito di questa vedova....
ELENA
_(decifrando:)_ «il quale marito non è morto».... Eh?!
UGO
Lei ha troncata la frase. Riunisca le parole in un sol fiato: «Il quale
marito non è morto di morte naturale».
ELENA
Questo è vero. _(Con un sospiro)_ Mah!... _(Poi, leggendo in un tono di
tristezza:)_ «Egli si uccise con un colpo di rivoltella dopo qualche
mese di manicomio». _(A Ugo:)_ Di manicomio?!
UGO
«Di matrimonio». Io ricordo di avere scritto: «matrimonio».
ELENA
_(legge con la medesima intonazione malinconica ed enfatica:)_ «Egli si
uccise con un colpo di rivoltella dopo qualche mese di matrimonio perchè
era... un areostatico».
UGO
Ma che areostatico! «Un nevrastenico».
ELENA
No: questo è inesatto.
UGO
Effettivamente, doveva essere non un nevrastenico, ma addirittura un
pazzo se preferì un colpo di rivoltella a una moglie come lei.
ELENA
Per sua norma, mio marito fu il più saggio degli uomini!
UGO
Mi affretto a crederlo, perchè riconosco una incontestabile competenza
nella donna che lo ha amato e che certamente lo ama tuttora.
ELENA
Anche questo è fantastico. Come fa a sapere che lo amo tuttora?
UGO
Ne dubiterei soltanto se egli fosse vivo.
ELENA
_(con severità)_ Lei si permette delle insinuazioni!
UGO
Ma no.... Non si adombri. Legga ciò che segue. Nel mio taccuino è
consacrata la sua fedeltà coniugale. Sarà soddisfatta di me.
ELENA
Vediamo. _(Legge con facilità:)_ «Per quanto riguarda la causa del
suicidio, risulta nettamente esclusa l'ipotesi che egli abbia avuto dei
dispiaceri da sua moglie....»
UGO
Ecco: ora ci ha fatto l'occhio.
ELENA
_(continuando:)_ «La quale....»
UGO
(spiegando) La quale moglie del marito suicida....
ELENA
_(legge velocemente:)_ «... avendo dato prova di serietà e di
rettitudine fin da quando, adolescente, rimase orfana e sola, era andata
a nozze con la reputazione di possedere tutte le qualità per renderlo
felice».
UGO
Ha capito?
ELENA
Sì, questo è carino. La ringrazio. _(Voltando la paginetta)_ E che altro
c'è?
UGO
Più nulla. Punto e basta. _(Fa per riprendere il taccuino.)_
_(Si levano tutti e due con molto brio.)_
ELENA
_(guardando la paginetta seguente)_ No, no!... Qui ce n'è dell'altro!
C'è un numero.
UGO
Non guardi, non guardi. Un numero scritto a casaccio.
ELENA
È l'età che mi ha attribuita: venticinque anni. _(Rendendogli il
taccuino)_ Rinnovo i ringraziamenti. È stato generoso.
UGO
Glieli ho forse aumentati?
ELENA
È stato generoso, perchè me ne ha tolti.
UGO
Quanti ne ha, in sostanza?
ELENA
Io crederei di averne ventotto.
UGO
Il che significa che ne ha trenta.
ELENA
Ah, no. Adesso esagera!
UGO
Me ne duole per lei se non li ha.
ELENA
Perchè?
UGO
Perchè una vedova che non ha ancora trent'anni è una vedova immatura.
Troppo giovane. Non può avere l'esperienza necessaria per apprezzare
abbastanza lo stato vedovile!
ELENA
È una bella seccatura, sa, lo stato vedovile!
UGO
È lo stato ideale. Suol dirsi che la carriera della donna è il
matrimonio. Lo ammetto. Ma il matrimonio è poi anche il suo domicilio
coatto. Ebbene, la vedova è una donna che ha compiuta la sua carriera e
che dal domicilio coatto se l'è svignata. Conti giusti con la società e
indipendenza definitiva. Io mi riferisco, s'intende, ai costumi dei
nostri paesi. Altrove, è diverso. Altrove, la donna non ha nessuna
ragione di aspettare la morte dell'uomo. Essa, per avere la sua
indipendenza, fa una cosa un po' più allegra: non se lo piglia per
marito.
ELENA
Lei sta per regalarmi una seconda apologia delle americanine. È un vero
_tic_ il suo!
