Mia madre si era accorta che io agivo per impulso di un esaltamento
probabilmente morboso e ne rimaneva impensierita. Infatti in quei giorni
ero nervosissimo, eccitabilissimo. L'articolo 202 del Codice civile che
metteva un insormontabile divieto all'atto di adozione, almeno per
allora, mi sembrava una nuova infamia del destino contro di me.
--Ebbene, che importa? Attenderemo,--disse mia madre.--Nessuno però può
impedirci di agire come se l'adozione fosse avvenuta.
Il signor Bardi non approvava la mia intenzione, e sosteneva che la
legge, in questo caso, operava saggiamente.
--È una sopraffazione!--esclamavo io.
--È una tutela!--ripicchiava il signor Bardi.--Fingiamo, per poco, che
la condizione di aver compiuti i cinquant'anni non esistesse. Tra uno,
cinque, dieci anni, potrebbe venirti l'idea di riprender moglie; e tu ti
troveresti su le braccia una figlia non tua, che i figli legittimi non
vedrebbero certamente di buon occhio.
--L'ipotesi è assurda,--risposi.--L'adozione sarebbe anzi un ostacolo,
che con me poi non occorre. L'ostacolo consiste nella mia volontà.
--Caro Dario, la volontà non comanda, obbedisce. Comandano la passione,
il capriccio, le circostanze sociali; e per ciò noi troviamo sempre
pronta una scusa per tutti i nostri mutamenti di condotta. È vero; tu
sei savio, ma la vita, spessissimo, è più savia di noi.... quando non è
pazza addirittura. In tutto, come negli affari, è prudente non
impegnarsi troppo. È l'assioma praticato da tuo padre, che se ne trovò
sempre bene. Ma noi facciamo una vana discussione. Il Codice civile
pensa appunto per tutti coloro che non possono pensare. Tu intanto avrai
tempo di riflettere; e dice bene tua madre, niente t'impedisce di
operare come se l'adozione fosse avvenuta.
--È una sopraffazione della società che si sostituisce al diritto
individuale! Barbarie di legislazione pagana! Rimasuglio di prepotenza
medioevale!
Parlavo concitato, quasi la sopraffazione venisse dal povero signor
Bardi che infine, se fosse dipeso da lui, sarebbe stato lietissimo di
accontentarmi a dispetto di quell'articolo del Codice, pur di evitare a
me e a mia madre la contrarietà che ci affliggeva.
Sì, noi potevamo operare come se l'adozione avesse ottenuto tutte le
sanzioni richieste dalla legge; ma era una finzione, non una realtà; e
questo m'indignava, quasi da un momento all'altro avesse potuto
sopraggiungere qualcuno e rapirmi la bambina che ormai mi sembrava
m'appartenesse perchè salvata col pericolo della mia vita.
--Tu sei eccessivo,--mi diceva mia madre.--O tutto o niente è una bella
insegna, non lo nego; ma quando non è possibile ottener tutto, è bene
contentarsi di qualcosa che sarà sempre meglio del niente. Un grande
ambizioso, un forte può adottarla e metterla in atto; può adottarla però
anche un poltrone, e trovarvi il pretesto di non far nulla.
