gli apparecchi con tanta fatica e tanto pericolo condotti a termine,
quasi finale, avete guasto il presente e l'avvenire; poichè avvertite,
che qui considerato e qui fu scritto, come le commozioni popolari
fossero di augumento a Roma, avvegnadio colà con una legge si
concludessero, mentre partorirono la perdizione di Firenze, terminando
quaggiù con offesa nelle persone e negli averi.[720] Quando, falliti
i vostri disegni, gittaste un grido, voi nol voleste confondere col
gemito universale; anche in quello voleste lasciare una memoria di
superbia e di odio: «Se gli avvenimenti del 12 aprile dovevano avere
questa conchiusione, meglio era che non fossero accaduti, _e che
coloro, che condussero la Toscana a questa dura necessità, fossero gli
attori di questa ultima parte del Dramma ignominioso_.»[721] I Parti
ferivano fuggendo; voi mordete spirando: e pure, invece di mordere me,
offendete voi stessi: infatti qui sta appunto la condanna vostra; se
voi non eravate certi di fare meglio di me, se l'opera di Parte non
vi ha procurato meno triste sorti di quelle che andavate predicando
sarebbero uscite dalle mie mani, dovevate lasciarmi fare. Però io non
dimentico, nè tampoco voi stessi dovete obliare, che me giudicaste
degno di salvare _quel più si potesse dell'onore e della indipendenza
nazionale_; me animaste ad usare _per la salute della Patria i mezzi
che la esperienza mi avrebbe saputo consigliare più opportuni ed
efficaci_; me confortaste a perdurare nella impresa, offrendo il
soccorso e il _concorso dei poteri municipali_.[722] Sono questi essi
i concorsi vostri? È questo il sapore dei vostri soccorsi? Perchè dopo
avermi tradito mi avete oltraggiato? E perchè dopo avermi onorato mi
avete detto obbrobrio? — Ma poco importa essere rigettato da voi; a me
basta, che non mi repudii il Paese, e mi conservi la benevolenza che io
spero non essermi demeritata.[723]
Ma non è da voi che mi tocca adesso a difendermi; bensì dall'Accusa,
a cui mi avete consegnato nell'orto.... voleva dire nella Fortezza di
San Giorgio. Ora che ho dimostrato come la minaccia e la intimazione
dell'arresto, quando pure fossero avvenute, avevano lo scopo
diametralmente opposto a quello finto dall'Accusa, io dimostrerò che
non sono, e non possono essere vere.
Tre sono (e pare impossibile!) i deposti sopra i quali fonda questa
incolpazione l'Accusa. Primo è Digny, succede Brocchi, viene ultimo
Venturucci. Io non dirò come i due primi, così facendo, tentano
onestare il tradimento di cui mi dolgo; non osserverò che mendaci
sempre con gli altri, e il primo lo è quattro volte con sè stesso sopra
un medesimo punto; non dirò nemmeno che ambedue confusi, perplessi,
contradittorii, sono costretti (per paura di sentirsi rimproverare
dallo stesso Ministro processante) a ripetere, — il primo fino a
quattro volte, — che non sa, non ricorda, ha perduto la memoria dei
particolari, — forse egli, forse altri s'inganna, — e tali altri
rifugii per cui si rendono da per sè stessi spregevoli assai più
che altri non potesse fare; — tutto questo, e non è poco, passeremo;
confrontiamo i deposti:
«_Digny_. — Nacque fra noi e _parecchi di loro_ una discussione viva
e confusa intorno al Proclama già pubblicato dal Municipio, col quale
annunziava assumere a nome del Principe la direzione dei pubblici
affari. _Io non rammento con sufficiente precisione i dettagli (sic)
di cotesta discussione; — solo mi sovviene_ che il signor Guerrazzi
rivolgendosi agli adunati diceva: — Voi avete fatta una Rivoluzione,
— _e per poco che le cose sostassero_, e che piacesse agli adunati,
egli ne avrebbe fatto arrestare i Componenti, i quali designava con
le parole: _questi Signori_; per il che io non posso asserire s'egli
volesse intendere tutti i Componenti del Municipio, o la Deputazione
quivi presente. A queste parole sollevavasi una _certa confusione_
fra i presenti, ma, domandata la parola da me e dal Brocchi, facemmo
successivamente intendere, che le conseguenze di un passo simile
sarebbero state gravissime, e ricadute su le persone di chi _le avesse
ordinate_ (_sic_), per cui sorsero proposizioni di conciliazione, e una
deputazione si formò che ci accompagnò al Municipio.»
«_Brocchi. — Rapporto_ (_sic_) al primo incontro, noto la circostanza
che l'Avvocato Guerrazzi, rimproverando al Municipio di andare a
promuovere la guerra civile, disse: — _che sarebbe stato capace di
fare arrestare tutti i componenti del Municipio_. Il Dottore Oreste
Ciampi e il Professore Emilio Cipriani, presenti, _insistevano che si
arrestassero quei Componenti del Municipio_, che allora nella Sala si
trovavano, ed io ed il Conte Digny replicammo, che ponessero mente a
tale arresto.» E più oltre da capo: «questa proposizione volevano si
portasse all'atto il Dottore Ciampi, e il Professore Cipriani.»
«_Venturucci_. — Mi rammento _benissimo_ che Guerrazzi alzatosi in
piede, e con veemenza, disse queste parole: — Signori, voi avete fatta
una Rivoluzione; voi vi rendete _responsabili_ delle conseguenze che
ne possono derivare. Sì, voi avete fatto una Rivoluzione, ed io sarei
capace di farvi arrestare tutti: _anzi, siete tutti in arresto_.
Cui Digny replicò: _Signori, pensino a quella che fanno_: — faceva
riflettere di più all'Assemblea non essere in numero sufficiente per
deliberare, che ormai era evidente qual piega prendevano le cose.
— Il signor Guerrazzi mutò tono, e con voce calma parlò con quelli
del Municipio, _che si scusavano di avere pubblicato un Manifesto, e
dichiaravano essere pronti a mettersi d'accordo con l'Assemblea, e di
concertare le cose_.»
Ora questa _intimazione_ di arresto non può essere vera, perchè me ne
mancava l'autorità, e me ne mancava il potere. Mi mancava l'autorità
per queste ragioni: il fatto del Presidente dell'Assemblea, confermato
dai Deputati presenti, di unirsi al Municipio per provvedere alla
salute della Patria, mi aveva tolto il mandato di Capo del Potere
Esecutivo; e così ritenni, e così dissi; vedremo più tardi quando
il Municipio andava in cerca di un pretesto per onestare la sua
brutta azione, e non l'aveva ancora trovato, fare annunziare che a me
repugnante aveva svelto di mano il potere: ma poi, considerando ch'ella
era questa troppo grossa bugia, variò con l'_arresto_; la verità è, che
io con animo lietissimo appresi la novella di essere esonerato da tanto
carico, e che fino dalla sera precedente aveva dettato una renunzia
spontanea, la quale deve essersi trovata nella stanza che occupavo in
Palazzo Vecchio.
Mancavo di potere immediato, perocchè, verun corpo di guardie
stanziando alla Camera, dove io non avessi preteso stringere con una
mano sola i tre colli dei Municipali, non si sa davvero comprendere
come gli avrei potuti arrestare; e se non avevo armi allora, peggio
era da aspettarmi nel seguito, dacchè, trovato modo in mezzo a cotesto
trambusto d'interpellare il Generale Zannetti intorno alle disposizioni
della Civica, n'ebbi in risposta: _nella massima parte sembrargli
decisa ad appoggiare il Municipio_.
Da siffatta scienza, in quel punto e non prima di allora acquistata,
— insieme alla ignoranza di cotesto caso, espressa parlando al
Maggiore Diana, e scrivendo al Maggiore Basetti, — non meno che dalla
contemporanea notizia del convenuto fra l'Assemblea e il Municipio
di concertare le provvidenze per la salute della Patria, imparai
che mi era stato ritirato il potere, e che ormai poteva sperarsi che
ladronecci non sarebbero successi, _omicidii non rinnuovati_; insomma
il motivo, temuto reazionario ed anarchico, diventava politico, e
tendente al fine, che fra _tre_ giorni ancora, in virtù di solenne
deliberazione dell'Assemblea Costituente, avrebbe conseguíto
pacificamente il Paese.
