VII.

Non saprei dire se mia madre rispose qualche cosa a quella sfuriata, o

se il ricordo delle sue parole mi è sparito dalla memoria. Rivedo il

triste caro volto, anzi soltanto quegli occhi umidi di lagrime, pieni

d'immensa pietà fissi su me per tentar di calmarmi; e non rammento

altro.

Che cosa avvenne quella notte nelle profondità del mio spirito? Qual

lavorìo si compì senza che la mia coscienza vi prendesse parte?

Mi svegliai quasi tranquillo, con un gran bisogno di aria libera, di

luce diffusa.

Una delle finestre del mio studio dava sul giardino della casa vicina.

Il sole già dorava la cima degli eucalypti che vi si elevavano

rigogliosi, e i passeri facevano allegra gazzarra tra i rami. Un tumulto

quasi simile mi si destava a poco a poco nel cuore, come se la

giovinezza incominciasse quella mattina a pispigliare dentro di me le

sue prime note gioconde.

Ed ecco la voce di mia madre, grido doloroso di appello:

--Dario! Dario!

Ed eccola apparire su la soglia, pallida, agitando le braccia, senza

poter profferire parola, con gli occhi smagriti dal terrore....

--Tuo padre!...--balbettò finalmente, trascinandomi via con una mano.

Quel colosso che ieri avevo visto davanti a me, esuberante di vita e di

salute, giaceva rovesciato per terra, come una quercia sradicata

dall'uragano, con le dita attrappite sul cuore, con gli occhi stravolti

e la bocca contorta dal colpo apoplettico che lo aveva fulminato nel

punto di stender la mano alla tazza di caffè fumante ancora su la tavola

da pranzo.

Parlava con mia madre, lieto che un suo affare già si fosse avviato

bene, contrariamente di quel che egli temeva.... e tutto a un tratto,

senza un grido, senza un gesto, era barcollato ed era cascato col capo

indietro. Un rantolo, un rapido scomporsi della sua bella fisionomia....

Tutto era dunque finito?...

Mi sembrava impossibile che fosse proprio così!

La mamma e io lo sollevammo a stento, lo adagiammo sul divano credendo

ancora che si trattasse di uno svenimento, di un malessere passeggero.

Infatti il corpo aveva fremiti, sussulti che illudevano.

--Babbo! Babbo!--chiamavo quasi per destarlo, reggendogli il capo,

intanto che la mamma dava gli ordini per un dottore.

Gli occhi si chiusero lentamente, i muscoli contorti della faccia si

distesero, e il capo mi si appesantì su le braccia, chinandosi da un

lato!

Mia madre, ritornata con due guanciali, volle insinuarli ella stessa

sotto la testa del babbo, ignara dell'irrimediabile disastro; ingannata

anche dall'apparente tranquillità--invece era istupidimento--che mi

leggeva sul volto.

Non piangeva neppure lei, non poteva piangere; si torceva le dita

guardando, di tratto in tratto, all'uscio da cui doveva entrare il

dottore, smaniando pel ritardo; ed ora accarezzava la faccia del babbo

con lievi passaggi delle mani tremanti, ora rivolgeva a me timide

occhiate interrogatrici che facevano intravedere lo spavento di una

possibile tremenda risposta.

Quel quarto d'ora di angosciosissima attesa mi parve un secolo.

Che mi attendevo dal dottore? Ero impietrito, convinto che la sua

presenza oramai fosse inutile; eppure respiravo con ansia, celeremente,

quasi il mio ansare potesse influire ad affrettarne l'arrivo. E in quel

momento, con lo spettacolo sotto gli occhi di colui che ormai sapevo

cadavere in cui nessuno avrebbe potuto infondere un nuovo respiro di

vita, tendevo l'orecchio al cinguettìo dei passeri che entrava,

clamoroso, dalla finestra, e riflettevo intorno alla grande indifferenza

della Natura per le nostre gioie e pei nostri dolori, pur indignandomi

di poter pensare a simili cose in quel tragico istante.

