I giorni 11, 12 e 13 aprile 1849.

Io mi era tratto dal cuore lo stile del quale lo hanno trafitto, per

iscrivere una storia di tradimento con ferro grondante di sangue...

Ma un fiotto di voci scellerate mi percosse fino nel profondo del mio

carcere, e mi avvertì come, — nella guisa stessa che i selvaggi della

isola di Giava, incisa la scorza dell'albero _Upas_, lo circondano

cupidi, pure aspettando che ne coli il visco velenoso per intingere in

quello le freccie mortalissime, — una torma di lupi dalla faccia umana

stesse con le orecchie incollate a queste mura, per attrappare al varco

un grido di dolore, uno accento d'ira, per mescolarlo nel fiele di cui

contristano quotidianamente con effemeridi infami la veneranda Patria:

allora ruppi le carte e le gittai ludibrio dei venti. Io parlerò

sommesso, — io narrerò pacato; — e voi che leggete, pensate e dite se

mai vedeste affanno pari allo affanno mio.

Prima però della mia, udite la storia di questi giorni composta dal

Decreto del giugno 1850, riveduta e corretta dal Decreto del 7 gennaio

1851, e dall'Atto di Accusa.

«L'ora del riscatto era suonata (Il Decreto del 7 gennaio anch'egli

pone: _l'ora del riscatto era suonata_). Il Popolo Fiorentino disperde

gl'incomposti gruppi di armati (Il Decreto del 7 gennaio aggiunge

_soverchianti_), che imponevano alla città con bruttezza di modi e

di costumi. Nel giorno _12_ restaurava _la Monarchia, alla quale era

rimasto in mezzo alla tristezza dei tempi fedele_ (Il Decreto del

7 gennaio aggiunge: _costantemente_. L'Atto di Accusa dice, che il

Popolo _ravvivò gli antichi sensi di fede_). — In faccia a questo

moto unanime, risoluto, evidente nel suo scopo, la restaurazione del

Principe (Il Decreto del 7 gennaio muta con le parole _infallibilmente

diretto_), _non potevano concepirsi mali, che non avvennero_; il

Guerrazzi richiama nella notte dell'_11_ la Guardia Municipale per

opporsi alle _mene_, ei diceva, _diaboliche dei retrogradi_, e dava

ordini (che non furono eseguiti _per evitare la effusione del sangue_

e la guerra civile), nei termini che appresso:

«Firenze, 12 aprile. — Basetti, prendi il comando della Municipale.

Fuori in piazza a difendere l'Assemblea e la Patria, e la Libertà,

e il tuo amico Guerrazzi.» E più tardi: «In Piazza vi sono i Veliti

e la Guardia Nazionale, entra la Cavalleria e l'Artiglieria; esca la

Municipale, o si cuopra di vergogna.» — E tali furono le insistenze,

riuscite a vuoto, mosse al Colonnello Tommi, per trasportare le

artiglierie in piazza, e al Colonnello Diana d'intimare il Popolo e

caricarlo, per cui si compì la Restaurazione pacifica e senza sangue.

Nè qui si trattiene la opposizione del Guerrazzi (Il Decreto del 7

gennaio aggiunge: per contrariare l'_avvenuta_ Restaurazione), perchè

ad alcuni Membri recatisi all'Assemblea per _invitarla_ a sciogliersi

(L'Atto di Accusa aggiunge: _e intimarle che non si rendesse opponente

alla già decretata e incoata Restaurazione_) egli dichiarò ch'essi

avevano operato una _vera Rivoluzione_, e minacciò prima, poi _intimò_

loro l'arresto.»

Il Decreto del 7 gennaio e l'Atto di Accusa lasciano lo _intimò_, ma

questo secondo aggiunge: «E si fu dopo tutto questo, che il Guerrazzi

si mostrò più docile e pieghevole alla Restaurazione stessa, suggerì

_dei temperamenti, non secondati, e si esibì di recarsi a Livorno onde

maneggiarsi perchè vi fosse accettata_.»