Esaminiamo i tre deposti. — Quello del Conte accenna a cosa non
presente, bensì da farsi in futuro, e sotto due condizioni: la prima,
che le cose sostassero; la seconda, che agli adunati piacesse. Quello
del Brocchi spiega una propensione, non volontà determinata, a operare
cose presenti, o future. Quello del Venturucci dichiara: volontà
portata all'atto. Tutto questo che monta? Importa: che un deposto per
necessità esclude l'altro; — importa: che da un uomo comecchè versato
mediocremente, non dirò nelle regole della ermeneutica forense, ma
in quelle della Logica e del senso comune, dovrebbersi rigettare
tutti i deposti. Invece l'Accusa, che sta insieme con la Logica come
gennaio con le more, gli allega tutti, comecchè si contradicano, e si
elidano, in prova del medesimo fatto! — Oltre il contrasto fra loro,
che gli rende inattendibili, per poco che tu rifletta su quello del
Digny, tu vedi correre i vermini della bugia su tutte le sue parole;
infatti, come poteva egli prendersi travaglio di un partito che doveva
effettuarsi in avvenire impossibile? Come richiamare l'attenzione
degli adunati su le conseguenze di cosa non avvenuta, e che non
poteva accadere? Come ammonire le _persone_ dei pericoli a cui si
avventuravano per colpa di una minaccia partita unicamente da me? Il
Brocchi almeno si mostra meno stolido, se non più verace, poichè, le
minaccie da lui si affermano di arresto immediato, e veramente furono
per la parte dei signori Ciampi e Cipriani, ma nel senso di rammarico
di mancata parola; e poichè da più era mossa la minaccia, sta bene
eziandio che a più lo ammonimento si dirigesse. L'Accusa pertanto,
comecchè alleghi tre deposti discordi, tuttavolta si fonda sopra uno
solo (altra prova di senno nell'Accusa!), ed è quello del Dottore
Venturucci. Conoscendo la lealtà dell'uomo onorandissimo, io viveva
sgomento e dubitava della mia memoria, quando venne a confortarmi la
lettura del suo esame, dove dichiara: «Rispetto alla prima domanda,
cioè se il Guerrazzi accogliesse benignamente la proposta della
Deputazione _nella Sala delle Conferenze_, ripeto quello che ho
annunziato — e _presso a poco disse le parole che ho riferito_, —
ma tardò poco a calmarsi e a convenire con i signori Municipali; ed
è da notarsi eziandio che il Guerrazzi era già alterato per alcuni
rimproveri che gli avevano fatto di non essere comparso, secondo il
convenuto, la sera antecedente nella ora stabilita all'Assemblea.»
Non deponendo pertanto il Dottore Venturucci assolutamente, ma _a
un dipresso_, non è da dubitarsi neppure un momento, che non sia per
trovare esatta la mia narrativa, molto più che stando egli dal lato
opposto, in fondo della tavola lunghissima, e lontano dal gruppo
dei disputanti, non distinse da cui si partisse la intimazione dello
arresto, la quale in vero fu fatta, come ho avvertito, per la parte
dei signori Cipriani e Ciampi, e secondo che per bene due volte
dall'avvocato Brocchi ancora si dichiara. — Nè già si creda che io qui
arresti la dimostrazione: io vo' perseguitare l'Accusa con la verità,
com'ella mi ha perseguitato con la fallacia. Il Cavaliere Martelli,
uno dei tre Municipali, interrogato, depone: che, quando egli venne
col Conte Digny e col Brocchi per la seconda volta all'Assemblea, vi
trovò anche me, e che a lui rivolgendo la parola mostrai: «propensione
grandissima per conciliare le cose, e gli dissi: farmi paura i
Partiti, e dichiararmi parato a tutto per metterli d'accordo;» inoltre,
contestatogli il deposto del Conte Digny su le _minaccie_, risponde
francamente: «Io non intesi cotesto discorso _di certo_; può essere
che l'abbia fatto quando non vi ero io» (e questo non poteva darsi,
perchè si presentò con gli altri, e la disputa avvenne alle prime
parole). «_Al Municipio in cotesto giorno sentii parlare delle minaccie
di arresto state fatte contro il Municipio da alcuni Deputati, ma
non intesi includere fra essi il Guerrazzi_.» Ed è questo il secondo
riscontro della verità della mia narrativa, e della fallacia del
supposto dell'Accusa. — Terzo riscontro: Panattoni, Avvocato, attesta
che dai colloquii uditi rilevò che minaccie veramente non accaddero,
ma rammarichi _per la parte di alcuni Deputati_, e _forse_ anche
del Capo del Potere Esecutivo, a cagione che il Municipio non avesse
secondato gli accordi che si dicevano passati col signor Professore
Taddei, e resultanti ancora dal Manifesto stampato, ecc.[724] Quarto
riscontro: Panattoni, Avvocato, condottosi al Municipio per proporre
temperamenti conciliatorii, ascolta urli di gente tumultuante che
dice: essersi deliberato arrestare il Municipio; ond'egli esce ad
arringare cotesta turba per ismentire la _voce calunniosa, non si sa
come diffusa fra il Popolo, e Digny conferma la verità della buona
intelligenza che passa fra l'Assemblea e il Municipio_.[725] Quinto
riscontro: Panattoni, Avvocato, espone, che fu detto, e gli pare anche
da qualche Deputato, che il Dottore Venturucci narrasse poco dopo
questo fatto, ma che fu giudicato un suo male inteso. Sesto riscontro:
Se le minaccie in discorso fossero state profferite da me, e ritenute
temibili dai Municipali, non è da credersi ch'eglino si sarebbero
per un'altra volta, come fecero, commessi in mia potestà. Settimo
riscontro: Se io avessi bruscamente intimato l'arresto al Conte,
breve ora dopo trattenendosi col Chiarini non gli avrebbe dimostrato
dispiacenza per non essere io stato accettato, com'egli ne faceva
istanza, a parte della Commissione Governativa.[726] Ottavo riscontro:
Nel giorno 14 aprile il Conte trova il Chiarini Segretario al
Ministero dello Interno, e gli dice: «Giusto, aveva bisogno di vederti;
insomma, tentano fare una Reazione?» Interrogato da cui, risponde:
«Dagli esagerati.» Ed ingegnandosi il Chiarini di provargli cotesto
suo concetto fallace, il Conte soggiunge: «Ma intanto volevano ieri
l'altro arrestare il Municipio.» Chiarini di nuovo: «Non ho sentito
dire niente di questo, e non lo credo.» E il Conte: «_Eppure mi viene
assicurato che lo dicesse il Guerrazzi_.» — «Io» obiettava Chiarini
«non lo crederei nè anche se glielo avessi sentito dire.»[727] Digny
tacque; Chiarini fu dispensato prima, poi dimesso dallo impiego. Io
ho notato come il proverbio, che corre fra noi, dice: chi il suo can
vuole ammazzare, un pretesto sa trovare; — ma Digny non seppe trovare
neanche il pretesto, dacchè il _Conciliatore_ del 13 aprile annunzia
un motivo per giustificare la trama ordita a mio danno, ma, parendogli
che non potesse reggere in confronto degli atti miei, va in cerca di un
altro, e, come vediamo, non è più felice adesso. E quale il pretesto
affermato nel 13 aprile dal _Conciliatore_? Eccolo, e somministra il
nono riscontro della verità delle mie parole:
«Il Dittatore Guerrazzi _ostinavasi_ nel ritenere nelle mani un potere
rimasto senza valore. _Alcuni Deputati_ ostinavansi a _rivaleggiare_
(_sic_) di forza col Municipio. _Non mancò tra loro chi chiedesse fosse
posto in istato di accusa il Municipio e la Commissione aggiunta_.»
— Pretesto alla iniqua guerra nel 13 aprile era la mia renitenza
a lasciare il Potere; la proposta di porre in istato di accusa il
Municipio e la Commissione annunziavasi sì, ma ad alcuni Deputati
attribuivasi; trovata debole la prima calunnia, estendono anche a me,
anzi unicamente a me, la seconda; però che nella musica della calunnia
s'impari maravigliosamente presto a trapassare da una nota all'altra.
Dunque è chiarito: non essermi opposto alla Restaurazione, ma invece
adoperato onde riuscisse subitamente universale e felice; — avere
rampognato i Municipali, non già della iniziata Restaurazione, bensì
di slealtà per mancata parola, e di periglioso consiglio, convertente
a vittoria meschina di Partito quella deliberazione, che per essere
dentro e fuori proficua doveva e poteva presentare i caratteri che
ho qui avanti notati: — non avere minacciato, molto meno intimato
l'arresto di persona.
Con tale e siffatto _lusso_ di prove in contrario, la imperterrita
Accusa scrive, senza che la mano le tremi, come io nello intento
di oppormi alla Restaurazione un po' _compita_, un po' _incoata_,
minacciassi prima, intimassi poi l'arresto ai Municipali. Le mie parole
dovrebbero suonare severe a carico di quanti nei Documenti dell'Accusa
parteciparono, ma taccio, e raccomando al Paese Civile, ai Governanti
nostri, al Principe nostro temperantissimo, considerare se per questa
via si renda rispettabile l'Autorità, e veneranda la Giustizia, salute
estrema di società commosse.
Riprendo la mia narrazione. I motivi che mi persuadevano a insistere,
perchè il Municipio deponesse il pensiero di camminare disgiunto
dall'Assemblea, erano di due sorte: i primi di onestà, e fu dimostrato;
i secondi di politica convenienza, e gli esposi ai Commissionati
Municipali che ne rimasero percossi così, che, condannato lo
intempestivo Manifesto, promisero correggerlo. «Il Municipio» io
diceva «si propone due fini parimente ottimi, e necessarii: preservare
il Paese dalla invasione straniera, mantenere incolumi le libertà
costituzionali; in quanto a me, avevo disposto le cose in modo, che
la Restaurazione in guisa diversa, che mi sembrava più onorevole, e
ad un punto più sicura, si operasse; ma l'uomo trama e la fortuna
tesse. Quello ch'è stato è stato, ed ormai tutto lo studio nostro
si ha da riporre in questo, che ciò che ebbe mal principio riesca
a prospero fine. Importa massimamente che non si manifesti dissenso
in veruna parte delle Provincie, e che il moto si dilati universale
e spontaneo. A conseguire un tanto scopo, parmi, non che utile,
necessaria l'adesione dell'Assemblea, per rimuovere l'obietto che
taluno potesse fare, questo essere un partito imposto da Firenze,
non consentito da Toscana tutta.[728] Versiamo in cosa di pericolo
grandissimo, procuriamo con sommo studio evitare ogni accidente capace
a fornire appiglio o pretesto di offenderci. Quando anche l'adesione
dell'Assemblea non vi paresse necessaria, e forse nemmeno utile,
accettatela tuttavolta per misura di cautela, che negli eventi dubbiosi
non è mai troppa. Se nel rifiuto ostinandovi ne venisse a nascere
danno, pensate, a qual carico voi vi esporreste? Di faccia al Paese voi
sareste tenuti a rendere conto di qualunque sventura potesse succedere.