--Sono ambizioso, orgoglioso, mamma; ma non più come prima. Tu lo vedi a
che cosa mi rassegno: a beneficare una creaturina, a fare anche opera di
espiazione per la memoria della povera Fausta! Io non la ho amata quanto
meritava, quanto dovevo; l'ho fatta soffrire, mamma! Forse ella è morta
non tanto per un difetto dell'organismo, quanto per l'immenso dolore di
non essere riuscita ad imporsi al mio cuore.... Oh, mamma! Tu non sai;
forse sai, e temi di accrescere il mio rimorso dandomi ragione. La ho
amata quando non ero più in circostanza di consolarla, di compensarla;
ho commesso l'infamia, per disperazione, di tentar di dimenticarla. Tu
non sai, mamma! Tu non sai! Voglio punirmi, voglio redimermi.... E
voglio pure, mamma, crearmi ancora un sogno nella vita, un'illusione,
fosse pure a costo di rimpiangere, dopo, di non aver saputo resistere
alla seduzione di esso nè alla fallace malìa di quella. E saranno nello
stesso tempo sogno e illusione anche tuoi. Mi aiuterai almeno a
produrmelo, a foggiarmela. In Rosa dovrà rivivere Fausta. Dobbiamo farne
una creatura di bontà, d'intelligenza, di bellezza; e sarà in gran parte
opera tua. Hai già cominciato. Io ammiro il miracolo di trasformazione
che hai saputo produrre. Chi non l'ha conosciuta quando era una misera
contadinella sfigurata dagli stenti e dalle fatiche, non potrà credere
che Rosa non è stata sempre quel fiore di grazia timida e inconsapevole
che rallegra oggi la nostra casa. E sono passati appena dieci mesi!
--Quando torneremo a Villa Fausta, don Luca e il dottore non la
riconosceranno.
--Certamente. E mi piace che perdurino in lei, che quasi resistano un
po', certe mosse, certi piccoli impeti selvaggi. Usufruiremo anche di
queste forze nell'educarla.
--Tu però la vizii un po', condiscendendola in tutto.
--Penso a quel che ha sofferto.
Non mi accorgevo di ricadere nell'eccesso che aveva contristato tutta la
mia vita. Volevo da questa sempre qualcosa di più che non potesse darmi.
Dovevo esser io il dominatore, il creatore; sotto forme diverse, per
scopi diversi, la mia stolta ambizione era quella di imprimere
l'impronta del mio spirito nelle persone e nelle cose delle quali
m'interessavo. Tardi, molto tardi, ho finalmente compreso che l'opera
dell'intelligenza riesce efficace soltanto quando l'uomo intende il
preciso valore delle sue facoltà, e sa adoprarle secondo la loro
potenza, secondo il loro sviluppo. Quanti spostati di meno, se tutti
avessimo questa coscienza! E, forse, anche questa mia ultima convinzione
è sbagliata. Ogni individuo è, probabilmente, un tentativo della Natura
per attingere la forma perfetta della specie; c'è dentro di ognuno di
noi la forza impellente del tentativo, e, fuori, l'ostacolo delle
circostanze, del Caso.... E così tutti i mezzi-artisti, i
mezzi-scienziati, i mezzi-uomini politici, tutte le mille mediocrità che
ingombrano il mondo vengono giustificati davanti alla riflessione, ma
non per questo soffrono meno, e fanno soffrir meno gli altri. La gran
sapienza consisterebbe nel rassegnarsi, nel limitarsi ad essere quel che
le circostanze esteriori ci costringono ad essere. Ed, ecco, pure in
questo momento mi abbandono alla Sirena dell'astrazione che è stata la
mia malefica Fata!
Malefica? Chi lo sa? Pensare è agire. Perseguire un ideale e non
raggiungerlo mai, è godimento ineffabile; e in questo caso--non sembri
contradizione--fin la sofferenza può mutarsi in godimento, ripensandola.
In quei giorni m'isolavo sempre più, dedicato interamente alla nuova
creazione intrapresa. Assistere al risveglio dell'organismo di
Fausta--più non chiamavo Rosa col suo nome di battesimo e godevo
ch'ella se ne compiacesse--assistere alle continue manifestazioni del
suo spirito in formazione, che talvolta erano deliziose sorprese per
un osservatore attento come me, bastava a riempire le mie giornate,
quando ero stanco di leggere o di occuparmi di affari, da che il
signor Bardi si ostinava a volermi informare dei misteri--diceva
così--dell'amministrazione dei miei beni, pel caso ch'egli dovesse
rinunziare al suo incarico o venisse a mancarmi.
Povero signor Bardi! Era invecchiato, molto stanco, e una lenta malattia
viscerale gli minava la salute. Mia madre ed io gli volevamo bene per la
sua onestà, per quel che di sornione e di gioviale che gli si leggeva in
viso.