UGO
Cioè... cioè... cioè.... Non vorrei essere frainteso. Io adoro la
fanciulla americana per tutti i vantaggi che la sua indipendenza offre a
noialtri uomini; ma sono troppo buongustaio per non preferire alla
fanciulla americana la vedovella italiana. Perchè, veda, la vedovella
italiana, per noi, è come la fanciulla americana... con quel tanto di
più che nella fanciulla americana dev'essere... quel tanto di meno.
ELENA
_(con disgusto)_ «Quel tanto di meno, quel tanto di più»... Lei ostenta
un materialismo stucchevole!
UGO
Non so quello che intenda per materialismo; ma, senza dubbio, io non
vivo nelle nuvole. Mi ci troverei a disagio.
ELENA
Io, invece, ci vivo e mi ci trovo divinamente!
UGO
Ciò mi dispiace non poco, perchè non avrò modo di pervenire fino a lei.
ELENA
In areoplano.
UGO
Batterei il récord del capitombolo. Non mi conviene.
ELENA
Allora, si rassegnerà a guardarmi col canocchiale.
UGO
Il canocchiale è come la speranza: ci mostra vicine le cose che sono
lontane. Sicchè, guarderò e spererò.
ELENA
Che cosa?!
UGO
Non so.... Che lei, un giorno o l'altro, caschi....
ELENA
_(tagliandogli la frase, con vivo risentimento)_ Signore!
UGO
... dalle nuvole.
ELENA
Non le hanno detto qual è la mia divisa?
UGO
No, non me l'hanno detto. Nei miei appunti, difatti, non c'è.
ELENA
Glielo dico io. _(Con un accento lirico:)_ «Verso la via più alta».
UGO
Perdinci! Sarà la Via Lattea. È sconfortante!
ELENA
Tutto sommato, il meglio che lei possa fare è di tornarsene in America.
E, anzi, profitti dell'occasione. Ha qui, a portata di mano, le
professoresse dalla testolina eretta, dai piedini irrequieti e dalle
caviglie sottili. Cerchi di accaparrarsele. Sarà mezza strada fatta per
quando le ritroverà laggiù, sospese _(accennando l'atteggiamento
descritto e imitato da lui)_... nel fluido magnetico. Vada, vada. Non
perda più tempo con me, e non costringa me a perderne. Per lei, ho
ritardato a scrivere una lettera d'affari.... Non credo che
un'americanina avrebbe fatto altrettanto.... _(Con gravità)_ Addio,
signore! _(Sedendo presso lo scrittoio, — tra sè:)_ Te lo do io il
capitombolo! _(Piglia una penna e comincia a scrivere.)_
UGO
_(alle spalle di lei, indugiando e cercando di vedere ciò che ella
scrive)_ «Addio»?!... Addio, no!... Intende proprio... di congedarmi?
ELENA
_(gettando via, con un po' di nervosismo, la penna che incespicava)_
Evidentemente!
UGO
_(cava in fretta dalla tasca una penna stilografica e glie la offre.)_
Vuole provare questa? È una fountain-pen che non teme confronti.
Anch'essa americana.
ELENA
_(pigliando invece una seconda penna sullo scrittoio)_ Addio addio addio
addio!
UGO
Ma io mi tratterrò a Perugia parecchi altri giorni. _(Con una falsa
animazione di entusiasmo)_ Desidero di godermi i tesori d'arte sparsi in
queste privilegiate contrade dell'«Umbria verde». Capirà: le tavole del
Perugino, la scuola del Pinturicchio, le famose tre chiese di Assisi mi
attirano irresistibilmente!
ELENA
Faccia pure il suo comodo.
UGO
E lei?
ELENA
Farò il mio! Assisi, il Perugino, il Pinturicchio attirano
_irresistibilmente_ anche me.
UGO
Sicchè, dicevo bene. Non è il caso di congedarmi. Al contrario! Visto
che le stesse cose ci attirano, potremmo, un po' a piedi, un po' in
carrozza, un po'... in automobile,... sì... potremmo unirci, almeno,...
in questo godimento estetico. Tanto, lei ha compreso chi sono io, io ho
compreso chi è lei, tutti e due abbiamo compreso che siamo due giocatori
di eguale forza. Io non ho troppo da guadagnare con lei, lei non ha
troppo da perdere con me.
ELENA
_(interrompe, pazientemente, di scrivere e gli parla in un tono di
cortesia melliflua:)_ Senta.
UGO
Dica.
ELENA
Lei si dà dell'avventuriero, ma, in fondo in fondo, è una brava persona.
UGO
Una persona eccellente: questo è fuor di dubbio.
ELENA
E io voglio dimostrarle tutta la mia considerazione.
UGO
Ora, la sua bontà mi confonde.