Comprendo voi andare orgogliosi della presa iniziativa; voi non volete
dividere con altri la gloria delle durate fatiche, per infrenare
l'anarchia e la parte repubblicana; voi non consentite partecipare con
nessuno l'onore dei pericoli corsi, per apparecchiare questo evento;
e sia così; la sua parte ad ognuno:[729] ma adesso, dato bando ai
consigli della vanità, vediamo insieme quali rimedii possiamo apportare
alle fortune afflitte della Patria.» Piacquero i consigli e le parole;
suonavano uguali a quelle che adoperò più tardi il _Conciliatore_,
Giornale di cotesto Partito, — con una differenza però: che io le
diceva di cuore, egli per finzione;[730] — e fu risoluto che una
Deputazione dell'Assemblea si conducesse al Municipio per confortarlo
di non operare scissura, e starsi unito per carità di Patria. Affermano
testimoni degni di fede, che per me in questa occasione si dettasse
una carta,[731] dove erano indicate le guise dell'operare congiunto
dell'Assemblea col Municipio; e questo dimostrerebbe quale e quanto
studio da me si ponesse, onde la bene iniziata alleanza non si
disfacesse, e a fine fruttuoso s'incamminasse. Questi consigli e queste
profferte andavano a presentare al Municipio il Generale Zannetti
e l'Avvocato Panattoni, accompagnati dal Dottore Venturucci, e dai
tre Municipali, Digny, Brocchi e Martelli. Quivi giunti esposero la
commissione, la sostennero con buoni argomenti, sicchè fu _di nuovo
statuito solennemente che, in tanta opera, Municipio e Assemblea
avrebbero proceduto congiunti_.
Tardando le risposte, fu avviso di condurre l'Assemblea nel Palazzo
Vecchio, però che la Camera, non avendo chi la guardasse, poteva di
leggieri, siccome già minacciavano, essere forzata; e così fu fatto.
Tornarono alla perfine i Municipali, Digny, Brocchi e Martelli, e
poichè, secondo quello che _Panattoni_ racconta, le profferte nostre
erano state con lieta fronte accolte dal Municipio, vuolsi credere che
per accordarsi con noi intorno alle ulteriori operazioni venissero;
— tutto al contrario: essi venivano ad accertarci, che il Municipio,
rigettata ogni proposta di conciliazione, aveva deliberato di fare da
sè solo. — Commosso da questo partito, di cui prevedevo e sentivo gli
effetti perniciosi, con quelle parole che la profonda convinzione sa
suggerire meglio persuasive, io supplicava a considerare i mali a cui
stavano per esporre la Patria. Livorno alle ordinanze del Municipio
Fiorentino non era da credersi si volesse sottomettere, e la ragione
non importava che si dicesse; e il suo dissenso solo guasterebbe
l'armonia del disegno, e metterebbe in repentaglio tutto il bene che
si auguravano ricavare da quello. «Ma che cosa è mai» io domandava
«questa durezza? Qual tristo genio v'insinua nell'animo i fatali
consigli?» Mi avvertirono come i loro Dottori avessero considerato,
che l'unione dell'Assemblea col Municipio veniva a contaminare la
origine governativa di questo, e forse a metterlo in imbarazzo co'
Rappresentanti delle Potenze Estere da cui speravano protezione.
Alle quali ragioni io fervidamente rispondeva: «Ed è prudenza questa,
per guardare fuori di casa, trascurarla dentro, e per una protezione
dubbia, che non verrà forse mai, non attendere a pericolo sicuro che
accadrà di certo? — E poi anche a questo vi ha rimedio, e pronto;
uditelo se vi talenta. — Io sarei di avviso, che si mettesse fra noi
una proposta a partito; la quale, deliberata, si pubblicasse con le
stampe, e dicesse:
«Il Municipio fiorentino, provvedendo alla salute della Patria, ha
deliberato restaurare il Principato Costituzionale in Toscana, e
assumere il Governo Provvisorio del Paese, finchè non abbia disposto
in altro modo la Corona. L'Assemblea Costituente Toscana, considerando
che il Municipio fiorentino con questa sua Deliberazione altro non
abbia fatto che prevenire il suo voto, aderisce pienamente alla
deliberazione, dichiara il suo mandato adempito, e, lasciando al
prelodato Municipio la cura di condurla a compimento, si scioglie.»
Proponevo eziandio che il Generale Zannetti e il Professore Taddei
si chiamassero a parte della Commissione Governativa per senso di
convenienza; e ciò tanto più agevolmente potevano assentire, in quanto
che Zannetti avessero già chiamato, e il Professore Taddei fosse per
ogni conto meritevole di tanto onore. I Municipali accettarono la mia
proposta piuttosto con esultanza che con soddisfazione; come savissima
e opportunissima la lodarono; e commisero la cura di compilarla a
taluno dei presenti; e questi sì fece, ma, letto lo scritto, non parve
suonasse, e veramente non suonava, a dovere; onde Guglielmo Conte
Digny prese a dire: «Troppo più mi garbavano le parole del signor
Guerrazzi; via, signor Guerrazzi, la prego non le sia grave di scrivere
ella stessa quanto ha proposto.» Al che risposi lo avrei fatto molto
volentieri; se non che sentendomi, pei tanti travagli patiti, un po'
confuso di mente, io gl'invitava a lasciarmi solo; e questo di leggieri
assentirono.[732]
Qui fu — e il cuore mi si stringe a raccontarlo, — che letta la minuta
dello scritto, e andata altamente a grado ai Commissionati, il signor
Digny con tale una sembianza, — che parea Gabriel che dicesse: _Ave_!
— mi parlava le parole, che per certo egli deve aver fatto stampare
nel _Conciliatore_ del 14 aprile 1849: «Si stringano dunque i Liberali
intorno al Vessillo Costituzionale, salvino con esso gl'interessi
della Libertà, salvino le ragioni dell'avvenire..... Gli errori comuni
saranno argomento di reciproco compatimento; i sagrifizii che tutti
faranno delle private opinioni saranno cagione di reciproca stima;
la cooperazione di tutti a ristorare i mali passati sarà garanzia
di nuova concordia.» Bene è sciagurato quegli di cui il cuore sta
duro a questi nobili inviti; ma come ha da considerarsi l'uomo che
fabbrica dei sensi magnanimi e santissimi una coltella per tagliarti
proditoriamente i garretti? — Nè qui si rimasero i fervorosi favellii
del Conte, che me lodava tuttavia e levava a cielo per l'ottima mente
dimostrata sempre, e più che mai scongiuravami a soccorrere la Patria;
ed io commosso rispondeva: «O che credete, che la Patria prema a me
meno che a voi? Salvate le Libertà Costituzionali. Spero andrà bene
ogni cosa, ma temo che da Livorno voglia venire opposizione; pure io mi
vi porterò subito, e opererò in maniera, mercè lo aiuto degli amici,
che stia contenta al fatto; però considero che Livorno è ingombra
di gente straniera, la quale non ha cuore, nè interessi toscani, e
questa per certo farà resistenza. Bisognerebbe, se il mio presagio si
avverasse, e si avvererà di certo, avere autorità di farla arrestare
e allontanarla: ora a me simile autorità è venuta a mancare, e non
potrei ordinare l'arresto di persona senza offendere le leggi. Se vi
pare bene, datemi facoltà capace a ovviare questo temuto impedimento,
e riposate sopra la mia fede tranquilli.» Il Conte Digny accolse
premurosamente la proposta, e mi domandò quando contavo di partire
per Livorno; alla quale interrogazione avendo risposto: «subito, col
treno della Strada ferrata delle 4;» egli mi fece osservare, come nello
spazio breve di tempo non avrebbe potuto procurarmi la commissione in
discorso, e ch'egli trovava opportunissimo mi fosse conferita; però
pregarmi a volere attendere fin dopo le ore ventiquattro, ch'egli
sarebbe allora venuto a portarmi la spedizione necessaria. «E come
potrò partire io dopo le 24, se non vi sono altre partenze?» gli
osservai; ed egli rispose: _con treno speciale_. Qui certamente fu,
che narrando io la mia amministrazione avermi stremato di pecunia,
così che pochi paoli mi erano rimasti addosso, e non potere commettere
la spesa, piuttosto grave a privato, di un _traino a posta_ per la
Strada ferrata, il Cavaliere Martelli, generoso e buono, soggiunse:
«Non essere di ostacolo il danaro.» Ed io credei ancora profferire le
parole che ho detto di sopra, avvegnadio già sentissi romoreggiarmi
attorno certe male voci di danari espilati, che nella sera poi si
convertirono apertamente con infamia eterna di chi le suggeriva alla
plebe sciagurata in: «_ladro_!»[733] Allora il Conte soggiunse: «Dunque
mi dia parola aspettarmi;» ed io: «Le do parola;» e ci toccammo le
mani.
