XIV.

Ero come in attesa di un portento. In certi momenti mi paragonavo,

sorridendo, a quei maghi maravigliosi operatori di prodigi, che, avendo

asservito tutte le più arcane forze della natura, le costringono alla

creazione da loro ideata e voluta, e per ciò superiore alle ordinarie

produzioni, le quali risentono inevitabilmente gli influssi delle

circostanze e del caso. La loro opera non è diversa dalle creazioni

naturali; si serve degli elementi esistenti, ma li combina con piena

libertà, evitando gli impedimenti e i contrasti del cieco intervento di

altre forze.

Così credevo di aver potuto fare io, ed ero in vivissima impazienza di

vederne il risultato. Ne avevo parlato spesso nelle mie lettere al

Bissi, e mi ero indispettito delle sue obbiezioni. Egli mi aveva

risposto:

«Solo e vero mago è l'artista. Soltanto del nostro pensiero abbiamo

padronanza assoluta, e per questo, se sappiamo, possiamo fare il

portento dell'opera d'arte. Non c'è altra creazione umana possibile, ed

è superiore, infinitamente superiore, a qualunque più elevata creazione

della. Natura».

--E l'artista chi lo crea?--gli avevo risposto.

La nostra discussione epistolare era stata interrotta dalla malattia di

sua madre.

Una mattina me lo vidi inaspettatamente dinanzi, vestito a lutto.

--Oh, povero amico!--esclamai, abbracciandolo.

--È un dolore ineffabile!--rispose.--C'è stato un istante in cui mi

parve che tutto l'universo perisse assieme con me. Non avevo mai

immaginato niente di simile; mi sembrava di dover ammattire. Il lavoro

mi ha salvato.... Ne ho quasi rimorso.

--Perchè?

--Ho potuto fare una cosa orrenda. Stenterai a credermi. Tornato dal

cimitero dove avevo assistito, senza piangere, quasi inebetito, al

seppellimento della mia morta adorata, mi son chiuso nella cameretta

accanto a quella in cui mia madre era spirata due giorni avanti.... ho

ripreso il mio romanzo abbandonato da parecchie settimane, come se

niente di terribile fosse accaduto nella mia vita.... ed ho scritto, ho

scritto, notte e giorno per dieci giorni di sèguito, dormendo qualche

ora seduto nella poltrona, con la testa su le braccia appoggiate al

tavolino, sostentandomi con caffè e latte e pochi biscotti, domando così

lo sconvolgimento fisico dell'organismo che pareva dovesse annientarmi

l'intelletto. È stata, forse, azione istintiva, per proteggerlo, per

salvarlo.... Una mostruosità! Quando ripenso a questo, mi faccio

orrore!...

--Ed hai finito il romanzo?--gli domandai per non insistere sul triste

tema.

--Sì.

--Ne sei contento?

--Molto; a te posso dirlo senza falsa modestia. E riflettendo che,

probabilmente, non sarei riuscito a farlo quale ora è, se non fossi

stato sotto la terribile stretta di quel dolore senza nome, mi sento

preso da un impeto di indignazione contro la Natura che ha bisogno di

servirsi di tali mezzi per produrre certi fenomeni intellettuali. È una

gran profanatrice la Natura!

--Tu intanto devi essere felicissimo di aver già fatto quel che hai

voluto.

--Sì, è vero. Ho l'assentimento della mia coscienza. Ma corrisponderà

l'opera mia alla coscienza degli altri? Ti confesso che questo mi dà

pensiero fino ad un certo punto. Tanto peggio per me, se essa arriva in

ritardo; tanto meglio, se precorre l'avvenire. Lo saprò tra non molto,

appena avrò trovato un editore, e, dopo l'editore, un pubblico che

voglia leggerla. L'importante era che io giungessi a produrla quale l'ho

maturata nell'immaginazione e nel cuore; che nell'arduo passaggio dalla

concezione all'attuazione la mia opera d'arte non perdesse per via le

eccelse qualità di vita, di luce, di colore, di euritmia lungamente

vagheggiate e laboriosamente proseguite con l'intenso concorso della

forma che dà allo spirito dell'artista ansie e dolori di cui pochissimi

possono formarsi esatta idea. Ormai io sento lo sfinimento, la

lassitudine che seguono al lavoro compiuto; e guardo l'opera mia con la

stessa tenerezza, con la stessa compiacenza con cui una mamma deve

certamente guardare la creaturina che poche ore avanti le ha straziato

le viscere per venire alla luce.

--T'invidio!

