XXVII.

Mia madre si era accorta che io agivo per impulso di un esaltamento

probabilmente morboso e ne rimaneva impensierita. Infatti in quei giorni

ero nervosissimo, eccitabilissimo. L'articolo 202 del Codice civile che

metteva un insormontabile divieto all'atto di adozione, almeno per

allora, mi sembrava una nuova infamia del destino contro di me.

--Ebbene, che importa? Attenderemo,--disse mia madre.--Nessuno però può

impedirci di agire come se l'adozione fosse avvenuta.

Il signor Bardi non approvava la mia intenzione, e sosteneva che la

legge, in questo caso, operava saggiamente.

--È una sopraffazione!--esclamavo io.

--È una tutela!--ripicchiava il signor Bardi.--Fingiamo, per poco, che

la condizione di aver compiuti i cinquant'anni non esistesse. Tra uno,

cinque, dieci anni, potrebbe venirti l'idea di riprender moglie; e tu ti

troveresti su le braccia una figlia non tua, che i figli legittimi non

vedrebbero certamente di buon occhio.

--L'ipotesi è assurda,--risposi.--L'adozione sarebbe anzi un ostacolo,

che con me poi non occorre. L'ostacolo consiste nella mia volontà.

--Caro Dario, la volontà non comanda, obbedisce. Comandano la passione,

il capriccio, le circostanze sociali; e per ciò noi troviamo sempre

pronta una scusa per tutti i nostri mutamenti di condotta. È vero; tu

sei savio, ma la vita, spessissimo, è più savia di noi.... quando non è

pazza addirittura. In tutto, come negli affari, è prudente non

impegnarsi troppo. È l'assioma praticato da tuo padre, che se ne trovò

sempre bene. Ma noi facciamo una vana discussione. Il Codice civile

pensa appunto per tutti coloro che non possono pensare. Tu intanto avrai

tempo di riflettere; e dice bene tua madre, niente t'impedisce di

operare come se l'adozione fosse avvenuta.

--È una sopraffazione della società che si sostituisce al diritto

individuale! Barbarie di legislazione pagana! Rimasuglio di prepotenza

medioevale!

Parlavo concitato, quasi la sopraffazione venisse dal povero signor

Bardi che infine, se fosse dipeso da lui, sarebbe stato lietissimo di

accontentarmi a dispetto di quell'articolo del Codice, pur di evitare a

me e a mia madre la contrarietà che ci affliggeva.

Sì, noi potevamo operare come se l'adozione avesse ottenuto tutte le

sanzioni richieste dalla legge; ma era una finzione, non una realtà; e

questo m'indignava, quasi da un momento all'altro avesse potuto

sopraggiungere qualcuno e rapirmi la bambina che ormai mi sembrava

m'appartenesse perchè salvata col pericolo della mia vita.

--Tu sei eccessivo,--mi diceva mia madre.--O tutto o niente è una bella

insegna, non lo nego; ma quando non è possibile ottener tutto, è bene

contentarsi di qualcosa che sarà sempre meglio del niente. Un grande

ambizioso, un forte può adottarla e metterla in atto; può adottarla però

anche un poltrone, e trovarvi il pretesto di non far nulla.

--Sono ambizioso, orgoglioso, mamma; ma non più come prima. Tu lo vedi a

che cosa mi rassegno: a beneficare una creaturina, a fare anche opera di

espiazione per la memoria della povera Fausta! Io non la ho amata quanto

meritava, quanto dovevo; l'ho fatta soffrire, mamma! Forse ella è morta

non tanto per un difetto dell'organismo, quanto per l'immenso dolore di

non essere riuscita ad imporsi al mio cuore.... Oh, mamma! Tu non sai;

forse sai, e temi di accrescere il mio rimorso dandomi ragione. La ho

amata quando non ero più in circostanza di consolarla, di compensarla;

