Mio padre arrivava in mal punto.
Ero, da più giorni, tormentato da questa convinzione della mia inettezza
a qualunque cosa che veramente meritasse di occupare l'intelligenza di
un uomo. In certi momenti mi domandavo se quella sproporzione tra la mia
idea e le mie forze fisiche e mentali non fosse grave sintomo di
degenerazione o di pazzia.
Riflettevo:
--Un gran poeta, un gran romanziere, un gran drammaturgo, qualunque
grande artista, qualunque gran pensatore è tale quasi senza saperlo. A
nessuno di essi dev'essere mai passato per la testa:--Voglio essere
questo! Voglio essere quest'altro!--Si sono sentiti artisti, pensatori,
o meglio hanno operato da artisti, da pensatori, creando, ragionando,
facendo naturalmente, semplicemente la loro funzione. Chi dice, come
me:--Vorrei essere questo! Vorrei essere quest'altro!--ha già la
coscienza di essere tutt'altro.
Che sono io? Un orgoglioso, un vanitoso! Un uomo mancato!
E inutilmente soggiungevo:
--Al pari di mille e mille altri!
Questo non mi consolava, non leniva il mio tormento.
Fino al giorno però in cui mio padre venne improvvisamente a disperdere
le mie ultime illusioni, io non avevo ancora sentito l'abbattimento così
disperato che quel giorno mi faceva singhiozzare bocconi sul letto,
brancicando la coperta con mani convulse.
Mi sembrava che il mondo fosse crollato attorno a me e che fosse sparita
ogni luce.
--Dario! Dario!--sentii chiamare.
Era la voce di mia madre.
Mi asciugai in fretta il viso bagnato di lacrime, cercai di dissimulare
la mia angoscia e corsi ad aprire l'uscio.
--Dario!...
Mio padre le aveva accennato qualche cosa di ciò che mi aveva detto poco
prima, e la povera donna accorreva per temperare l'asprezza da lei
sospettata nelle parole di lui.
--Oh, mamma!--esclamai, gettandole le braccia al collo e chinando
desolatamente la testa, sul suo petto ansante.
--Coraggio! Tuo padre ti vuol bene. Non prendere in mala parte i suoi
consigli, la sua insistenza.
--Il babbo ha ragione,--risposi con voce cupa.
--Ascoltami, Dario!--ella soggiunse affettuosamente.
E mi condusse per mano verso il canapè forzandomi a sedere accanto a
lei.
Era un po' pallida, ma sorrideva con tale espressione di dolcezza e di
benignità, che io sentii dileguare quasi tutt'a un tratto quel fremito
di rancore destatosi nel mio animo mentre mio padre parlava.
--Ho fatto come tuo padre,--cominciò;--ti ho lasciato pienissima libertà
riguardo al tuo avvenire. È giusto che i genitori non pesino per nulla
su questa scelta perchè possono facilmente ingannarsi e indurre in
inganno.
--Ah! Non ho da scegliere,--la interruppi.--Ogni via mi è chiusa.
--Credi tu dunque di averle esaminate tutte?
--Tutte!
--Lo so; tu vorresti farti onore nel mondo con le opere del tuo ingegno;
vorresti arrivare in alto, alla cima; la mediocrità ti fa orrore; me lo
hai detto più volte. Hai tentato, ti è parso di non aver forza da
riuscire, ed hai perduto la fiducia che ti aveva sostenuto finora. Sei
orgoglioso e modesto nello stesso punto, e ciò onora molto la tua
intelligenza e il tuo cuore. Io non m'intendo di queste materie; la mia
cultura è troppo scarsa da poter giudicare se hai torto o ragione.
Mettiamo che tu abbia ragione. Che vuol dire? Se tutti la pensassero
come te, la società perirebbe d'inerzia. Ciascuno di noi porta dentro di
sè qualche sogno non mai potuto realizzare; ed io credo che sia bene che
avvenga così. Non è certo, figliuolo mio, che avremmo raggiunto la
felicità o la gloria, realizzando quel sogno. Nella vita poi vi sono
còmpiti umili o modesti non meno necessarii nè meno utili del còmpito
dell'artista e dello scienziato. E ci vuole grandezza d'animo e quasi
eroismo per eseguirli senza rimpianto di maggiori cose, attentamente,
amorosamente, non come penoso dovere, per non sopportarli soltanto come
inevitabile croce. Non ti meravigliare che io parli così. Non ripeto
cose imparate dai libri; esprimo quel che ho pensato e meditato da anni,
silenziosamente, portando dentro di me il mio sogno rimasto tale, ed
eseguendo il mio còmpito rassegnatamente, con lo stesso amore con cui lo
avrei eseguito, se lo avessi scelto di mia libera volontà.
--Anche tu, mamma?--la interruppi stupito.
