Ero come in attesa di un portento. In certi momenti mi paragonavo,
sorridendo, a quei maghi maravigliosi operatori di prodigi, che, avendo
asservito tutte le più arcane forze della natura, le costringono alla
creazione da loro ideata e voluta, e per ciò superiore alle ordinarie
produzioni, le quali risentono inevitabilmente gli influssi delle
circostanze e del caso. La loro opera non è diversa dalle creazioni
naturali; si serve degli elementi esistenti, ma li combina con piena
libertà, evitando gli impedimenti e i contrasti del cieco intervento di
altre forze.
Così credevo di aver potuto fare io, ed ero in vivissima impazienza di
vederne il risultato. Ne avevo parlato spesso nelle mie lettere al
Bissi, e mi ero indispettito delle sue obbiezioni. Egli mi aveva
risposto:
«Solo e vero mago è l'artista. Soltanto del nostro pensiero abbiamo
padronanza assoluta, e per questo, se sappiamo, possiamo fare il
portento dell'opera d'arte. Non c'è altra creazione umana possibile, ed
è superiore, infinitamente superiore, a qualunque più elevata creazione
della. Natura».
--E l'artista chi lo crea?--gli avevo risposto.
La nostra discussione epistolare era stata interrotta dalla malattia di
sua madre.
Una mattina me lo vidi inaspettatamente dinanzi, vestito a lutto.
--Oh, povero amico!--esclamai, abbracciandolo.
--È un dolore ineffabile!--rispose.--C'è stato un istante in cui mi
parve che tutto l'universo perisse assieme con me. Non avevo mai
immaginato niente di simile; mi sembrava di dover ammattire. Il lavoro
mi ha salvato.... Ne ho quasi rimorso.
--Perchè?
--Ho potuto fare una cosa orrenda. Stenterai a credermi. Tornato dal
cimitero dove avevo assistito, senza piangere, quasi inebetito, al
seppellimento della mia morta adorata, mi son chiuso nella cameretta
accanto a quella in cui mia madre era spirata due giorni avanti.... ho
ripreso il mio romanzo abbandonato da parecchie settimane, come se
niente di terribile fosse accaduto nella mia vita.... ed ho scritto, ho
scritto, notte e giorno per dieci giorni di sèguito, dormendo qualche
ora seduto nella poltrona, con la testa su le braccia appoggiate al
tavolino, sostentandomi con caffè e latte e pochi biscotti, domando così
lo sconvolgimento fisico dell'organismo che pareva dovesse annientarmi
l'intelletto. È stata, forse, azione istintiva, per proteggerlo, per
salvarlo.... Una mostruosità! Quando ripenso a questo, mi faccio
orrore!...
--Ed hai finito il romanzo?--gli domandai per non insistere sul triste
tema.
--Sì.
--Ne sei contento?
--Molto; a te posso dirlo senza falsa modestia. E riflettendo che,
probabilmente, non sarei riuscito a farlo quale ora è, se non fossi
stato sotto la terribile stretta di quel dolore senza nome, mi sento
preso da un impeto di indignazione contro la Natura che ha bisogno di
servirsi di tali mezzi per produrre certi fenomeni intellettuali. È una
gran profanatrice la Natura!
--Tu intanto devi essere felicissimo di aver già fatto quel che hai
voluto.
--Sì, è vero. Ho l'assentimento della mia coscienza. Ma corrisponderà
l'opera mia alla coscienza degli altri? Ti confesso che questo mi dà
pensiero fino ad un certo punto. Tanto peggio per me, se essa arriva in
ritardo; tanto meglio, se precorre l'avvenire. Lo saprò tra non molto,
appena avrò trovato un editore, e, dopo l'editore, un pubblico che
voglia leggerla. L'importante era che io giungessi a produrla quale l'ho
maturata nell'immaginazione e nel cuore; che nell'arduo passaggio dalla
concezione all'attuazione la mia opera d'arte non perdesse per via le
eccelse qualità di vita, di luce, di colore, di euritmia lungamente
vagheggiate e laboriosamente proseguite con l'intenso concorso della
forma che dà allo spirito dell'artista ansie e dolori di cui pochissimi
possono formarsi esatta idea. Ormai io sento lo sfinimento, la
lassitudine che seguono al lavoro compiuto; e guardo l'opera mia con la
stessa tenerezza, con la stessa compiacenza con cui una mamma deve
certamente guardare la creaturina che poche ore avanti le ha straziato
le viscere per venire alla luce.
--T'invidio!
