[1] Decreto del Tribunale di Prima Istanza di Firenze, Turno
Correzionale, Camera di Consiglio del 1o settembre 1851.
[2] Plutarco, _Vita di Focione_, volgarizzamento di G. Pompei.
[3] _De la Justice politique_, p. 49 e seg. Bruxelles 1830.
[4] _Storia d'Inghilterra_, cap. 67, tom. 8, p. 261. Capolago 1827.
[5] Feci istanza onde fosse concesso al mio difensore di esaminare i
documenti della mia Amministrazione; la Corte Regia rigettò la istanza.
[6] _Gazzetta di Firenze_ del 18 ottobre 1848.
[7] A chi usa specolare sopra gli avvolgimenti politici gioverà
mettere in confronto la dottrina del Lamartine con quella del
Metternich intorno ai governi costituzionali; quella del primo
consiste nel sostenerli transito alla Repubblica; il secondo opina,
che sieno aberrazione di Popoli, che poi si quieta nel ritorno al
principio dell'autorità; per la quale cosa di ambedue coteste sentenze
prevalendosi i partigiani del dispotismo dicono: nel concetto del
Lamartine le Costituzioni pericolose, in quello del Metternich inutili.
Ma il dispotismo ormai non può reggere se non a patto di oscurare lo
intelletto, e al punto stesso ingrassare il corpo. I soli comodi della
vita promossi, e sia pur quanto vuoi, non basterebbero allo uopo,
perchè non _solo pane vivit homo_, e uccidere dall'altra parte la
vita dell'anima è impresa quanto disperata altrettanto iniqua. Però
ho messo questo per via di esempio, chè per me credo il dispotismo
incapace di comprimere la intelligenza, e ampliare le sostanze dei
Popoli anche disgiuntamente. Io vorrei (ma non lo spero) che le mie
parole ottenessero fede: chiunque taglia il pedale delle Costituzioni
si aspetti a vedere crescervi sopra il pollone della Repubblica..... e
questo è sicuro.
[8] Vedi _Indirizzo della Emigrazione lombarda_ dell'8 febbraio 1849.
_Monitore_, 12 febbraio 1849. — «Nella stessa adunanza (13) fu pure
discusso e approvato il progetto di regolamento per la nuova istruzione
militare, di cui tenemmo parola qualche giorno fa. Omai questa
istituzione non è più solo un desiderio, ma sarà tra breve un fatto.
Le sottoscrizioni raccolte bastano già a dare guarentigie della sua
attuazione.» _Costituente Italiana_, 14 gennaio 1849.
«AVVISO PER L'EMIGRAZIONE.
«In relazione alle deliberazioni prese oggi dall'Emigrazione, il
Comitato dirigente per l'associazione militare invita tutti gli
emigrati qui dimoranti all'adunanza, che si terrà nel locale del
Circolo Popolare giovedì giorno 8 del corrente mese di febbraio
ad un'ora pomeridiana per eleggere il Comitato Elettorale
dell'Emigrazione, incaricato delle operazioni relative alla nomina dei
Deputati dell'Emigrazione stessa alla Costituente Italiana.
«Firenze, il giorno 6 febbraio 1849.»
(_Costituente Ital._, 7 febbraio 1849.)
[9] Vedi Istanza del 17 febbraio 1849. _Monitore_, 24 febbraio 1849.
[10] Vedi _Gazzetta di Firenze_, 31 agosto 1848.
[11] _Gazzetta di Firenze_, Supplemento, 31 luglio 1848.
[12] _Samuele_, I, e. X, v. 12.
[13] _Gazzetta di Firenze_, 24 agosto 1848.
[14] _Gazzetta di Firenze_, del medesimo giorno.
[15] _Gazzetta di Firenze_, del medesimo giorno.
[16] Discorso del Presidente dei Ministri, _Gazzetta di Firenze_, 29
agosto 1848.
[17] Proclama del Prefetto di Firenze del 7 ottobre 1848.
[18] Ordine del Giorno del Ministro dello Interno del 7 ottob. 1848.
[19] I Deputati nel 23 settembre 1848 vuotarono tutti la sala, ma
nell'8 febbraio 1849 ve ne rimasero molti anche del centro.
