Quel mese da noi passato a Villa Fausta--mia madre mi aveva suggerito di
ribattezzarla così--lo rivedo nei ricordi come un'impressione di sogno,
quasi non ci fosse stata nessuna continuità nei nostri atti, quasi noi
fossimo sbalzati, volati da un punto all'altro con la facile incoerenza
della vita onirica, e da una circostanza all'altra, senza neppure quella
strana coscienza, che talvolta abbiamo, di sognare.
Mio padre aveva fatto scolpire sotto i capitelli del cancello il nome
della mamma; e rammentando i tristi due anni della mia fanciullezza
trascorsi colà, soleva chiamarla Villa Amara, invece di Villa Maria.
Allora--lo seppi assai dopo--egli temeva di perdermi; e ogni visita era
una angoscia nuova pel suo cuore di padre, quando non scorgeva in me il
rapido miglioramento che egli avrebbe voluto.
Vi ero tornato solo o con la mamma parecchie volte negli ultimi anni, e
la chiamavo anche io Villa Amara perchè non vi trovavo nessun ricordo
che potesse rallegrarmi, perchè neppure allora ne ricevevo nuove
impressioni che riuscissero a scancellare le grigie impressioni
infantili.
Ora rammento, vagamente, con che sorriso parvero accoglierci i viali, le
stanze, e come tutto mi sembrasse improvvisamente trasformato.
La mia trepidanza era straordinaria.
Quel che stavo per compire mi sembrava il più solenne atto religioso
della mia vita. Non credente, mi ero sottomesso molto volentieri alla
benedizione in chiesa, perchè stimavo anche allora che certe forme hanno
un gran valore, se non per sè stesse, per quel che contengono
d'aspirazione ideale. Trascurarle, rifiutarle mi sarebbe parso azione da
bestia, non da uomo.
Così Fausta non rappresentava per me la bellezza, la giovinezza, la vita
o l'amore soltanto,--giacchè mi sentivo, mi riconoscevo già amato da
lei,--ma qualcosa di talmente elevato, di talmente misterioso e divino,
che l'accostarmele e il possederla mi turbava, mi agitava con
sottilissima pena.
--In ugual modo,--pensavo,--deve turbare e agitare l'idea di sentirsi
vicino alla morte e nel punto di penetrare il grande Ignoto, l'Essere
infinito dove ogni forma vivente torna a confondersi, per poi riprodursi
con nuove apparenze nel creato!
Quel mio stato di muta adorazione, Fausta, nei primi istanti lo
interpretò per freddezza. Come farla partecipare ai miei sentimenti,
alle mie idee? Temevo di non sapermi esprimere e di non essere compreso.
Questa convinzione mi impediva di parlare. Che importava infine? Sapevo
di essere la Volontà, la Forza maschile, l'Elemento fecondatore e
creatore, quel che doveva vincerla e sottometterla. Eppure, in quei
momenti, avrei piuttosto voluto produrre il miracolo di compenetrarla
spiritualmente, senza che niente di basso, di sensuale si fosse
mescolato all'atto supremo.
Fortunatamente la Natura ha maggior potere di qualunque individuale
convincimento. Essa opera in noi, nostro malgrado. Perciò, soltanto
dopo, io potei riflettere che, fin dall'inconsapevolezza dell'abbandono,
avevo compito un atto di sacrificazione, una preghiera propiziatoria, e
mi auguravo che venissero accolti ed esauditi, come meritavano, per la
loro purezza e la loro intensità.
E, con che vivo senso di superstiziosa premura, il mattino appresso,
appena, l'aurora cominciava a colorire di roseo i lembi del cielo
all'orizzonte, io svegliai Fausta per condurla su l'alta terrazza della
villa affinchè vi ricevesse la benedizione dei primi raggi del sole!
Era incantata. Non aveva mai visto quel maraviglioso spettacolo che
rallegra la terra tutte le mattine.
Di lassù, a perdita d'occhio, la campagna appariva un vasto oceano di
verdura. I monti lontani, velati da vapori azzurrognoli, ergevano le
cime indorate dal sole che emergeva dalle nuvole come da un letto di
freschissime rose.
Fausta era un po' pallida, coi capelli in vago disordine, con
atteggiamento di soave languore, e si appoggiava al mio braccio,
sorridendo di ammirazione. Io ammiravo lei, che forse già portava in
seno la germinazione di vita da cui veniva resa sacra agli occhi miei!
Il sole, che la inondava e l'avviluppava con la sua luce, cooperava
probabilmente....
Ah!
Ora sorrido con immensa tristezza di tutte queste fantasticherie, di
tutta questa poesia, di tutto questo misticismo che mi straboccava dal
cuore e dalla mente in quei felici giorni, quando per poco non mi
sembrava che tutta la vita dell'universo fosse concentrata in noi due, e
che l'orgoglioso mio disegno, i miei grandiosi proponimenti fossero
proprio sul punto di attuarsi con la più piena misura!