--Bisogna prepararsi ad andarsene e tener pronta la valigia, per non
esser colti alla sprovveduta. È vero che con la morte non c'è pericolo
di perdere il treno!
E rideva.
--Ma come le passano per la testa queste malinconie?
--Per forza. Quasi ogni giorno, cara signora, mi capita di sentire che
un amico, un conoscente--di quelli che son cresciuti con me....--E fa
impressione. Spariti, portati via da una febbre, da un colpo.... Il
tale? Ma siamo stati insieme sere fa.... Il tal altro?... È naturale che
si pensi: Verrà presto la mia volta!... Oh, non me ne affliggo. La mia
esistenza non è stata cattiva; ho goduto un pochino; ho pure penato....
Ma infine.... Posso andarmene tranquillamente, coi miei conti
sottobraccio, per presentarli al Gran Giudice di lassù. Li troverà in
regola? Spero.
E rideva.
Povero signor Bardi! Tre mesi dopo era andato serenamente a sottomettere
i suoi conti al Gran Giudice di lassù, come aveva, detto, scherzando. Ed
oggi, io credo che il Gran Giudice li ha trovati in piena regola. Ma
allora, quasi per attutire il dolore della sua perdita, dissi a mia
madre:
--Come sarà rimasto male il signor Bardi non trovando di là il Gran
Giudice revisore dei conti degli uomini!
--Oh, Dario!--fece mia madre.--Non celiare su certi soggetti. Rispetta
le credenze e i sentimenti altrui. Tuo padre credeva in Dio; ci credo
ciecamente anch'io, lo sai. Comprendo: l'amarezza che ti trabocca dal
cuore ti spinge a parlare così. Non voglio che Fausta senta qualcosa di
simile dalle tue labbra. La turberesti crudelmente.
--Hai ragione,--risposi mortificato.--Non mi accadrà più!
Assistevo ai progressi di Fausta come al lento sbocciare di un fiore di
cui non si conoscono la forma e le tinte. La sua timidezza mi incantava;
la sua vita si riduceva a una continua sorpresa davanti alle cose, a una
specie di stordimento che la teneva per alcuni istanti perplessa e poi
la faceva scattare in sussulti di gioia. Ho notato, giorno per giorno,
le più minute osservazioni, i fatti più insignificanti che assumevano
grande importanza perchè riguardavano un cuore e uno spirito, che pure
talvolta si chiudevano inconsapevolmente, istintivamente, e si rendevano
impenetrabili. Ed io rimanevo deluso e turbato davanti al mistero
dell'avvenire di quella creatura che così si sottraeva all'influenza mia
e di mia madre, quando più ci lusingavamo di averla compenetrata e
domata. Riflettendo però, ero contento di vederla agire liberamente, di
vederla riapparire quasi subito piena di tenerezza, di effusione, di
gratitudine, di sentirla esprimere con parole di una semplicità così
profonda da far dubitare che fossero sue.
Grande consolazione era per me il rifiorire di una seconda giovinezza
che avveniva in mia madre, quasi il contatto con quella fresca
adolescenza partecipasse anche a lei liete correnti di energie.
Gli anni intanto passavano. A intervalli, sentivo rinascere nel mio
cuore qualche bell'entusiasmo, mi accasciavo con rapida vicenda sotto il
peso della delusione di vederlo svanire; e mi confermavo sempre più nel
convincimento che fossi destinato a qualche inesplicabile funzione con
quell'accogliere, con quel ruminare tanti sentimenti, tante idee che a
me sembravano inutili perchè non approdavano a niente e che forse, nel
vasto organismo della società, servivano, senza che io ne avessi
coscienza, a qualche remoto scopo che non mi era permesso di intendere.
E fantasticavo:
--Che misere creature noi siamo! Crediamo di agire per conto nostro,
secondo i fini calcoli del nostro orgoglio, del nostro amor proprio....