Per completare il racconto, mi giovo adesso della relazione che mi
fanno pervenire testimoni oculari dei casi che narro. Letto lo scritto
che fu da me dettato a richiesta del Digny, e approvato largamente
così dai Municipali come dai Deputati, era rimesso al Municipio dai
signori Dottor Venturucci, Alimonda, Digny, Brocchi e Martelli. Il
Municipio, accolto il messaggio, e consideratolo, invitò i messaggeri
Dottore Venturucci e Alimonda a ritirarsi, per deliberare; indi a breve
richiamati, ebbero a sentirsi dire: il Municipio essere ormai deciso
operare solo, e respingere dal suo seno qualsivoglia rappresentante
della Costituente Toscana. Allora il Dottore Venturucci, altamente
compreso della convenienza di accettare il proposto temperamento,
sia perchè si effettuasse istantanea l'adesione delle Provincie, in
virtù del voto dei loro Rappresentanti, sia pei riguardi dovuti ai
Deputati, i quali pure animosamente, e non senza pericolo, avevano
avversato la proclamazione della Repubblica e la Unificazione con
Roma, prese prudenti raziocinii a discorrere, affinchè il Municipio
dalla deliberazione sconsigliata si remuovesse; e poichè vide ogni
ragionamento tornare vano, esortò i signori del Collegio a darsi cura
perchè ai Deputati tutti, ed a me, fosse fatta amplissima abilità di
partirci sicuri in qual parte meglio ci talentasse. LA COMMISSIONE
GOVERNATIVA E IL MUNICIPIO, UNANIMI, NON SOLO ASSENTIRONO, MA
SOLENNEMENTE PROMISERO OSSERVARE LA PROPOSTA DEL DOTTOR VENTURUCCI,
E GINO CAPPONI, STRETTA LA MANO AL DOTTORE, LO LODÒ PER LA SOLERTE
UMANITÀ DI AVERLA FATTA.
Mentre attendevamo la risposta per la parte del Municipio, ci venne
referito come una turba di plebe commossa già schiamazzasse dicendo
vituperio all'Assemblea, ed a me. Il Colonnello Tommi, sedendomi
accanto, mi offeriva condurmi seco lui nella vettura che l'aveva
condotto, e che lo aspettava a piè dell'uscio del Palazzo in via
dei Leoni; io lo ringraziai, ma non ricordo, se la data fede di non
partirmi allegassi. Il Ministro Manganaro poco dopo propose di andare
per una carrozza di posta, e trarmi di là, ed anche questa gentile
esibizione venne da me rifiutata, fermo nel proponimento di osservare,
come fra la gente dabbene si costuma, la parola.
Digny e Brocchi, furono quelli che vennero a significare la ripulsa,
ed a me, cui pareva che in quel giorno Dio ne volesse male, però
che i nostri antichi costumassero dire: «Dio a cui vuol male toglie
il senno,» riuscì molestissima. Io non sapeva comprendere come da
uomini savii potesse rigettarsi il voto istantaneo di una adesione
complessiva, preferendo correre le dimore, le perplessità, e i pericoli
dello sperimentare le molteplici ed individue volontà municipali.
Davvero, se fu sapienza questa, io confesso di non conoscere più che
cosa sia insania! Però non mi sapevo dare pace, e, nello intento di
accomodare la vela al vento superbo che soffiava, per ultimo proposi
che, messo da parte ogni concetto di accogliere nel loro seno due
Rappresentanti dell'Assemblea, il Municipio e la Commissione stessero
contenti al Decreto che l'Assemblea avrebbe pronunziato in questa
sentenza: «Aderisce all'operato del Municipio e si discioglie;» e se ne
giovassero. — Le ragioni che io dicevo così prorompono evidenti dalle
viscere stesse del soggetto, che Digny, rimastone commosso, mi richiese
di ciò pure gli facessi scrittura, ed anche in questo il compiacqui.
Tale è la carta a cui forse allude nel suo esame l'Avvocato Brocchi, e
non ricorda portata al Municipio; poichè per l'altra, precedentemente
rimessa, è vero quanto fu detto di sopra, ed anzi, oltre al doversi
trovare negli Archivii del Municipio, taluno dei Priori ne trasse copia
per uso privato. In questa congiuntura insistendo io su Livorno, e
confortando il Conte a pensare alle difficoltà che potrebbero sorgere
da quella parte; egli alla presenza del Chiarini mi richiamò ad
osservare la mia promessa di aspettarlo la sera, rinnovandomi la sua,
che il Municipio e la Commissione mi avrebbero fatto partire munito
delle domandate facoltà, per treno speciale; e qui pure successero i
fatti che depone il Chiarini, nella parte seguente del suo esame: «Le
idee di Restaurazione nel signor Guerrazzi non erano ignote ad alcuni
componenti il Municipio di Firenze; ciò è tanto vero che, allora quando
nel 12 aprile 1849 ebbe luogo quel rovescio, e fu creata la Commissione
Governativa, fu proposto che il Guerrazzi si comprendesse nella
Commissione, e tale proposizione fu appoggiata molto dal Segretario
del Ministro di Francia, e sostenuta da quelli del Municipio che lo
conoscevano bene. Oltre il prefato Segretario, potrebbe attestare
questo fatto il Conte Digny, il quale, allorchè più tardi venne
nelle stanze del Ministro della Guerra, disse al signor Guerrazzi:
dispiacergli che non fosse stato accettato per uno dei componenti
la Commissione Governativa; e facendo sperare che la sua proposta
sarebbe stata accolta dal Municipio, _lo pregò_ a fargliene la minuta,
la quale da questo fu fatta e consegnata al Digny. Questo discorso
del signor Digny, pare a me che provi abbastanza la sua persuasione
intorno alla tendenza del signor Guerrazzi a restaurare il Principato
Costituzionale, imperciocchè diversamente il Digny non si sarebbe
attentato di _richiedere_ il Guerrazzi a stendergli cotesta minuta,
ch'egli subito, e volentierissimo dettò, ringraziando il signor Digny
delle premure che diceva avere fatto per lui onde nella Commissione
Governativa si comprendesse, aggiungendo che non avrebbe accettato,
atteso il modo col quale il cambiamento politico era avvenuto.»
Dopo piccolo spazio di tempo mi comparvero innanzi i signori abate
Bulgarini e Capaccioli, incumbenzati dal Municipio e dalla Commissione
Governativa a parteciparmi la giunta loro imminente, e il _desiderio_
che _sgombrassi_ il Palazzo. Il signore Bulgarini _per commissione
speciale del Conte Digny mi domandava dov'egli avesse potuto rivedermi
la sera_; razionale ricerca a cui bene intende, perchè, nel presagio
che io rendendomi allo invito cortese sgombrassi il Palazzo, il buon
Conte voleva sapere in quale orto.... voglio dire _in qual parte
avesse potuto darmi, secondo il convenuto.... la risposta_. Dissi: «Mi
sarei ritirato nelle mie stanze; attendere il Conte nella sera colà.»
Il Capaccioli andò a portare la risposta al Conte, Bulgarini attese
a fare schiudere i passi che dal Palazzo conducono alla Camera dei
Deputati.[734]
Intanto che il signor Bulgarini e i custodi indugiavano in questa
faccenda, io accolsi i Deputati in casa mia. Indi a breve vennero
ad avvisare aperta la strada; chiunque volesse potersene andare
liberamente, dove meglio gli talentasse. Parecchi fra i Deputati
pregarono, e con reiterate istanze sollecitarono affinchè seco loro
io mi partissi; ricusai sempre, allegando la promessa di aspettare
fino a sera la Commissione del Municipio; però gli accompagnai per
le scale, e per la sala alta del Palazzo, e poi mi ridussi da capo
nelle mie stanze. Poco dopo mi visitarono i signori Generale Zannetti
e Colonnello Nespoli, il quale mi consigliò a mettermi in salvo,
offrendomi mandare una compagnia di Guardia Nazionale per tutelarmi,
andando alla Via ferrata Leopolda, ed io ricusai le offerte rispondendo
non avere alcun timore, ed essermi legato di aspettare fino a sera.
Egli allora con parole di affetto mi disse _Addio_, e chiese potermi
baciare, ed io lo baciai di gran cuore, ricambiandogli le parole con
quelle lodi che alla virtù del giovane egregio mi parvero condegne.
Zannetti aggiungeva: «Dunque io verrò a prenderti stasera, e allora ti
bacierò.[735]»
Adesso, su per certi Giornali ho letto che l'adesione dell'Assemblea
non si poteva accettare dal Municipio per tre ragioni, e non si
doveva per una quarta. La _prima_ poichè l'Assemblea era prorogata;
la _seconda_ perchè pochi apparivano i Deputati presenti; la terza
perchè siffatta accettazione gli avrebbe tolto il credito presso le
Potenze. Nessuna di queste ragioni regge allo esame. L'Assemblea, per
prorogarsi che faccia, non perde il diritto di revocare la proroga
quando le piace, al sopraggiungere di casi gravi, e i sopraggiunti
comparivano gravissimi; non è poi vero che pochi fossero i Deputati;
in breve ora potevansi richiamare i partiti per Pisa, Lucca e Livorno;
finalmente pel fine morale dell'adesione bastavano pochi, non facendo
punto mestieri specificarne il numero, e la deliberazione si sarebbe
presa alla unanimità dei Deputati presenti; l'avrebbero sottoscritta
il Presidente e i Segretarii soltanto, come si costuma. Intorno alla
terza io non voglio dire adesso, chè si è veduto a prova qual frutto
abbiano cavato da cotesto concetto; imperciocchè bene ammaestravano
i nostri vecchi, — che dopo il fatto, di senno sono piene le fosse;
bensì argomentando _a priori_, non si arriva a comprendere come una
espressione di consenso (al quale termine si era per ultimo limitata
la mia proposta) avesse potuto nuocere al credito del Municipio, che
dall'Assemblea non desumeva autorità od incumbenza. — La _quarta_
ragione, per cui i Dottori affermano che non doveasi accettare
l'adesione, consiste nella sua inanità, perchè i Deputati sarebbero
stati costretti a consentire; e questo è cavillo mero, avvegnadio
dalla storia degli avvenimenti successi parmi chiarito abbastanza come
l'Assemblea avesse dimostrato tale essere la sua volontà, e per la
opera sua a sostenerla gagliardamente, e con pericolo, da questi stessi
Dottori era stata lodata. No, tutti i sofismi col tempo scompaiono, e,
sviluppata dalla moltitudine delle parole dolose, rimane questa verità:
«pei consigli di superbia non si aborrirono gli eventi infelici che
avvennero pur troppo, i quali forse tutti, ma _certamente_ in parte,
sarebbesi potuto evitare, e con essi le conseguenze che la Patria
deplora.»