--Oh, non immaginare niente che possa eguagliarsi a quel che tu
desidereresti di raggiungere! Raramente il pensiero di una donna va più
in là della famiglia, di quel nido di amore dove ella vorrebbe essere
schiava e regina nello stesso punto. Mia madre è stata un'eletta. Tu non
l'hai conosciuta. Avresti avuto una nonna adorabile. Era bellissima e di
bontà immensa. Più che coi precetti, mi ha educata con l'esempio.
Creatura felice, ha fatto felice l'uomo del suo cuore, e quanti le
stavano attorno. Credevo che avrei dovuto avere la stessa sorte; potevo
ambirne una migliore?... Invece!... Non accuso qualcuno, e meno di tutti
tuo padre.
--Anche tu, mamma?--replicai guardandola fisso negli occhi, quasi
temessi che ella, non volesse svelarmi il suo doloroso segreto, e
tentassi di carpirglielo per forza.
--Non accuso qualcuno,--ella riprese,--e meno di tutti tuo padre. La sua
condizione era molto diversa della tua. Un disastro economico della sua
famiglia lo ha costretto a rifare col lavoro quel che l'imprevidenza di
suo padre e la furfanteria degli altri gli aveva improvvisamente rapito.
Poi, quando la fortuna ebbe aiutato i grandissimi sforzi di attività che
egli era riuscito a fare, quella stessa febbre di speculazioni, di
imprese, di appalti, di scommesse di borsa che lo aveva risollevato in
alto, lo ritenne, quasi sua preda, lo sopraffece, gli die' la vertigine.
Fu marito e padre soltanto nei primi anni del nostro matrimonio; dopo, è
stato, in famiglia, una macchina creatrice di ricchezza; non ha avuto
tempo di esser altro. Sballottato di qua, di là, pel mondo, si ricordava
di me unicamente per farmi sapere che mi voleva felice, assieme col
figlio, e che tutta la sua vita era consacrata a questo scopo. Ma per
lui la felicità consisteva nella ricchezza; in niente altro. Io gli sono
stata e gli sono gratissima di questa buona intenzione; e ringrazio
Iddio che lo ha aiutato in ogni sua impresa. Egli però, te lo dico senza
ombra di rancore, ha voluto altrimenti. Io avevo te, ero assorta nelle
cure della tua malferma salute, nella tua educazione, e mi mancava il
tempo di essere gelosa, di dolermi di esser messa da parte nella sua
vita, di essergli divenuta presto, se non un'estranea, certamente non
più la donna sua, come sposandolo avevo sognato. Sono stata rispettata,
stimata infinitamente; amata, no!
--Povera mamma!--esclamai.
--Non mi compiangere. Ho avuto la buona ventura di rassegnarmi. Quel mio
sogno di ragazza mi si è rifugiato in fondo al cuore, vi si è nascosto e
addormentato; ed oggi è la prima volta che lo sveglio e torno a
guardarlo. Tuo padre non ha mai sospettato che io soffrissi in silenzio,
e che rimpiangessi qualche cosa. Mi ha creduto forse indifferente,
fredda, anima creata a posta per stare sottomessa, formata per servire
un padrone.
--Oh! Tu sei stata dunque una martire, mamma?--dissi, prendendole le
mani e baciandogliele ripetutamente.
--Martire è troppo, figlio mio!
Sorrideva serena. Ma negli occhi e in certe pieghe delle labbra le si
scorgevano facilmente segni di profonda tristezza.
--Non sono stata felice--continuò--come tuo padre probabilmente ha
creduto. Forse, un po', la colpa è mia. Ho avuto un senso di orgoglio
che mi ha chiuso la bocca. Nessuno ha mai saputo quel che avveniva
dentro il mio cuore. Non mi sono mostrata espansiva neppure con te. E
questa casa invidiata, creduta albergo di felicità, ha spesso visto tre
ombre aggirarsi per le sue stanze: una, quella di tuo padre, agitata da
fantasmi di speculazioni, di intraprese industriali, di progetti di
nuovi guadagni; l'altra, la mia, muta, passiva, con una maschera sul
viso che impediva alla gente di penetrare il mio doloroso segreto;
terza, la tua, povero figlio, tormentata da una gran visione di
creazione artistica e di gloria. E siamo vissuti quasi non fosse stato
tra noi niente di comune, intendo niente d'intimo; lasciando che ognuno
agisse a modo suo, legati unicamente da quelle relazioni materiali di
famiglia che bastavano a tenerci insieme. Può darsi che io esageri; può
darsi che io giudichi con parzialità. Giacchè tuo padre, in mezzo alla
ressa, alla tormenta degli affari, ha pensato sempre a te, al tuo
avvenire. Egli ha goduto la vita di viaggiatore che prende qualche cosa,
via via, nei _buffet_ delle diverse stazioni, in piedi, senza aver tempo
di scegliere, di far lo schizzinoso. Ha cercato il meglio che poteva
avere sottomano, si è servito spensieratamente ed ha ripreso il treno,
soddisfatto, contento della corsa che lo avrebbe fatto presto arrivare
alla mèta del suo viaggio. E viaggiando, ha pensato che coloro che
rimanevano in casa sua, dovevano anch'essi essere soddisfatti e contenti
perchè potevano godere il frutto del lavoro di lui senza darsi pensiero
di nulla. Sono stata forse una donna per tuo padre? Ha supposto che
potesse bastarmi l'essere madre quasi per caso. Egli aveva avuto da me
quel che desiderava: un figlio. Non voleva averne altri, per non
disperdere tra parecchi una sostanza che gli sembrava appena sufficiente
a concedere piena indipendenza a un solo. Non me l'ha mai detto; me l'ha
fatto capire dal suo contegno; ed io non ho voluto contristarlo
ribellandomi. Pensavo:--Chi sa ch'egli non abbia ragione?--E l'idea che
facendo diversamente avrei potuto mettere qualche ostacolo al tuo futuro
benessere, mi ha infuso la gran forza di rassegnarmi.