--Forse hai ragione, forse hai torto. In questo momento io non so
giudicare se la generazione di una creatura vivente, cioè di un'anima,
di un cuore, d'un intelletto, non sia infinitamente superiore alla
creazione di un'opera d'arte; o se quest'altra creatura spirituale che
vive, che palpita anch'essa, e che è capace di produrre in migliaia
d'intelligenze e di cuori ripercussioni immortali di pensieri e di
affetti, non valga assai più, assai più del misero organismo formato di
fibre, di nervi e di sangue che potrà essere un genio, un cretino, un
delinquente senza che la nostra volontà c'entri per nulla.
--No! No!--esclamai.
--Scusa,--egli rispose, sinceramente mortificato.--Ti ho parlato di me e
delle cose, che possono interessarti fino a un certo punto, ed ho
trascurato di chiederti notizie....
Lo presi per le mani con slancio affettuoso.
--Non ancora.... Poche settimane, pochi giorni, forse, e il gran
miracolo sarà compiuto. Lasciami dire così. È la convinzione, anzi la
fede che mi regge, che mi conforta, che mi fa amare la vita. Chiamo
Fausta; voglio presentarti a lei che ti vuol bene come al più caro dei
miei amici. La gestazione ha un po' deformato le linee del suo giovane
corpo; a me però sembra più bella ora; c'è qualcosa di augusto, di sacro
nella maternità.
Ero orgoglioso di veder Bissi quasi timido davanti a Fausta.
--È un vecchio amico per me,--ella gli disse.
Si era fermata scorgendolo in lutto e mi interrogò con lo sguardo.
--Ha perduto la mamma,--spiegai.
--Povero signor Bissi!
Le tremava nella voce tale improvvisa commozione, che io, per impedirle
di continuare, la interruppi:
--Sarà nostro ospite. È inutile che tu dica di no--soggiunsi al gesto
negativo del mio amico.--Mando all'albergo a prendere la tua valigia.
Fausta lo fissava con gli occhi velati di lacrime. La rimproverai
dolcemente. La sua sensibilità si era molto esaltata in quegli ultimi
giorni; qualunque lieve impressione la turbava; e questo stato di
debolezza nervosa m'impensieriva, quantunque comprendessi che fosse
proveniente dalle condizioni del suo organismo, in via di prepararsi al
supremo sforzo del prossimo parto. Ricordo le dolcissime ore passate in
quella stanza dove Fausta e mia madre finivano di mettere in ordine il
corredo del «principino imperiale» come io mi compiacevo di chiamare il
nascituro; e Bissi ed io dimenticavamo di ragionare di arte,
interessandoci a quelle piccole cose eleganti che si accumulavano sui
tavolini e su le seggiole in gentile disposizione.
Fausta, di tanto in tanto, animava il nostro ammirativo silenzio con
parole di scherzo rivolte al Bissi:
--Beati voialtri romanzieri che non fate nessuna fatica e nessuna spesa
per abbigliare i vostri personaggi!
--Ah, se sapesse!--egli rispondeva, crollando il capo.
--Lo so che spessissimo li vestite male. Vi costerebbe tanto poco
sollecitare intorno a questo la collaborazione di una donna. Ma voialtri
artisti siete orgogliosi; stimate la donna un essere inferiore....
--Può darsi che abbiano ragione,--soggiungeva mia madre.--Però, però....
--Dica pure, signora Maria,--la incitava Bissi.
--I romanzi noi li facciamo e li facciamo fare nella vita. Non è poi
gran cosa, se loro li scrivono.
--T'inganni, mamma!--intervenivo io.
Nessuno sapeva meglio di me quanta gran differenza corresse tra il
viverli e lo scriverli. L'antica piaga del mio cuore si era riaperta in
quei giorni, assistendo alla lettura di parecchi maravigliosi capitoli
del lavoro di Bissi, dove la realtà e la poesia si fondevano con arte
squisita, organicamente, con originalità schietta e sincera, con robusto
impeto di stile. L'ammirazione e la gelosa invidia che riprendevano a
torturarmi col vivo ricordo della mia impotenza artistica venivano a
stento represse dall'idea che tra poco avrei veduto venire alla luce il
mio capolavoro, di natura diversa, Colui che avrebbe dovuto attuare quel
che al suo genitore era stato negato. Non osavo di dubitare un solo
momento che ciò non dovesse accadere. La ragione della mia esistenza
consisteva tutta là.