Sono così dolenti le cose che mi avanzano a raccontare, così piene di
amarezza infinita, che, non mi comportando l'animo afflitto andare
in fondo tutto di un fiato, forza è che mi riposi continuando la
digressione. Per mio giudizio, se il moto popolare sorto dalla rissa
dell'11 aprile potè convertirsi in politico nel giorno 12, vuolsi
attribuire alla cessata febbre del Popolo, — alla Guardia Nazionale,
che in nome di Leopoldo II accettava la Monarchia Costituzionale,
e difendeva la città dall'anarchia invano acclamante il nome del
Principe; conflittava al Municipio, e a quel Partito di Costituzionali
che si presume ortodosso; che ritrovava, per seguitare il Popolo, il
coraggio che aveva smarrito nel giorno in cui bisognava guardarlo in
faccia; — agli animi disposti, agli ostacoli rimossi, alla paura della
invasione straniera, alla speranza, bandita come sicurezza, di evitare
un tanto infortunio col sollecito richiamo del Principe Costituzionale,
e finalmente, io pure lo dirò, al bisogno in moltissimi di fare porre
in oblio, dal Principato che ritornava, lo zelo professato alla Parte
Repubblicana che partiva. Però siffatte Rivoluzioni non sono mica
miracolose, nè si operano da sè; e come la Rivoluzione presente, e da
chi fosse apparecchiata e disposta in tutte quelle parti che non sono
vili, se fin qui non giunsi a dimostrarlo, oggimai tornerebbe vano
insistervi sopra con altre parole. Supporre, come l'Accusa ha fatto,
pochi e deboli i Faziosi, e nondimeno potenti a tenere oppressi Popolo,
Curia e Senato, e da un punto all'altro vederli sparire, e' sono
novelle che non furono mai nel mondo, dalle cavallette in fuori: «e
Moisè stese la bacchetta sopra il paese di Egitto... e come fu mattina
il vento orientale aveva portate le locuste... poi voltò il vento in
un fortissimo vento occidentale, il quale portò via le locuste, e le
affondò nel Mare Rosso, e _non vi rimase pure una locusta in tutti i
confini di Egitto_.»[736] L'Accusa, a quanto sembra, aveva in mente
questo passo dell'Esodo quando dettò le sue carte; ma coteste, giova
ripeterlo, sono storie di cavallette, non di uomini. Faziosi eranvi
e non pochi, e ardimentosi, e maneschi; non tanti però, che potessero
violentare un Popolo fermo nel volere di non sopportarli. Rammentate
la notte del 21 febbraio 1849, quando la città insorse _come un uomo
solo_, contro la minacciata irruzione dei villani? Or bene, di chi
andava composta la turba accorrente a respingerli? Di Popolo, non senza
mistura, è vero, ma per la massima parte fiorentino. — Chi lo chiamò? —
Nessuno; spontaneo venne. — Chi io spingeva allora? — Ebbrezza e paura.
— Dunque leggiero o mendace fu nel 12 aprile, e tale insomma da non
fidarsene mai? — All'opposto io tengo che deva reputarsi sincerissimo;
e giova chiarire questo punto. Le anime umane conturbano di rado,
ma pure qualche volta, febbri più ardenti assai delle corporali,
e non soltanto quelle del Popolo per passione mobilissimo, bensì
ancora quelle dei Magistrati, dei Parlamenti, degli uomini insomma e
dei Collegi, i quali, per istituto e per dovere, hanno da camminare
prudenti.[737] Come narrammo essere accaduto in Inghilterra ai tempi
di Carlo II, successe qui. Il Popolo, non mendace, non finto, sibbene
sanato dalla momentanea insania e sincerissimo, abbatteva gli Alberi,
che niente altro dicevano a lui senonchè le turbolenze, le offese
giudiciali e cittadine, e la invasione straniera degli anni 1796 e
1799: il Popolo sincerissimo ripose con affetto la granducale insegna,
che gli prometteva indipendenza patria, le riforme di Leopoldo I, lo
Statuto di Leopoldo II. _Il Popolo era sanato; male pagò il Medico_!
Così almeno giudicai secondo il mio intendimento, ma non sembra che
abbia ad essere in questo modo; imperciocchè quantunque il Popolo a me
paresse sano, pur vedo che lo continuano a purgare.
E poichè la materia mi tira, io voglio palesare quello che
serbo riposto nell'animo, intorno al contegno di quella parte di
Costituzionali, che adesso chiamerò direttrice del 12 aprile 1849; e
ciò faccio tanto più volentieri, in quanto che vedo due Partiti alle
prese fra loro, ed ho diritto di metterci ancora io la mia voce. Uno
di questi Partiti lamenta perpetuamente le speranze deluse di mercede
pel Paese, e credo eziandio un pocolino le speciali sue; l'altro, che
richiama al pensiero la immagine di Dante:
Come procede innanzi dall'ardore
Per lo papiro suso un color bruno,
Che non è NERO ancora, e il BIANCO muore;
alla scoperta gli dice: «Tu non hai fatto nulla; ti posasti un bel
giorno come la mosca su i bovi, e poi desti ad intendere a cui ti
voleva credere che arasti il campo.» Mi sia permesso affermare, che
il Partito dal color bruno, _che non è nero ancora e il bianco muore_,
nel giorno 8 febbraio avrebbe a buoni patti dato una gamba per essere
lasciato andare illeso con l'altra; doloroso e lacrimoso esclamava:
_Siam fratelli; siam stretti ad un patto_, con quanto tiene dietro.
Il Partito direttore del 12 aprile, in cotesto naufragio avvisando
salvare la pencolante società, attese a promuovere la elezione del
Governo Provvisorio con la voce e con la stampa; io mi persuado che
alle persone elette avrebbe voluto aggiungere qualche altra dei suoi;
ma che noi, o alcuni di noi volesse rifiutare, non credo: provveduto in
questa guisa al pericolo più urgente, incominciò a speculare intorno
ai modi capaci di restituire le forme costituzionali alla Toscana,
— che in coscienza le si confanno, e le bastano per quanto ho potuto
conoscere di certo, mentre stava al Potere, — e parve così a lui come
a me trovarli nella Costituente Toscana; di qui i suoi conforti a
sciogliere il Parlamento, le persuasioni ai Deputati a non intervenirvi
se il Governo si mostrasse restío a farlo, e le istanze a consultare
il Paese col mezzo del suffragio universale. Il Partito direttore del
12 aprile volle procedere solo nelle elezioni, senza dare al Governo
aiuto, nè riceverlo da lui; tuttavolta, malgrado che i Repubblicani
vi si affaticassero attorno con isforzo maraviglioso, ebbero a
convincersi del poco frutto che facevano, e lo confessarono.[738] I
Direttori del 12 aprile non prevalgono nelle elezioni, però prendono
ad avversare l'Assemblea _da loro medesimi voluta_; mutato avviso
intorno alle cospirazioni da essi vilipese, adesso cospirano; e
negarlo non giova, chè mi erano note coteste conventicole e i luoghi
dove si raccoglievano, ed io lasciavo fare però che tendessero allo
scopo a cui io stesso mirava, e, se amici non gli speravo, nemmeno
sperimentarli nemici temevo; e se taluno mi avesse presagito lo strazio
che reputarono onesto praticare meco, io gli avrei detto: «taci,
tu menti!» I Direttori del 12 aprile potevano, accostandosi a me,
darmi forza e coraggio a muovere l'ultimo passo, e dirmi apertamente:
questi sono i nostri disegni; quali sono i vostri? Potevano altresì,
se tanto ero venuto loro in odio, persuadere l'Assemblea a non
eleggermi, a dimettermi, e precipitare le deliberazioni; anzi, come
avrebbero dovuto, potevano starsi allo stabilito nella mattina del
12 con l'Assemblea, che pure dichiararono della Patria benemerente;
tutto questo a loro rincrebbe, e davvero non si comprende a qual fine
parlassero affettuose parole, quando nei fatti incocciarono a mostrarsi
superbi; dicevano volere stringere tutti in amplesso fraterno: ma di
che cosa sappiano cotesti amplessi, provo io, che ne porterò i segni
finchè mi duri la vita. Non avrebbero per avventura giovato meglio a
tutti parole meno soavi, fatti più degni? — Ma no, essi calpestarono
l'Assemblea e me, e si posero a capo del moto popolare per sentirsi
rinfacciare più tardi, che, se gli andarono avanti, ciò fecero come
il tronco dell'albero menato via dalla piena. Però, se i Direttori
del 12 aprile non erano, la sommossa popolare veniva sicuramente
soppressa dalla Guardia Nazionale e dai borghesi; imperciocchè le
sommosse, dai cittadini industriosi ed abbienti odiate sempre, ai
nostri tempi mettano ribrezzo; i cervelli incominciano a preoccuparsi
anche fra noi della salute della Società: quel rimescolarsi delle
plebi cittadine co' proletarii delle campagne fa stare pensosi, e le
smodate condanne non giovano a nulla e la esperienza n'è vecchia. I
Direttori del 12 aprile, tolta in mano la sommossa, _l'avvivarono,
l'atteggiarono, le diedero moto, le diedero affetto_[739] la vestirono
di tutte le speranze del tempo, con i timori del tempo e degli uomini
la fasciarono, l'afforzarono con tutte le previdenze e con tutti gli
apparecchi di lunga mano raccolti; ed avendola assunta alla dignità
di Restaurazione Costituzionale trovarono quaggiù favorevoli tutti,
dissidenti pochissimi o nessuno. Ora provano la ingratitudine; ed io
invece di rallegrarmi con empia gioia, e dir loro: _qual seme gittaste,
tal messe raccogliete_; piango con essi i nostri non degni destini;
e Dio, che vede i cuori, sa se io avrei mosso neppure un lamento per
lo strazio disonesto a cui mi hanno condotto, se oggi, mercè loro,
la Patria comune andasse consolata delle benedizioni, che essi le
promettevano.