[20] _Gazzetta di Firenze_, 30 agosto 1848.
[21] _Gazzetta di Firenze_, 6 agosto 1848.
[22] _Gazzetta di Firenze_, 19 agosto 1848.
[23] _Monitore_ del 16 decembre 1848.
[24] _Monitore_, 8 gennaio 1849.
[25] Seduta del Senato del 23 gennaio 1849. _Il Conciliatore_, giornale
di Opposizione, così scriveva nel Nº del 6 gennaio 1849: «Intendiamo
che in tempi di perturbazioni non a tutto può bastare il Governo;
intendiamo che non sempre possa farlo tra noi, dove la organizzazione
regolare della macchina governativa manca tuttora; intendiamo, che
certi momentanei disordini sieno inseparabili dai beneficii che
arrecano le libere instituzioni.» E meglio nel Nº del 13 gennaio:
«In verità, quando ci guardiamo attorno, e domandiamo a noi stessi
ov'è la forza, che in tanta dissoluzione possa essere nucleo di nuovi
ordinamenti civili, mal sappiamo rispondere: _tutto che di antico è
distrutto, combattuto e deriso il nuovo_.»
[26] Chiamai fra gli altri, e invano, lo ispettore Checchi, il quale
protessi dalle ire popolari quando l'antica Polizia fu distrutta, non
ostante ch'egli per ragione di ufficio avesse dovuto recarmi molestia.
Anzi gli scrissi lettera con la quale lo confortavo, se non erro, a
ritornare al suo posto in Livorno.
[27] Nel 4 febbraio 1849 soltanto fu composta la seconda compagnia
della Guardia Municipale; nel passarla in rivista, e nel distribuire
le medaglie (però che la formassero tutta combattenti reduci di
Lombardia), fra le altre cose io diceva: «Solenne è questo giorno
per la Patria, e per voi. Solenne, perchè la custodia della pubblica
sicurezza in tempi difficilissimi viene alla vostra fede affidata. La
insegna, che la Fortuna mi concede appendere sopra il vostro petto,
albergo di cuore lealissimo, mi è certo segno che come sapeste con
animo pronto e fermo volere difendere l'onore italiano contro i
nemici esterni, così saprete con animo e voglie pari difendere contro
gl'interni nemici l'ordine pubblico. — Voi siete nuovi in questo
arringo; eppure da voi si domandano ad un tratto prove che appena si
chiederebbero a persone per lunga pratica esercitate; e voi le darete,
perchè grande è la fede vostra, grande la volontà egregia, e il bisogno
della Patria grandissimo. Infinita è la fiducia che in voi ripongono
i vostri concittadini: sappiatevela meritare.» _Monitore_ del 5 febb.
1849.
[28] Vedi Discorso di Mariano D'Ayala nella stessa Seduta.
[29] Vedi Atti governativi negati.
[30] Un proposto di Laterina era di questi: fu trovato tenersi con
molto scandalo in casa due donne, nè a verun patto anche dopo i
monitorii del Superiore ecclesiastico volle licenziarle. Un frate di
Viareggio ec. ec. Ma basti così. Vedi Atti Governarvi negati.
[31] Atti Governativi negati.
[32] _Monitore_ del 24 novembre 1848.
[33] _Monitore_ citato.
[34] «Uomini, che si vantano, e per avventura saranno almeno in parte,
sviscerati della Indipendenza italiana, senza posa si affacciano alle
nostre frontiere così terrestri come marittime, dichiarando volere
accorrere ora in Lombardia, ora in Isvizzera, ora finalmente a Venezia
per versare quanto hanno sangue in benefizio della Patria comune.
Bellissimi proponimenti invero, che troppo spesso lasciano desiderare
sieno susseguiti da non meno belle imprese, e cotesto continuo andare
e tornare non è quello della spola del tessitore, però che invece di
aggiungere filo alla trama dello Stato, lo consumino irreparabilmente.»
_Monitore_ del 29 novembre 1848.
[35] _Monitore_ del 28 dicembre 1848.
[36] Requisitoria del Regio Procuratore generale, p. 7, § 23.