La deformazione del mio spirito era tale, che mi rallegravo anche di non
sentire per Fausta qualche cosa che potesse somigliare lontanamente
all'amore. Che ella mi amasse, mi sembrava giusto, naturalissimo. Donna,
ella doveva usare delle sue facoltà primitive, l'immaginazione e il
sentimento. Pensare, riflettere, spettava a me. Nel mio cervello, quelle
primitive facoltà erano state assorbite, assimilate da facoltà
superiori, ed operavano sottomesse a queste. Senza dubbio, amavo
anch'io, ma in maniera così diversa, così elevata, che quel mio
sentimento meritava appena il nome di amore, unicamente per farmi
intendere e per intendermi! E m'insuperbivo di questa distinzione.
Facevamo lunghe passeggiate, soli soli, portando con noi una frugale
colazione, qualche libro di versi o un romanzo. Mangiavamo, spensierati
come due fanciulli, all'ombra di un albero, dentro una grotta, dove
gemeva, in una fonticina, acqua freschissima, limpidissima e di sapore
delizioso; su un ciglione di collina, tra i sassi, gli sterpi e le erbe;
e spesso le poche persone di servizio ci attendevano alla villa, con
ansia, vedendoci ritardare insolitamente.
Il Bissi mi ripeteva da Desenzano la sua solita domanda:
--Che fai? E l'arte?... Ne hai smesso ogni pensiero?
E mi dava la lieta notizia:
--Lavoro a un romanzo.
--E tu, non hai scritto niente?--mi domandò Fausta.--Hai studiato tanto!
Non t'impedisco io, è vero?
--Ho qualcosa di meglio da fare!--risposi.
--Eppure sarei orgogliosa di vedere il tuo nome su pei giornali, su la
copertina di un volume. Roberto dice che hai troppo ritegno, troppa
modestia.
--Roberto s'inganna. Non parliamo di questo.
Con mano inconsapevolmente crudele, ella aveva toccato la piaga non
ancora rimarginata in fondo al mio cuore.
--Anzi!--ella continuò.--Voglio essere la tua ispiratrice. Quando
torneremo in città, dovrai riprendere gli studi e i lavori interrotti,
mettermi a parte di essi. Non già che io possa consigliarti o aiutarti,
ma perchè me ne interessi quanto te, ed abbia il piacere di vederli
germogliare e crescere sotto i miei occhi e goderne prima degli altri;
ne ho il diritto.
--Ho rinunziato a tutto, da un pezzo!
--Giuramento da marinaio.
--Da marinaio che non ha mai tentato il mare e che ne ignora la furia e
le tempeste!--dissi, con desolata ironia.
--Dedicherai a me il tuo primo libro.
--Non scriverò mai un libro!
--Perchè?
--Perchè quello che vorrei scrivere.... è un libro impossibile.
--Che cosa?
--Un gran capolavoro!
--Hai ragione, Roberto s'inganna; non sei modesto. Mi piace. Le persone
modeste sono sempre mediocri. C'è pure una modestia che è gran vanità.
L'orgoglio, invece, mi sembra una forza. Sei orgoglioso tu!
--Oh, sì! Di te, di qualcosa che dee venirmi da te.
Avrei voluto ch'ella mi avesse risposto:
--Rallegrati! Già lo sento agitarsi nelle mie viscere.
Invece, otto mesi dopo, la confidenza, attesa con impaziente e smaniosa
ansietà, tardava ancora!
Neppure le distrazioni del viaggio di nozze avevano attenuata la
indefinita paura di un terribile disinganno che mi rendeva nervoso e
malinconico.
In certi giorni, al vederla serena, tranquilla, senza nessuna
preoccupazione di quel che, secondo me, avrebbe dovuto essere il suo
costante pensiero, sentivo un sordo dispetto contro di Fausta, quasi
ella fosse venuta meno alle sue promesse, a un giuramento; quasi il
grand'evento fosse stato in ritardo unicamente per colpa di lei. Sbuffi
momentanei che mi rimordevano subito.
E mi sforzavo di sorridere, di mostrarmi lieto.
Una sera, non ricordo più a che proposito, Fausta disse:
--Quando avremo una figlia....
--Perchè una figlia e non un figlio?--la interruppi.
Mi guardò maravigliata dello strano accento con cui avevo pronunziato
quelle parole.
--Ti dispiacerebbe di avere una figlia?
--Sì, se venisse prima d'un maschio.
--Vedi: ora mi farai stare in pensiero, pel caso....
--Devi volere un maschio, a ogni costo. La volontà influisce.
--Il Signore ci dà quel che piace a lui!
--Devi volerlo, fortemente.... Non farti il malaugurio!
Intervenne la mamma:
--Bastasse volere! Ha ragione Fausta. Infine, con chi vorresti
prendertela, se per disgrazia...?
--O mamma, non farmi il malaugurio anche tu!