--Forse hai ragione, forse hai torto. In questo momento io non so

giudicare se la generazione di una creatura vivente, cioè di un'anima,

di un cuore, d'un intelletto, non sia infinitamente superiore alla

creazione di un'opera d'arte; o se quest'altra creatura spirituale che

vive, che palpita anch'essa, e che è capace di produrre in migliaia

d'intelligenze e di cuori ripercussioni immortali di pensieri e di

affetti, non valga assai più, assai più del misero organismo formato di

fibre, di nervi e di sangue che potrà essere un genio, un cretino, un

delinquente senza che la nostra volontà c'entri per nulla.

--No! No!--esclamai.

--Scusa,--egli rispose, sinceramente mortificato.--Ti ho parlato di me e

delle cose, che possono interessarti fino a un certo punto, ed ho

trascurato di chiederti notizie....

Lo presi per le mani con slancio affettuoso.

--Non ancora.... Poche settimane, pochi giorni, forse, e il gran

miracolo sarà compiuto. Lasciami dire così. È la convinzione, anzi la

fede che mi regge, che mi conforta, che mi fa amare la vita. Chiamo

Fausta; voglio presentarti a lei che ti vuol bene come al più caro dei

miei amici. La gestazione ha un po' deformato le linee del suo giovane

corpo; a me però sembra più bella ora; c'è qualcosa di augusto, di sacro

nella maternità.

Ero orgoglioso di veder Bissi quasi timido davanti a Fausta.

--È un vecchio amico per me,--ella gli disse.

Si era fermata scorgendolo in lutto e mi interrogò con lo sguardo.

--Ha perduto la mamma,--spiegai.

--Povero signor Bissi!

Le tremava nella voce tale improvvisa commozione, che io, per impedirle

di continuare, la interruppi:

--Sarà nostro ospite. È inutile che tu dica di no--soggiunsi al gesto

negativo del mio amico.--Mando all'albergo a prendere la tua valigia.

Fausta lo fissava con gli occhi velati di lacrime. La rimproverai

dolcemente. La sua sensibilità si era molto esaltata in quegli ultimi

giorni; qualunque lieve impressione la turbava; e questo stato di

debolezza nervosa m'impensieriva, quantunque comprendessi che fosse

proveniente dalle condizioni del suo organismo, in via di prepararsi al

supremo sforzo del prossimo parto. Ricordo le dolcissime ore passate in

quella stanza dove Fausta e mia madre finivano di mettere in ordine il

corredo del «principino imperiale» come io mi compiacevo di chiamare il

nascituro; e Bissi ed io dimenticavamo di ragionare di arte,

interessandoci a quelle piccole cose eleganti che si accumulavano sui

tavolini e su le seggiole in gentile disposizione.

Fausta, di tanto in tanto, animava il nostro ammirativo silenzio con

parole di scherzo rivolte al Bissi:

--Beati voialtri romanzieri che non fate nessuna fatica e nessuna spesa

per abbigliare i vostri personaggi!

--Ah, se sapesse!--egli rispondeva, crollando il capo.

--Lo so che spessissimo li vestite male. Vi costerebbe tanto poco

sollecitare intorno a questo la collaborazione di una donna. Ma voialtri

artisti siete orgogliosi; stimate la donna un essere inferiore....

--Può darsi che abbiano ragione,--soggiungeva mia madre.--Però, però....

--Dica pure, signora Maria,--la incitava Bissi.

--I romanzi noi li facciamo e li facciamo fare nella vita. Non è poi

gran cosa, se loro li scrivono.

--T'inganni, mamma!--intervenivo io.

Nessuno sapeva meglio di me quanta gran differenza corresse tra il

viverli e lo scriverli. L'antica piaga del mio cuore si era riaperta in

quei giorni, assistendo alla lettura di parecchi maravigliosi capitoli

del lavoro di Bissi, dove la realtà e la poesia si fondevano con arte

squisita, organicamente, con originalità schietta e sincera, con robusto

impeto di stile. L'ammirazione e la gelosa invidia che riprendevano a

torturarmi col vivo ricordo della mia impotenza artistica venivano a

stento represse dall'idea che tra poco avrei veduto venire alla luce il

mio capolavoro, di natura diversa, Colui che avrebbe dovuto attuare quel

che al suo genitore era stato negato. Non osavo di dubitare un solo

momento che ciò non dovesse accadere. La ragione della mia esistenza

consisteva tutta là.