Tornavamo col mio amico da una lunga passeggiata, in aperta campagna. La
primavera era arrivata da parecchi giorni coi suoi tepori, coi suoi
profumi, col suo vasto sorriso di verde e di sole, con la lieta gazzarra
degli uccelli nidificanti tra i rami degli alberi, tra le siepi, con le
farfalle che ci volteggiavano su la testa, d'attorno, mentre noi
procedevamo per l'ampia strada, riandando con lieta spensieratezza i bei
giorni della giovanile comunanza di studi, di aspirazioni, di sogni ora
parte svaniti, e parte sostituiti da altre aspirazioni, da altri sogni,
o da tristi e dolci realtà. Le circostanze della vita ci avevano divisi.
Il fratello di mia moglie, con la madre e la zia, stava a Roma, dove
aveva aperto il suo studio di avvocato; il Lostini era andato a Milano e
già spadroneggiava nel basso giornalismo, poeta, novelliere, critico
letterario e teatrale. La sua improntitudine e la sua audacia lo
aiutavano a far rapida carriera più che il suo ingegno incolto,
bislacco, ma che però progrediva e si fortificava oltre di quel che da
principio non facesse sospettare.
--Noi due siamo rimasti, in disugual modo, sognatori ostinati,--diceva
Bissi sorridendo malinconicamente.--Il mondo è dei violenti.
--C'è violenza e violenza,--risposi.--Io preferisco quella che adopriamo
noi, tu più di me. È la più sicura.
Ci eravamo dilungati troppo. Una carrozza vuota ci veniva incontro. La
fermai. Bissi voleva ritornare a piedi; ma io sentivo una strana
agitazione, un'impazienza improvvisa di trovarmi a casa.
--È puerile. Devi perdonarmi; in certe circostanze si diventa
superstiziosi. Ho il presentimento d'una novità che mi attende. Infatti
nell'anticamera, ci venne incontro mia madre.
--Fausta ha cominciato tutt'a un tratto a soffrire. C'è di là la
levatrice. Ho mandato ad avvisare anche il dottore, per precauzione.
Avevo provato una gran stretta al cuore, come davanti a un pericolo di
morte; e per sorreggermi mi ero afferrato fortemente al braccio di
Bissi.
--Dario!... Eh, via.... coraggio!
Egli tentò di trascinarmi in salotto o nello studio; ma io volli, a ogni
costo, vedere Fausta prima che le sue sofferenze aumentassero.
Era in piedi, appoggiata alla spalliera di una seggiola, pallida, col
viso un po' contratto. Vedendomi entrare, si sforzò di sorridermi e mi
stese una mano.
--Non è niente.... Sono forte!
--Fausta!... Fausta!...--balbettai.
--Non è niente!... Va' di là; mi fa più male il vederti soffrire.
E mi offerse le labbra, ghiaccie come la mano.
Ah, quelle terribili ore, quando le sue grida strazianti arrivavano fino
al mio studio, dove andavo su e giù senza sapere quel che facessi,
cacciandomi le mani tra i capelli, invocando il nome di lei--Fausta!
Fausta!--sollevando le braccia in atto di supplicazione, stringendo
forte i denti quasi avessi potuto in quel modo aiutar Fausta a
sopportare lo strazio che la costringeva ad urlare.
Di tratto in tratto, mia madre si affacciava all'uscio per dirmi:
--Sta' tranquillo! Tutto procede regolarmente!
Com'era lenta la crudele Natura!... Le ore mi sembravano secoli. Le
lancette dell'orologio a pendolo si erano dunque fermate?
E nei momenti di tregua, quando all'orecchio ansiosamente intento non
arrivava nessun grido, io pensavo:--Eccolo! Eccolo!--E mi sembrava che
il miracolo valesse bene tutti gli strazi della madre e miei, e che
quanto più essi erano maggiori, tanto più grande e più stupendo sarebbe
il risultato che stava per essere prodotto.
Mia madre si fermò su l'uscio, esitante. Aveva su le labbra qualcosa che
avrebbe voluto essere un sorriso e che mi parve subito l'anticipazione
di tristissimo annunzio.
--Mamma!...--gridai.
--Fausta sta bene,--rispose.
--E....--feci senza aver forza di proseguire.
--Rassegnati, Dario!... È una bambina!
Ripensandoci sento di nuovo l'urlo bestiale che mi uscì dalla gola;
sento l'urlo, la violenza del colpo che mi piombò sul capo quasi
avessero tentato di atterrarmi con una mazzata! E mi lasciai cascare,
sbalordito, sur una seggiola, coprendomi il viso con le mani,
sussultando, smaniando, con uno sgorgo di odio nel cuore contro la
innocente creaturina che distruggeva in un istante il mio superbo sogno
di tanti mesi, quasi ella avesse fatto ciò con malvagia intenzione,
povera creaturina innocente!