[37] Nel 3 novembre a ore 12, minuti 45, ricevo l'annunzio dei
tumulti portoferraiesi; nel 3 novembre a ore 3, minuti 30, rispondo:
«Affliggono le nuove di Portoferraio. Si prendono provvedimenti per
ricomporre cotesta città. Il _Giglio_ è a Livorno? Risposta subito.» —
A ore otto dello stesso giorno mi annunziano: «restituite le fortezze,
le chiavi delle porte e delle polveriere; reintegrate le Autorità.»
Ma il Sig. Manganaro è a Livorno il 4 novembre, e nonostante le nuove
riassicuranti, _Manganaro insiste per andare a Portoferraio_. — Vedi
Dispacci telegrafici del Governo del 3 al 4 novembre 1848.
[38] Vedi Dispacci governativi negati.
[39] Intanto, ecco come scriveva il Pigli a sua discolpa: «Circa
le 23 ha avuto luogo una dimostrazione con tamburi e bandiere per
_festeggiare_ la morte del Ministro Rossi. Da prima erano centinaia di
popolani, e sono andati al Console Romano: da ultimo più migliaia, e
sono venuti da me. _Ho fatto il sordo ai ripetuti evviva_. Il Capitano
Roberti è salito; _mi ha quasi obbligato mostrarmi al Popolo_. Ho
detto: il Ministro Rossi non era amato dalla Italia solamente pei suoi
principii politici. Dio nei suoi arcani consigli ha voluto ch'egli
cadesse per mano di un figlio dell'antica Repubblica romana. Dio
custodisca l'anima sua e la libertà di questa povera Italia. — _La
dimostrazione si è sciolta subito. Si richiami il Roberti: egli l'ha
pubblicamente approvata_.» — Dispaccio telegrafico del 17 novembre
1848. — Dunque è manifesto, che Pigli costretto disse coteste parole;
e che la dimostrazione gl'increscesse lo palesa il suggerimento di
richiamare il Roberti, che l'approvò. — Io la ripresi acerbamente; la
mancanza degli Archivii m'impedisce somministrare i documenti relativi;
però dai Dispacci telegrafici resulta quanto le arringhe del Pigli mi
turbassero. «Pigli, le tue parole dette al Teatro hanno sconcertato
tutti; amico mio, tu sei buono, e rovini noi e il Paese.» Dispaccio
telegrafico del 13 novembre 1848. — E più tardi, esortandolo a fare più
parca copia di sua favella al Popolo, lo confortava a imitare la Rosa,
la quale (io gli diceva)
Quanto si mostra men tanto è più bella.
[40] Il Governo in cotesta occasione pubblicava il seguente
Proclama. «Cittadini! Il Governo vuole che il Popolo domandi con
modi civili, non violenti. — _Gl'individui convinti di avere operate
le violenze del giorno di ieri, saranno sottoposti all'azione
ordinaria della Giustizia_. A reprimere le violenze dei pochi deve
bastare l'applicazione della Legge. Tornando vana la loro azione pel
rinnuovarsi dei deplorabili eccessi, il Ministero, anzichè provocare
un conflitto incompatibile con la fiducia di cui ebbe sì larghe prove,
darà la sua dimissione.»
[41] A Leigh Hunt portarono via il naso!
[42] Discorso su la Finanza Toscana, comparso nello _Statuto_.
[43] Dispacci telegrafici del 22 novembre 1848, ore 5 minuti 35:
«Qua sono state rotte le urne delle elezioni. Il tumulto è venuto su
la Piazza di Palazzo Vecchio. Una _deputazione è salita_ chiedendo
sospensione delle elezioni in Firenze, e che sieno posti in _istato
di accusa i due passati Ministeri_. Questa deputazione ha ricevuto
Mazzoni, e le ha risposto _con destrezza_. Il Prefetto di Firenze
aveva pubblicato un manifesto opportunissimo stamani mattina.» —
Detto giorno, ore 5, minuti 45. «Dopo il fatto della violenza ai
collegi elettorali, i Ministri Montanelli, Mazzoni e Franchini qui
presenti, col Prefetto di Firenze fanno premura al Ministro Guerrazzi
perchè torni immediatamente a Firenze per concertarsi _intorno ai
provvedimenti di estrema importanza_.» Risposta, detto giorno, ore
6, minuti 20. «Domani sarò presto a Firenze.» — Detto giorno, ore
8, minuti 20. «Domani vieni più presto che puoi, e appena arrivato
avvisami, e ci troveremo insieme per determinare che cosa si debba
fare. Stasera hanno avuto luogo nuove dimostrazioni.» — Risposta,
detto giorno, ore 9, minuti 50. «Domani sarò a Firenze a ore dieci.»
