NOTIFICAZIONE.

«La Patria in pericolo chiede uomini ed armi. Bando alle discordie;

uniti in un solo volere prepariamoci frettolosi a respingere lo

straniero che osasse attentare alle conseguite Libertà.

«La calma operosa è più utile del tumultuario affaccendarsi, perchè la

prima mostra il fermo proponimento e la solennità dell'atto che va a

commettersi, mentre il secondo confonde, e non ha durevole impronta.

«Ogni Cittadino pertanto, che ritiene armi inoperose, le consegni a

questo Municipio.

«Lo stesso invito vien fatto ai Militi della Guardia Nazionale dai 50

ai 60 anni, coerentemente al disposto dell'Articolo 7 del Decreto dei

23 marzo 1849 del Governo Provvisorio toscano.

«Giovani generosi, caldi di amor patrio, questo è il momento più bello

della vostra vita; da voi la Patria attende la propria salvezza. Dio

non abbandona gli oppressi. L'ora del risorgimento è suonata. Le armi

soltanto ponno decidere dei nostri destini.

«Livorno, dal Palazzo Civico, li 4 aprile 1849.

«_Il Gonfaloniere_ AVV. LUIGI FABBRI.»

[612] «Si dica allo A., che tratti, e concluda il baratto di ½ milione,

e di là mandi in Francia subito. Le armi si raccolgano. Ne sono

arrivate altre in Livorno? Qua armi prima, poi gente.» — (Dispaccio

telegrafico del 4 aprile 1849. Documenti, pag. 443.)

[613] Documenti, pag. 519.

[614] Documenti, pag. 519 e 520.

[615] «Se il Battaglione Del Fante, se i Volontarii non vengono

subito con le armi, non vengano più, essendosi il nemico incominciato

a mostrare verso Sassuolo. Di nuovo invito per armi, e mandarle

subito... e presto le armi. Lucca vostra non corrisponde, — vergogna.»

— (Dispaccio telegrafico del 5 aprile 1849. Documenti, pag. 444.) —

«Il Battaglione se non viene presto, non importa. Si dirà anche dei

Livornesi: solite ciarle e fatti punti. Se non rendono le armi, si

levino alla Nazionale, perchè quando sono superati gli Appennini, o che

credono di difendere Livorno dalle bombe austriache? Con le picche si

guarda la città. Abbiamo gente; un milione circa in Francia per arme.

Prediche, Esposizioni in Duomo, e per ultimo la Madonna santissima di

Montenero muoveranno i Popoli.» — (Dispaccio telegrafico del 5 aprile

1849. Documenti, pag. 445.)

[616] Ordine del Giorno del Ministro della Guerra del 5 aprile 1849.

[617] «Si presenti al sig. M. di cotesto Governo, e faccia acquisto

per conto dello Stato dei seguenti articoli: Fucili 1240. Sacchi 200

nuovi. Detti 100. Capsule 1 milione, a patto restituirle se non sono

servibili.» — (Dispaccio telegrafico del 5 aprile 1849. Documenti, pag.

445.)

[618] Ordine del Giorno della Commissione organizzatrice il Corpo dei

Volontarii toscani del 5 aprile 1849.

Comecchè io non detti Storie, pure considerando che il buon cittadino

non deve pretermettere occasione di lodare chi di lode fu degno

non tanto per giusta ricompensa di loro, quanto per eccitamento di

virtù, oltre il fatto di Morandini, Rubieri, Angiolini, e Gasperini,

giovi onorare Ilario Fabri di Santa Sofia, che non compreso nello

imprestito forzato offerse 500 scudi (_Monitore_ del 2 aprile 1849),

M. Galeotti che offerse spontaneo 500 lire, e Pianigiani il quale,

escluso anch'egli dallo imprestito, offriva contribuire 14 per 100 su

la prima categoria (_Monitore_, del 4 aprile 1849). Il Pretore Franci

di Pontedera annunziava per telegrafo:

«Il Pretore di Pontedera al Capo del Potere Esecutivo.

«Ho fatto quello che doveva come cittadino. — Al Circolo ieri sera ho

detto quelle stesse parole che ella mi diceva sabato in compagnia in

Vapore. Fu letto il suo Indirizzo del giorno 6 andante alla Gioventù

fiorentina. — Il generoso Danielle Ricci di Pontedera ha offerti due

zecchini ad ogni giovane pontederese che s'inscriverà per andare ai

confini. Anche il Municipio, lo spero, si proporrebbe sussidiare le

famiglie di coloro che per la difesa della Patria le abbandonassero.

— Che fare di più? eppure non abbiamo fin qui che quattro Volontarii.

Povera Patria! Madre sventurata, hai figli troppo ingrati. Vergogna. —

Ore 2, 5 m. pom.

«FRANCI.»

«Il Pretore di Pontedera al Capo del Potere Esecutivo.

«Dopo un eccitamento fatto stamani dall'onorando vecchio Cesare

Vallerini, Vicario in disponibilità, alla Gioventù di Pontedera,

abbiamo ottenuto le firme di altri dodici Volontarii. — Ore 6,35 m.

pom.

«FRANCI.»

Il Circolo di Grosseto mandò 16 cavalli; almeno questo qualche cosa di

buono seppe fare. — (_Monitore_, del 5 aprile 1849.)

[619] «Alla Gioventù Fiorentina!

«Una Gioventù fiorentina piena di fede, di modestia e di ferocia, tenne

levato gloriosamente il gonfalone della Repubblica fiorentina contro

le armi di un Imperatore potentissimo e di un Papa; e quando vinta dal

tradimento ebbe a deporlo, vi si avvolse dentro come in un sudario di

gloria, e si adagiò nel sepolcro.

«La Gioventù fiorentina allora aveva fremito di rabbia e lacrime

d'ira, e mani gagliarde contro i nemici della Libertà ch'è sì cara:

imperciocchè questa Libertà nella nostra terra le venisse insegnata

dagli esempii paterni, esposta con gli scritti da Niccolò Macchiavelli,

difesa da Michelangelo, sostenuta con la virtù della parola o del

ferro da Francesco Carduccio, da Francesco Ferruccio, da Dante da

Castiglione, e da altri famosi di questa inclita terra.

«Allora in questa città vissero uomini, i quali come lo Alberti tennero

per ferma una cosa, che anche a quei tempi parve enorme, doversi alla

salute dell'anima anteporre la salute della Patria.

«E in questa Piazza della Signoria per la Libertà era arso il frate

Girolamo Savonarola, di cui fu somma sventura andassero disperse le

ceneri. Come nel primo giorno di Quaresima il rito della Chiesa ordina,

che si freghi con la cenere la fronte al cristiano e gli si ricordi

che polvere nacque e polvere ha da tornare, noi potremo adesso spargere

un pugno di cotesta cenere sopra la testa della Gioventù fiorentina e

dirle: Rammentati che Dio ti creò libera, e libera tu devi morire.

«O Dio! forse da cotesti tempi in poi qualche cosa è mutata quaggiù,

onde i Fiorentini non amino la Patria come altra volta l'amavano? In

San Giovanni i Fiorentini vengono sempre battezzati nel nome del Padre,

del Figliuolo e dello Spirito Santo. Le arche mortuarie conservano

sempre il deposito sacro delle ossa paterne; la cupola s'inalza sempre

degna di rappresentare quasi una via che unisce la terra col cielo;

popolate le valli delle medesime case e dei medesimi oliveti; il nostro

cielo sfavilla sempre del sorriso di Venere celeste, che si compiace

avere stanza quaggiù, circondata dalle divine opere del genio quasi un

pianeta in mezzo alle stelle.

«E sta tuttavia questo Palazzo Vecchio testimonio di tante opere e di

tanti detti virtuosi. Sotto il ballatoio, o Fiorentini, leggete scritta

in caratteri d'oro sopra fondo azzurro la parola _Libertas_. Non vi

sembra un Angiolo amoroso che reietto dagli uomini si rimane esitante

di abbandonare Firenze, e sta così sospeso fra il Cielo e la Terra fiso

aspettando pure che il Popolo lo richiami?

«Sta questo Palazzo, che fu sempre come il cuore della Libertà. O

sacre mura! quando io levo in alto il capo vedo formicolare di gente il

ballatoio, e fervere nella battaglia, e avventar dardi e sassi contro

i sottoposti soldati della tirannide, e poi ad un tratto fermarsi

per mancanza di armi: allora la venerabile sembianza di Messere

Jacopo Nardi rivela il muro a secco per rovesciarlo sopra il nemico,

e declinato lo sguardo, i gradini e la piazza considero ingombri di

membra infrante, e di armi spezzate; — lavate quel sangue di schiavi;

esso non rallegra ma contrista la terra della Libertà. — Per la memoria

del fatto basta il braccio tronco del David di Michelangelo. Il marmo

del Buonarroti, compenetrato della sua anima grande, sembra che non

potendo rimanere spettatore immobile del caso, abbia preso parte alla

battaglia riportandone onorata ferita.

«Nulla pertanto è mutato — nulla, meno che gli uomini....

«Così dicono gli stranieri calunniando; non io. Figlio delle comuni

sventure, partecipe degli stessi dolori, conosco a prova quanto

sia grave dopo trecento e più anni di vergognosa tirannide levarci

all'altezza della Libertà. Dove il pensiero tuona, non risponde la

voce amica e franca; dove il cuore freme, il braccio non consente

intorpidito; una bevanda avvelenata ti serpeggia nel sangue e ti

costringe al sonno; — la spada è diventata rugginosa, lo scudo rotto,

il capo senza dolore non sopporta più l'elmo; parenti, amici, tutti ti

supplicano a dormire: bisogna che tu dorma.

«Ma vi è un Angelo che rompe il sonno della tirannide, come vi ha un

Angelo che rompe il sonno della morte, — e questo è l'Angelo della

Libertà.

«E voi, o Fiorentini, udiste questa voce quando sopra i campi lombardi

più costanti e più tenaci degli altri duraste sotto la procella di

ferro e di fuoco che vi avventava lo implacato nemico. Voi mostraste

allora quello che soventi volte io diceva, come un Popolo e un Dio non

possono tenersi chiusi dentro al sepolcro.

«Adesso il bisogno urge maggiore. Qui ora non trattasi di acquistar

gloria, ma di fuggire vergogna: qui non vuolsi far procaccio di comodi,

ma ripararci dal danno; e da qual danno? — Tendete l'orecchio, o madri,

o spose, o figlie miserissime.... Dalle rive del Po e del Ticino, da

Brescia e da Bergamo muovono voci di pianto disperato, che stringono

il cuore d'ineffabile affanno. Ora che sarebbe se vedeste le sconce

ferite, e le membra lacere, i muri grondanti sangue? Udite fino di qua

il singulto dell'agonia di Venezia! Cotesto singulto è immenso, perchè

si parte dall'agonia della Libertà d'Italia. O Cristo, o Cristo, i tuoi

giusti occhi non guardano adesso la terra, poichè lasci perire Venezia!

«La difesa è agevole. La Natura provvida volle circondare questo suo

giardino, la bella Toscana, di un muro insuperabile di monti; ma il

Cherubino che deve stare a guardia di questo Eden hanno a crearlo

gli abitatori del luogo con la propria virtù. — Ordini di milizia

non valgono, inutili per gli aggressori le artiglierie, i moti della

cavalleria impossibili; dieci mila uomini di qui possono respingerne

cinquanta mila, il numero è d'impaccio e forse rovina.

«Ma il nemico non può venir grosso contro di noi. I Popoli gli fremono

alle spalle come moltitudine di acque in tempesta. Le ire dei Popoli

e del mare si stendono sopra la terra, e i troni, le armate e le

provincie spariscono. Non vi sbigottite per una sventura, i Popoli non

muoiono mai; la tela che il ragno della tirannide trama laboriosamente

in un secolo è disfatta dal Popolo in un minuto di furore.