La sera il conte Digny non mancava al _convegno_, e con esso venne il
Generale Zannetti; e l'uno e l'altro, come Mandatarii speciali del
Municipio e della Commissione Governativa, dicevano con accomodate
parole: fossi contento esulare, tanto che fossero quietate le cose, in
estero paese. Ma sentiamo un po' il Generale Zannetti come racconta il
fatto: «ELLA M'INVITA» (così rispondeva l'uomo di coscienza cristiana
al Processante), «ELLA M'INVITA A TORNARE SOPRA UNA GIORNATA DELLA
QUALE IO DOVRÒ RAMMENTARMI, PERCHÈ, CONTRO MIA VOLONTÀ, È VERO, MA
PURE IN QUEL GIORNO ANCHE IO DIVENTO COMPLICE DI MANCATA PAROLA. —
MI SPIEGO: NELLA SERA DEL 12 APRILE RIUNITASI LA NUOVA COMMISSIONE
GOVERNATIVA, FRA LE VARIE E MOLTE RISOLUZIONI CHE ELLA PRESE, FU PURE
QUELLA DI ALLONTANARE DA PALAZZO VECCHIO IL SIGNOR GUERRAZZI, E SICCOME
PAREVA ALLA COMMISSIONE MEDESIMA PRUDENZIALE PROVVEDIMENTO, CHE IL
SIGNOR GUERRAZZI SI ALLONTANASSE DALLA TOSCANA, E DUBITANDO CH'EGLI
NON VOLESSE ACCETTARE, LA COMMISSIONE INCARICAVA IL SIGNOR DIGNY E
ME DI COMUNICARE QUESTO PROGETTO AL SIGNOR GUERRAZZI ED INVITARLO
AD ADERIRVI; ED INVERO IL SIGNOR GUERRAZZI NON ESITÒ UN MOMENTO AD
ACCETTARE LA PROPOSIZIONE DI UN PASSAPORTO PER USCIRE DI TOSCANA,
PERCHÈ, EGLI DICEVA: IN QUALUNQUE LUOGO DI TOSCANA IO VADA, SE PER
SORTE SUCCEDE QUALCHE MOVIMENTO, SARÒ IO LO INCOLPATO. ALLORA, IN
ADEMPIMENTO DELLA COMMISSIONE RICEVUTA, IL SIGNOR DIGNY ED IO DICEMMO
AL SIGNOR GUERRAZZI CHE SAREBBE PARTITO NELLA NOTTE CON PASSAPORTO PER
L'ESTERO.»
Guglielmo Conte Digny nega il convegno, nega la proferta del
passaporto, nega il contratto religioso e solenne; tutto nega: — qui
occorrono due vie da governarmi col Conte; scerrò la più mite.
Vi ricordate del personaggio di commedia chiamato Rosignolo? Sì,
certo, voi rammentate quel gobbo che aveva tante e poi tante inventato
girandole, che alla perfine, non sapendo come districarsene, immaginò,
per non essere côlto in fallo, un suo trovato, e fu il seguente: narrò
(e anche questa era girandola) come, navigando per mare, un grossissimo
cavallone lo aveva portato via dalla coverta, e fattagli percuotere la
testa nel bastimento così, che ne aveva perduto la memoria; col quale
pretesto quando gli tornava il ricordarsi, ei rammentava; e quando non
gli tornava, scusavasi con la capata nel bastimento.
_Digny_, intorno ai concerti presi dal Municipio col Presidente Taddei
la mattina del 12 aprile, _rammenta perfettamente avere letta la
Notificazione dopo stampata_; per gli altri fatti, _non ha la minima
memoria avere letto la Notificazione prima che fosse mandata alla
stampa_.[740]
Contestatagli la disputa nella Sala delle Conferenze a cagione della
mancata fede al Presidente Taddei, _Digny si sovviene solo che il
Guerrazzi disse: «Signori, avete fatto una Rivoluzione, ecc.;»_ per le
altre cose, _non rammenta con sufficiente precisione i dettagli_ (sic).
Contestatogli il fatto gravissimo del passaporto promesso e accettato,
e però del contratto consumato, _Digny rammenta, che la Commissione
non prese deliberazione sul Guerrazzi finchè non fu trasportato
a Belvedere_; intorno al religioso deposto del Generale Zannetti,
dichiara: «_non rammento_ avere data alcuna assicurazione.... _in tanta
confusione di avvenimenti, dopo tanto tempo, forse la mia memoria, —
forse quella dello Zannetti si confondono_....»
Contestatogli il fatto dei danari da me richiesti al Marchese Capponi
per le spese del viaggio, e somministrati poi con _autorizzazione_
ed _ordine_ della Commissione Governativa dal Municipio pel titolo
espresso del viaggio, _Digny_ ricorda: «che la mattina del 13 Guerrazzi
gli scrisse un biglietto a lapis, nel quale lo pregava di domandare al
Marchese Capponi una somma in prestito;» quindi «_sa_ che i danari per
mezzo del Martelli mi erano stati trasmessi, ma _non sa menomamente che
ci fosse la idea di farli servire al mio viaggio!_»
Contestatogli che Giovanni Chiarini, presente al contratto del
passaporto, depone che fu promesso al Guerrazzi di farlo partire
mediante treno speciale, tre volte gli vacilla la memoria,
e dice: «_Non ho memoria di avervi messo_ che poche parole e
insignificanti....; sebbene _la mia memoria_ sia molto confusa in
questa parte, _credo rammentarmi_ che _condizionalmente_ si parlasse di
treni speciali; ma, ripeto, _non ho memoria_ di avere avuto commissione
_formale_, sempre _perchè la Commissione non aveva neppure discusso su
questo soggetto_.» Ma sapete voi, signor Conte, che la vostra memoria
è veramente infelice?
Nè qui soltanto Guglielmo Conte Digny è d'infelice memoria; ma basti
per ora. Forse il Conte si lagnerà che non gli si abbiano i debiti
riguardi, ed anche in questo avrà torto; conciossiachè, se io dovessi
prendere da lui lo esempio del punto rispetto che a sè stesso porta,
davvero che io temerei incorrere la taccia di sboccato; e, al fine
che lo asserto non vada disgiunto da prova, cred'egli che io vorrei
smentirlo quattro volte sopra la medesima cosa com'egli fa? — In certa
parte del suo deposto narra come egli venisse la sera a trovarmi nel
mio appartamento in Palazzo Vecchio, _dove io lo aveva chiamato fino
dalle 4 del pomeriggio_ per dirgli che voleva andare a Livorno, ma
egli _nulla rispose_! In altra parte, narrando il medesimo fatto:
«Guerrazzi insisteva col Zannetti e con me per andare a Livorno, ma NOI
adducemmo le grida e il tumulto _per consigliarlo a non pensarvi per
ora_;» dunque parlava, e sinistre parole, se io male non mi appongo?
— In altra parte: «È vero.... _che col Guerrazzi e Zannetti si parlò
di partenza_;» dunque, che siate benedetto, signor Conte, parlaste
ancora di partire? — In altra parte: «La conversazione si aggirò sulla
possibilità di una partenza del Guerrazzi, ma io non ho memoria di
avervi messo che poche parole e insignificanti....; credo rammentarmi
che _condizionalmente si parlasse di treni speciali_.» Dunque prima
non parlaste; poi parlaste che non potevo partire, e parmi questa
_significantissima cosa_; poi parlaste parole insignificanti, dopo
averle parlate significantissime; finalmente parlaste di treni speciali
sotto condizione. Qual mai condizione? — Signor Conte, sapete voi come
nel nostro Paese si appellino coloro che quattro volte smentiscono sè
stessi? — Io glielo direi se non mi trovassi dove mercè sua mi trovo;
o piuttosto, tutto bene considerato, mi sembra che non glielo direi. A
lui basti sapere ch'è il testimone di predilezione dell'Accusa!
Cinque furono testimoni presenti al fatto; e siccome essi non hanno
battuto, come Rosignolo, il capo nel bastimento, così non importa
tenere su questo proposito più lungo discorso, molto più che dalle cose
successive viene maravigliosamente confermato.