ho commesso l'infamia, per disperazione, di tentar di dimenticarla. Tu

non sai, mamma! Tu non sai! Voglio punirmi, voglio redimermi.... E

voglio pure, mamma, crearmi ancora un sogno nella vita, un'illusione,

fosse pure a costo di rimpiangere, dopo, di non aver saputo resistere

alla seduzione di esso nè alla fallace malìa di quella. E saranno nello

stesso tempo sogno e illusione anche tuoi. Mi aiuterai almeno a

produrmelo, a foggiarmela. In Rosa dovrà rivivere Fausta. Dobbiamo farne

una creatura di bontà, d'intelligenza, di bellezza; e sarà in gran parte

opera tua. Hai già cominciato. Io ammiro il miracolo di trasformazione

che hai saputo produrre. Chi non l'ha conosciuta quando era una misera

contadinella sfigurata dagli stenti e dalle fatiche, non potrà credere

che Rosa non è stata sempre quel fiore di grazia timida e inconsapevole

che rallegra oggi la nostra casa. E sono passati appena dieci mesi!

--Quando torneremo a Villa Fausta, don Luca e il dottore non la

riconosceranno.

--Certamente. E mi piace che perdurino in lei, che quasi resistano un

po', certe mosse, certi piccoli impeti selvaggi. Usufruiremo anche di

queste forze nell'educarla.

--Tu però la vizii un po', condiscendendola in tutto.

--Penso a quel che ha sofferto.

Non mi accorgevo di ricadere nell'eccesso che aveva contristato tutta la

mia vita. Volevo da questa sempre qualcosa di più che non potesse darmi.

Dovevo esser io il dominatore, il creatore; sotto forme diverse, per

scopi diversi, la mia stolta ambizione era quella di imprimere

l'impronta del mio spirito nelle persone e nelle cose delle quali

m'interessavo. Tardi, molto tardi, ho finalmente compreso che l'opera

dell'intelligenza riesce efficace soltanto quando l'uomo intende il

preciso valore delle sue facoltà, e sa adoprarle secondo la loro

potenza, secondo il loro sviluppo. Quanti spostati di meno, se tutti

avessimo questa coscienza! E, forse, anche questa mia ultima convinzione

è sbagliata. Ogni individuo è, probabilmente, un tentativo della Natura

per attingere la forma perfetta della specie; c'è dentro di ognuno di

noi la forza impellente del tentativo, e, fuori, l'ostacolo delle

circostanze, del Caso.... E così tutti i mezzi-artisti, i

mezzi-scienziati, i mezzi-uomini politici, tutte le mille mediocrità che

ingombrano il mondo vengono giustificati davanti alla riflessione, ma

non per questo soffrono meno, e fanno soffrir meno gli altri. La gran

sapienza consisterebbe nel rassegnarsi, nel limitarsi ad essere quel che

le circostanze esteriori ci costringono ad essere. Ed, ecco, pure in

questo momento mi abbandono alla Sirena dell'astrazione che è stata la

mia malefica Fata!

Malefica? Chi lo sa? Pensare è agire. Perseguire un ideale e non

raggiungerlo mai, è godimento ineffabile; e in questo caso--non sembri

contradizione--fin la sofferenza può mutarsi in godimento, ripensandola.

In quei giorni m'isolavo sempre più, dedicato interamente alla nuova

creazione intrapresa. Assistere al risveglio dell'organismo di

Fausta--più non chiamavo Rosa col suo nome di battesimo e godevo

ch'ella se ne compiacesse--assistere alle continue manifestazioni del

suo spirito in formazione, che talvolta erano deliziose sorprese per

un osservatore attento come me, bastava a riempire le mie giornate,

quando ero stanco di leggere o di occuparmi di affari, da che il

signor Bardi si ostinava a volermi informare dei misteri--diceva

così--dell'amministrazione dei miei beni, pel caso ch'egli dovesse

rinunziare al suo incarico o venisse a mancarmi.

Povero signor Bardi! Era invecchiato, molto stanco, e una lenta malattia

viscerale gli minava la salute. Mia madre ed io gli volevamo bene per la

sua onestà, per quel che di sornione e di gioviale che gli si leggeva in

viso.