Pochi giorni dopo, nel tornare da una passeggiata, Fausta, tutt'a un
tratto, a pie' della scala, sentendosi venir meno, si aggrappava al mio
braccio, esclamando fiocamente:--Oh, Dio!... Dario!
E mi si aggravò sul petto.
L'alzai di peso e la portai su quasi fosse stata una bambina. Era
pallidissima, diaccia. Mia madre non si smarrì al mio grido che chiamava
soccorso e a quella vista. Le spruzzò il viso con acqua fredda, le fece
odorare dei sali:
--Non è niente! Si è strapazzata troppo.
--Ha voluto andare sempre a piedi--balbettai.--Fausta! Fausta!
Aperse gli occhi, sbalordita; poi sorrise:
--Scusa, mamma! Non so.... Da questa mattina!... Hai avuto paura, povero
Dario?... Non mi è accaduto mai prima d'oggi.
--Ti senti meglio?
--Sì, Dario. Solamente.... una gran lassitudine.... E poi.... Ecco, mi
riprendono le nausee di poco fa, ma.... più forti.
Mia madre ed io scambiammo una lunga occhiata di tenerezza, di gioia
repressa.
Stesi le mani ad accarezzare delicatamente il viso di Fausta,
ritenendomi dallo stringerla al petto, come avrei voluto fare in uno
slancio di gratitudine immensa, per paura di nuocerle in quello stato.
Non ci ingannavamo, mia madre ed io? Era quella la rivelazione così
ardentemente invocata?
Quel giorno non le dicemmo niente del nostro sospetto, e neppure nei
giorni appresso, quando il sospetto fu lietissima certezza.
Io ero diventato un bambino. Avrei voluto correre, saltare, gridare per
dar qualche sfogo fisico alla mia intensa gioia. Due volte mi ero
sorpreso, nel mio studio, con le mani giunte e gli occhi rivolti al
cielo, in atto di ringraziamento e di preghiera; e, nonchè arrossire di
un atto che contradiceva alle mie convinzioni filosofiche, non me n'ero
nemmeno maravigliato.
Stavo attorno a Fausta, in gioconda ammirazione di quel fragile corpo di
donna che conteneva il misterioso germe, la mia speranza, la mia
vittoria!
E quando neppur essa potè più ignorare, e mi accorsi che era triste,
agitata dalla paura, che il mio desiderio potesse venire frustrato, mi
affrettai a rassicurarla:
--Non importa; qualunque sia l'esserino che ci verrà concesso, sarà
sempre accolto come una benedizione.
--Sei buono; me lo dici per confortarmi....
--No, sta' tranquilla.
--Vedrai, sarà un bambino!
Avevo sentito parlare di un mezzo per accertarsi del sesso di una
creatura in gestazione, e lo avevo giudicato superstiziosa sciocchezza.
Ebbene, non seppi trattenermi dall'adoprarlo.
Una mattina improvvisamente le dissi:
--Oh, Fausta!... Quelle mani!
Me le mostrò, voltando le palme, stupita della mia esclamazione.
L'abbracciai, commosso, credulo al pari di una femminuccia.
--Sì, sarà un bambino!--le dissi.
--Davvero?
--Certamente.
--Come lo sai?
Le spiegai il mezzo di cui mi ero servito.
--Eh, via!...--esclamò delusa.--È uno scherzo.
--Tante altre cose gli scienziati stimano scherzi e superstizioni e,
alla prova, non sono tali.
Parlavo gravemente, con convinzione, in quel momento.
--E poi,--conchiusi,--spesso la felicità consiste in un'illusione. Non
priviamoci di questo beneficio!
Sorvegliavo ogni movimento, ogni atto di Fausta. Le sue passeggiate, il
suo nutrimento, le sue più indifferenti occupazioni diventavano per me
tanti difficili problemi da studiare, da risolvere ponderatamente.
Qualunque commozione, qualunque impressione capace di avere influenza su
l'organismo del nascituro--non dubitavo più, era un figlio!--mi teneva
ansioso, mi atterriva, mi rendeva importuno, seccante con la povera
Fausta; e me ne scusavo e gliene chiedevo perdono, quando mi accorgevo
di eccedere troppo.
--Senti com'è irrequieto!--ella mi diceva.
Non potevo accertarmene. I movimenti interiori che ella notava non erano
ancora tanto sensibili da essere verificati esternamente.
E quando potei anch'io accertarmi dei calcetti, come diceva lei, che il
rabbiosino le dava, quei sintomi di vitalità, e di forza mi confermarono
nella convinzione che si trattasse proprio di un bambino.
--Lascialo fare. Si annoia al buio, nel ristretto spazio che lo
contiene; ha fretta di uscire all'aria libera.
--Tra due mesi!
Oh, quanto mi sembravano lunghi a scorrere! Due eterni mesi ancora! E
contavo i giorni, le ore, i minuti, con indefinito terrore del gran
momento, con immensa compassione di colei che sopportava così lietamente
il grave peso della maternità, e che passava le sue giornate a
preparare, insieme con la mamma, il corredino del nascituro.