«La difesa della terra nativa fu imposta dalla natura a tutti gli

animali come un istinto. La terra nativa ha diritto di esser difesa da

tutti coloro che ella nutrisce e ricovra pietosa nel suo seno; tutti i

suoi figli hanno il sacro dovere di difenderla; chi manca alla natura

manca a Dio, però che la natura sia la figlia primogenita del Signore.

«O Sacerdoti, il calice dove la prima volta beveste con labbra

tremanti il sangue di Cristo, vi sarà tolto dal Croato. Quale legge

vi sconsiglia dalla difesa della Patria? O piuttosto qual legge non

v'impone difenderla? E vi ha un Tribunale nel mondo che non patisce

appello, e questo sia nella propria coscienza; ponetevi, o Preti, la

mano sul cuore, e ditemi se mancando alla difesa della Patria una voce

non si muove là dentro che vi chiama traditori? Tradendo la Patria

avrete comune con Giuda la disperazione e lo inferno. Chi non ama la

Patria odia Cristo; chi affligge la Patria trafigge Cristo.

«Ora non si parla di Unione con Roma, nè di forma di governo; qui

non entrano scrupoli, nè casi di coscienza: si tratta di difendere le

nostre terre e le nostre vite. Se un Pontefice venisse e dicesse che

difendere la Patria è peccato, io gli spruzzerei l'acqua benedetta

nel viso profferendo la formula: «va addietro Satana!» però che egli

sarebbe il Demonio trasformato in Pontefice; e se le mie parole suonino

vere, io ne chiamo in testimonio il Vangelo prima, e poi tutti i

Dottori di Santa Madre Chiesa Cattolica.

«Voi altri, che vi chiamate Conservatori, di leggieri comprendete, che

male conserva colui che acconsente a vedere tutto disperso; fortuna,

onore, libertà, a caro prezzo, con lauto sudore, con diuturni studii

acquistati, tutto va in volta a modo di paglie trasportate dal turbine.

Diventata l'Austria dispensiera di libertà, lascio considerare a voi

qual sia per essere la parte che sfuggirà dai suoi artigli taglienti e

sottili.

«E se vi ha anche taluno che negli intimi precordii faccia voti per la

_Restaurazione_, si rammenti che il suo Principe non che difendesse la

frontiera, ma spingesse i Toscani alla guerra di Lombardia; che dove il

voto del suo cuore si compisse, il suo Principe gli direbbe: — perchè

hai consentito che mi venissero tolte la Lunigiana, e Massa e Carrara?

Di queste frontiere ha bisogno la Toscana se non intende rimanere

esposta al primo invasore; io lasciai più vasto lo Stato, per la tua

codardia lo ritrovo diminuito. Va, tu non sei un servo fedele; tu mi

stai addosso come l'insetto sopra la pianta. Io non scambio la lealtà

colla viltà. Vile fosti, vile rimanti, e sgombra dal mio cospetto.

«E voi, uomini ardenti, di cui lo impeto ribocca come spuma che bolle

fuori del vaso, avvertite che quando ciò avviene il fuoco si spegne

e il liquore scema. Ogni cosa ha il suo tempo, il frutto mangiato

immaturo allega i denti. Un fanciullo che stende la mano alla spada, e

non gli riesce sollevarla, diventa segno di compassione o di scherno.

La bandiera della Repubblica non va affidata ad un braccio di tisico,

ma di un gagliardo credente che la faccia trionfare con gloria, o

cadere con onore. Bandiera e Bandieraio, se avessero a sparire, devono

tramontare entro un mare di sangue; allora il Bandieraio non sorgerà

più, ma la Bandiera come il Sole tornerà ad affacciarsi in Oriente,

aspettata dalle generazioni, benedetta dai Popoli. La Repubblica ha

da vivere, o ha da morire sopra i campi di battaglia; voi la fareste

morire delle infermità dei pargoli. Sapete voi di che si nutrisce

la Repubblica appena nata? Di midolle di leone. Potete apprestarle

questo alimento voi? Staremo a vederlo. Intanto la difesa della Patria

anche per voi, e sopra tutti per voi, è obbligo santissimo. Imitate la

modestia e il valore dei giovani Cavalieri antichi; essi militavano con

bianco scudo finchè per qualche inclito gesto non avessero acquistato

il diritto di assumere l'impresa. Voi avete lo scudo bianco, la

occasione della prova è aperta innanzi a voi; se volete scrivervi

_Repubblica_, scrivetela, ma come i martiri della Chiesa di Cristo

prima di morire tracciavano la propria fede sopra il terreno, — col

sangue.

«Andate dunque, partite tutti, nel nome santo di Dio e della Patria. Io

vi terrò sicure le case e le famiglie. Qualunque opinione singolare,

intemperanza, od enormezza, saranno da me acerbamente punite. La

Legge è sovrana qui, e la Legge emana dall'Assemblea eletta dal voto

universale del Popolo. Le Leggi dell'Assemblea, se intende riordinarsi

il Paese, hanno da venerarsi come comandamenti di Dio. Non già in

angusta sala dove entra scarsa la luce del Sole, tra lunghe ambagi,

ed inamabili discorsi, ma sui campi aperti, fra il torrente dei raggi

di un Sole di maggio, in mezzo al lampo delle armi, alla faccia del

firmamento, al cospetto del nemico vinto, si ha da proclamare la più

perfetta forma politica di Stato per uomini perfetti: la Repubblica! —

La Repubblica potrà nascere quando le avremo apparecchiato il battesimo

di sangue delle nostre, o delle vene nemiche, — ciò non importa —

purchè sia battesimo di sangue.

«Firenze, 6 aprile 1849.

«GUERRAZZI.»

(Documenti, pag. 579.)

[620] Dispaccio telegrafico del 6 aprile, ore 12, m. 5 ant.

«Al Governo di Livorno.

« — Primo. — I Civici vadano subito a Pisa, e quivi si concentrino.

« — Secondo. — I Volontarii vengano a Firenze, e portino con essi le

armi.

« — Terzo. — I Bersaglieri pure vengano a Firenze.

« — Quarto. — Intorno alle armi e altro, proposte da Bini, il Ministro

della Guerra dà ordini separati.

« — Quinto. — Autorizzo di ricomprare a modico prezzo le armi già

nostre, ma presto. E sempre presto.

«GUERRAZZI.»

[621] «Al Ministro della Guerra.

«D'Apice ha ragione sul comando unico, nè i corpi sono così grandi

nè la superficie delle operazioni sì vasta da consentire divisione di

comando; veda di contentarlo, egli merita molto, ed è ottimo per questo

genere di guerra. Gli ho ordinato, in ogni evento regga in Garfagnana,

e cuopra Massa e Carrara. Spinga quanta gente più può di Linea.

Provveda alle sussistenze. Al Secchi, al Pierni dia maggiori facoltà

per l'Amministrazione. — Ore 4, 20 m. pom.

«GUERRAZZI.»

[622] _Alba_, 8 aprile 1849.

[623] _Alba_, 8 aprile 1849.

[624] Documenti, pag. 446.

[625] Dispaccio telegrafico dell'8 aprile 1849, ore 7, 30 m. p. m.

«Al Governatore di Livorno.

«Firenze mi ha sollevato dalla inerzia di Livorno. La Guardia si

mobilizza. Domani mille trecento uomini partono per Lucca. Dove è

andata Livorno? o si muova, o renunzii allo scroccato titolo d'eroica.

«GUERRAZZI.»

[626] Documenti, pag. 528.

[627] Documenti, pag. 94.

[628] _Monitore Toscano_ del 9 aprile 1849.

[629] Documenti, pag. 448.

[630] Ivi.

[631] Dispaccio telegrafico, del 9 aprile 1849, ore 11, 23 m. p. m.

«Al Governo di Livorno.

«Venne la gente. È stata alloggiata egregiamente. Livorno si commuove.

Sta bene. Ora ravviso la mia città. Dimani mando da te altra gente, ed

armi e munizioni. Spero respingere gli Austriaci. Al primo tiro corro

agli Appennini. Viva la Patria.

«GUERRAZZI.»

[632] Dispaccio del signor Ruschi del 9, e del signor Barli del 10

aprile 1849. Documenti, pag. 529, 531.

[633] Documenti, pag. 530.

[634] Documenti, pag. 531.

[635] Ivi.

[636] Documenti, pag. 450.

[637] Altrove ho detto, che il nostro _Attivo_ superava il _Passivo_;

ma il Passivo era composto di spese quotidiane, l'Attivo rappresentato

in parte da beni i quali da un punto all'altro non si possono vendere.

[638] _Custoza_, l. 4, pag. 81. Turin 1850.

[639]

«Massa di Carrara, 5 marzo 1849.

«Cittadino Generale d'Apice.

«Penetrato vivamente della necessità di tentare ogni sforzo onde

cessi il malvagio esempio delle diserzioni dalle Truppe che sono sotto

il vostro comando, ho fatte le più insistenti rimostranze presso il

Generale La Marmora, e presso il Ministro degli Affari Esteri di Torino

onde siano restituiti coloro che disertarono dal 23 del decorso mese

fino a questo giorno, e non siano ricevuti coloro che disertassero in

seguito.

«Confido che ne otterremo un buon risultato, tanto più che mi riuscirà

di provocare delle interpellanze in proposito nella Camera Piemontese.

«G. MONTANELLI.»

«Generale,

«Firenze, 6 marzo 1849.

«Amico mio: pieno di sospetti, di cure, io mi logoro l'anima. Sento di

emissarii piemontesi per fare disertare le milizie nostre. S'è vero, —

guardate. — Pubblicate un Ordine del giorno che chiunque fosse sorpreso

a corrompere soldati sarà immediatamente passato sotto le armi.

Vigilate la condotta di tutti, e date esempj, esempj per amore di Dio.

Addio.

«Affmo. — GUERRAZZI.»

«Sig. Generale Domenico D'Apice.

«Massa di Carrara.»

[640] «Pontremoli, 4 marzo. La diserzione delle truppe è grande, anzi

grandissima. Vanno in Piemonte, il quale ha risposto al capitano

Carchidio, che vi fu spedito dal Generale D'Apice, che si credeva

in dovere di accettare e difendere questi disertori; ed infatti sono

ricevuti benissimo e mandati in Alessandria. Quest'oggi sono disertati

i carabinieri di Pallerone, di Aulla e di un altro picchetto che

non rammento. — Egualmente hanno fatto una ventina di Cacciatori che

dall'Aulla dovevano venire a Pontremoli.»

[641] «Amico Carissimo,

«Calice, 2 aprile 1849.

«Nel mentre che la Popolazione di Calice stava pensando a fare una

proposta contro la presa di possesso operata nel 13 marzo caduto

dal Commissario Sardo, e che io dovea recarmi presso del Delegato

Beverinotti per concertarla, è sopraggiunto il fatto della battaglia di

Mortara, che ha prodotto un cambiamento nel sistema politico di questi

luoghi.

«Può darsi che l'armistizio non abbia luogo, e che per conseguenza

vengano riprese le ostilità; ma nel caso contrario, questi abitanti

appena che sieno partiti i Carabinieri Sardi, qua distaccati, sarebbero

intenzionati di unirsi alla Toscana, qualunque sia la forma di Governo

che ivi venga adottata.»

[642] Proclama del 6 agosto 1848.

[643] Dispaccio telegrafico del 1º aprile, ore 1, 33 m. ant. Documenti,

pag. 441.

[644] Documenti, pag. 515.

[645] «Alla Commissione Governativa di Livorno, il Ministro

dell'Interno. — I Cittadini componenti la Commissione Governativa,

Massei e Paoli, urge che si rechino domani mattina col primo treno a

Firenze per assistere all'adunanza dell'Assemblea. MARMOCCHI.»

[646] Documenti, pag. 516.

[647] Documenti, pag. 442.

[648] Vedi Dispaccio telegrafico. Documenti, pag. 502.

[649] «We read in a letter from Florence of the 1st. — A report is

current that Guerrazzi, _who has never been in favour of a republic_,

has only made himself Dictator in order to be the better able to

restore the authority of the Grand Duke.» — (_Galignani's Messenger_,

Saturday, april 7, 1849.)