Io non osavo d'interromperla, e l'ascoltavo vinto da un senso di
maraviglia e di compassione. Una dolce vena di tenerezza mi scaturiva,
inattesamente, nel cuore, e me lo inondava tutto. Mi sembrava che quanto
di umano, di affettuoso, di carezzevole era fin allora rimasto quasi
condensato in ghiaccio nella profondità del mio organismo, si
liquefacesse soavemente, cominciasse a circolarmi per le vene, mi
infondesse una vitalità nuova di cui non avevo nessuna idea.
Mi sembrava di essere tornato bambino, di crescere di mano in mano, là,
sotto gli occhi di colei che mi guardava amorosamente pronunciando, con
voce flebile ma armoniosa, quelle significative parole che non erano
suoni soltanto ma onde luminose e benefiche.
Così capivo di essere ancora giovane, di avere aperta davanti ai miei
passi una via di vita, di gioia, di attività assai ben diversa da quella
che l'aridità dei miei studi mi aveva fatto fin allora intravedere. Così
mi balenava allo sguardo interiore dell'anima la possibilità di essere
qualche cosa anch'io, quantunque non più quel che avevo fantasticato
nell'orgoglioso raccoglimento in cui ero vissuto tant'anni.
--Parla, parla ancora, mamma!--avevo esclamato con voce tremante, e
sentendomi riafferrare dalla disperazione appena l'avevo creduta quasi
vinta.
--Io ho atteso con fiducia questo momento,--ella rispose.--Ricordi? Ogni
volta che mi confidavi i tuoi alteri progetti di avvenire e mi mettevi a
parte delle tue angosce, delle tue delusioni, delle tue nuove illusioni,
io ti dicevo:--Tu puoi giudicare meglio di me, povera donna quasi
ignorante. Sei troppo giovane, hai tempo di riflettere!
--E soffrivo per te, non già perchè il tuo sogno mi sembrasse
irraggiungibile, ma perchè diffidavo di quel sogno, da donna, da madre.
Ti vedevo, con profondo dolore, cercare la soddisfazione della tua
anima, la tua felicità là dove ero convinta che non avresti potuto
trovarle. Ma non osavo dirtelo; non me ne riconoscevo l'autorità, per
quanto il mio dovere di madre potesse scusarmi, se mai lo avessi
tentato. Ora però....
--Parla, parla, mamma!--imploravo.
--Ora che tu stesso....
--Ah!... È orribile, mamma! Mi par di morire!
--No, la vita non consiste tutta nell'intelletto; somiglia a una immensa
gradinata. È bello aspirare di salirne la cima, di poter parlare al
mondo da quell'altezza con la parola dell'arte o della scienza; ma non è
avvilente fermarsi a metà o più giù....
--Confuso tra la folla, zero che dà valore a un'unità!--la
interruppi amaramente, sentendomi tutt'a un tratto affluire alla
bocca il fiotto attossicato della mia delusione, vedendo sparire,
quasi irridendomi, gli ultimi lembi del miraggio che mi aveva
abbagliato e sedotto.--Oh!--continuai rizzandomi in piedi.--Rinuncio
a tutto! Vegeterò, non vivrò. Tu mi aiuterai a sopportare la lunga
agonia, se questo miserabile mio corpo si ostinerà a durare! Non
aprirò più un libro, non penserò più! La mia intelligenza dovrà
atrofizzarsi alfine, e lasciarmi bestialmente tranquillo. Oh!...
Rinuncio a tutto; vegeterò, non vivrò!
E così esclamando, avevo la strana sensazione che un'altra persona
parlasse a quel modo per bocca mia.
Allo sdegno, al rancore si mescolava intanto quel senso di tenerezza che
la rivelazione di mia madre mi aveva fatto, poc'anzi, scaturire nel
cuore. E pur balbettando con rabbia, quasi per fissarmelo bene nella
memoria:--Rinuncio a tutto! Vegeterò, non vivrò!--la carezza di quel
sentimento m'insinuava:
--Vivrai! Vivrai! La vita ha ben altro di quel che tu, miope, vi scorgi!