E quando più stimiamo di aver servito il nostro interesse, di aver
soddisfatto il nostro orgoglio, ci accorgiamo finalmente che abbiamo
lavorato per tutt'altro!
Così, più tardi, ho sentito il bisogno di riandare il mio passato, di
fissarlo nei suoi tratti principali, con queste pagine schiette e
sincere; e lascerò al Bissi la cura di pubblicarle dopo la mia morte, se
crederà che possano interessare e giovare a qualcuno.
Glielo dissi quella volta ch'egli venne a passare un mese a Villa Fausta
per la villeggiatura di autunno.
Bissi aveva rinunciato all'impiego; i suoi libri gli davano, se non la
ricchezza, un po' di agiatezza. Si era fatto fabbricare un delizioso
villino in un paesetto della Riviera Ligure, e vi passava l'inverno e la
primavera, lavorando in invidiabile solitudine, interrotta da brevi
corse a Milano e a Venezia. Era divenuto tutto grigio, ma il volto e
l'aria della persona conservavano una freschezza virile, e l'agilità di
parola e di gesto della sua bella giovinezza. Io sembravo un vecchio
accanto a lui, ed eravamo della stessa età. Egli viveva tutt'assorto nel
suo gran sogno artistico, producendo regolarmente uno o due volumi
all'anno che circondavano di gloria il suo nome anche fuori d'Italia; e
quella vita di lavoro e d'isolamento avea lasciato intatta l'indole
modesta, ritrosa, che me lo faceva prediligere tra i miei compagni di
studi, quando sognavo inutilmente anche io e soffrivo per la coscienza
dei miei vacui tentativi.
Lo vidi arrossire come un fanciullo sentendosi dire da Fausta:
--Come è bello il suo ultimo romanzo!
--Le hai permesso di leggerlo?--mi domandò maravigliato.
--Mi permettono di legger tutto; non sono più una bambina,--rispose
Fausta.
--Veramente, io....--intervenne mia madre.--Ma Dario pensa che i libri
come i suoi sono quasi un'anticipazione dell'esperienza della vita, una
preparazione; e forse non ha torto.
--Li ho letti tutti, ed anche riletti,--soggiunse Fausta.--Spesso mi
metto nei panni di qualcuna di quelle donne e penso: Che cosa avrei
fatto io nello stesso caso? E, sa? Qualche volta mi sembra che le sue
signore commettano grosse sciocchezze, quasi non sapessero ragionare....
Ma già è lei che le fa agire come le torna comodo, poverine!
--Agiscono anche peggio, signorina. Noi romanzieri non siamo mai tanto
audaci quanto la realtà; e questo diminuisce il valore dell'opera
nostra.
Io ero felice di udir ragionare Fausta a quel modo, come ero stato
felice poco prima sentendole eseguire al pianoforte un «notturno» dello
Chopin, con squisitissima interpretazione. Dalla crisalide della
contadina era già uscita fuori la splendida farfalla che Bissi non si
saziava di ammirare.
--In che modo siete riusciti a fare questo prodigio? E dico «siete»
perchè lei, buona signora Maria, ha dovuto contribuirvi più di lui.
--Oh! Non disconoscere il merito che mi spetta!--feci io con una mossa
di finto risentimento.
Si era fatto tardi. Mia madre e Fausta erano andate a letto; e noi due
rimanevamo nel terrazzino del salotto, a fumare dondolandoci su le
seggiole di bambù, scambiando rare parole, assorti nel silenzio della
sottoposta vallata, sotto la cupa serenità del cielo fitto di stelle.
--Penso alla tua nuova Fausta,--esclamò Bissi, scotendosi tutt'a un
tratto.--È una vera creazione; te la invidio!
--Hai torto. Il più meschino dei tuoi personaggi vale assai più di
questa creatura, che ha ricevuto dalla generazione l'eredità di
un'impronta particolare, incancellabile, un germe la cui essenza sfugge
alla mia azione, e può scombussolare da un momento all'altro tutti i
miei calcoli.