[650] Il colonnello G. Manganaro, che mi sarà sempre cara ed onorata

memoria, spiegando come testimone la importanza di questa Istruzione,

dichiara: «Ella era diretta a procurarsi armi per combattere la

perniciosa idea di proclamare la Repubblica e la Unione con Roma,

sostenuta da un Partito nemico del benessere della Toscana, il

quale spingeva con ogni maniera d'intrighi il Governo alla detta

proclamazione, e Unione.»

[651] Istruzioni del 22 settembre 1848 al marchese Ridolfi, citate.

[652] Samuele, c. 12.

[653] «Il _Monitore_, che riferisce la discussione che ebbe luogo al

Consiglio Generale sulla _Costituente Italiana_, ha soppresso alcune

parole singolari che furono proferite dal Ministro dell'Interno.

Quando egli rimproverava agli avversarii del mandato libero d'esser

più realisti del re, soggiungeva che il Ministero, consigliando al

Principe la Costituente, non solo aveva creduto che il Popolo gli

avrebbe assentito con libero voto quel potere che egli ora esercita

in forza dei trattati, ma che questa generosa fiducia gli avrebbe

fruttato la _Corona del Regno della media Italia_. Queste parole

dette in Parlamento, ed in faccia alla tribuna del Corpo Diplomatico,

meritano d'esser notate, e noi crediamo di non peccare d'indiscretezza

referendole, secondochè la memoria ce le ricorda. (26 gennaio 1849.)

[654] Queste proteste si rinnuovarono dalla Chiesa tutti gli anni nel

giorno 28 giugno fino al 1788.

[655] «Cittadino Generale.

«Dietro le conferenze che il Governo Provvisorio ha avuto con voi,

noi non possiamo darvi altra istruzione che rimetterci alla savia

discretezza vostra coerentemente a quanto fu discusso a voce,

procurando sempre che tutte le operazioni vostre convergano al doppio

scopo di promuovere gl'interessi repubblicani dell'Italia Centrale,

e la liberazione della Italia da tutta dominazione straniera. E vi

salutiamo.

«Dalla Residenza del Governo Provvisorio,

«Li 18 marzo 1849.

«Il Presidente del Governo Provvisorio Toscano

«G. MONTANELLI.

«Al Cittadino General D'Apice.»

[656] Nota, che la conferenza col Dott. Venturucci aveva avuto già

luogo.

[657] Il Colonnello Baldini, e i signori Fortini e Contri interrogati

depongono questo discorso essere stato loro veramente tenuto dal

Generale; non rammentarsi però se a nome del Guerrazzi.

[658] Nelle istruzioni del 1º aprile ho mostrato, che tale incarico

non vi era, e non vi è: il Generale in questa parte ha in mente il

Dispaccio del signor Montanelli del 18 marzo.

[659] Nota: la lettera è senza data, ma si ricava dal marchio postale

della sopraccarta, ch'è del 3 aprile 1849.

[660] Questa lettera non ha data perchè mi succede sovente non porla

dentro, e fuori manca lo involto; è diretta a Giorgio Ansuini; ma o

appartiene a questi giorni e giova, o appartiene a tempo antecedente e

giova più che mai, però che attesti come io stimassi coloro, che da un

punto all'altro mi si mostravano sviscerati della Repubblica.

[661] «Cittadino Ministro dell'Interno.

«In adempimento di quanto mi scrivevate col pregiato vostro di ieri

sera ho comunicato all'Ispettore delle armi Maggiore Bonci il desiderio

da Voi esternato in quello, ed Egli mi ha rimesso il Biglietto che vi

accludo.

«E con stima mi confermo

«Li 9 aprile 1849.

«Di Voi, Cittadino Ministro dell'Interno, F. C. Marmocchi.

«Devotiss. ZANNETTI.»

«Cittadino Generale.

«Autorizzato al ritiro dei fucili che furono consegnati ai Circoli,

sarei a pregarvi, o Cittadino Generale, di volermi fare indicare in che

numero questi fucili furono consegnati ai Circoli summentovati.

«Mi affretto intanto a dirigerne l'opportuna domanda ai Presidenti, e

contemporaneamente a prendere le opportune misure per il ritiro delle

armi in proposito.

«Profitto intanto ec.

«Di Voi, Cittadino Generale,

«Li 9 aprile 1849.

«Devotissimo GAS. BONCI.

«Al Cittadino Generale

«Comandante la G. Nazionale.»

[662]

«A. C.

«Livorno 31 agosto 1848.

«Ho partecipato a Adami la tua risposta in proposito Imprestito. Vi era

anche Giraudino, informato dell'affare, e propenso perchè segua, che

mi ha incaricato dirti, che tu gli voglia bene, e ti rammenti di Lui. —

Essi mi dicono se credi che Adami torni a parlare al Ministro, e come;

oppure se ti prendi cura di tutto. — Sappi però che qualche banchiere

di costì almanacca altri progetti, non tanto buoni pel Governo, è vero,

ma che pure potrebbero essere accolti: — dunque bisogna vegliare.

— Avevano proposto interrogare la Banca ora che il Paese si quieta,

ma ho detto aspettare la tua risposta, per non allarmare il Paese,

non sapendo se il Ministro voglia, o no aspettare, giacchè in questo

secondo caso converrebbe più il silenzio. Non facciamo nulla senza tuo

avviso, che è atteso col corriere d'immediato ritorno.

«Ecco in sostanza le basi:

«Biglietti fruttiferi al 3 ½ per 100 con obbligo di riceverli in

pagamento per affari commerciali. — Non minori di L. 200. — Le Casse

Regie prenderli. — Cambio alle medesime per L. 25,000 ogni settimana.

— Al pubblico per la stessa somma. — Frutti pagabili ogni quattro mesi.

— Provvisione ½ per 100 ogni 4 mesi. — Garanzia del sovventore. — Se si

trovasse piccola difficoltà, potrebbe superarsi.

«Aspetto dunque tua risposta.»

[663] Ripeto, che corretta dal Ministero io possiedo la minuta del

primo Proclama pubblicato dal signor Montanelli a Livorno.

[664] I Decreti del Tribunale di Prima Istanza del 10 giugno 1850,

e della Camera di Accuse della Corte Regia del 7 gennaio 1881, per

denigrare il signor Montanelli tacciono la condizione «_se mi sarà

possibile_;» e sempre così.

[665] Esame Zannetti.

[666] Su la proposizione del Gonfaloniere Peruzzi fu nominato con altri

Commissario Guglielmo Digny. — Vedi _Monitore_ del 16 febbraio 1849.

[667] Partì nel 4 o 5 aprile 1849. Vedi la sua umile rappresentanza a

pag. 93 dei Documenti. Egli la termina con queste parole: «Aspetterò

che le indagini vengano proseguite, ma chieggo dalla vostra giustizia,

che mi si conceda al più presto ritornare laddove non sarò giudicato,

nè trattato da forestiere.» Gli fu risposto, che le indagini sarebbero

state incominciate subito dopo la sua traduzione in luogo di custodia,

ed egli preso vento, che si trattava arrestarlo, spulezzò.

[668] Documenti, pag. 528.

[669] Documenti, pag. 530, e 531.

[670] Documenti, pag. 449.

[671] Ivi.

[672] Documenti, pag. 449.

[673] Documenti, pag. 449, 450.

[674] Dispacci telegrafici. Documenti, pag. 450.

[675] Dispacci telegrafici. Documenti, ivi.

[676] _Monitore_ citato. — Come dimostrazione di animo valga questa

lettera mandata al sig. Dott. Quintilio Mugnaini in Livorno: essa porta

la data del 6 marzo 1849, ed è munita esternamente di doppio marchio

postale:

«Amico.

«Dimmi presto quello che vuoi, perchè la mia vita politica ormai ha

pochi giorni di durata, risoluto a ritirarmi. Così intendo mostrare più

cose; che amo la quiete e i miei studii più che altri non pensa, e se

la natura mi diè impeto ed energia non per questo voglio primeggiare

sopra altrui, chè il maggior pregio dell'uomo libero è la modestia;

che errarono quelli, che me promovendo parteggiarono per la persona e

non pel principio: questo non ha da essere e non sarà. Io ho mandato

Cecchino al campo soldato semplice di artiglieria, e l'ho unico

al mondo. Credeva che gli uomini amassero la Libertà come me — per

respirare più libero, — mi sono ingannato: tornerò a vivere di memorie,

e conversare coi morti. Oh! gli alberi, gli alberi, bisogna piantarli

nel cuore, e allora va bene. Sussurroni la più parte, queruli, astiosi,

ed ecco tutto.»

[677] E poichè gli ho sotto gli occhi aggiungo i deposti dei

signori Professore Taddei, e Colonnello Nespoli. Il primo dice: «Non

posso negare per altro, che reiteratamente il Guerrazzi si oppose

all'accettazione del Potere Esecutivo, e che io stesso seguendo il

sentimento di varii altri Deputati feci istanza perchè lo accettasse,

essendo_ nella persuasione, ch'egli avrebbe saputo farne uso a

vantaggio del Paese_.» Il secondo dichiara: «Siccome il Partito ultra

non era d'accordo col Guerrazzi, così penso, che nascesse diffidenza

dell'uno verso dell'altro, e nella notte nella quale fu dichiarato capo

del Potere Esecutivo ho memoria, che da qualche Deputato fossero contro

lui profferite ingiurie per le quali il Guerrazzi accennava volersi

ritirare dal Governo Provvisorio.»

[678] Vedi pag. 192 di questa _Apologia_.

[679] Per quanto posso ricordarmi, i signori Martini e Carlo Martelli,

soli, quantunque facessimo loro vivissime istanze a rimanere, si

dimisero dallo ufficio, ed il signor Frullani non lo accettò offerto,

allegando che beneficato dal Granduca gli sarebbe parso mostrare

ingratitudine: _di che io molto lo commendai, e glielo dissi in

faccia; e questa è pure dimostrazione di animo_, dacchè il tempo non mi

consentiva più aperto discorso.

[680] Vedi _Appendice_. Requisitoria del Procuratore _regio_ della

Repubblica, Rusconi.

[681] S. Marco Evang., c. 14, n. 66.

[682] Il mio Difensore mi partecipa in quali termini cotesta Decisione

proceda, e intorno a quale vile paltoniere ella versi. Sta bene: quello

somministrerà argomento ad un altro canto.

[683] Nel 1665, durante la guerra fra Inghilterra e Olanda, Monk certa

volta si trovò con poche navi stretto dall'armata intera di Ruyter.

Mentre gli ufficiali inglesi intorno a Monk gli esprimevano le loro

apprensioni per una zuffa tanto disuguale, Monk caricando tranquillo

una pistola rispose: «una cosa so certo ed è, che non sarò preso.» Con

ciò volendo dare ad intendere, che, in caso di perdita, avrebbe fatto

scoppiare la Santa Barbara.

[684] Guizot, _Monk_, pag. 61.

[685] Ivi, pag. 72.

[686] Hume, _Storia d'Inghilterra_, Cap. 62.

[687] Guizot, _Monk_, pag. 71.

[688] Hallam nella _Storia Costituzionale della Inghilterra_ (Cap. 10,

pag. 208) narra che non solamente rimandò il fratello senza speranza,

_ma che lo minacciò di farlo impiccare se mai tornava con simili

proposte_.

[689] Hume, _Storia d'Inghilterra_, Cap. 62, pag. 432.

[690] Guizot, _Monk_, pag. 76.

[691] Guizot, _Monk_, pag. 80.

[692] Hume, Opera citata, Cap. 12, pag. 435. — Guizot, _Monk_, pag. 74.

[693] Guizot, _Monk_ pag. 102.

[694] Hume, Opera citata, pag. 436.

[695] Guizot, _Monk_, pag. 115.

[696] Guizot, _Monk_, pag. 129.

[697] Hume, _Storia d'Inghilterra_, Cap. 62, pag. 449.