ELENA
Le insegnerò il mezzo più sicuro col quale può risparmiarsi una
disillusione l'uomo che abbia voluto conoscere una vedovella italiana
sperando... in quel «_tanto di più_» che non sempre le vedovelle
italiane sono disposte a concedere.
UGO
_(pieno di fiducia, suggendo a una a una le parole di Elena)_ Io le sarò
grato per tutta la vita!
ELENA
_(con dolcezza)_ Il mezzo più sicuro è... di far finta d'averla
conosciuta solamente in sogno.
UGO
_(raccapezzandosi a un tratto e ingoiando l'amaro)_ Il che, tradotto in
volgare, significa: caro signore, non mi venga più fra i piedi.
ELENA
_(con zelo amicale)_ Nel suo interesse.
UGO
Oh!... Sta benissimo! Sta benissimo! Mi atterrò al suo insegnamento con
la maggiore scrupolosità.
ELENA
_(cesellando gentilmente la frase)_ Basterebbe che si astenesse dal
rivolgermi la parola.
UGO
Stia tranquilla. _(Baldanzoso e disdegnoso)_ A cominciare da questo
momento, non le farò addirittura udire la mia voce.
ELENA
Visto il bisogno che lei ha di monologare, questo mi sembra un po'
difficile.
UGO
_(con forza)_ Io glielo giuro!
ELENA
Se me lo giura, è tutt'altro. Prendo atto, e ci conto.
UGO
È detto.
ELENA
_(si rimette a scrivere.)_
_(Un silenzio.)_
UGO
_(si accorge della penna che ha tenuta finora diritta fra il pollice e
l'indice della destra, e gliela porge di nuovo.)_ Questa penna non la
vuo...? _(S'interrompe, portando immediatamente la mano sulla bocca)_
Uhm! _(Ficca in tasca la penna e resta con la mano sulla bocca. Indi,
sempre in questo atteggiamento, passeggia su e giù.)_
ELENA
_(si dà l'aria d'essere intenta a scrivere.)_
UGO
_(di balzo, prende una risoluzione energica. Siede dall'altro lato dello
scrittoio, dirimpetto a Elena. Tira fuori la _fountain-pen_ e
scrive anche lui.)_
_(Di tanto in tanto, tutti e due, riflettendo, levano gli occhi. I loro
sguardi s'incontrano sopra il rialzo della scrivania. E tutti e due,
d'urgenza, ostentatamente, riabbassano gli occhi, chinando la testa sin
quasi a toccare col naso la carta.)_
UGO
_(terminata una breve lettera, la chiude in busta, vi appone l'indirizzo
e tocca il bottone del campanello che è sullo scrittoio.)_
_(Entra il Cameriere.)_
UGO
_(dignitosamente, fieramente, consegna la lettera al cameriere e con
l'indice teso gli mostra l'indirizzo scritto sulla busta.)_
IL CAMERIERE
_(dopo aver guardato l'indirizzo)_ Ja! _(Serio, rigido, meccanico,
toglie di su la tavola un vassoio, vi mette la lettera, e si avvicina a
Elena.)_ Questa lettera, per Signora.
ELENA
_(con comica sorpresa)_ Per me?! _(Piglia la lettera e l'apre.)_
IL CAMERIERE
_(esce difilato.)_
UGO
_(appartandosi con sussiego, aspetta la impressione di Elena.)_
ELENA
_(decifrando a stento)_ Dio, che calligrafia! _(Poi, quando ha letto
tutta la lettera, con una certa stizza si alza.)_ Lei ha deciso di
partire oggi per Napoli?
UGO
_(fa un gesto ampio per esprimere la fatale necessità della sua
decisione.)_
ELENA
Repentinamente?
UGO
_(replica il medesimo gesto.)_
ELENA
Per causa mia?
UGO
_(replica il medesimo gesto.)_
ELENA
E non desidera di godersi i tesori d'arte dell'«Umbria verde»?
UGO
_(replica il medesimo gesto.)_
ELENA
Ma, insomma, parli! Mi sembra un pupo con la macchinetta. Non è così che
si risponde a una signora!
UGO
_(ritappandosi la bocca con la mano)_ Avevo giurato di non farle più
udire la mia voce.
ELENA
Che c'entra?! Adesso deve parlare.
UGO
Devo parlare quando non ho più nulla da dire?
ELENA
Deve spiegarmi più logicamente che non sia spiegato in questa lettera
matta perchè rinunzia al suo programma.
UGO
Ma lo ha creduto sul serio, lei, che io tenga ai tesori artistici
dell'«Umbria verde»?