--Bisogna prepararsi ad andarsene e tener pronta la valigia, per non

esser colti alla sprovveduta. È vero che con la morte non c'è pericolo

di perdere il treno!

E rideva.

--Ma come le passano per la testa queste malinconie?

--Per forza. Quasi ogni giorno, cara signora, mi capita di sentire che

un amico, un conoscente--di quelli che son cresciuti con me....--E fa

impressione. Spariti, portati via da una febbre, da un colpo.... Il

tale? Ma siamo stati insieme sere fa.... Il tal altro?... È naturale che

si pensi: Verrà presto la mia volta!... Oh, non me ne affliggo. La mia

esistenza non è stata cattiva; ho goduto un pochino; ho pure penato....

Ma infine.... Posso andarmene tranquillamente, coi miei conti

sottobraccio, per presentarli al Gran Giudice di lassù. Li troverà in

regola? Spero.

E rideva.

Povero signor Bardi! Tre mesi dopo era andato serenamente a sottomettere

i suoi conti al Gran Giudice di lassù, come aveva, detto, scherzando. Ed

oggi, io credo che il Gran Giudice li ha trovati in piena regola. Ma

allora, quasi per attutire il dolore della sua perdita, dissi a mia

madre:

--Come sarà rimasto male il signor Bardi non trovando di là il Gran

Giudice revisore dei conti degli uomini!

--Oh, Dario!--fece mia madre.--Non celiare su certi soggetti. Rispetta

le credenze e i sentimenti altrui. Tuo padre credeva in Dio; ci credo

ciecamente anch'io, lo sai. Comprendo: l'amarezza che ti trabocca dal

cuore ti spinge a parlare così. Non voglio che Fausta senta qualcosa di

simile dalle tue labbra. La turberesti crudelmente.

--Hai ragione,--risposi mortificato.--Non mi accadrà più!

Assistevo ai progressi di Fausta come al lento sbocciare di un fiore di

cui non si conoscono la forma e le tinte. La sua timidezza mi incantava;

la sua vita si riduceva a una continua sorpresa davanti alle cose, a una

specie di stordimento che la teneva per alcuni istanti perplessa e poi

la faceva scattare in sussulti di gioia. Ho notato, giorno per giorno,

le più minute osservazioni, i fatti più insignificanti che assumevano

grande importanza perchè riguardavano un cuore e uno spirito, che pure

talvolta si chiudevano inconsapevolmente, istintivamente, e si rendevano

impenetrabili. Ed io rimanevo deluso e turbato davanti al mistero

dell'avvenire di quella creatura che così si sottraeva all'influenza mia

e di mia madre, quando più ci lusingavamo di averla compenetrata e

domata. Riflettendo però, ero contento di vederla agire liberamente, di

vederla riapparire quasi subito piena di tenerezza, di effusione, di

gratitudine, di sentirla esprimere con parole di una semplicità così

profonda da far dubitare che fossero sue.

Grande consolazione era per me il rifiorire di una seconda giovinezza

che avveniva in mia madre, quasi il contatto con quella fresca

adolescenza partecipasse anche a lei liete correnti di energie.

Gli anni intanto passavano. A intervalli, sentivo rinascere nel mio

cuore qualche bell'entusiasmo, mi accasciavo con rapida vicenda sotto il

peso della delusione di vederlo svanire; e mi confermavo sempre più nel

convincimento che fossi destinato a qualche inesplicabile funzione con

quell'accogliere, con quel ruminare tanti sentimenti, tante idee che a

me sembravano inutili perchè non approdavano a niente e che forse, nel

vasto organismo della società, servivano, senza che io ne avessi

coscienza, a qualche remoto scopo che non mi era permesso di intendere.

E fantasticavo:

--Che misere creature noi siamo! Crediamo di agire per conto nostro,

secondo i fini calcoli del nostro orgoglio, del nostro amor proprio....