[698] Lettera del 21 maggio 1660 del Ministro De Bordeaux al Cardinale

Mazzarino, citata dal Guizot.

[699] Lettera come sopra del 13 maggio 1660.

[700] A Lord Say che gli parlava della necessità di escludere

dall'oblio almeno qualcheduno dei Giudici, che avevano condannato a

morte Carlo I padre del Re, Monk rispose incollerito: «No! neanche un

solo: io mi reputerei il primo _furfante_ del mondo se consentissi

ad eccettuarne uno solo.» E col colonnello Hutchinson in altra

occasione si espresse: «Dio mi danni, se per la morte del Re, uomo

abbia a perdere pure un capello!» Nonostante, l'impeto e la vendetta

dei Realisti furono più forti di lui; e quantunque nel Parlamento

sostenesse il Partito della moderazione, potè appena ottenere, che

il numero degli esclusi regicidi si riducesse a sette, dei quali

sei soli patirono la morte. Ma il caso del marchese Argyle presenta

tale carattere di tradimento, e di rancore personale, che lo steso

Hume storico, di Partito _tory_, non può nascondere, che anche fra i

contemporanei suscitò generale indignazione. Guizot racconta, che Lord

Wharncliffe si è ingegnato, comecchè timidamente, ad attenuarne la

colpa; ma egli dice, che coteste ragioni non lo persuadono per nulla,

e che la indegnissima azione del Monk non merita scusa.

[701] Anche Monk ebbe a sollecitatore per la restaurazione di Carlo

II lo ambasciatore di Francia De Bordeaux, imperciocchè il Cardinale

Mazzarino la desiderasse, ma non voleva muovere un passo ond'ella

avvenisse; — così Hume ci avverte nella Nota ultima della _Storia

d'Inghilterra_. — I ragionamenti di Lord Hamilton, perchè nulla manchi

al parallelo, possono paragonarsi alle sollecitazioni del signor De

Bordeaux.

[702] Guizot, _Monk_, Prefazione, pag. 8 e seg.

[703] Tutto questo è provato con i Documenti stessi dell'Accusa.

[704] Quanto siffatte scapigliature mi dolessero, si è visto, e come

io rigidamente le rampognassi, e studiassi reprimerle, si è visto del

pari; onde io ho scritto quanto sopra non per amore di attenuarle,

molto meno per iscusarle, bensì per tôrre a quelle intemperanze le

tumidezze barocche con le quali noi le vediamo dipinte dall'_Accusa_,

e dalla _Italia Rossa_.

[705] «Al Governatore di Livorno. — Al primo accenno di Reazione

arresti, e mandi a Portoferraio: io voglio, _che il Paese non rimanga

insanguinato di guerra civile_.

«GUERRAZZI.»

(Dispaccio telegrafico del 10 aprile 1849. Documenti, pag. 449.)

[706] Il Ministro si avvisò apprestare i provvedimenti per cagione del

suo ufficio, non già per istanza che gliene muovessi io. — «La notte

dell'11 al 12 aprile 1849 dopo le ore 12 scese giù al mio Uffizio il

Ministro della Guerra Manganaro, e dicendomi: — _scriva_, — mi dettò

ordini ai Comandanti dell'Artiglieria, e della Cavalleria, ed al primo

s'ingiungeva facesse trasportare sulla Piazza del Popolo 4 pezzi di

Artiglieria, che precedentemente aveva ordinato al medesimo Comandante

che stessero pronti.» — (Deposto del Tenente Colonnello POZZI.)

[707] «È falso che il Basetti fosse Comandante della Guardia

Municipale. Il comando di quella era nel 12 aprile, e successivamente,

nel Colonnello Solera.

«È falso che le due lettere che cita la corrispondenza di Firenze

contenessero l'ordine — _di far fuoco sul Popolo nel caso che volesse

tentare un movimento rivoluzionario_.

«È vero che in quel giorno il Basetti ricevette due lettere

del Guerrazzi, ambedue intercettate ed aperte; una delle quali

consegnatagli dal Capo del Comune nella sua residenza, dove

l'Ufficialità della Guardia Municipale si era portata a fare adesione.

«Sentito in seguito come testimone nel Processo Guerrazzi fu richiamato

a consegnare le indicate due lettere, e le consegnò, ben lontano dal

volere aggravato il detenuto, come si vuol far supporre da qualcuno;

ma perchè in lode della verità fosse manifesto che falsa era l'opinione

che esse contenessero l'ordine di far fuoco sul Popolo.

«Ogni maggior _dettaglio_ è impedito dalla pendenza della Procedura.

«Il tempo mostrerà se il corrispondente fiorentino ha detto il vero.

«BERNARDO BASETTI.»

(_Nazionale, 22 maggio 1850._)

[708] Lettera con la quale Ferdinando Zannetti si dimette dal Comando

della Guardia Nazionale. — _Conciliatore_, 20 aprile 1849.

[709] Lettera citata. — _Conciliatore_, 20 aprile 1849.

[710] Lettera di Ferdinando Zannetti a Pietro Bigazzi. —

_Conciliatore_, 22 aprile 1849.

[711] Varchi, Firenze 1570, pag. 101.

[712] Documenti, pag. 394.

[713] «Al Ministro dell'Interno.

«Il Capitano Bernardo Basetti si reca per mio ordine a Firenze. Dalla

sua bocca intenderà VS. la cagione che ha mosso questo mio ordine. Più

tardi riceverà un rapporto dettagliato sugli avvenimenti.

«PIGLI.»

[714] «Al Governatore di Livorno il Ministro dell'Interno.

«Che cosa sono questi dispacci sibillini? Non hanno voluto ricevere

Basetti? Che cosa è avvenuto? Io vuo' saperlo, e subito.

«GUERRAZZI.»

[715] Processo, a c. 2222.

Il Conte Digny, a cui viene contestato lo esame Taddei, gira di

largo dalla cantonata, e risponde: «_non ho la minima memoria_

che la Notificazione mi fosse comunicata prima di mandarla alle

stampe: rammento peraltro _perfettamente_, che mi fu presentata

stampata. I miei Colleghi ed io, vedendo, che cotesto atto partiva

unicamente dall'Assemblea, non credemmo doverci opporre alla sua

pubblicazione...!» Il Conte Digny non dice la verità; e più oltre

vedremo il deposto Taddei confermato pienamente: intanto nota, Lettore

onesto, che l'Assemblea annunziando che prenderebbe col Municipio

e col Generale della Guardia Civica i provvedimenti necessarii per

salvare il Paese; se egli, Conte Digny, credeva che ciò non potesse

farsi, nemmeno, come ei falsamente dichiara, avrebbe proceduto da

onesto. Il silenzio del presente, che lascia in suo nome consumare

un fatto, importa consenso. Il Cavaliere Martelli, uomo probo, che

evidentemente dice la verità, ma forse per intempestivi riguardi non la

dice intera, confessa questa chiamata, e questo invito del Professore

Taddei, Presidente dell'Assemblea, con tanto studio dissimulati dai

signori Digny e Brocchi, e che dimostrano l'impegno assunto di operare

congiuntamente: «In cotesta mattina fui incaricato di recarmi alla

Camera dei Deputati e di pregare il signor Giovacchino Taddei di

recarsi al Municipio — » Anzi lo stesso Conte Digny approva i fatti

contestati, perchè di tutto lo esposto Taddei non ha memoria che della

lettura della Notificazione scritta; dunque il rimanente non impugna;

e rispetto alla _memoria_, vedremo, che quella del Conte Digny, per

confessione sua propria, è _infelicissima_.

[716] L'Accusa della _parola rivoluzione_ si spaventa, e pare che trovi

in essa il segno di ostilità alla Restaurazione; eppure io adoperava la

parola stessa di cui si servì il _Conciliatore_, organo dei fattori del

12 aprile. (V. Nº del 15 aprile 1849.) «Nei primi momenti ogni politica

_rivoluzione_ (giacchè questo nome conviensi ai fatti di distruzione,

quanto a quelli di restauro)...» Grande miseria è questa dovere aver

lite con l'Accusa perfino intorno alle parole di una lingua, che non

sembra essere la sua!

[717] Infatti ricordo, come se fosse adesso, che l'onorando vecchio

rimproverando questa ignobilissima mancanza di fede al nobil Conte, gli

diceva: _Questa è una baronata_! E diceva santamente.

[718] «Ciò dovrebbe impedire ogni ulteriore resistenza sì per parte dei

Municipii tuttora irresoluti...» — (_Conciliatore_, 16 aprile 1849.)

[719] _Conciliatore_ del 24 aprile 1849: «Nè sappiamo per vero dire

comprendere da cosa sieno mossi coloro, i quali credono di dare esempio

di magnanimi sensi resistendo soli alla universale manifestazione dello

spirito pubblico.»

[720] Macchiavello, _Storie_, L. III.

[721] Atto del Municipio fiorentino del 6 maggio 1849, nel Conciliatore

di quel giorno.

[722] _Conciliatore_ del 29 marzo 1849, e pag. 498 di questa _Apologia_.

[723] È curiosa quest'altra rivoluzione del _Conciliatore_, organo

del Municipio e della Commissione Governativa: prima del 12 aprile me

lodava, l'Assemblea riprendeva. (Vedi Nº del 31 marzo 1849.) — Dopo

il 12 aprile me riprendeva, l'Assemblea lodava! (Vedi Nº del 13 aprile

1849.)

[724] Esame del medesimo.

[725] Esame suddetto.

[726] Esame Chiarini.

[727] Questo è un fatto sul quale non fu sentito il signor Chiarini, e

sul quale ha da essere richiamato a deporre.

[728] È il medesimo argomento adoperato a respingere l'esigenze del

Popolo fiorentino per la proclamazione della Repubblica: ben è il

Popolo fiorentino, diceva io, dei Popoli toscani principalissimo, ma

non tutto della Toscana. Se si persuadessero, che la Logica nelle sue

regole non concede rivoluzioni, le cose andrebbero nel mondo meglio

ordinate, ed anche più onorate.

[729] Chi sottilmente riguarda il cuore dell'uomo forse in queste

parole troverà la ragione del modo tenuto meco dal Municipio, o almeno

da taluno dei suoi Membri.

[730] _Conciliatore_ del 13 aprile 1849; — le riporto più oltre.

[731] _Martelli_ depone: «Guerrazzi si adoperò a minutare un Proclama

per recarsi al Municipio.» Avvertito, che cotesta minuta fu fatta

nelle stanze del Ministro della Guerra, risponde: «Questa minuta fu

incominciata _di certo_ nella stanza accanto a quella delle Conferenze,

e lasciai che il Guerrazzi scriveva; non so se terminasse.» _Panattoni_

depone: «Come il Municipio aveva inviato alcuni Rappresentanti

all'Assemblea, così questa fece altrettanto, e furono proposti

Zannetti, e me: esitavamo; ma ho buona memoria che il Conte Digny

mi strinse un braccio, e contemporaneamente il Guerrazzi, che aveva

_francamente aderito, mi fece un cenno d'incoraggiamento_, talchè mi

tenni come plenipotenziario anche per la parte di lui. _Il Municipio

ci sentì formalmente, e forse fu omessa la cautela di un verbale_ (che

però fu promesso di formulare più tardi), MA LE PROPOSTE CONCILIATIVE

FURONO PIENAMENTE CONCORDATE, e il Municipio assentì di mandare

una Deputazione all'Assemblea. Furono presenti a cotesto concordato

il Marchese Carlo Torrigiani, e in ultimo il Senatore Capoquadri,

prendendovi parte eziandio il Deputato Dottore Venturucci, ch'era

venuto con noi.»