Finalmente il dottore arrivò. Tastò i polsi, introdusse una mano nello

sparato della camicia, chinandosi per ascoltare i battiti del cuore, o

meglio per fingere di ascoltarli, giacchè il primo sguardo gli era

bastato per capire l'inutilità della sua opera. E rizzandosi su la

persona, si volse verso mia madre, la prese delicatamente per un braccio

e fece atto di volerla allontanare.

La povera mamma, copertosi il viso con le mani, balbettando:--Oh, Dio!

Oh, Dio!--si lasciò trascinare fuori della stanza, opponendo debole

resistenza.

Io caddi ginocchioni davanti al divano; baciavo e ribaciavo il cadavere

ancora caldo, senza un lamento, senza un singhiozzo, soffocato dal

groppo di pianto che non riusciva a versarsi per gli occhi; e dietro un

velo di nebbia, quasi nella fluida trasparenza di un sogno, intravedevo

le persone di casa, gli inquilini accorsi, e il corpo giacente che aveva

tuttavia, nonostante quel nebbioso velo, le rigogliose apparenze della

vita e della forza.... Poi improvvisamente, non vidi più nulla, come se

un nero abisso mi avesse inghiottito.

Il povero babbo era stato previdente.

Fra le sue carte, e serbata in un posto dove avrebbe potuto essere

subito ritrovata, io rinvenni una lettera diretta a me, scritta sei mesi

prima del luttuoso avvenimento, quasi il cuore gli presagisse quel che

doveva, tra non molto, accadere. Mi dava minutissimi schiarimenti

intorno ai suoi affari, m'indicava la persona a cui avrei potuto, con

piena fiducia, affidarne il disbrigo, e si diffondeva in lunghi consigli

di pratica saggezza, ripetendo con diverse parole--e leggendo mi

sembrava di riudirne la voce--quel che mi aveva detto la mattina del

nostro ultimo colloquio.

Ancora, dopo parecchie settimane, io non sapevo rassegnarmi a credere

ch'egli fosse sparito per sempre!

La mamma vestita a lutto, la tristezza che incombeva su tutta la casa,

le insolite occupazioni alle quali dovevo concedere quel tempo fin

allora riserbato esclusivamente ai miei studi, e che mi infastidivano

per la loro volgare minuzia, non erano sufficienti a darmi un vivo senso

della realtà, delle tristi circostanze intervenute a sconvolgere

l'andamento ordinario della mia vita.

Il dolore di mia madre era intenso. Capivo che ella evitava, quanto più

era possibile, di rammentare il povero nostro caro assente per non

accrescere lo strazio del mio cuore; ma, in certi momenti, ripensando le

rivelazioni di quel giorno, io non riuscivo a vincere il sospetto che

ella si sforzasse di far apparire il suo dolore più grande e più intenso

che veramente non fosse. La scusavo, la giustificavo; avrei voluto però

che ella avesse già perdonato e dimenticato; che più non fosse

perdurata, tra l'assente e lei, quella scissura che le aveva fatto

portare chiuso in cuore tant'anni il suo bel sogno di donna non potuto

attuare, com'ella si era espressa.

E a tavola, o quando veniva a sedersi nel mio studio per leggere là

qualcuno dei tanti volumi nuovi che il mio libraio continuava a inviarmi

(ora che non aveva altri all'infuori di me, voleva sentirsi

confortata--diceva--standomi silenziosamente vicino) a tavola, o mentre

ella leggeva, io la fissavo, evitando di farmi scorgere, e tentavo di

penetrarla per indovinare se, sospettando in quel modo, non la

calunniassi indegnamente.