E quando più stimiamo di aver servito il nostro interesse, di aver

soddisfatto il nostro orgoglio, ci accorgiamo finalmente che abbiamo

lavorato per tutt'altro!

Così, più tardi, ho sentito il bisogno di riandare il mio passato, di

fissarlo nei suoi tratti principali, con queste pagine schiette e

sincere; e lascerò al Bissi la cura di pubblicarle dopo la mia morte, se

crederà che possano interessare e giovare a qualcuno.

Glielo dissi quella volta ch'egli venne a passare un mese a Villa Fausta

per la villeggiatura di autunno.

Bissi aveva rinunciato all'impiego; i suoi libri gli davano, se non la

ricchezza, un po' di agiatezza. Si era fatto fabbricare un delizioso

villino in un paesetto della Riviera Ligure, e vi passava l'inverno e la

primavera, lavorando in invidiabile solitudine, interrotta da brevi

corse a Milano e a Venezia. Era divenuto tutto grigio, ma il volto e

l'aria della persona conservavano una freschezza virile, e l'agilità di

parola e di gesto della sua bella giovinezza. Io sembravo un vecchio

accanto a lui, ed eravamo della stessa età. Egli viveva tutt'assorto nel

suo gran sogno artistico, producendo regolarmente uno o due volumi

all'anno che circondavano di gloria il suo nome anche fuori d'Italia; e

quella vita di lavoro e d'isolamento avea lasciato intatta l'indole

modesta, ritrosa, che me lo faceva prediligere tra i miei compagni di

studi, quando sognavo inutilmente anche io e soffrivo per la coscienza

dei miei vacui tentativi.

Lo vidi arrossire come un fanciullo sentendosi dire da Fausta:

--Come è bello il suo ultimo romanzo!

--Le hai permesso di leggerlo?--mi domandò maravigliato.

--Mi permettono di legger tutto; non sono più una bambina,--rispose

Fausta.

--Veramente, io....--intervenne mia madre.--Ma Dario pensa che i libri

come i suoi sono quasi un'anticipazione dell'esperienza della vita, una

preparazione; e forse non ha torto.

--Li ho letti tutti, ed anche riletti,--soggiunse Fausta.--Spesso mi

metto nei panni di qualcuna di quelle donne e penso: Che cosa avrei

fatto io nello stesso caso? E, sa? Qualche volta mi sembra che le sue

signore commettano grosse sciocchezze, quasi non sapessero ragionare....

Ma già è lei che le fa agire come le torna comodo, poverine!

--Agiscono anche peggio, signorina. Noi romanzieri non siamo mai tanto

audaci quanto la realtà; e questo diminuisce il valore dell'opera

nostra.

Io ero felice di udir ragionare Fausta a quel modo, come ero stato

felice poco prima sentendole eseguire al pianoforte un «notturno» dello

Chopin, con squisitissima interpretazione. Dalla crisalide della

contadina era già uscita fuori la splendida farfalla che Bissi non si

saziava di ammirare.

--In che modo siete riusciti a fare questo prodigio? E dico «siete»

perchè lei, buona signora Maria, ha dovuto contribuirvi più di lui.

--Oh! Non disconoscere il merito che mi spetta!--feci io con una mossa

di finto risentimento.

Si era fatto tardi. Mia madre e Fausta erano andate a letto; e noi due

rimanevamo nel terrazzino del salotto, a fumare dondolandoci su le

seggiole di bambù, scambiando rare parole, assorti nel silenzio della

sottoposta vallata, sotto la cupa serenità del cielo fitto di stelle.

--Penso alla tua nuova Fausta,--esclamò Bissi, scotendosi tutt'a un

tratto.--È una vera creazione; te la invidio!

--Hai torto. Il più meschino dei tuoi personaggi vale assai più di

questa creatura, che ha ricevuto dalla generazione l'eredità di

un'impronta particolare, incancellabile, un germe la cui essenza sfugge

alla mia azione, e può scombussolare da un momento all'altro tutti i

miei calcoli.