[732] In conferma della verità di questi fatti, alla contestazione

seguente: — «Guerrazzi nei suoi esami parlando della deputazione

del Municipio, che si recò come sopra all'Assemblea, si esprime nei

seguenti termini: — venne il Municipio all'Assemblea dichiarando, che

il Popolo fiorentino aveva restaurata la Monarchia Costituzionale

di Leopoldo II; io per certo non aveva nulla da opporre, anzi feci

considerare, che onde fosse il consenso più pieno, e non paresse che

il Municipio di Firenze volesse imporre agli altri Municipii toscani,

gioverebbe assai che l'Assemblea aderisse al voto municipale. Piacque

la proposta, e _a richiesta_ del signor Digny, e di altri Priori del

Municipio fiorentino, io stesso ne distesi la formula la quale rimase

presso cotesti signori;» — il_ signor Dott. Venturucci_ risponde:

«Questo accadde _veramente_, ma dalle due alle tre pomeridiane,

allorquando l'Assemblea erasi ritirata nelle stanze del Ministro della

Guerra, ed è verissimo che il signor Guerrazzi stese una specie di

_ultimatum_, che io stesso verso le 3 e ½ recai al Municipio.» La

medesima contestazione è fatta all'_Avv. Panattoni_, e provoca la

seguente risposta, la quale non accenna al successo nelle stanze del

Ministro della Guerra, bensì all'altro, che avvenne nella Sala delle

Conferenze, dove, in sostanza, i medesimi trattati si agitarono,

comecchè si conchiudessero in guisa diversa: «Questo appunto si

accorda col mio concetto. Anzi devo soggiungere, che il lunedì 9

aprile con alcuni amici ritenevo, che non si considerassero renunzianti

Capponi, Corbani, e Castinelli; volli interpellarne il Capo del Potere

Esecutivo, il quale non contraddisse; onde se il Guerrazzi fosse stato

contrario non lo poteva dissimulare.» Il Presidente _Taddei_ depone:

«Inoltrata l'ora, e i Deputati rimasti nella Sala delle Conferenze

essendosi recati nel Ministero della Guerra, ebbe luogo un altro

abboccamento con i Commissionati del Municipio, ai quali fu fatta

la proposizione, che, se non tutta l'Assemblea doveva riunirsi al

Municipio, e alla Commissione Governativa, si riunisse loro almeno una

Deputazione tratta dal seno della stessa Assemblea. Il signor Guerrazzi

stesso ne formulò la domanda, ma neanche questa venne accettata.»

_Martelli_ finalmente depone anch'egli di questa minuta, che ritiene

incominciata nella Sala delle Conferenze; il quale aggiunge che

gli mostrai _tutta propensione per conciliare le cose, e gli dissi,

spaventarmi i Partiti, e che, se fosse stato utile conciliarli, ero

pronto a farlo_. — Da tutto questo la onesta Accusa ricava, che io mi

mostrai avverso alla Restaurazione.

[733] Lo stipendio ministeriale sotto il Ministero Ridolfi sommò

a L. 18,000 annue; il Marchese Capponi lo ridusse a L. 14,000; da

me fu ridotto a L. 12,000: nei 5 mesi e 15 giorni che ho tenuto il

maestrato, ho rimesso di mio Lire 5333. 6. 8, come ne fa fede il libro

di Amministrazione delle mie _pochissime sostanze_, tenuto dal signor

Giovanni Bertani. _La schifosa calunnia fu desunta dai due milioni, che

l'Assemblea Costituente mi stanziò per le spese della Guerra_, — ma i

Buoni del Tesoro, i quali dovevano rappresentare questi _2 milioni di

lire, non furono, — non che spesi, — stampati!!_

[734] Digny dice, che i signori Bulgarini e Capaccioli ebbero eziandio

lo incarico di significarmi reietta la mia novissima proposta, e sarà.

[735] Esaminiamo prima le prove _testimoniali_, poi discuteremo le

_razionali_.

_Martelli_. «Nel tempo che _si parlava_ nella Sala delle Conferenze

dei Deputati» (equivoca con le stanze del Ministro della Guerra),

«Guerrazzi disse: fargli paura Livorno; e si offerì andarvi per

conciliare; disse inoltre, _avere rubato tanto_, che non aveva un

soldo. Il Digny _non disprezzò questo progetto_» (notisi che parla

un Commissionato del Municipio), «ed io fui quello, che _disse non

essere di ostacolo il danaro. Fu parlato di questo progetto alla

Commissione Governativa, e fu rigettato.» — Chiarini_. «Infatti il

signor Guerrazzi, se avesse voluto, avrebbe potuto fuggire per mettersi

in salvo come procurò mettere in salvo i Deputati dell'Assemblea;

pranzai secondo il solito seco, e lo riscontrai sempre tranquillo

a fronte delle grida disoneste e minacciose, che contro lui si

emettevano sopra la Piazza del Granduca.» — _Papadopulo_. «Mi pare

avere inteso, che appunto per la restaurazione del Governo gli fosse

proposto recarsi a Livorno per persuadere il Popolo a fare lo stesso.

Egli acconsentì, e stabilirono di fare la gita al tocco di notte.»

— _Ulacco_. «A me pare di certo, che lo stesso Guerrazzi aderisse

di venire a Livorno per l'oggetto di persuadere i Repubblicani

a ritornare sotto il Governo Toscano.» — _Nespoli_. «In cotesto

giorno sentivo, che il Popolo era irritato contro il Guerrazzi, e

nel timore che irrompesse, e sfogasse delle vendette sopra di lui,

due volte, per quanto mi pare, fui ad avvertirlo, insinuandogli di

mettersi in salvo, ed offerendogli anche di mandare verso il Prato

una compagnia di Guardia Nazionale per tutelarlo nello andare alla

Via ferrata Leopolda; la mattina ricusò accennando non avere alcun

timore, la seconda fra le 2 e le 3 dopo mezzo giorno, _per quanto mi

pare_, mi fece _travedere_ di essere in trattative con altre persone

da dovere aspettare, senza però che io sapessi nè su che cosa, nè

con chi le avesse _pendenti_; in questo secondo incontro eravi anche

il Generale Zannetti, che venne via meco, e non rammento se dicesse

ritornare.» — _Chiarini_. «Nespoli Emilio offrì farlo scortare dalla

Guardia Nazionale fino alla Stazione della Strada ferrata: il signor

Guerrazzi ricusò per aspettare le comunicazioni del Municipio dietro

i concerti già tenuti precedentemente.» — _Zannetti_. «Non lo ricordo

particolarmente, ma è possibile, che io mi ci sia trovato (_col

Nespoli_), ed anche abbia promesso al Guerrazzi di tutelarlo, perchè

non facevo che adempire al dovere del mio grado.» E più oltre: «In

aggiunta devo dire che anche nella mattinata del 12 io ebbi a trovarmi

col signor Guerrazzi in Camera delle Conferenze, unitamente a _molti_

Deputati, ed una Deputazione del Municipio, composta dei signori Digny,

Martelli, e Brocchi; e poi più tardi nelle stanze del Ministro della

Guerra; e _come tanto là che qui si trattasse_ IN SOSTANZA _di unire

il voto della Camera a quello del Municipio; come fosse_ INCARICATO

il signor Guerrazzi di stendere la formula del Decreto per la nuova

Commissione Governativa; come appunto _per ottenere l'unione_ del

voto della Camera con quello del Municipio si proponesse dal signor

Guerrazzi di associare alla Commissione il signor Professore Taddei

che rappresentava la Camera per esserne Presidente, e il Professore

Zannetti come Generale della Guardia Nazionale. La Commissione

Governativa non aderì accettare la formula data dal signor Guerrazzi

per quanto la Commissione del Municipio AVESSE ADERITO.» Interrogato

solennemente, — s'è vero quello che il Guerrazzi dice di ESSERSI

FERMATO A FIRENZE A DISPOSIZIONE DELLA COMMISSIONE GOVERNATIVA, E PIÙ

TARDI ESSERSI DATO NELLE MANI AI MEMBRI DEL MUNICIPIO FIORENTINO, ED

A LUI TESTIMONE NELLA SUA QUALITÀ DI GENERALE, SOTTO FEDE CHE NON

SI SAREBBE ATTENTATO ALLA DI LUI LIBERTÀ; — risponde senza ambagi:

«È innegabile quanto dice il signor Guerrazzi, ed è appunto per

ciò, che io diceva nel principio, o nel corso di questo mio esame, e

precisamente quando mi richiamava al giorno 12, — che mi riconduceva ad

una epoca dolorosa, — PERCHÈ, CONTRO MIA VOLONTÀ, DIVENTAI COMPLICE DI

UNA MANCATA PAROLA!»

Esaminiamo Digny, e Brocchi. — _Brocchi_. «L'Avvocato Guerrazzi....

chiedeva una missione onorifica per Livorno, ed ebbe _evasiva

risposta.... e qui dirò una volta per sempre, lo che avrei dovuto

forse premettere, che lo stato del mio animo il 12 era tale da non

potermi oggi riportare alla mente, che dei fatti complessi, molte

circostanze tornandomi nuove, come se in quei fatti io non avessi

rappresentato una parte principale_.» — Messala, cavaliere romano,

avendo rilevata una sconcia battitura sul capo, dimenticati tutti i

numeri, non gli rammentava che dall'uno al cinque; — ma indi a poco

la memoria del Brocchi, cessato lo ecclissi, s'illumina di nuovo

per affermare, che il Collega Martelli confonde _epoche e fatti_, e

per ricordarsi, che non essi offrivano a me, bensì io proponeva loro

recarmi a Livorno con missione onorevole, come si rileva ancora dalla

mia scrittura indirizzata alla Commissione Governativa: «Guerrazzi

minutò» (il _Brocchi_ dichiara) «un Proclama per conciliare i diversi,

anzi i contrarii atti pubblicati dal Municipio, e dalla _sedicente_

Assemblea; — _mi pare_ proponesse una Commissione mista da aggiungersi

al Municipio; — _mi pare_, ma non ricordo bene, portassi io questa

minuta al Municipio, — ma per concorde opinione di non accettare

quella proposta, intorno alla quale tanto io, che Digny, non ci

eravamo impegnati a nulla.» — _Digny_. «Andai a cercarlo nelle stanze

del Ministro della Guerra: quivi Guerrazzi e i Deputati _per evitare

collisioni persistevano_ a domandare un Proclama comune col Municipio;

sebbene io _facessi sentire_ DIFFICILE» (si noti) «una transazione,

Guerrazzi _da un lato_, Cipriani _dall'altro_, si mettono a formulare

progetti!» Qui Guerrazzi gli dice: «_voi già sapete, che io vedeva

volgere le cose alla Restaurazione_» (il Brocchi non concorda; egli ha

inteso, che le mie parole suonavano: «_tutti lavorammo nel senso della

Restaurazione_»); «la vostra grande difficoltà è Livorno; io posso

accomodare ogni cosa; potreste mandarmici per _interino_;» ma egli

avendo risposto evasivamente, io soggiungo: «ho rubato tanto, che non

ho un quattrino, e ve lo dico per vostra regola...;» _però dichiara

non potere asserire di ripetere le precisissime parole_. — E fa bene

ad avvertirlo, perchè _sono parole ebbre coteste sue_. — Più oltre

nel recarsi in Palazzo con tutti i Colleghi _seppe_, che il Guerrazzi

desiderava vederlo in serata. — Più oltre dichiara: «Essere _un fatto_

che il Guerrazzi, e gli altri, che volevano indurre il Municipio a

concertarsi coll'Assemblea, si _appoggiassero_ specialmente sul bisogno

dello _appoggio_ (_sic_) dei Rappresentanti di tutte le Popolazioni

toscane per essere riconosciuto da esse, ed in questa idea (e non può

reputarsi cattiva) avere il Guerrazzi ed altri Deputati composti varii

_progetti_ di Proclami; ritenere forse il Guerrazzi per _richiesta_ le

parole che io dissi: — fate se credete nuove proposizioni.» E se vuolsi

conoscere per confessione sua propria quale sia la fede di questo

Conte, basta considerare quanto non dubita raccontarci più oltre, e

confrontarlo con le parole superiormente trascritte: «facevo sentire

_difficile_ una transazione: — del resto io rammento benissimo che io

andava per la seconda volta in Palazzo, con _la certezza che nessuna

transazione sarebbe accettata_. — Bulgarini e Capaccioli, avvisarono,

credo, il Guerrazzi della risoluzione definitiva, e per Capaccioli

Guerrazzi mi fece dire che desiderava vedermi in serata;» onde non sa

come io ritenga aver egli promesso di vedermi con ordini od altro.