— Novembre 23, ore 1 antem. «Stasera hanno rotto le finestre a casa
Ridolfi, Ricasoli, Salvagnoli, e Capei. Questi eccessi sono commessi da
quegli stessi che hanno rotto le urne elettorali: sono _pochi_ ec.»
Il 23 novembre, passando da Pisa non potei fermarmi, perchè, come si
vede, ero atteso a Firenze. — Qui giunto, maravigliai non avessero
preso i provvedimenti opportuni: furono tosto presi da me, e facili, ed
efficaci, i quali consisterono, come ho detto, nel vigilare _io stesso
di persona_ col maggiore della Guardia Civica Fiorentina le elezioni
onde succedessero a dovere. In tutti i luoghi dove fecero violenza,
mercè le cure del Governo l'elezioni tanto si operarono libere, che
vennero eletti quei dessi, che pur volevansi esclusi. — Così a Pisa
sortirono deputati i signori Castinelli e Severi; a Signa il signor
Vasse, e credo rammentarmi, non senza raccomandazione del Ministro
Adami; a Firenze i signori Tabarrini e Marzucchi.
[44] I miei Segretarii presenti al fatto ne deporranno.
[45] _Monitore_, 8 gennaio 1849.
[46] Si referiscono a questo fatto le risposte alle interpellazioni di
cui a pag. 33. Dubitando, che il vergognoso oltraggio fosse istigato da
qualche agitatore, e venendomi referito, che il Niccolini si aggirava
fra la moltitudine, lo mandai a chiamare, e alla presenza _di parecchi
testimoni lo rimproverai acerbamente_, e minacciai; egli scusavasi
affermando essere accorso invero non già per eccitare _ma per sedare_.
[47] Ma e perchè dovrei tacerlo? — Il Sig. Fabbri, Gonfaloniere di
Livorno, nel 6 aprile 1849 mi scriveva, tutto infiammato di patria
carità per la difesa contro lo straniero, che riconciliandomi io
con G. Paolo Bartolomei, egli si riprometteva persuaderlo a condursi
alla frontiera. Gli mandavo per via telegrafica questa risposta: «Al
Gonfaloniere di Livorno. Sarei un infame se per private dispiacenze
ricusassi anche un bacio per la difesa della patria. Favorisci, ed
eccita G. P. Bartolomei: per ridonargli la mia amicizia anzi cotesta è
la unica via. Componga il battaglione subito. Appena fatto, lo manderò
in Garfagnana, o all'Abetone.» G. P. Bartolomei sovvenendo alla dura
necessità della mia condizione, ha protetto il mio nipote in Piemonte;
e venuto in Toscana, lo accolse in casa sua, guardandolo con amore e
diligenza paterna..... L'emulazioni allora soltanto nuocciono quando
sono codarde.
[48] Thiers, _Histoire de la Révolution_, Bruxelles, 1838, tom. I, cap.
3, pag. 34.
[49] È noto che il principe di Talleyrand, acuto conoscitore del cuore
umano, e delle sue infermità, quando alcuna cosa commetteva a qualche
subalterno gli diceva: «_e sopra tutto vi raccomando di non ci metter
troppo zelo_!»
[50] _Monitore_, 14 novembre 1848.
[51] Dispacci al Prefetto di Pisa, negati.
[52] _Monitore_ del 20 decembre 1848.
[53] Dispacci governativi negati.
[54] Detti Dispacci negati.
[55] Ordini al Prefetto Guidi Rontani negati.
[56] «Fu notata la improvvisa partenza del Ministro dell'Interno nel
mezzo dell'Adunanza. Pare che egli si fosse dovuto recare a prendere
le disposizioni opportune, onde ripristinare la calma della città
momentaneamente disturbata per improntitudini commesse ai danni di un
Cambia-monete.» — (_Conciliatore_ del 28 gennaio 1849.)