ELENA
L'ho creduto sul serio.
UGO
_(solenne)_ Ho l'onore di parteciparle che ha preso lucciole per
lanterne! Si metta bene in mente, signora, che le tre chiese di Assisi
non mi fanno nè caldo nè freddo; si metta bene in mente che le tavole
del Perugino non mi sono passate mai neanche per l'anticamera del
cervello; e si ricordi, poi, soprattutto, che io, del Pinturicchio, me
ne infischio!...
ELENA
Oh, allora, è giusto che se ne vada. Buon viaggio!
UGO
Buona permanenza!
_(Un silenzio.)_
ELENA
_(torna allo scrittoio, e, sedendo, mormora tra sè:)_ Non se ne va.
UGO
_(guardandola di sottecchi, mormora tra sè:)_ Non vuole che me ne vada.
_(Poi, cerca sulla tavola un orario delle ferrovie. — Lo trova e lo
sfoglia borbottando:)_ Pe... Pe... Pe... Pe... Pe... Perugia....
_(Trattiene una pagina)_ Ecco qua: partenza da Perugia, direttissimo,
sedici e cinquantacinque. _(Dà un'occhiata al suo orologio)_ Dunque...
fra due ore! _(Lascia l'orario sulla tavola, accende una sigaretta, e
ronza intorno a Elena, mugolando in sordina la «Canzone del Premio».
Come guidato dal suo mugolìo, siede al pianoforte, mette la sigaretta
sulla padellina del candeliere, e comincia a suonare la «Canzone del
Premio», carezzandone le note con eccessiva sdolcinatezza.)_
ELENA
_(lo sogguarda furbescamente e decide di lasciarlo solo. — Senza neanche
terminare la lettera, si piglia il foglietto scritto, si alza e, alle
spalle di lui, con la manina fa un segno come per dirgli: «Ora ti servo
io!» — Indi, camminando sulla punta dei piedi, sempre sogguardandolo con
un _arguto_ compiacimento negli occhi, sempre inavvertita, si avvia verso
la prima porta a destra. Sulla soglia, dà in una risata frenandone lo
scroscio — ed esce.)_
UGO
_(continua a ricamare la dolce melodia, dimenando i fianchi,
estasiandosi, come rapito da quelle note.)_
_(Entrano, attratte dalla musica, incuriosite, non viste da Ugo,
parecchie PROFESSORESSE americane alleggerendo il passo o tenendo
sollevato il tallone, per non farsi sentire. — Ne vengono dapprima
alcune dalla serra, lunghe, magre, disseccate. Poi — dalla seconda porta
a destra — ne spuntano due, rotonde, a braccetto: la più piccola con la
testa mollemente poggiata sull'omero dell'altra. Son tutte mature o
vecchie e, per giunta, brutte e ridicole con la loro andatura giovanile,
con i loro cappelletti da viaggio, con le loro gonne brevi e coi loro
arcuati stivalini, muniti di alti tacchetti. Ognuna, oltre la
caratteristica delle dimensioni, ha qualche connotato specialissimo: la
bocca stragrande o tanto di bazza o il naso come una prua o la vita a
livello dei gomiti. Qualcuna porta gli occhiali. Qualcuna ha in mano un
Baedeker. Qualcuna, appesa alla tracolla, una macchinetta Kodak. E più
ridicole diventano restando immobili, come magnetizzate, in
atteggiamenti di soave commozione. L'ultima comparisce dalla prima porta
a destra. È una professoressa bassina e sgobbata, — la più grottesca di
tutte — e ha in capo, con incosciente audacia, un berretto maschile.
Costei ugualmente si ferma ed ascolta, estasiandosi. A un tratto, getta
un profondo sospiro.)_
UGO
_(con languida galanteria)_ Grazie di questo sospiro! _(E sùbito,
cessando di suonare, languidamente si volta. Ma, alla vista delle
professoresse, scatta in piedi con un gesto di orrore ed esce di
corsa.)_
LE PROFESSORESSE
_(offese — insieme:)_ Ooooh!...
(SIPARIO.)
ATTO SECONDO.
_Una camera di un alberguccio piuttosto rustico. In un angolo, c'è un
letto per una sola persona. Verso destra, sul davanti, di sghembo, una
toeletta con su una tovaglia bianca. Qua e là, i pochi altri mobili
necessari, tra cui una poltrona e due o tre seggiole. — Una porta nel
mezzo della parete, in fondo. Una finestra nella parete di sinistra. —
Un'altra porta nella parete opposta. — Nel centro del soffitto, è
sospesa una lampadina elettrica._
_È notte. La camera è buia e deserta._
SCENA PRIMA.