Io non istò ad analizzare questo mucchio di lordure; tutta l'acqua

dell'Arno non basta a lavarle.

Prove _razionali_ sono la facoltà mia di partire: partirono tutti,

perchè non io? Me aveva affidato di accoglienza e di asilo il Britanno

Legato; me ad ogni evento, col mezzo del suo Segretario, l'Ambasciatore

Francese profferiva tutelare con bella gentilezza fino dalla mattina

nel suo palazzo; me vollero trarre seco loro i Deputati che pei

passi sgombrati accompagnai onde uscissero incolumi. Me il Colonnello

Nespoli e il Generale Zannetti erano venuti a prendere per iscortarmi

fino alla Stazione della Strada Ferrata; me il Tommi, me il Manganaro

proffersero condurre via; che più? Il Municipio stesso e la Commissione

mandavano a invitarmi, o intimarmi, o comandarmi _a partire_; perchè

dunque rimasi? Alle azioni umane, in ispecie se così inopportunamente

singolari, bisogna pure assegnare proporzionato motivo. _Digny_ si

arrampica ai ragnateli per escludere il convegno, e allega la chiamata

del Capaccioli; questi non sa, che io rispondevo alla domanda del

Conte, e tali per lo appunto suonavano le mie parole: «Ditegli, che

lo aspetto nelle mie stanze.» E se non fosse così, a qual fine, per

qual causa, doveva io mandare pel Conte? Forse, com'egli dichiara, per

dirgli io che volevo andare a Livorno?.... Gagliofferie sono queste.

— O che bisogno avevo io di chiamare alle ore quattro del pomeriggio

il Conte per dirgli la sera che volevo partire per Livorno, mentre a

cotesta ora potevo essere arrivato? — Avevo dato parola, e lo aspettai,

quantunque non mi paresse sicuro il fermarmi. Rideranno certo i giovani

Riformatori della Società della mia pertinacia ad osservare la parola,

ma io già sono vecchio, e quando era giovane trovai che nel mondo

costumavasi ancora mantenere le parole date.

[736] Esodo, cap. X.

[737] «In certi tempi si manifestano tali eccessi di febbre nelle

civili società, che le stesse Assemblee forza è che assumano indole

democratica, e con estrema caldezza favoriscano la causa del Popolo.

Nè questo successe unicamente ai tempi nostri, ma il Consiglio di

Castiglia, il Parlamento di Francia, e le Assemblee degli stessi

nostri antichi Baroni somministrano altrettanti esempii in conferma di

questa verità.» — (_Edinburgh Review_. Vita di Lord Melbourne, Ministro

inglese.)

[738] Siccome le prove non sono mai troppe, mi capita tra i piedi

il _Popolano_ del 7 marzo 1849, ed in proposito delle elezioni mi

occorre questo passo: «Tutto compreso, _conviene confessare che la idea

rivoluzionaria, repubblicana, unitaria, non brilla per la dappocaggine

di quelli che la dovrebbero rappresentare nell'Assemblea dei_ 120.»

[739]

L'avvivai, l'atteggiai, le diedi moto,

Le diedi affetto.....

(_Versi sotto il ritratto di Masaccio._)

[740] Le parole in carattere italico sono testuali del Conte.

[741] Testimoni. — _Pellegrini._ «Di parlargli (a Guerrazzi) non ebbi

luogo; bensì lo vedevo, perchè passeggiava fumando per le stanze,

ed anzi aveva qualche volta attorno a sè una bambina sua nipote, la

quale piangeva nel sentire gli schiamazzi di piazza, e le cose che

si dicevano contro di lui, ed il Guerrazzi sentivo che la consolava

dicendole: «non avesse paura, che non gli facevano nulla.» Alla

interrogazione se mi mostrassi turbato, il medesimo testimone risponde:

«vidi, che non faceva altro che passeggiare in su e in giù con serietà,

e fumando; ma io poi non so qual fosse il suo carattere.» _Bernicchi,

Armannini, Chiarini, Pellegrini, Mosti, Zucconi, Papadopulo e Ulacco_:

— ai miei occhi pareva, che fosse com'era sempre, serio, e sostenuto:

— lo vedevo passeggiare, ma sempre tranquillo. Il signor Guerrazzi

anche lassù nel Forte vedevo stare pensieroso, e passeggiare, ma senza

dir nulla. — Era tranquillo, e faceva coraggio a noi. — Noi eravamo

sgomenti, ma egli ci dava coraggio, e pareva tranquillo.»

[742] _Orsini._ «In cotesta sera mi fece calare per mezzo di un

lenzuolo sul tetto, che resta di sotto, ma mi fece subito ritirare su;

— peraltro, prima che fossi calato sul tettino, ci si voleva calare

egli.» — _Pellegrini._ «Intenda bene, che il signor Guerrazzi non è

che cercasse fuggire, almeno per quello che diceva, ma unicamente

per salvarsi dal furore del Popolo, che gli minacciava la morte.»

— _Orsini, Papadopulo, e Armannini_: «Sentii che lo persuadevano a

mettersi in salvo dal furore del Popolo, che minacciava sfondare la

porta di Palazzo Vecchio» (così almeno davano ad intendere) «ed entrare

in casa. Il Guerrazzi ricusava dicendo: «che non aveva fatto male a

nessuno, che aveva impedito il più possibile la guerra civile, che

aveva governato il meglio che avesse potuto.» Insistendo peraltro,

egli disse: «bene, vediamo se ci è modo.» — _Chiarini._ «Unicamente

come misura di precauzione per sottrarlo al furore del Popolo, fu fatto

non so da chi scendere il Rossino onde vedere se vi fosse stato luogo

a celare il signor Guerrazzi nel caso in cui il Popolo avesse potuto

irrompere, — sicchè le pratiche ulteriori furono più lo effetto delle

premure di tutti, che sue.»

[743] _Pellegrini._ «Una Guardia Nazionale, — venuta circa le ore 2

dopo mezza notte — a portare un biglietto al signor Guerrazzi...»

[744] Vedi in fondo del libro il _Registro_ dei malati, feriti, e

morti dell'armata toscana nella campagna di Lombardia, alla lettera

G. — Questo giovanotto, di casa, piuttostochè comoda, doviziosa, mi

venne presentato tuttavia infermo dal padre suo mentre sedevo Ministro

di S. A. Taluno (ai Ministri di rado mancano lusingatori) m'insinuava

procurargli dalla generosità del Granduca la Croce del Merito, al che

risposi: «Ai miei parenti sia più bello meritare Croce, che portarla.»

E si ebbe come gli altri la comune medaglia.

[745] Questa è la ragione per cui vedremo in breve nel Mandato della

Comune inserita la frase: «imprestito a carico del R. Erario.»

[746] E sì, che bastava dicesse per me le poche parole che per

testimonianza di Santo Antonino Arcivescovo di Firenze, non pure gli

amici, ma i neutrali favellavano, quando prevalsi gli emuli volevano

condurre a morte Cosimo dei Medici _il vecchio_: «Alii non solum amici,

sed neutrales ad bonum et pacem Reipublicæ intendentes e contrario

loquebantur dicentes: — _quid mali fecit homo iste?_» — (_Opera_,

T. III, p. 523.) — Io pure comparendo davanti al Popolo fiorentino

avrei adoperato la formula antica con la quale gli s'indirizzava Dante

Alighieri: «Popule mi, quid feci tibi?»

[747] Dopo la perdita di 77 mila uomini Maometto s'impossessò di

Negroponte, di cui sostenne l'assedio Paolo Erizzo. Ridotto agli

estremi egli ebbe a capitolare; e fu una condizione della resa avere

salva la testa. Maometto per odioso cavillo fece segare il prode

guerriero pel mezzo procurando non gli fosse minimamente offesa la

testa. Questa efferatezza però deve porsi tra i fatti di cui giova

dubitare, dacchè molti accidenti della vita di Maometto la smentiscono,

e Marino Sanuto, esattissimo fra gli storici di quei tempi, non la

rammenta. — (Daru, _Storia della Repubblica di Venezia._ Capolago, T.

III, pag. 346.)

[748] _Papadopulo_ e _Ulacco_. «La mattina dopo ritornò lo Zannetti

con uno, che non mi rammento chi fosse, e pei corridori dei Pitti

lo condussero a Belvedere promettendogli fargli avere un passaporto

onde andasse subito all'estero.» Il Cavaliere Martelli e il Generale

Zannetti tornando in Palazzo persuasero i servitori Armannini e

Zucconi, che furono poi ritenuti carcerati in San Giorgio, e alle

Murate, e finalmente _rilegati_ (povera gente!) _uno_ a Pescia,

l'_altro_ a Casciana, e Ulacco anch'esso a Parrana. — _Zucconi_. «Nel

quartiere di Palazzo Vecchio stemmo fino al 13 aprile: in quel giorno

il signor Guerrazzi essendo stato trasportato con quelli della sua

famiglia a Belvedere, io lo seguitai anche costì, perchè il signor

Generale Zannetti e l'Architetto signor Martelli, che lo avevano

accompagnato, tornati al quartiere _indussero_ tanto me che l'altro

servitore Luigi Armannini ad andare noi pure in quel Forte a continuare

il nostro servizio presso al signor Guerrazzi, _lusingandoci che dopo

due o tre giorni quando in ispecie fosse stato un poco quietato il

Popolo, che faceva chiasso, e minacciava di morte il signor Guerrazzi,

saremmo usciti_.

[749] Quantunque io creda fermamente, che gli Ufficiali di questo corpo

non possano essere confusi co' loro ribaldi soldati, i quali a questa

ora saranno stati espulsi di certo, pure io dichiaro, che il contegno

loro fu quale si conviene a persone onorate. Questo poi io dico perchè

è vero, e non per vili riguardi, e penso che cotesti bravi Ufficiali mi

crederanno.

[750] «Illustrissimo Signore.

«Al seguito della richiesta di V. S. Illustriss.a a mia cura inoltrata

al Ministro di Giustizia e Grazia, ricevo commissione di parteciparle

che le Carte e Documenti esistenti negli Archivii delle RR. Segreterie,

da esaminarsi nello interesse della nota causa di Perduellione, sono

posti a disposizione del Tribunale Istruente, e perciò il Ministro

incaricato potrà presentarsi a tale uopo, ogni qualvolta lo creda

opportuno, dirigendosi per migliore indicazione al signor Segretario

aggiunto del Ministero dell'Interno, Ottavio Andreucci.

«Frattanto con distinta stima ho il pregio di confermarmi,

«Di V. S. Illustrissima,

«Devotiss. e Obbligatiss. Servitore

«A. LORINI.

«Dall'Uffizio del Regio Procuratore di Firenze, li 11 giugno 1849.

(Ricevuta il 12 detto.)

«Al Signor Giudice Direttore degli Atti Criminali.»

«_N. B._ Il sottoscritto Ministro, appena passatagli la presente

Officiale, essendosi, per l'oggetto di che in essa, trasferito al

Ministero dell'Interno presso il signor Segretario aggiunto Avvocato

Andreucci, e successivamente, di concerto con lui, a quello di

Giustizia e Grazia, è rimasto quivi stabilito che a sua cura si

sarebbero riunite le Carte e Documenti di che si parla in questa

medesima Officiale, ed esistenti negli Archivii delle RR. Segreterie ed

altrove, per esserne poi fatta la trasmissione al Tribunale Istruente.

«DINI.»

(_RISERVATISSIMA._)

«Illustrissimo Signore,

«Quest'Uffizio accompagna a V. S. Illustrissima numero 36 Documenti,

la maggior parte lettere originali, più Nº 12 Ricevute e riscontri di

pagamento parimente originali, e Nº 10 Minute di Dispacci telegrafici,

perchè ne sia fatto l'uso di ragione nella Causa di Perduellione costì

pendente.