Tornavamo col mio amico da una lunga passeggiata, in aperta campagna. La

primavera era arrivata da parecchi giorni coi suoi tepori, coi suoi

profumi, col suo vasto sorriso di verde e di sole, con la lieta gazzarra

degli uccelli nidificanti tra i rami degli alberi, tra le siepi, con le

farfalle che ci volteggiavano su la testa, d'attorno, mentre noi

procedevamo per l'ampia strada, riandando con lieta spensieratezza i bei

giorni della giovanile comunanza di studi, di aspirazioni, di sogni ora

parte svaniti, e parte sostituiti da altre aspirazioni, da altri sogni,

o da tristi e dolci realtà. Le circostanze della vita ci avevano divisi.

Il fratello di mia moglie, con la madre e la zia, stava a Roma, dove

aveva aperto il suo studio di avvocato; il Lostini era andato a Milano e

già spadroneggiava nel basso giornalismo, poeta, novelliere, critico

letterario e teatrale. La sua improntitudine e la sua audacia lo

aiutavano a far rapida carriera più che il suo ingegno incolto,

bislacco, ma che però progrediva e si fortificava oltre di quel che da

principio non facesse sospettare.

--Noi due siamo rimasti, in disugual modo, sognatori ostinati,--diceva

Bissi sorridendo malinconicamente.--Il mondo è dei violenti.

--C'è violenza e violenza,--risposi.--Io preferisco quella che adopriamo

noi, tu più di me. È la più sicura.

Ci eravamo dilungati troppo. Una carrozza vuota ci veniva incontro. La

fermai. Bissi voleva ritornare a piedi; ma io sentivo una strana

agitazione, un'impazienza improvvisa di trovarmi a casa.

--È puerile. Devi perdonarmi; in certe circostanze si diventa

superstiziosi. Ho il presentimento d'una novità che mi attende. Infatti

nell'anticamera, ci venne incontro mia madre.

--Fausta ha cominciato tutt'a un tratto a soffrire. C'è di là la

levatrice. Ho mandato ad avvisare anche il dottore, per precauzione.

Avevo provato una gran stretta al cuore, come davanti a un pericolo di

morte; e per sorreggermi mi ero afferrato fortemente al braccio di

Bissi.

--Dario!... Eh, via.... coraggio!

Egli tentò di trascinarmi in salotto o nello studio; ma io volli, a ogni

costo, vedere Fausta prima che le sue sofferenze aumentassero.

Era in piedi, appoggiata alla spalliera di una seggiola, pallida, col

viso un po' contratto. Vedendomi entrare, si sforzò di sorridermi e mi

stese una mano.

--Non è niente.... Sono forte!

--Fausta!... Fausta!...--balbettai.

--Non è niente!... Va' di là; mi fa più male il vederti soffrire.

E mi offerse le labbra, ghiaccie come la mano.

Ah, quelle terribili ore, quando le sue grida strazianti arrivavano fino

al mio studio, dove andavo su e giù senza sapere quel che facessi,

cacciandomi le mani tra i capelli, invocando il nome di lei--Fausta!

Fausta!--sollevando le braccia in atto di supplicazione, stringendo

forte i denti quasi avessi potuto in quel modo aiutar Fausta a

sopportare lo strazio che la costringeva ad urlare.

Di tratto in tratto, mia madre si affacciava all'uscio per dirmi:

--Sta' tranquillo! Tutto procede regolarmente!

Com'era lenta la crudele Natura!... Le ore mi sembravano secoli. Le

lancette dell'orologio a pendolo si erano dunque fermate?

E nei momenti di tregua, quando all'orecchio ansiosamente intento non

arrivava nessun grido, io pensavo:--Eccolo! Eccolo!--E mi sembrava che

il miracolo valesse bene tutti gli strazi della madre e miei, e che

quanto più essi erano maggiori, tanto più grande e più stupendo sarebbe

il risultato che stava per essere prodotto.

Mia madre si fermò su l'uscio, esitante. Aveva su le labbra qualcosa che

avrebbe voluto essere un sorriso e che mi parve subito l'anticipazione

di tristissimo annunzio.

--Mamma!...--gridai.

--Fausta sta bene,--rispose.

--E....--feci senza aver forza di proseguire.

--Rassegnati, Dario!... È una bambina!

Ripensandoci sento di nuovo l'urlo bestiale che mi uscì dalla gola;

sento l'urlo, la violenza del colpo che mi piombò sul capo quasi

avessero tentato di atterrarmi con una mazzata! E mi lasciai cascare,

sbalordito, sur una seggiola, coprendomi il viso con le mani,

sussultando, smaniando, con uno sgorgo di odio nel cuore contro la

innocente creaturina che distruggeva in un istante il mio superbo sogno

di tanti mesi, quasi ella avesse fatto ciò con malvagia intenzione,

povera creaturina innocente!

Rassegnazione: Romanzo · 第 27 / 41 题