[57] _Conciliatore_ del 28, 29 gennaio, e 8 febbraio 1849.
[58] E questo deperimento mio ricordo, che il _generoso_ giornale
dell'Accusa, la _Vespa_, descriveva con dileggio per far ridere la
gente sopra un uomo, che si logorava l'anima e la salute nel vigilare
alla pubblica sicurezza.
[59] Atto di Accusa, § 83.
[60] Memorie, pag. 47.
[61] Il marchese Venturi è morto, ma vivono per attestare i fatti
narrati i signori Vivoli e Pistolesi, uomini di anni maturi, e devoti
al Governo di S. A.; di molti altri mi taccio.
[62] Vivono Domenico Orsini, Massaio del Monte a Livorno, e Consigliere
municipale, ed altri parecchi testimoni del fatto.
[63] In certi libri, scrittori, in questa parte pessimamente informati,
non dubitano affermare, che in Livorno fossero avanzi di sètte, e
settarii fra il popolo minuto. Quando potrà scriversi storia per utile
universale, e _senza ingiuria dei singoli_, dimostrerò a prova, come
non in Livorno, ma altrove occorressero sètte, di piccola importanza,
e, per la indole dei componenti loro, accademie piuttosto che altro.
[64]
La mala signoria, che sempre accora
Li popoli soggetti.
DANTE.
[65] «Lo spirito militare non può formarsi così facilmente, nè così
facilmente possono mutarsi le condizioni del Paese. — Non è poi cosa
tanto utile, come da alcuno si crede, formare questo spirito militare
fra noi. La educazione militare non può formarsi, se non faccia
scendere la Toscana da quel grado di civiltà nel quale si trova; e
se lo spirito militare ha da formarsi a questo prezzo, io non farò
mai voto a conseguir questo intento. — La Toscana ove la mezzeria è
generale, la proprietà così divisa, le fortune così repartite, come non
lo fu finora, non diverrà giammai militare.» (Discorso del già Ministro
Ridolfi nella Tornata del Consiglio Generale del 19 agosto 1848.)
Stupefacenti parole su i labbri del Deputato, che reggendo Ministro
bandì la guerra della Indipendenza, e ora sollevò gli animi (come si
disse) fino alla speranza di potere vincere il nemico a furia di sassi
e co' bastoni, ora promise accorrere co' suoi figliuoli alla guerra
se ne occorresse il bisogno; ora finalmente licenziò la gioventù, che
traeva dalle patrie dimore desiderosa di partecipare alla contesa per
la Indipendenza italiana. Quali conseguenze ne ricavasse la gente
attonita, è facile indovinare. Il _Nazionale_ del 10 gennaio 1849,
con molto senno e pari verità discorrendo gli avvenimenti successi
dal settembre 1847 in poi, adduce le ragioni dei varii Ministeri, e
le cause della loro caduta. Importa consultare cotesto organo, che si
mantenne mai sempre independente:
«La Toscana _da più di un anno_ abbandonata a sè stessa, può dirsi che
si governava a senno dei cittadini. _I Governi che si sono succeduti
dal settembre del 1847 in poi_ non hanno mai saputo prendere quella
forte iniziativa che spetta a chi regge lo Stato, e che è un dovere
assoluto in chi prende a governare un Paese appena sciolto dalle
fasce dell'assolutismo, e desideroso di lanciarsi nelle nuove vie
di una libertà lungamente sospirata. — Dov'era mestieri con mano
sapientemente audace riformare, resecando il vecchio, piantando il
nuovo, fortificando le libertà pur ora inaugurate coll'istruzione
che le facesse più universalmente conoscere e amare..... si fece
anzi un brutto innesto di vecchio e di nuovo; la tutela delle
istituzioni liberali si lasciò o si diede a mani inette, o da poco
tempo acquistate alla nuova causa, non mosse da convinzioni antiche,
ma dalle vicende della fortuna; si procedé _timidamente, lentamente,
fiaccamente_. — Accadde che nel reo impasto il nuovo isterilì e si
corruppe della sterilità e della corruzione del vecchio; le libere
istituzioni come pianta aduggiata languirono; lo Stato, siccome
corpo percosso da paralisi, rimanendo sana e vigorosa la mente, non
ubbidiva all'impulso delle volontà che lo guidavano, e strascicava;
le idee lo precorrevano, i fatti lo premevano; quando avanzava non
camminava, ma era spinto dall'urto prepotente delle idee e degli
avvenimenti che ne vincevano l'inerzia. — Oscillando, trabalzando per
una via, che si poteva correre nella maestà del trionfo, arrivarono
alla Costituzione arrivarono alla guerra..... Grandeggiavano intanto
i fatti d'Italia. La Lombardia sollevata ci chiamava oltre Po, dove
i Liguri e i Piemontesi già combattevano con lieti auspicii. _Noi nè
uomini, nè armi, nè danari avevamo parati alla grande e non inaspettata
impresa... Ma la fatale imprevidenza parve rea negligenza, e inasprì
gli animi delusi e accorati dall'esito infelice della guerra sacra_.