«Vi troverà annessa una nota di riscontro, che firmata vorrà tornarmi

nell'accusare il ricevimento di quanto sopra. E mi pregio segnarmi con

distinta stima,

«Di V. S. Illustrissima,

«Devotissimo Servitore

«F. FORTINI ff.

«Dalla Residenza del Regio Procuratore Generale alla Corte R. di

Firenze, li 10 settembre 1849. (Ricevuta il dì 11 settembre.)

«Al Signor Giudice Direttore degli Atti Criminali di Firenze.»

Alle istanze del Guerrazzi poi l'Accusa sentite come rispondeva:

«Il Regio Procuratore Generale,

«Vista la presente istanza defensionale nell'interesse di Francesco

Domenico Guerrazzi;

«Attesochè non sia nelle facoltà dei Tribunali di ordinare che sieno

aperti e posti a disposizione dei terzi, ec. — ancorchè Difensori,

ec. — gli Archivii contenenti il Carteggio e le Corrispondenze

del Ministero ec., e si ritenga solo ammissibile la domanda di

comunicazione di certi Documenti relativi a certi fatti perchè abbiano

rilevanza in causa ec.;

«È di parere che la istanza medesima non debba essere accolta, ec.

«Fatto li 11 ottobre 1850.

«BICCHIERAI.»

[751] Il Marchese di Pomeras nell'11 novembre 1671, condannato a

morte, passando per Laval assistè al suo supplizio, e molto si dolse

col pittore, che assai male ne aveva rappresentato la effigie; la sera

poi andò a cenare, e a dormire col Giudice, che lo aveva condannato.

Lo narra la Contessa di Sévigné. — (Fletcher, _I grandi giorni

dell'Avernia. — Revue des Deux Mondes_, Tome 11e, Paris, pag. 21.)

[752] Cavaliere Senatore Professor Giovanni Resini. _Biografia del

Prof. Pietro Obici_. Pisa, Nistri, 1851, pag. 6.

[753] Nelson raccomandò nel suo testamento Emma, la Erodiade della

tradita capitolazione Ruffo, al Governo inglese, ma questo ricompensò

tutti i membri della sua famiglia, e passò in oblio Emma Hamilton la

mala femmina, come quella che lo aveva spinto a disonorare una vita

tutta gloria con azione vituperosa. — (_Vita di Nelson._ Rev. Brit.

Tomo VII, p. 117.)

[754] Come in questa seconda, e troppo più iniqua replica.

[755] Come in questa seconda, e troppo più iniqua replica!

[756] Alexandre Dumas, _Impressions de Voyage_

[757] Querini. _Vita di Carlo Zeno_.

[758] Questo Documento occorre fra quelli, che l'Accusa non ha reputato

di suo _interesse_ stampare nel _mostruoso_ Volume.

[759] «Mirifica procuratione abjectissimum negotium pro amplissimo

ornamento expedendum Thebanis reddidit.» — (Valerio Massimo, _Factorum

Dictorumque memorabilium_, Lib. III, cap. 7.)

[760] Il condannato alla galera a vita, poichè vi aveva consumato 30

anni, domandava e otteneva per benigna consuetudine la grazia della

rimanente pena. SE venisse rispettata, il maximum dell'_Ergastolo_ non

_dovrebbe_ passare 22 anni e mezzo; la Casa di Forza non _dovrebbe_

prolungarsi oltre i 4 anni e mezzo; e quella di Detenzione non

_dovrebbe_ durare più di un anno; ma non è così in pratica; e mi dicono

perfino di condannati alla Casa di Forza a 97 mesi. — Se le cose stanno

come mi suppongono, parrebbe, che grande incertezza governasse tanto

importante soggetto.

[761] «_Il Nuovo Messia, la sua legge e i suoi discepoli, o le

Rivoluzioni nella Penisola italica spiegate per mezzo delle loro cause.

Catechismo morale-polilico-teorico-pratico, estratto dalle opere del

sig. Guerrazzi avvocato livornese; del Padre Pasquale Cappuccino nel

Convento di Gibilmanna in Sicilia. Traduzione dal Francese. Firenze

1849_.» Tale è il titolo di una opera di 12 pagine! — O uomini di

Mindia, diceva Diogene vedendo le porte sperticate di cotesta terra,

chiudete le porte, che non abbia a scappare la città!

[762] «_La Italia. Storia di due anni 1848-1849, scritta da C. Augusto

Vecchi; — dedicata ai Forti, alle Madri, e alle Vergini innamorate_.»

(_Torino. C. Perrin_, 1851.)

[763] Citando a memoria commetto alcuni errori, che sono emendati da

quanto vengo esponendo qui oltre.

[764] E non è vero.

[765] Senza ira, come senza rancore: riuscì a voi salvare la Repubblica

Romana?

[766] Questo mettere a un mazzo Guicciardino e Machiavello non a

giudizioso. Chiunque però si faccia a governare gli Stati con sicurezza

di sbagliare meno che può, forza è che adoperi il modo sperimentale di

considerare le umane cose da cotesti due politici gravissimi insegnato.

Altro è il modo di esaminare, ed altro lo scopo: quello è l'arnese, e

questo è la opera. Lo scopo ai dì nostri diversifica assai da quello

dei tempi del Machiavello; il modo di esaminare è ottimo ancora al

presente, perchè fondato sopra la esperienza.

[767] Le manifestazioni, che mi vedeva fare dintorno, davvero non mi

ricordavano punto nè Leonida, nè Pietro Micca, nè il vescovo Germanos.

Molti dei prodi giovani erano morti!... — Altri accorsero alla

voce nostra per difendere la Patria, ma ohimè! inesperti, e neppure

moltissimi, male potevano avventurarsi in campagna aperta; soccorsi, e

confortati dal consenso universale, avrebbero potuto guardare i posti

alla frontiera, e salvare l'onore; di più non credo, nè altri può

credere con fondamento, che potessero fare.

[768] Forse per avere scritto romanzi e poesie si ha da crederebbe si

possa fare la guerra senza cannoni, e senza soldati? — Intorno alla

virtù dello entusiasmo ho detto altrove; divina cosa ella è, ma non

si possono pretendere prodigi da quella; e questo entusiasmo non ha

bisogno delle perette per sollevarsi; nè il Paese allora era disposto

a dare corpo alle immaginazioni degli esaltati. Nelle opere che leggo,

vedo Filippiche sempre, o nere o rosse; non istorie, nè materia da

storie.

[769] Qui due errori: uno di giudizio; l'altro di fatto. Non è vero,

che il voto universale fosse di unirsi con Roma; non è vero, che

fossero eletti i Deputati a formar parte della Costituente Italiana.

[770] Messa da parte la tumida esagerazione delle parole, e del

concetto di questa scrittura, devo confessare, che la persona meno

acconcia a persuadermi era il signor Maestri, il quale appoggiandosi

agli esaltati del paese, e di fuori, opponeva ai ragionamenti le

fantasie di mente accesa, la violenza, e spesso ancora parole meno che

oneste. Proconsolo sì, non Legato, e la Repubblica Romana ai giorni

nostri non mi pareva tale che potesse o dovesse spedire Popilii.

[771] Voto popolare, è vero; ma non voto universale del Popolo, nè

espresso nei modi convenienti di chi dispone di cosa solenne.

[772] Ministro mi fece il Principe; Membro del Governo Provvisorio le

Camere del Parlamento Toscano, e il Popolo; Partiti opposti io non

blandii: fummo d'accordo a consultare il voto universale; e questo

difesi. I Repubblicani presentendo sfavorevole il voto universale si

sforzarono strascinare il Popolo, o metterlo in compromesso tale, che

non potesse più tornare addietro; e queste sono male arti, e in tutti

così, rossi come neri.

[773] Lo Scrittore servendo al Partito giudica senza esame: egli non ha

mai letto i miei Scritti _politici_. Appena vennero i tempi opportuni

per occuparmi _praticamente_ delle cose del Paese, l'_Apologia_ prova

come sempre le Dottrine Costituzionali sostenessi.

[774] Amo il Popolo davvero, e quindi aborro prevalermi della sua

esaltazione per perderlo: tutti desidereremmo la Italia unita in una

sola Nazione, ma questo non importa già che nutrendo simile desiderio

l'uomo politico deva rigettare il bene possibile, per tenere dietro a

cosa, che i tempi non consentivano nè gli uomini.

[775] Richelieu scrisse tragedie, Canning poesie, Martinez della

Rosa commedie, nè penso che governassero gli Stati con le loro opere

letterarie. Lo Autore può scrivere quello che vuole: il Ministro

fa quello che deve; e le reti dello Ambasciatore sono prette

immaginazioni; e chi sia questo Ambasciatore dalle _mille_ miglia non

è facile a comprendersi.

[776] Il Piemonte mi offriva pegno di accomodare probabilmente le

cose d'Italia; la Repubblica Romana a scomodarle sempre più. Qui

nota, lettore; gli _zelanti_ del Piemonte mi accusano propenso alla

Repubblica Romana; gli _zelanti_ Repubblicani propenso al Piemonte!

[777] Volendo reggere col _positivismo_, per necessità dovevo

accostarmi al Partito dei positivi. E ritenute le proposizioni, che

pure va dettando lo Scrittore, — che la fuga del Principe non appresi

per cosa di grave momento, e vidi sempre in lui il filo per uscire dal

laberinto; — che fui oppositore costante alla Unificazione con Roma,

in ispecie a quel misleale bandirla, e lasciare poi alla Costituente

la _libertà_ del ratificarla; — che giunto al Potere ebbi modo a fare

proclamare la Repubblica, e non volli; — che propenso al Piemonte

erami spino negli occhi la Repubblica Romana; — che la Unificazione

con Roma prima della battaglia di Novara per non increscere a Piemonte

respinsi, e dopo per evitare, come credeva, la invasione straniera; —

che finalmente i Repubblicani avrebbero dovuto mettermi in prigione: —

ritenute tutte queste proposizioni, non mi sembra che stia a martello

supporre che volessi rendermi necessario a tutti i Partiti; almeno

del Repubblicano non diventavo benemerito; ma Partito e Logica non

si sposeranno mai. Il signor Rusconi ha voluto fare di me la seconda

edizione di lord Ashley, che poi fu conte di Shaftesbury, ed uno del

Ministero Cabal sotto Carlo II; ma egli ha mancato di avvertire come

questo uomo insigne per improbità politica non si opponeva mai ai

Partiti, bensì si gettava in balía di quello, che più gli appariva

zelato, e promosso dal Popolo. Parteggiò col Cronvello finchè visse, e

dopo la sua morte attese ad unirsi alle fortune della Restaurazione.

Salcio sempre, e ferro mai; così stette a galla sempre; ma, ripeto,

Logica e Partito non sono _destinati_ a sposarsi. (Vedi Hume, _Storia

d'Inghilterra_, Capitolo 65.)

[778] E prima, e dopo lo infortunio di Novara, pretesi che con buona

fede s'interrogasse la universalità dei Toscani sopra le sorti del

Paese. Tutto è qui; la mia anima non si noleggia ai Partiti, e la

mia rettitudine per scilocco o tramontana non varia. Il Paese doveva

consultarsi; anche i Repubblicani ne andarono d'accordo: dunque il voto

universale doveva rispettarsi, e aspettarsi: poi i Repubblicani il voto

universale pretesero non rispettare nè aspettare; ma allora, era il

Popolo, o un Partito, che voleva imporre la Repubblica?

[779] Questo è vaniloquio. L'onore dell'uomo di Stato consiste nel

procurare il maggior bene, e nello evitare più che possa mali al suo

Paese. Noi non avevamo a sostenere per punto di onore la Repubblica,

perchè non l'avevamo proclamata.