UGO, L'ALBERGATRICE, LO CHAUFFEUR.
_La voce di_ UGO.
_(dalla strada:)_ Ma che razza d'albergo è questo?! Nessuno apre!...
Nessuno risponde!... Albergatore! Albergatrice!...
_La voce dell'_ALBERGATRICE
_(acutamente, a scatti)_ Vengo vengo! Vengo vengo! Vengo vengo! _(A ogni
scatto, due «vengo» détti come una parola sola.)_
_(Un silenzio.)_
L'ALBERGATRICE
_(entra dal fondo con zelo servizievole. — È una graziosa piccola
vecchietta pulita e svelta. Fa dei piccoli rapidi gesti infantili;
cammina a piccoli rapidissimi passi; porta una cuffia bianca sui capelli
bianchi a riccioli e una vestaglia di mussola sotto il cui lembo spicca
l'amaranto delle pantofoline; e parla a scatti, velocemente, con
un'acuta voce di testa, raddoppiando, spesso senza distacco, la parola o
la frase. Raddoppia, per esempio la parola «vengo» e dice «vengovengo»;
raddoppia la parola «sì» e dice «sìsì»; raddoppia la parola «capisco» e
dice «capiscocapisco».)_
UGO
_(la segue, giocherellando col suo bastone per sembrare disinvolto. — È
in costume automobilistico: lunga spolverina e berretto.)_
L'ALBERGATRICE
Questa è una bella camera, una bellissima camera. _(Volta la chiavetta
della luce elettrica. — La lampadina si accende.)_
UGO
Bellissima, veramente, no, ma per una notte....
L'ALBERGATRICE
Soltanto per una notte?
UGO
Soltanto. Siamo costretti a fermarci qui, io... e la signora che viaggia
con me, perchè... quella vecchia automobile che abbiamo noleggiata è
rimasta in panna... proprio alla entrata del villaggio...
L'ALBERGATRICE
Capisco capisco!
UGO
Fortunatamente, eravamo a poca distanza da questo albergo, e lo
_chauffeur_, che è pratico dei luoghi, me lo ha indicato e mi ci ha
condotto.
L'ALBERGATRICE
Sì sì, sì sì! Capisco capisco! È uno _chauffeur_ intelligente, lui. Io
l'ho riconosciuto subito subito! Non è la prima volta che la sua
automobile con un uomo e una donna resta in panna all'entrata di questo
villaggio.
UGO
_(osserva comicamente la stranezza di quei gesti, di quella voce e di
quella parlatura.)_
L'ALBERGATRICE
_(continuando)_ Sì sì! Sì sì! In tutta la contrada, non c'è nessun altro
villaggio che abbia un albergo per un uomo e una donna.
UGO
_(sorvola)_ Sicchè, io prendo questa camera.
L'ALBERGATRICE
E non ne desidera piuttosto una a due letti?
UGO
... No.
L'ALBERGATRICE
Le aprirò, se vuole, la camera accanto.
UGO
Nemmeno.
L'ALBERGATRICE
Le aprirò una camera lontana nello stesso corridoio. Sceglierà lei. Sì
sì! Sì sì! Ho l'albergo vuoto.
UGO
_(sbarrando gli occhi)_ Ha l'albergo vuoto?! Ciò non mi riguarda. _(Con
energia imperiosa)_ Per me, è come se fosse pienissimo.
L'ALBERGATRICE
Ma la signora potrebbe chiedere un'altra camera, e in tal caso....
UGO
In tal caso, lei gliela rifiuterà energicamente, perchè io pagherò il
prezzo di tutte le camere che avrò il piacere di non occupare.
L'ALBERGATRICE
Oh, allora, è diverso è diverso! Sì sì, capisco capisco!
UGO
Del resto, tutto sommato, adotteremo un provvedimento anche più
radicale. Penso io. Intanto, faccio chiamare la signora, che ha già
aspettato troppo. _(Rivolgendosi verso la porta in fondo)_ Fritz,
avanzatevi.
LO CHAUFFEUR
_(entra militarmente, e si pianta.)_ Agli ordini!
UGO
Venite qua.
LO CHAUFFEUR
_(gli si accosta.)_
L'ALBERGATRICE
_(credendosi chiamata, si caccia fra lo chauffeur e Ugo.)_
UGO
_(all'albergatrice:)_ Lei è pregata di pazientare un minuto.
_(Rifacendola)_ Dieci passettini indietro, e aspetti.