Innanzi al Parlamento pur or convocato il Governo si appresentava
nudo affatto di provvedimenti, della causa italiana pendente ancora,
delle sorti della guerra come dimentico. Il Governo di allora cadde
innanzi allo sdegno e al dispregio del Paese.... In mezzo a queste
circostanze nacque il Ministero Capponi. — _Delle infelici prove di
quel Ministero.... non faremo altre parole_....; solo diciamo come
nella Toscana agitata, inquieta, tumultuante, paresse necessità
venire al Ministero Montanelli..... — Il nuovo Ministero ebbe nome
di Ministero democratico: prendeva il potere in nome del Popolo:
_stretto da violenti antipatie da un lato, travagliato forse da
troppo intemperanti e cupide simpatie dall'altro, cominciò a porgere
parole di riconciliazione, e pose mano vigorosamente al governo_. Noi
crediamo che gli amici gli facessero mal servigio; poichè, come dice
il Machiavelli, non è cosa desiderabile prendere un magistrato o un
principato con estraordinaria opinione ec.....» — (_Nazionale_ del 10
gennaio 1849.)
E qui giovi notare una volta per sempre, che il _Nazionale_ non
fu Giornale sovvenuto, nè amico del Governo mio, anzi più spesso
oppositore acerbo così, che nel 24 febbraio 1849 ne fu ordinato
l'arresto con dispaccio telegrafico del presidente Mazzoni.
[66] A carte 40 dei Documenti, n. 66, vi è la minuta della lettera
scritta all'Avv. Giera, che si dimetteva dalla Commissione. In essa
si trova la verità del mio racconto. Il Governo _pregò_ la Commissione
a non dimettersi. Il sig. Giera, interpellato prima confidenzialmente
il Governo, sospese la sua dimissione, e dichiarò agli Ufficiali della
Guardia Civica essere _esattissimo_ tutto quello che io affermava in
proposito. Vedi esposizione inedita delle cose di Livorno del gennaio
1848 pubblicata fra i Documenti dell'Accusa, a pag. 60.
[67] Le carte, che mi furono perquisite allora, e poi rese stante il
Decreto onorevolissimo del Principe, che troncò cotesta procedura,
adesso perquisite da capo in questa nuova procedura, s'incontrano
nel volume dei Documenti a pag. 47, n. 79, a pag. 49, n. 82, a pag.
50, n. 83, a pag. 67, n. 100. — Si trattava di provvedere le armi dal
Municipio, e di trovare modo che le dimostrazioni cessassero, le unioni
parrocchiali si organizzassero.
[68] Al Popolo, che ingannato era venuto ad arrestarmi, tali
apparecchiava parole, come resulta dallo Scritto inedito pubblicato
dall'Accusa a c. 65 dei Documenti:
«Io l'ho detto, tra me e te, Popolo, noi non dobbiamo odiarci, nè lo
possiamo. Forse Aristide odiò la patria perchè bandito ingiustamente?
In certa notte, con pericolo di vita ruppe il bando, e fu la precedente
alla battaglia di Salamina, per avvisare Temistocle intorno alla
ragione dei venti, e all'ordine della flotta persiana. Gli antichi
esempii non saranno stati letti invano. I Veneziani supplicarono Carlo
Zeno imprigionato iniquamente onde salvasse la Patria dal pericolo
supremo da cui era minacciata: usciva, pugnava, vinceva, e poi altero
e costante tornava al carcere.