[780] Chi mi fa rimprovero di non essere morto, quantunque Ministro di

Repubblica, prima di tutto è _vivo_! Ciò posto, dirò: appunto perchè

conoscevo i sentimenti del Popolo aborrii di eccitarlo, e strascinarlo

come si pretendeva; invece di salvare me solo nello esizio di tutti,

operai in modo da salvare gli _altri_ e perdere _me solo_. — Il signor

Rusconi, che fu Ministro, dovrebbe sapere, che i Ministri non si

dilettano a immaginare, ma a raccogliere i fatti, e su quelli fondare

i giudizii e le azioni; chi altramente fa, sè perde ed altrui.

[781] Il Dottore Maestri pur troppo si atteggiava, come ho detto, a

Proconsolo, piuttostochè a Ministro di Stato amico. Lascio considerare

se le sue teorie fossero accettabili: mettere a cimento la salute di

un Popolo per principii, che appartenevano ad un Partito violento sì,

ma in minorità nel Paese, non è probità di cittadino, bensì opera di

fazioso. Il signor Rusconi pensa accusarmi, e, se non isbaglio, fa la

mia apologia. Io che sono uomo all'antica, per esempio, credo, che il

Popolo si accomoderebbe più volentieri con un Re come Enrico IV, che

s'ingegnava a fare in modo che tutte le domeniche avesse la gallina

in pentola, che col signor Rusconi, il quale s'ingegnerebbe a farlo

impiccare per la maggiore gloria ed esaltazione della Repubblica.

[782] Il sig. Rusconi erra: non io accettai, ma il signor Montanelli

accolse le trattative sopra 8 punti come si è veduto nella Apologia;

ed in questo fummo discordi, sicchè egli mi lasciò a discutere solo il

negozio con lo insistentissimo signor Maestri: la violenza di questo

Signore giunse a tale, che io scrissi a Roma, lo avrei fatto scortare

ai confini se non si richiamava, e mi fu promesso. — Tutto per forza,

e sempre hanno preteso da me e da altrui. — Finchè non incontrano

opposizione essi sono larghi di blande parole, ma se taluno si avvisa

contradirli indracano, violentano, e oltraggiano..... come tutti i

Partiti in generale, senza eccezione di alcuno.

[783] Non dica il _Popolo_, ma la parte del Popolo, che unita ai non

Toscani dominava tiranna in quel momento. E in quanto a _sincerità_, io

non aveva promesso nulla.

[784] Fu parlato di cambio di milizie, ma il Governo di Roma voleva

mandare Volontarii, ed io non gli accettai. — Quello che più importava

era la difesa comune; invitato a inviare per questo scopo ufficiali

a Bologna, gli mandai, e non trovarono nessuno! — Questo fatto mi

somministrò la misura della concludenza delle proposte fattemi. Il

signor Berti Pichat venne da Bologna portando carta del Governo per

farne danaro con qualunque sagrifizio; e questo fatto mi somministrò la

misura dei termini ai quali si trovava ridotta la finanza romana, che

si voleva mescolare con la nostra. Delle proposizioni senza ambiguità

dissi avrei accettato quelle, che per giudizio del Consiglio di Stato

non avrebbero pregiudicato la libertà del voto del Popolo Toscano.

Giudicate come vi pare, ma narrate secondo la verità e la rettitudine.

I passi ce gli spianava pur troppo la Repubblica Romana, ma bisogna

andare prima d'accordo sul dove ella ce gli spianava.

[785] Non è vero: fu affrettata quanto più si potè, nè si poteva

fare in meno tempo; assolvendo perfino da talune formalità, che pure

sembravano necessarie; e gli Atti del Governo riferiti dal _Monitore_,

e dall'_Accusa_ nel Volume dei Documenti, ne fanno piena testimonianza.

[786] Non feci io il Discorso di apertura, nè lo lessi: lo scrisse e lo

lesse il signor Montanelli. Consideri il signor Rusconi, che con tanta

inesattezza non si giudica, nè si condanna.

[787] Anche questo non è vero; dimostrando la difficoltà, che il

Popolo Toscano aderisse alla Unificazione, gli diceva che non avrebbe

acconsentito a perdere i vantaggi di Stato a parte; e che gl'interessi

materiali non si possono ad un tratto distruggere: ma è proprio una

miseria parlare di questi negozii ai Repubblicani socialisti, i quali

presumono condurci alla ricchezza universale traverso il fallimento

universale. Il signor Rusconi è socialista, e sul principio della sua

opera, senza pietà neanche pei suoi amici, li dichiara apertamente

ignoranti tutti; pensiamo un po' che cosa dovessi parergli io, che non

sono dei suoi! Ma perchè anche egli non ha esposto il suo _balsamo_ per

sanare i mali della Società? — Questi uomini siffatti di dura cervice

non vogliono capire come invano si strascinino Popoli a cose a cui

reluttino. Sia male o bene la vitalità municipale in Italia qui non

importa discorrere, ma la pretensione di passare la spugna sopra la

medesima è follia. Sicilia e Venezia pure allegavano le stesse ragioni

per ricusarsi alla Unificazione, e il Rusconi si arrovella contro gli

uomini che gli palesavano queste repugnanze nazionali. Le idee fisse

generano questo male, che vedendosi un lato solo della quistione, gli

altri non si vogliono guardare, e si termina col non capire più nulla.

— Intorno poi ai motivi del differire a proclamare la Repubblica,

mostrai essere semplicissimi, e consistere nel non volerla i Toscani, e

nel pretendere (e qui errai) che anche i Partitanti della Repubblica,

oppressi dalla evidenza dei fatti da me e da altri in cotesto tempo

raccolti, se ne persuadessero.

[788] Ripeto, che il Discorso non fu mio; fu composto, e letto

dal signor Montanelli. Con tanta inesattezza probità non consente

giudicare.

[789] Anzi cospirava a rovesciarmi: ma una volta la Costituente Toscana

riunita, io era sottoposto; e quando una Assemblea uscita dal _voto

universale_ non voleva intendere di Repubblica e di Unificazione,

si ha da credere che esprimesse il parere della maggiorità della

nazione, e lo esprimeva. Se non è così, voto universale che significa?

_Votate liberissimamente come vogliamo noi_; non era un po' questa la

pretensione repubblicana?

[790] Quanto sia vero questo, si è veduto.

[791] L'Assemblea conoscendo le mie intenzioni mi prescelse, e non _mi

disfeci_. Montanelli desiderò andare altrove perchè conosceva a prova

la inanità delle pretensioni repubblicane, anzi socialistiche, e si

partì amico da me, nè crede adesso, che io gli abbia fatto torto.

[792] Falso anche questo: furono i partigiani del signor Rusconi che

_a forza vollero pubblico_ questo rapporto, e lo ebbero secondo la

_verità_. Forse era falso? — Può dirlo falso il signor Rusconi? E se

fu, com'era, vero, dovevo io mentire all'Assemblea, che _ordinò_ le si

dicesse pubblicamente la verità, proponente Pigli? Così non si giudica

con probità.

[793] Che io al desiderio del Montanelli compiacendo consentissi

ad allontanarlo, è vero; ma che io lo allontanassi con forza o con

astuzia, non è vero. Montanelli conobbe inevitabile la Restaurazione,

la volle operata secondo il mio concetto; e amò andare lontano per

salvarsi dalle quotidiane molestie degli amici del signor Rusconi.

[794] Qui occorrono spropositi quante parole. Io volli nulla, ripeto;

volli quello che al Popolo piacque, pacato e illuminato sopra i

suoi interessi. La unione al Piemonte è un sogno. Il Granduca poteva

tornare senza armi straniere, se la resistenza di Livorno non era;

e Livorno non avrebbe resistito (e lo dichiarò), se il Municipio

Fiorentino avesse accettata l'adesione dell'Assemblea Costituente; e

se il Principe voleva assicurarsi con un polso di armati, una Legge

votata gli dava facoltà di condurre 5000 uomini da potenza amica, e

costituzionale, e non vi sarebbe stato bisogno di chiamare, o forse,

come credo piuttosto (nonostante le apparenze contrarie), sopportare

gli Austriaci. E le mie risoluzioni perchè non dovevano essere _leali_?

Non è egli desso quegli che dichiara non avere voluto io mai la

Repubblica? aver potuto bandirla, ed essermi opposto prima e dopo la

sventura di Novara? Dunque, in che, e come non erano _leali_? Questi

Procuratori _Regii_, repubblicani, o no, ragionano tutti ad un modo.

[795] Ai Corpi Lombardi; che venivano per mare, facevo osservare come

fosse più giudizioso proseguire per quella via fino a Civitavecchia, —

e meno che al signor Rusconi, a tutti parrà, com'è, così; agli altri

che si presentarono dalla parte di terra fu data abilità a passare,

ed ebbero soccorsi. Non sono stato mai così stupido da credere alla

gratitudine degli uomini: ho pensato a fare il mio dovere, e basta.

Io poi sono di quelli, che non vedono che gloria sia innalzare una

bandiera per abbandonarla subito nel sangue e nel fango; i tentativi

insensati scemano il credito e tolgono il coraggio. I Toscani furono

eccitati a difendere le frontiere, e lo hanno dimostrato i Documenti.

La difesa per salvare l'onore si sarebbe fatta, ed anche per dare

motivo alla diplomazia di tenere lontano lo straniero; _di più non

credo_; ma ci voleva tempo. — Il signor Rusconi appartiene alla scuola

di coloro, che danno allo entusiasmo la virtù dei denti del serpente di

Cadmo. Venezia prima che si dichiarasse Repubblica non difese forse la

sua Indipendenza? Falsare il vero non è virtù da Repubblicano, che io

sappia.

[796] Dai solenni svarioni intorno a quanto avvenne in Firenze nell'11

aprile, e che tutti conoscono, si argomenti la esattezza e la probità

dello Scrittore. Così Scrittori _neri_ e _rossi_, indemoniati dal

maligno spirito di Parte, alterano i fatti, o gl'immaginano, falsano

i giudizii, buona fede e morale e onestà calpestano per servire ai

proprii furori. Anch'essi faranno bene, perchè insegneranno ai Popoli

il fastidio delle esagerazioni, e porranno in credito il linguaggio

sincero, sperimentato ed esatto, che si desidera dalla gravità delle

cose, e di cui i nostri padri ci lasciarono nobili documenti, a modo di

esempio il Machiavelli (che il signor Rusconi disprezza) nei Discorsi

su le Deche di Tito Livio.

[797] Tutto questo è un finimondo di bugie.

[798] Cioè dai Repubblicani; ed ecco come è consentaneo seco lo Autore,

che io volevo rendermi necessario a tutti i Partiti. Il Partito vinto

mi voleva mettere in prigione! il vittorioso mi ci ha messo. Raccomando

la Storia del Dottore.

[799] Come! Poco sopra i miei scritti predicano il _sagrificio, la

gloria, la Repubblica_ ec. — Adesso porto il _pessimismo_ dei miei

_scritti_ nel Governo. — E con questa coerenza ed esattezza si scrivono

Storie! Machiavelli, e Guicciardini, bisogna dire, che le scrivevano

con più fondamento.

[800] Il signor Rusconi mi darebbe diritto di recriminare intorno alla

falsità dei suoi fatti, e alla fallacia, per non dire peggio, dei suoi

giudizii, ma le condizioni fra noi sono diverse; egli è _tristamente_

esule, io _beatamente_ prigione, e sotto processo. Renunzio a questo

diritto per augurargli però miglior mente, e miglior cuore: miglior

mente, per astenersi dal dettare scritture che sono una contradizione

perpetua fra loro, e ponderare con più gravità quanto gli sfugge

dalla bocca; perchè se il parlare (e si vede) poco gli costa, tacere

gli costerebbe anche meno; — migliore cuore, onde comprenda quanto

sia disonesto gravare la reputazione di chi non può, come vorrebbe,

difendersi, e sta in carcere, scontando le insanie o le perfidie

altrui.

[801] Ovidio, _de Remedio Amoris_, libro I.

[802] Documenti, pag. 448, 511, 513, 514, 525. — A Livorno Piemontesi

furono coloro, che le armi del Console sardo abbatterono. — (Ivi, pag.

513.)

Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi · 第 81 / 82 题