L'ALBERGATRICE
_(indietreggia rapidamente, a piccoli passi, e siede in un cantuccio,
dando le spalle ai due con obbediente discrezione.)_
UGO
Sentite, Fritz. Io ho ancora da prendere degli accordi con
l'albergatrice. Andate voi dalla signora e annunziatele che ci è
riescito di scoprire un albergo: un alberguccio molto rustico, molto
rudimentale; ma assicuratele che, in questi paraggi, non c'è nulla di
meglio.
LO CHAUFFEUR
È la verità.
UGO
Poi, con garbo, l'aiuterete a discendere dall'automobile e
l'accompagnerete sin qui, recando il suo _nécessaire_ e il mio. Mi sono
spiegato?
LO CHAUFFEUR
Perfettamente.
L'ALBERGATRICE
_(continuerà, per conto suo, a fare le sue mossettine: stropicciate di
mano e agitamenti di capo, come un uccellino.)_
UGO
_(allo chauffeur:)_ Ma badate che voi avete un po' di vino al cervello.
Senza dubbio, avete bevuto di nascosto. Cercate di essere...
chiaroveggente. Finora, siete stato inferiore al vostro cómpito.
LO CHAUFFEUR
Perchè?
UGO
Era quello il modo di simulare una panna? È un vero miracolo che la
signora non si sia accorta del trucco.
LO CHAUFFEUR
Ho fermato la macchina di botto e ci ho messo pure la bestemmia che mi
scappa sempre che resto in panna. Ho detto: «Morte a San Pecorone!» Che
dovevo fare di più?
UGO
Ci voleva qualche cosa di più sensazionale, qualche cosa
d'impressionante!
LO CHAUFFEUR
Bisognava avvertirmelo. Io le avrei servito un bell'urto violento contro
un albero, contro un muro....
UGO
Obbligatissimo! Sarà per un'altra volta. Adesso, ciò che mi preme è che
l'automobile resti lì fino a domani mattina, ferma come un macigno e
silenziosa come una tomba!
LO CHAUFFEUR
Le prometto che, dopo di aver preso un boccone all'Osteria del Cervo, io
torno alla mia macchina e mi ci addormento dentro.
UGO
_(spaventato)_ Voi andate all'osteria?!..
LO CHAUFFEUR
Per rifocillarmi.
UGO
Per ubbriacarvi anche di più, e poi chi sa quali gesta sarete capace
d'improvvisare.
LO CHAUFFEUR
Non farò sciocchezze. Stia tranquillo.
UGO
Ma che tranquillo! Mi hanno raccontato che l'altra sera prendeste vostra
moglie per un'automobile e le volevate, per forza, mutare i pneumatici.
LO CHAUFFEUR
Sono calunnie. Mi creda. Sono calunnie!
UGO
Per questa notte, Fritz, dovete fare a me il favore di non bere vino.
LO CHAUFFEUR
Neanche acqua, se occorre.
UGO
Dunque, svelto! E vi sia di regola che quella signora è astuta come
dieci volpi insieme. Non vi lasciate sorprendere dalle sue
interrogazioni.
LO CHAUFFEUR
E se mi domanda, per esempio, quale pezzo dell'automobile si ha da
riparare?
UGO
Le direte... che si ha da riparare il motore.
LO CHAUFFEUR
E se mi domanda quanto tempo impiegherò per ripararlo?
UGO
Le direte che vi toccherà di lavorare sei o sette ore.
LO CHAUFFEUR
E se mi domanda perchè vostra eccellenza è rimasta in albergo?
UGO
Le direte che per ottenere almeno un po' di decenza, un po' di pulizia,
sono qui ad arrabattarmi con un'albergatrice da cui non è facile farsi
intendere.
LO CHAUFFEUR
E se mi domanda perchè non è facile farsi intendere dall'albergatrice?
UGO
Dio buono, che ci vuole a inventare?... Le direte che è una forestiera
con la quale non si sa a che lingua si ha da ricorrere.
LO CHAUFFEUR
Molto bene. Siamo a posto. _(Si avvia per uscire. Poi, d'un sùbito,
ritorna)_ E se mi domanda proprio di che paese è?
UGO
_(perdendo la pazienza e scattando)_ Le direte che è giapponese!
LO CHAUFFEUR
_(esce.)_
UGO
_(all'albergatrice:)_ Ed ora, a lei. Poche parole, a gran velocità. Il
provvedimento, che ho escogitato per evitare il pericolo che la signora
le chieda un'altra camera, è questo: lei e la signora non
s'incontreranno nemmeno.
L'ALBERGATRICE
Capisco capisco.