Adesso cresce intorno al Palazzo un tumulto di plebe ed uno schiamazzo
di gridi: _Morte! morte al Guerrazzi!_ Chi poi cotesti urli incitasse,
io non dirò; dirò soltanto la contesa infame che dalla ringhiera che
guarda Via della Ninna udimmo più tardi, nella notte, agitarsi lì sotto
al lampione. I gridatori non trovavano modo di spartirsi la moneta
ricevuta per la egregia opera di maledire e imprecare morte a cui non
conoscevano, e non gli aveva offesi mai, e nelle vecchie frenesie loro
trattenuti. Gli adulti, per assottigliare il _prezzo_ ai garzoncelli,
adducevano la ragione che, avendo meno voce, _men forte_ avessero
gridato _Morte al Guerrazzi_; e i garzoncelli non si arrendendo allo
argomento, comunque affiochiti, strepitavano, che era stato promesso
a tutti (_come agli Operaj della vigna_) mercede uguale; che quanto e
più di loro avevano strillato: _Morte a Guerrazzi!_ e che non volevano
soffrire bindolerie. E qui da una parte e dall'altra un bisticciarsi
da fare piangere gli Angioli, e ridere i Demonii. Ahi sciagurati! Il
fanciullo che avvezzaste a vendere l'anima sua a prezzo di poca moneta
per gridare morte a un uomo, gliela darà più tardi per rubargliela. Voi
renderete conto a Dio di quel delitto e di quel sangue. Tali erano le
opere civili e cristiane che nella notte del 12 aprile si commettevano
a Firenze!
Di lì a breve fu inteso romore come di gente che prorompe; e poi
spalancata la porta del mio quartiere, tra una mano di Guardie
Nazionali, comparvero alcuni del Popolo; e il Generale Zannetti venuto
per me mi pregava a mostrarmi, ed io andai; e con accento commosso
volgendomi ai Popolani, dissi: «Che cosa volete da me? In che vi ho
offeso? Qual peccato voi mi rimproverate?» Essi tacquero; non una
parola, non un grido profferirono: io sarei stato curioso davvero
di sapere quale colpa il Popolo fiorentino mi apponesse. Però non
cessavano in Piazza il tumulto e lo schiamazzo, onde quei dieci o
dodici che stavano quivi dentro rinchiusi meco, fra servi, custodi,
segretarii, e la mia nipote giovinetta pure ora uscita di Convento, e
la sua governante, si mostravano sgomenti, e lo dirò con compiacenza,
assai più per me che per loro. Temendo che la Plebe rompesse le porte,
alcuni tentarono a questo estremo caso un riparo. — Io auguro a tutti
quelli che mi hanno offeso di non trovarsi mai in simili strette,
perchè all'uomo può forse bastare il coraggio per sè fino in fondo; ma
quel trovarsi intorno gente atterrita, e di tutti avere a confortare
gli spiriti smarriti, è tale uno sfinimento a cui mal regge l'anima
umana. Non pertanto l'Accusa acuta e sottile si studia mettermi la mano
sul cuore, e sentire com'egli mi battesse. — Egli batteva come deve
battere il cuore dell'uomo, che sa quali mali possono fare gli uomini,
e sente non meritarli.[741]
E poichè, — lasciamo da parte il volere, — sembrava che i nuovi
Governanti non avessero il potere di opporsi alla plebe, che ad ogni
ora ci dicevano in procinto di sbarattare la Guardia Nazionale,
e fracassate le imposte irrompere dentro a far carne; parecchi
dei racchiusi meco procuravano spiare luogo di salute, là dove
questo estremo accadesse, e qui pure il mio pensiero si consola,
rammentando che quantunque mi fossero per la più parte sconosciuti,
nondimeno queste apprensioni per me sentissero, queste diligenze
per me facessero. In che queste ricerche consistessero, a qual fine
fossero dirette, e qual parte io vi prendessi, sarà bene lasciare
referire ai testimoni, perchè nel ricordare quel tempo parmi che il
mio strazio si rinnovelli. Però mi maraviglio, e non posso astenermi
di rimproverare a nome della Legge l'Accusa, che omise interrogare
testimoni su punti capitali, e con tanta compiacenza si allargò su
questi particolari, forse per argomentare dal mio spavento e dai miei
conati di fuga la coscienza colpevole, e poi non ne trasse costrutto
essendole tornati contrarii; come se potesse apprendersi quale indizio
di colpa, lo studio di sottrarsi ai bestiali furori di plebe avvinata
e indracata.[742]
Dopo parecchie ore di tediosa aspettazione, standoci, la mia famiglia
ed io, in procinto di partire, ecco una Guardia Nazionale, dopo l'ora
fissata alla partenza, portarmi un biglietto del Generale Zannetti, il
quale diceva: «_Alcuni_ non volere lasciare libero il passo; opinare la
Commissione di trasferirmi pel corridore dei Pitti in Belvedere, donde
remossi i Veliti avrebbe messo la Nazionale: però questo accadrebbe
nella prossima mattina; non dubitassi di niente, stessi tranquillo;
andassi a prendere per qualche ora riposo, che giudicava doverne
avere di mestieri.»[743] Questo biglietto _unii_ alla lettera, che nel
tumulto di angosciose passioni io scrissi sotto gli occhi del signor
Galeotti, castellano di San Giorgio (poichè tale era l'ordine; e le
cose necessarie a scrivere di lasciare in potestà mia si negava!),
e mandai a Gino Capponi e agli altri Componenti la Commissione
Governativa il 25 aprile 1849. Questo biglietto è stato _soppresso_!
Così tentavasi abolire ogni prova del patto violato a mio danno, e me
seppellire sotto la lapide del tradimento, senza neppure lasciarmi la
consolazione di potere dire al mondo: «Popoli civili e anche barbari,
vedete come si tiene fede a Firenze!» Ma ciò, come a Dio piacque, non
valse al fiero disegno. Mi stava su l'anima una amarezza infinita,
come un Zannetti, che pure mi parve angelica natura, avesse potuto
avvilirsi tanto da sostenere meco le parti di brutto Giuda Scariotte,
e tuttavia mi pesa per Gino Capponi... e mentre scrivo queste righe
infelici... la mano mi trema, e gli occhi mi si offuscano di lacrime, —
ma non per me. Un'aura di refrigerio penetrando nello infame carcere,
mi portò che avessi a deporre ogni amarezza contro il Generale
Zannetti, avvegnadio fosse stato ingannato, non ingannatore; quasi nel
punto stesso mi capitava sott'occhio il suo _Rendiconto generale del
servizio sanitario dell'armata toscana spedita in Lombardia per la
guerra della Indipendenza_, dove trovai scritto il nome di Domenico
Guerrazzi,[744] giovane accademico, rimasto ferito di mitraglia
nell'avambraccio sinistro, nella sempre onorata e sempre dolorosa
battaglia di Montanara, e di qui trassi argomento per dirgli, che io
avevo dubitato di lui, ma oggimai, saputo il vero, avergli ridonato la
mia stima; si consolasse: continuare io a ritenerlo, come lo reputai
sempre, quanta lealtà viveva al mondo; ond'egli subito, per riparare al
_mal soppresso biglietto_, mi scriveva la lettera seguente, che, senza
sentirsi più spessi sussultare i polsi, io non credo si possa leggere
da uomo vivente, amico, od avverso, che sia.
«Pregiatissimo Amico.
«9 settembre 1850.
«LA LETTERA CHE MI DIRIGEVI L'ALTRO JERI, FU A ME CARISSIMA E DI
VERACE CONFORTO. INFATTI, IL PENSIERO DI DOVERE NELL'ANIMO TUO
ESSERE CONSIDERATO COME UOMO SLEALE, COME VILISSIMO TRADITORE, ED
OGNI TRADITORE ED INGANNATORE È VIGLIACCHISSIMO UOMO, MI GRAVAVA
POTENTEMENTE SU L'ANIMA. VERO È PERÒ, CHE DOPO I MIEI COSTITUTI QUEL
GRAVAME SI ALLEGGERIVA NON POCO; VERO È, CHE ALMENO ALLO AVVOCATO TUO
DIFENSORE LA DOVUTAGLI LETTURA DEL PROCESSO DOVEVA PALESARE QUANTO IO
MI FOSSI STATO LEALE IN COTESTA EPOCA. PURE ESSERE OGGI FATTO CONSCIO,
CHE TU PURE LO SAI, E NON MI REPUTI REO IN VERUNA PARTICOLA DI QUEL
TURPISSIMO FALLO DELLA COMMISSIONE GOVERNATIVA, AGEVOLMENTE IMMAGINERAI
CHE MI FU, ED È DI SOLENNE CONSOLAZIONE. PERÒ ACCOGLI SINCERO IL
RINGRAZIAMENTO PER LA LETTERA CHE MI SCRIVESTI, E PEL GENTILE PENSIERO
CHE TI PRESE DI ME DAL FONDO DEL TUO SEPOLCRO, MONUMENTO STORICO
DI VERGOGNA... TI LASCIO COL DESIDERIO CHE PRESTO TU POSSA ESSERE
CONFORTATO DAL TERMINE DI UNA PROCEDURA, CHE GIÀ GIÀ PER LA SUA
LUNGHEZZA HA INDIGNATO I CITTADINI, ED ANCO I PIÙ AVVERSI A TE....»
Così mi scriveva il Generale Zannetti or fa un anno e 20 giorni! — Ed
io gli rispondeva:
«Caro Amico.