--Non è precisamente vero. Anche i personaggi delle creazioni d'arte si

ribellano alla nostra volontà, e noi siamo costretti a seguirli nulla

logica dei loro errori, senza poter farli deviare. Io ne soffro, ma essi

resistono, proprio come nella vita.

--È diverso. E questo è il punto nero che mi dà qualche volta fin le

ansie di un rimorso. Da mesi e mesi io riando tutto il mio passato e non

a memoria soltanto. Ho voluto fissare, anche per gli altri, i miseri

avvenimenti che hanno fatto di me un impotente della vita; e tu

immaginerai facilmente l'acre sensazione di rivivere, quasi giorno per

giorno, con straordinaria intensità, tanti particolari che in questi

ultimi anni di torpore credevo scancellati per sempre dalla mia memoria.

Che trista visione, caro Bissi! E di mano in mano che scrivevo, di mano

in mano che rileggevo alcune pagine, mi sembrava di sentir l'alto mio

grido di protesta contro la fatalità della Sorte. Può darsi che questo

sia l'atto estremo della mia inguaribile vanità; può, però, anche darsi

che sia la mia più compiuta giustificazione, caso mai....

--Caso mai?...--ripetè Bissi, con accento di vivissima curiosità.

--I miei ricordi si arrestano alla fine dell'anno scorso. Non vorrò

aggiungervi altro. Non è più vita questa mia, è vegetazione quasi

ingombrante. Dopo tanti sforzi andati a vuoto, mi sono già rassegnato. È

il più serio gesto di tutta la mia stupida e dolorosa esistenza.

--Sei troppo severo con te stesso!

--No, Bissi, sono giusto.

--Tu hai realizzato un ideale di carità che dovrebbe bastare a

compensarti di tutti i precedenti disinganni. Pochi possono dire come

te: Ho trovato una creatura informe e la ho resa buona, intelligente,

bella. Ho impedito così alla Natura di perpetrare uno dei tanti suoi

atroci misfatti, allorchè mette al mondo un essere umano, e l'abbandona

alla miseria, all'abiezione, al delitto, senza punto curarsene.

--E se non fosse così? Se, al contrario, ho svegliato in quella, che tu

chiami creatura informe sentimenti, desideri, passioni che sarebbero

rimasti inerti senza il mio intervento? Se invece di renderla felice,

come forse sarebbe stata nella inconsapevolezza della sua condizione, ho

destato nel suo cuore vampe violente, scatenato tempeste che la faranno

piangere e disperare? Se dalle sue labbra contratte dall'angoscia

dovranno uscire parole di maledizione contro colui che ha avuto l'idea

di trasformarla, di elevarla, per soddisfare il proprio orgoglioso

capriccio di uomo annoiato e deluso?

--Ma perchè pensi a questo e non al contrario?

--Perchè lo sviluppo di Fausta mi fa paura. E così la mia vita si chiude

con un desolatissimo punto interrogativo. Non sono mai riuscito, con

tanto slancio di volontà, ad attuare uno solo dei miei sogni; e il

giorno che ho potuto compire un'azione che dovrebbe appagare la mia

coscienza, mi veggo spinto a domandarmi:--Ho fatto bene? Ho fatto

male?--E forse verrà a sorprendermi la morte prima che io ottenga una

risposta. Potessi almeno raggiungere l'età legale per l'adozione di

Fausta!--conclusi con un profondo sospiro, rizzandomi da sedere.

Bissi non disse nulla. Buttò via il sigaro che gli si era spento tra le

labbra e mi strinse affettuosamente e lungamente le mani.

La vallata dormiva nella tenebra notturna. Lievi rumori indistinti

arrivavano da lontano. Poco dopo, nell'alta quiete, proruppe il lugubre

«chiù» d'un assiolo. Mi sentii stringere il cuore.

--Per chi crede ai presagi...!--mormorai con voce turbata.

E mi affrettai a rientrare.

Rassegnazione: Romanzo · 第 40 / 41 题