--Non è precisamente vero. Anche i personaggi delle creazioni d'arte si
ribellano alla nostra volontà, e noi siamo costretti a seguirli nulla
logica dei loro errori, senza poter farli deviare. Io ne soffro, ma essi
resistono, proprio come nella vita.
--È diverso. E questo è il punto nero che mi dà qualche volta fin le
ansie di un rimorso. Da mesi e mesi io riando tutto il mio passato e non
a memoria soltanto. Ho voluto fissare, anche per gli altri, i miseri
avvenimenti che hanno fatto di me un impotente della vita; e tu
immaginerai facilmente l'acre sensazione di rivivere, quasi giorno per
giorno, con straordinaria intensità, tanti particolari che in questi
ultimi anni di torpore credevo scancellati per sempre dalla mia memoria.
Che trista visione, caro Bissi! E di mano in mano che scrivevo, di mano
in mano che rileggevo alcune pagine, mi sembrava di sentir l'alto mio
grido di protesta contro la fatalità della Sorte. Può darsi che questo
sia l'atto estremo della mia inguaribile vanità; può, però, anche darsi
che sia la mia più compiuta giustificazione, caso mai....
--Caso mai?...--ripetè Bissi, con accento di vivissima curiosità.
--I miei ricordi si arrestano alla fine dell'anno scorso. Non vorrò
aggiungervi altro. Non è più vita questa mia, è vegetazione quasi
ingombrante. Dopo tanti sforzi andati a vuoto, mi sono già rassegnato. È
il più serio gesto di tutta la mia stupida e dolorosa esistenza.
--Sei troppo severo con te stesso!
--No, Bissi, sono giusto.
--Tu hai realizzato un ideale di carità che dovrebbe bastare a
compensarti di tutti i precedenti disinganni. Pochi possono dire come
te: Ho trovato una creatura informe e la ho resa buona, intelligente,
bella. Ho impedito così alla Natura di perpetrare uno dei tanti suoi
atroci misfatti, allorchè mette al mondo un essere umano, e l'abbandona
alla miseria, all'abiezione, al delitto, senza punto curarsene.
--E se non fosse così? Se, al contrario, ho svegliato in quella, che tu
chiami creatura informe sentimenti, desideri, passioni che sarebbero
rimasti inerti senza il mio intervento? Se invece di renderla felice,
come forse sarebbe stata nella inconsapevolezza della sua condizione, ho
destato nel suo cuore vampe violente, scatenato tempeste che la faranno
piangere e disperare? Se dalle sue labbra contratte dall'angoscia
dovranno uscire parole di maledizione contro colui che ha avuto l'idea
di trasformarla, di elevarla, per soddisfare il proprio orgoglioso
capriccio di uomo annoiato e deluso?
--Ma perchè pensi a questo e non al contrario?
--Perchè lo sviluppo di Fausta mi fa paura. E così la mia vita si chiude
con un desolatissimo punto interrogativo. Non sono mai riuscito, con
tanto slancio di volontà, ad attuare uno solo dei miei sogni; e il
giorno che ho potuto compire un'azione che dovrebbe appagare la mia
coscienza, mi veggo spinto a domandarmi:--Ho fatto bene? Ho fatto
male?--E forse verrà a sorprendermi la morte prima che io ottenga una
risposta. Potessi almeno raggiungere l'età legale per l'adozione di
Fausta!--conclusi con un profondo sospiro, rizzandomi da sedere.
Bissi non disse nulla. Buttò via il sigaro che gli si era spento tra le
labbra e mi strinse affettuosamente e lungamente le mani.
La vallata dormiva nella tenebra notturna. Lievi rumori indistinti
arrivavano da lontano. Poco dopo, nell'alta quiete, proruppe il lugubre
«chiù» d'un assiolo. Mi sentii stringere il cuore.
--Per chi crede ai presagi...!--mormorai con voce turbata.
E mi affrettai a rientrare.