«Ti ringrazio della lettera e del libro. Certo la condizione del
tradito è dura, ma troppo peggio è quella del traditore. Questo mi dà
conforto nel disonesto carcere. Il tempo poi conduce le sue giustizie,
e in ciò confido. Aspettare e sperare sono fondamento di sapienza
umana. Tra noi non abbisogna più lungo discorso. Addio; ci rivedremo:
io su la panca degli accusati, tu nel seggio dei testimoni.»
Come io dormissi, lascio che altri pensi; — sul fare del giorno scrissi
una lettera alla Commissione, e questa pure è stata soppressa; non
ricordo il dettato, ma lo effetto fu che fece muovere il Conte Digny
per assicurarmi stessi tranquillo, non volersi già attentare alla mia
sicurezza; solo alla Commissione non piacere che io toccassi Livorno;
mi adattassi a partirmi da un altro lato. Allora, e con ragione, tornai
a ricordargli mancarmi il danaro per questo viaggio; però pregarlo
a dire al Marchese Capponi, che le cose mie conosceva, m'imprestasse
_trecento scudi_, i quali gli verrebbero rimborsati a vista dal mio
Procuratore a Livorno; anzi questa domanda scrissi col lapis, e _non
mandai_, ma consegnai allo stesso Digny. Costui confessa possedere
questo biglietto; lo mostri. Indi a breve sopraggiunse il signor
Martelli, al quale narrando il successo, e sollecitandolo a fare in
guisa che il Conte la commissione assunta non obliasse, come persona
turbata da cosa che le dia fastidio prese ad esclamare: «no davvero!
mancherebbe anche questa! — ella devia dal suo cammino per compiacere
il Municipio e la Commissione aggiunta; è giusto ch'essi pensino alle
spese del viaggio.» E poichè io avvertivo ciò non montare a nulla,
perchè ricco io non era, ma neppure tanto povero da non sopportare la
spesa del viaggio; il signore Martelli, sempre più infervorandosi nel
discorso, aggiungeva: «Il Municipio e la Commissione non lo possono
patire assolutamente: adesso andrò, e procurerò quanto bisogna.» —
Allora, per una ragione che non sarà difficile comprendere, favellai:
«In questo caso, signor Martelli, basteranno mille lire, di cui il
Municipio potrà rivalersi sopra la Depositeria, perchè dimani l'altro,
15 del mese, scade la rata mensile del mio stipendio, ed il Cassiere
della Comune potrà riscuoterla per me.»[745]
Per questo modo disposte le cose, passa un'ora, passano due, senza
più vedere uomo in faccia; nuove adunate di plebe accadono in piazza,
e me inique voci, ma più languide assai della sera, maledicono e
chiamano fuori.... ed io sarei andato fuori a domandare ragione dei
vituperii, e se avessi potuto parlare avrei condotto di quella gente,
almeno la onesta, a vergognarsi; invece Gino Capponi parlò per me!
— Come favellò Capponi? — Parole triste non disse, — di queste non
può dire Capponi.... ma io per Gino Capponi avevo, e avrei discorso
in bene altra maniera![746] — Verso le undici fu vista una frotta di
villani armati di falci, vanghe, ed altri arnesi rurali, precedere le
Guardie Nazionali, che piegavano verso il Palazzo; i villani allagano
i cortili, e levano su urli d'inferno, che per le angustie del luogo
forte commuovendo l'aria ebbero virtù di scuotere i vetri così, che
pareva volessero spezzarsi; io non comprendevo nulla, o piuttosto
un'ombra truce di sospetto passò su l'anima mia, e mandai pel Digny
chiedendogli quali arti infami fossero coteste; rispondeva scrivendo
un biglietto, ov'è da notarsi questa frase: «stessi tranquillo, darsi
moto per provvedere alla mia personale sicurezza.» Fors'egli per mia
sicurezza personale intendeva trarmi in Castello per consegnarmi poi
all'Accusatore? Questa opera emulerebbe la immanità di Maometto II,
quando, dopo avere promesso a Paolo Erizzo salva la testa, lo fece
segare nel mezzo per non tradire la fede della capitolazione! Se non
che il fatto del Turco è dubbio, mentre quello del Conte so bene io se
sia vero.[747] Verso le ore 12, venti o poche più Guardie Nazionali
in compagnia del Generale Zannetti e del signor Martelli vengono a
prendermi; non si mostrò Digny: — l'Accusa in vece sua si mostra, e
indaga se impallidii, se repugnai; e, raccolte risposte contrarie al
desiderio, sta cheta. _Pellegrini_, fra i primi testimoni ricercati
dall'Accusa, a siffatte inquisizioni risponde: «La mattina successiva
rividi il signor Guerrazzi fino alle ore 11 e ½, alla quale ora vennero
a prenderlo il Generale Zannetti e l'Ingegnere Martelli; — avendo io
sentito che il signor Zannetti gli disse: che andasse con lui (e mi
pare anzi, che glielo dicesse come domandargli se voleva andare con
lui, e soggiungendogli che poteva, volendo, condurre seco la famiglia):
ed il signor Guerrazzi sentii che gli rispose: «Eccomi;» e andò via
unitamente con quei Signori.» — E più oltre: — «Non mi accòrsi che si
turbasse, e vidi, e sentii, che si mostrò subito disposto di andare,
come di fatto andò con quei Signori.»
E perchè doveva impallidire io? Con me stavo bene; degli altri un
sospetto mi aveva traversato la mente, ma lo avevo respinto come
tentazione del Demonio. Doveva dubitare di Gino Capponi amico ventenne,
mio confortatore nei primi passi che mutai nel sentiero delle lettere
umane? Poteva sospettare io avrebbe sofferto a tenere di mano ad
una prigionia, la quale me ha disertato e la mia casa, quel Capponi
che nel 25 gennaio 1848, al Carcere Elbano, così mi scriveva: «Per
me, che io ti abbia a scrivere in cotesto luogo, è cosa tale che io
pongo tra le afflizioni della mia vita: dispiace a tutti, credilo
pure, e a me più che ad altri, per quella antica familiarità ed
affezione che ora mi preme più che in altro tempo di attestarti;
credimi ec.?» Poteva dubitare che me volesse prigione e calpestato e
distrutto Orazio Ricasoli, uomo che mi era parso di cuore dolcissimo,
e che tante grazie, pochi giorni innanzi, mi aveva profferto per non
crederlo capace di turbare lo acque già torbide? O Digny e Brocchi,
che, lasciato da parte quanto fu discorso fin qui, la sera stessa
del ricevimento dei Legati Romani, avevano tenuto meco discorso
lunghissimo, nella Sala del Guardaroba in Palazzo Vecchio, intorno
alla necessità della Restaurazione Costituzionale? O il Marchese
Torrigiani, col quale intervennero onestissimi officii, di cui le
inchieste sollecito compiacqui, e a cui la sospetta lettera senza
sospetto rimisi? O il Senatore Capoquadri che, Ministro di Giustizia
e Grazia, volle, per eccezione amplissima ed onorevolissima, che senza
esame la Curia fiorentina nell'Albo degli Avvocati potesse ascrivermi?
quel Senatore Capoquadri, il quale, da me visitato Ministro, mi palesò
breve sarebbe la sua durata al Ministero, dacchè l'animo suo non gli
consentisse patire certe emergenze che non gli parevano regolari del
tutto; onde io da lui dipartendomi nello scendere le scale ripeteva col
Dante:
O dignitosa coscïenza, e netta,
Come t'è picciol fallo amaro morso!
quel Senatore Capoquadri, che la sospetta lettera ebbe da me senza
sospetto, e me ne profferse grazie? Forse doveva dubitare del
Barone Bettino Ricasoli? Se mai avesse potuto rimanermi dubbio per
qualcheduno, di lui doveva sospettare meno che degli altri, perchè
emulo pubblico. Io così sento, e così con esso adoperai; ma pur
troppo, e tardi, mi accorgo che di siffatta magnanimità, che pure
si ammirava virtù tra uomini barbari e semibarbari, presso i civili
è spento il seme. Temistocle, sè confidando prima ad Admeto re dei
Molossi, poi a Serse barbaro, fu reputato sacro da loro; Santa Elena
grida che cosa giovasse a Napoleone avere imitato Temistocle; e se
ai grandi esempii è lecito mescolare l'umilissimo mio, il Castello
di San Giorgio e l'infame Carcere delle Murate testimonieranno ai
presenti ed agli avvenire a che meni commettersi in balía della fede
degli uomini civili! — Mentre siamo per muovere, il signor Cavaliere
Martelli Priore mi consegna con _autorizzazione_ ed _ordine_ della
Commissione Governativa lire mille pel _viaggio_, che, dopo essermi
fermato due o tre giorni in San Giorgio, tanto che la plebe quietasse,
dovevo _effettuare_ fuori di Toscana. — _Martelli_: «Peraltro, sebbene
la Commissione su la sorte del Guerrazzi non avesse deliberato, pure
tra le altre idee vi fu quella, non mi ricordo da cui esternata, di
farlo allontanare dalla Toscana, dandogli il danaro per ciò effettuare.
Mille lire ebbi dalla Cassa Comunitativa, _e le consegnava la mattina
del dì 13 al momento che da Palazzo Vecchio muoveva per la Fortezza di
Belvedere_, SEMBRANDOMI IL MOMENTO DI ADEMPIRE ALL'AUTORIZZAZIONE ED
ORDINE CHE MI AVEVA DATO LA COMMISSIONE GOVERNATIVA.» Ecco il Mandato
in virtù del quale, nel giorno 13 aprile 1849, furono estratte dalla
Cassa del Municipio lire mille.
Amministrazione dell'Anno 1849.