UGO
Io la prego, invece, _di non capire_! E, appunto _senza capire_, lei
sparirà immediatamente, nascondendosi nell'angolo più recondito della
casa e diventando, per la occasione, sorda, muta e cionca.
L'ALBERGATRICE
No no! No no!
UGO
_(rifacendola)_ Sì sì, sì sì, perchè io le darò una mancia speciale per
l'ottimo servizio dell'albergo.
L'ALBERGATRICE
Allora, è diverso è diverso!
UGO
Sicchè, resta concluso: — se anche i campanelli elettrici strepiteranno
come se fossero suonati da tanti pazzi furiosi, lei non si muoverà, non
aprirà bocca, non fiaterà! E non ho altro da aggiungere. _(Cavando in
fretta il portafogli e dandole del danaro in due dosi)_ Questo è il
prezzo delle camere che io non occuperò e questa è la mancia per la sua
sordità, per il suo mutismo e per la sua atassia locomotrice.
_(Rifacendola ancora un po')_ Vada vada! Vada vada! Sparisca! E non si
faccia vedere mai più, mai più, mai più.
L'ALBERGATRICE
Mai più, mai più.... Non dubiti.... Buona fortuna! Buona fortuna! Buona
fortuna! _(Va via accelerando vivacemente i suoi passettini di
bambola.)_
SCENA SECONDA.
UGO, ELENA, LO CHAUFFEUR. — _Poi_, L'ALBERGATRICE
UGO
_(sedendo stanco e gettando il berretto su qualche mobile)_ Che
fatica!... Che lavoro!... _(Guarda attorno)_ Però, questa camera è così
poco propizia!... Altro che pulizia!... C'è un profumo di muffa che è un
piacere! _(Si alza e continua a guardare, sconfortato, i mobili, i muri,
il soffitto. A un tratto, in allarme, esclama:)_ Perfino un
bacherozzolo!... Ah, questo poi no! Neanche Don Giovanni Tenorio si
sarebbe saputo far perdonare un bacherozzolo da una donna! _(Si accosta,
piano piano, al muro in fondo, col bastone levato.)_ Tu sei qui per
farmela fuggire, piccolo mostro? Ma io ti ammazzo! _(Saltando un po',
assesta un colpo al muro. L'animaletto, illeso, fugge in su. Indi, un
altro salto più slanciato e un altro colpo più poderoso, mentre
l'animaletto s'insinua in una fessura.)_
ELENA
_(entrando in tempo dal fondo)_ Che fate?
UGO
_(sconcertatissimo)_ Niente!... Cioè... niente d'importante.
Ammazzavo....
ELENA
Chi?...
UGO
Il tempo....
ELENA
Bastonando il muro?
UGO
Ma no.... Spolveravo un poco....
ELENA
E l'albergatrice che doveva pulire?
UGO
Non ha pulito.
ELENA
Perchè?
UGO
Perchè..., all'improvviso, si è sentita male e mi ha lasciato in asso.
ELENA
E voi avete voluto sostituirla?... Come siete buono!
UGO
_(lasciando in un canto il bastone)_ Ero già così desolato di non
potervi offrire una camera migliore....
ELENA
Non importa. Mi adatterò. _(Togliendosi il cappello, chiama:)_ Fritz!
Fritz!
LO CHAUFFEUR
_(comparisce e si avanza militarmente recando i due _nécessaires_)_ Agli
ordini!
ELENA
Il mio _nécessaire_, vi prego.
UGO
_(affrettandosi a levarglieli di mano tutti e due)_ Date qua. _(Indi,
sottovoce)_ Fatelo per tutti i santi del calendario, non prendete una
sbornia! _(E sùbito, a voce alta)_ Potete andare, Fritz.
LO CHAUFFEUR
_(esce.)_
ELENA
_(aggiustandosi i capelli innanzi allo specchio e sorvegliando Ugo)_ Il
vostro, portatevelo nella vostra camera. Volete ingombrarmi questa?
UGO
_(posando, con ostentata disinvoltura, tutti e due i _nécessaires_ sulla
toeletta)_ Vi dirò.... La camera mia... la camera mia..., nel vero senso
della parola,...... non c'è.
ELENA
Come «non c'è»?
UGO
Non c'è. Quest'albergo è pieno zeppo.
ELENA
In un paesello così fuori di mano?!
UGO
Voi v'ingannate! È un paesello continuamente attraversato dai turisti.
Vanno tutti... a coso....
ELENA
A coso?!
UGO
Non so con precisione dove vadano, ma... ci vanno. E certo è che
centinaia e centinaia di passanti tedeschi, francesi, inglesi, russi e
spagnoli pernottano in questo albergo....