Un giorno, alla fine, per dissipare il tormentoso dubbio--soffrivo assai

ogni volta che esso, scacciato via, tornava a riaffacciarmisi

nell'animo--un giorno, vedendo che la mamma, deposto su le ginocchia il

libro di lettura, chiusi gli occhi e abbandonata la testa indietro su la

spalliera della poltrona, si era immersa nel dolce fantasticamento

prodotto dalle sensazioni delle cose lette, la riscossi bruscamente:

--Mamma!...

E mi arrestai, già pentito di quel che intendevo di fare. Ella mi fissò

con sguardo così affettuoso da incoraggiarmi a dirle subito:

--Che cosa pensavi, mamma?

--Pensavo,--rispose dopo un istante di esitanza,--che io non avrei mai

creduto ch'egli occupasse, vivendo, tanto posto nel mio cuore. Si vede

che l'amore è capace di assumere tali forme da rendersi quasi

irriconoscibile. Sento oggi nel cuore lo stesso vuoto lasciato dalla sua

sparizione in questa casa e nella nostra esistenza. Ora riconosco che ha

avuto ragione lui, stimandomi uno strumento in mano sua, da dover

adoprare secondo i suoi fini. Egli possedeva un senso sano ed integro

della vita. Se ha avuto qualche torto.... parecchi anche.... più che a

lui, essi debbono venir attribuiti--lo capisco ora--alle circostanze.

Non è stato egoista, cattivo, crudele, oh, no! È stato uno con cui si

dev'essere indulgente perchè ha lavorato molto; uno che aveva bisogno di

cogliere qua e là qualche fiore, lungo la strada, per distrarsi, per

riposarsi.... Allora ne soffrivo. Da che non è più.... lo scuso, e

spasso gli chiedo perdono del non avergli sempre nascosto che ne

soffrivo, e di averglielo rimproverato con la freddezza e col silenzio,

talora peggiori di ogni aperto rimprovero.

--Mamma cara! Che consolazione mi dài dicendomi questo!

--Che cosa credevi tu dunque?

--Credevo che tu serbassi qualche rancore alla sua memoria!

--Oh! figlio mio!

--C'è stato un momento in cui sono stato ingiusto anch'io verso il

babbo!

Chiuse il libro, si rizzò in piedi e, presomi per le mani, soggiunse:

--Non mi hai più parlato del tuo avvenire, Dario. Io attendevo da te una

parola, come tuo padre e forse assai diversa da quella che attendeva tuo

padre. Non me l'hai detta. Perchè, Dario?

--Non so, mamma! C'è un gran buio nel mio spirito. L'orgoglio mi acceca

tuttavia. Non so rassegnarmi a non essere niente nel mondo, pur avendo

un altissimo concetto di quel che vi vorrei essere. Sarò un infelice,

mamma; lo sento. Non mi consolerò mai della mia miseria rimpetto allo

splendore di quel sogno! Se avessi, come te, la fortuna, di credere in

Dio, andrei a chiudermi in una Certosa, a vivervi la lunga agonia della

preghiera e del silenzio; ma la mia mente non può credere.... Mai, come

in questo momento, io non ho compreso la terribile verità di quella

sentenza biblica: La scienza è dolore! Vorrei dimenticare, diventare

tutt'a un tratto un ignorante, un povero di spirito.... Ecco perchè non

ho potuto dirti la parola da te attesa.... C'è un gran buio nel mio

spirito!

--Io non oso suggerirti....

--Parla, mamma! Le tue parole dell'altra volta mi avevano aperto uno

spiraglio di luce. La mattina della disgrazia, già avveniva un insolito

risveglio di giovinezza, nel mio cuore.... Non mi ero mai sentito

giovane come in quel momento. Ah! Il mio male consiste qui,

nell'intelligenza; non sono stato mai giovane, quantunque io abbia

appena vent'anni. Non potrò ridivenirlo, oramai ne sono convinto. Vi è

una maturità dello spirito che talvolta precede quella del corpo; ed è

stato di malattia forse incurabile. La sanità consiste nell'equilibrio.