«Tra me e te ogni trista memoria è ormai obliata, e con _tutti fra
te_. Vi lasciai non liberi, vi trovo facultati a farvi liberi se
volete. A questo patto chi non avrebbe voluto soffrire la prigionia?
Stringiamo ora, che ne fa mestieri, più che mai i vincoli di famiglia.
Giù _rancori_, giù _discordie_; se volete essere forti contro il comune
nemico, io non so davvero come potrete riuscirvi con matte fazioni
tra voi. E sopra tutto, nè _viva_ a tale, nè _morte_ a tale altro. Il
secondo grido è crudele, e la nostra religione lo aborre; il primo
è segno di servitù. Oggimai non hanno a contare gl'individui, ma i
principii. Mi confortano, o Popolo, ad abbandonarti, e porre la mia
stanza altrove. Non posso farlo; le cose si amano pei sacrificii che
costano, e il mio paese mi costa assai: io qui ebbi nascimento, e qui
desidero sepoltura accanto alle ossa di mio padre e dei miei amici,
_che più felici di me mi precederono nella morte_: io continuerò,
secondo ch'è dato al mio povero ingegno, a onorarti come posso e devo;
ma tu, o Popolo, ricompensami con lo starti unito, col non fare _il mio
nome bandiera di fazioni e di tumulti_. Io te ne scongiuro per la mia
fama e più per la tua. Anche tu fosti accusato, e devi mostrare che lo
fosti a torto, a nessuno secondo tra i Popoli italiani, e a qualcheduno
primo. _Le petizioni offrono mezzi legali per manifestare i voti, e
tôrre d'inganno il Governo_: — attienti a queste.»
«Vediamo se alle parole corrispondessero i fatti. Francesco _Costantino
Marmocchi_, mentre io stava prigione a Portoferraio, si oppose alla
stampa nell'_Alba_ di parole in mia difesa; io non solo dimenticai
il malo ufficio, ma nelle elezioni di Dicomano lo purgai dalla
calunnia, e lo feci eleggere Segretario al Ministero dello Interno.
— _Giovanni Sorbi_, Tenente, o Capitano della Guardia Civica, che
fu a prendermi nella notte dell'8 gennaio, promossi a Pretore di
Santo Stefano, e credo che vi sia tuttora; e perchè tutto restringa
in uno, così rispondeva al Governo di Livorno, che mi consultava se
avessi acconsentito a far pace co' promotori dell'8 gennaio: «_Io ho
dimenticato sempre tutto; e saranno prima stanchi di offendermi, che io
di perdonarli_.» Dispaccio telegrafico del 9 aprile 1849.
[69] In questo tempo chiesi facoltà di stampare un Giornale, e mi fu
negata; a questo accenna la lettera, di cui si legge minuta a pag. 66
dei Documenti, n. 98, indirizzata al sig. Cons. Pezzella. Per intendere
a dovere cotesto Documento, si avverta che successe in quel torno una
baruffa sanguinosa tra fornaj; e i _matti avversarii_ propagavano,
nè più nè meno, che travestito da fornaio io avevo aizzato la gente
a ferirsi, e _forse_ aveva ferito io stesso! — Inoltre, un pazzo
furioso irrompendo fuori di casa incontra un soldato e lo uccide, altri
ferisce, e i _matti avversarii_ raccontano sul serio, che io ho spinto
il pazzo ad uccidere. Cose incredibili sono queste, e non pertanto
vere! Mentre era Ministro, moltissime persone s'interposero per la
grazia dei due fornaj feritori già condannati, uno dei quali ricordo
che si chiamava Morgantini. — La grazia fu negata.
[70] Partendo scriveva questa lettera:
«Signor Silvio Giannini.
Persuaso che la mia presenza somministrerebbe alla città pretesto di
collisione, per la quale essa avrebbe a pentirsene e vergognarsene
poi, io, come ogni dabbene cittadino deve fare, cedo alla invidia, e
mi allontano. Partendomi col corpo, io lascio i miei affetti entro un
paese che mi costa tanti sagrifizii e tanti dolori; — e con sincero
animo gli auguro tempi felici, menti più giuste, ed uomini che possano
amarlo molto meglio di me.
La reverisco.