ELENA
_(compiendo la frase)_ ... giapponese.
UGO
Perchè giapponese?
ELENA
È per lo meno giapponese l'albergatrice.
UGO
Ah, già!... Fritz vi avrà riferito.... Sì, difatti.... Quei suoi
gestucci... quei suoi passettini.... Ma non credo che sia veramente....
ELENA
E s'è sentita proprio male quella poverina?
UGO
Proprio male!... Un caso impressionante, vi dico!
ELENA
Guardate un po' che altro incidente bizzarro!
UGO
Bizzarro, poi, non molto. Non è scritto che un'albergatrice debba
crepare di salute.
ELENA
Ma, intanto, torniamo _ab ovo_. _(Sedendo)_ Dove dormirete, voi?
UGO
_(prende una seggiola e siede in faccia a lei.)_ È la domanda che io vi
rivolgo.
ELENA
Dovreste rivolgerla a voi stesso.
UGO
Io non avrei che rispondermi.
ELENA
Figuratevi io!
UGO
_(cercando le parole)_ Però... se foste penetrata di carità cristiana,
non vi rincrescerebbe eccessivamente di farmi qualche concessione....
ELENA
Per esempio?
UGO
Tollerare la mia presenza.
ELENA
Voi siete matto!
UGO
Per non dare nessunissimo strappo alla pudica riservatezza che vi
distingue, potreste avere l'abnegazione di rinunziare al conforto del
letto, rivelatore indiscreto d'ogni plastica eventualità del sonno e dei
sogni, e rassegnarvi allo... _sconforto_ di quella poltrona.
ELENA
E voi?
UGO
Mi accontenterei di dormire umilmente ai vostri piedi.
ELENA
Io non saprei consigliarvelo, perchè sareste tempestato di calci.
UGO
Ma, tenendomi a una certa distanza....
ELENA
_(levandosi)_ No, no! Decisamente no. Io sono molto stanca e ho urgente
bisogno di mettermi a letto. Lo sconforto della poltrona non mi garba. E
poichè i tedeschi, i francesi, i russi, gl'inglesi e gli spagnoli hanno
occupato tutto l'albergo, a voi non resta da fare altro che passeggiare
all'aria aperta. D'altronde, pagherete così il fio dell'insistenza
petulante di ben venti giorni con la quale mi avete indotta a tornare a
Napoli in automobile. In treno, ci saremmo arrivati non più tardi di
mezzanotte. Invece, noi ci troviamo alle undici di sera in un villaggio
inverosimile con l'aggravante di doverci rimanere fino a domani.
UGO
È molto deplorevole, ma io non ne ho colpa. Mi mortificate
ingiustamente....
ELENA
Questo è il vostro _nécessaire_... _(Glielo appende a una mano.)_ Questo
è il vostro bastone... _(Glielo caccia nell'altra.)_ Questo è il vostro
berretto... _(Glielo pone in testa con la visiera all'indietro.)_ E
buona passeggiata!
UGO
_(si alza)_ Io vado a passeggiare, ma voi non avete cuore!
ELENA
Chi ha sonno non ha cuore. Del resto, fa caldo, e c'è, per di più, un
delizioso chiaro di luna. Volendo, potreste dormire abbastanza
piacevolmente nell'automobile.
UGO
_(in un tono tragico)_ E i lavori di riparazione?!... Voi dimenticate
nientemeno i lavori di riparazione, mia cara signora! Il povero Fritz
per poter smuovere, domattina, quel macigno, dovrà lavorare tutta la
notte. Non vi ha informato anche di questo? Si tratta di un guasto
enorme, sapete! _(Con voce commossa)_ Il motore è ridotto in uno
stato... che fa pietà!!!
ELENA
Eppure, ci siamo fermati così tranquillamente, così regolarmente! Non
uno scoppio. Non una scossa.
UGO
Avrete sentito, per altro, che lo _chauffeur_ ha esclamato: «Morte a San
Pecorone!»
ELENA
E che vuol dire «Morte a San Pecorone!»?
UGO
In fondo, non vuol dir nulla, ma è la sua bestemmia nei casi gravi.
ELENA
Mi pare che questa volta il caso grave sia stato molto misterioso.
UGO
Misterioso per voi che non siete un meccanico. _(Cogliendo il pretesto,
siede di bel nuovo, in una mano il _nécessaire_, nell'altra il bastone, in
capo il berretto con la visiera sulla nuca.)_ Credete a me, signora mia:
quando il motore....
ELENA