--T'inganni, Dario! T'inganni! Io sono una povera donna che non può

opporre profonde ragioni alle tue; ma nel mio cuore materno c'è qualcosa

che vale, mi sembra, quanto codeste ragioni. Siedi qui; non sdegnare di

ascoltarmi. Io ti riguardo come superiore a me, sebbene mio figlio. Sei

uomo, sai tante cose che io non intenderei anche se mi applicassi a

studiarle come te; non per questo mi sembra atto di vanità o di superbia

il dirti quel che sento. Tuo padre ti parlava altrimenti. Era uomo di

azione, a modo suo. Avrebbe voluto che suo figlio lo somigliasse, anche

non facendo quel che faceva lui. Sai che fantasticava di te?--Un uomo

politico, un deputato al Parlamento.--E poichè ci vogliono belle

migliaia di lire per riuscire ad essere eletto,--diceva, stropicciandosi

le mani,--io gliele preparo. Saranno bene spese; e vorrei che mio figlio

non avesse scrupolo di spenderle. Quando si vuoi raggiungere uno

scopo....

--Vorrei adoperarle meglio.... in ogni caso!...--la interruppi

sorridendo tristamente.

--Lo dico anch'io. E, nota: egli che riponeva in te ogni sua speranza;

che non aveva voluto altri figli per non disgregare la sua fortuna; che

era orgoglioso di veder sopravvivere in te il suo nome onorato, non

accennò mai, mai, alla speranza di vederti creare una famiglia. Una

volta io gli dissi:--Mi dispiace che Dario viva a questo modo, tutto

immerso negli studi. Andrà incontro a un pericolo il giorno in cui dovrà

scegliere una sposa.--Alzò le spalle, e non rispose nemmeno. E un'altra

volta mi rispose:--Troverà facilmente; è il meno di cui mi

preoccupo.--Infatti.... egli mi aveva sposato unicamente per avere un

figlio. Le dolcezze della famiglia non avevano significato o valore per

lui. Ebbene, Dario, io desidererei che tu agissi altrimenti. Io

desidererei che la tua vita si raccogliesse tutta in quelle gioie intime

e sicure che egli non ha voluto conoscere, che non ha goduto. C'è

dell'egoismo in quel che ti dico, ma forse assai meno che non sembri.

L'arte, la scienza sono belle e grandi cose; ma la vita è così breve,

così precaria, che la suprema saggezza a me sembra consistere nel

goderla il più tranquillamente possibile, quando si hanno, come tu li

hai, tutti i mezzi di goderla in tal modo. Crearsi una famiglia è azione

bella e grande quanto l'arte e la scienza. Amare, essere amato, dar vita

ad esseri che ci perpetuano e che possono contribuire alla felicità o

almeno alla prosperità sociale non è spregevole cosa. Io ti parlo da

donna, da madre. Prima d'ora ho taciuto per non impormi alla tua scelta,

per non mettermi in contrasto con le intenzioni di tuo padre. Davanti a

lui mi sentivo piccina piccina, non osavo aprir bocca; ma oggi mi sembra

che sia mio dovere....

S'interruppe.

Dolcissime lagrime mi scorrevano silenziosamente per le gote e non

pensavo di asciugarle.

Perchè piangevo?

Le parole di mia madre significavano l'estrema condanna del mio sogno di

grandezza spirituale, ed io gli dicevo, con quelle lagrime, il mio

addio?

Erano esse segno di fiacchezza nervosa?

--Non ti dispiaccia, che io ti abbia parlato così--riprese mia

madre.--Tu sei libero, e puoi fare quel che vuoi. Va', figlio mio, verso

la felicità che intravedi, per qualunque strada, con qualunque mezzo,

secondo giudichi opportuno. Tuo padre aveva detto:--Ti do un mese di

tempo!--Egli aveva fretta, era impaziente. Io no, Dario!

--Tu sei una santa!--esclamai.

Rassegnazione: Romanzo · 第 20 / 41 题