Quanto questo racconto corrisponda al vero, adesso vedremo.

Erano in Firenze nel giorno 11 febbraio tre colonne di Livornesi.

La prima condotta dal Guarducci. Questa stanziò un tempo a Pistoia,

amorevolmente accolta dal Popolo. Ottime informazioni ci venivano

di lei. Nel Ministero della Guerra potranno trovarsi. Fu chiamata

di là per inviarla nel contado aretino: andò, ma credo non passasse

Montevarchi. Il signor Romanelli avvisò irregolare il procedere dei

militi, gli revocassimo; poco dopo mandava diverso rapporto: essere

stato male istruito, i militi non dare luogo a richiamo; ma siccome

la gente gli era di troppo, ed egli si augurava venire a capo della

sua commissione per vie conciliatorie, così insisteva perchè fossero

rivocati. Guarducci ebbe ordine tornarsi alle stanze di Pistoia;

giunto a Firenze per trasportarvisi con i cariaggi della Strada Maria

Antonia, prese quartiere al convento di Santo Spirito, onde ristorarsi

del cammino. Il maggiore Guarducci espose lo stato miserabilissimo

delle sue genti: mancare di cappotti, di vesti, di scarpe, di tutto. Il

Ministro Manganaro propose passarle in rassegna, ed io l'accompagnai.

Veramente noi le trovammo in pessimo arnese. Il Ministro osservò non

essere cotesta forma, assisa, nè armamento da soldato; restassero

per essere vestite e armate convenientemente. Esse rimasero, _e

questo serva a raddrizzare ciò che fu detto erroneamente di loro, che

repugnassero a partire, e perfidamente dato ad intendere al Popolo, che

io le avessi chiamate a Firenze a pravo scopo_.

La seconda colonna composta di poca gente, guidata da Cercignani e

Toccafondi, albergava da qualche tempo in Borgo Ognissanti; la più

parte Civici.

La terza era di Volontarii disarmati, e furono messi in Fortezza di San

Giovanni Battista.

Intorno a questa è da dirsi. Alla chiamata della difesa della

Patria erano accorsi circa mille Giovani dalla provincia. Per cura

principalmente del Capitano Montemerli in poco più di 15 giorni,

secondandolo altri egregi Ufficiali, si resero idonei ai più complicati

movimenti militari. Instruiti a dovere, erano incamminati al campo.

Si offersero allora mille altri circa Giovani livornesi; il Ministro

della Guerra pensò surrogarli nella Fortezza di San Giovanni Battista

ai partiti, affinchè presto s'instruissero, e pronti, secondo i bisogni

della Patria, si avviassero ai confini: disegnò gl'instruttori e gli

Ufficiali; non gli armò, perchè non ebbero tempo ad ammaestrarsi

neppure nei movimenti che si fanno senz'armi; e non furono mai

armati.[703]

_E questo ancora risponda alla calunnia, che fossero stati raccolti

armati per soverchiare il Popolo di Firenze_. Bene altre volte erano

venuti militi da Livorno quaggiù, e gli accoglievano festosi; anzi,

come si è visto certa volta, giunti di notte, comecchè fosse tardi,

erano ricevuti al chiarore di torcie, e al suono di bande.

Ora secondo i rapporti che ci venivano, niente era da dirsi della

colonna Guarducci, e meno degli altri raccolti in Castello. Quelli

di Borgo Ognissanti commisero parecchi trascorsi di cui fanno fede i

Rapporti delle Delegazioni. Mi riferisco a cotesti; io credo potermi

rammentare si trattasse di qualche baruffa in Via Gora a cagione di

femmine. Non conosco la strada, nè le persone che vi abitano; però

mi assicurarono, che colà si riducono donne le quali non godono fama

di castissime in Firenze. Che se poi la informazione si trovasse

essere falsa, io protesto solennemente che non intendo oltraggiare la

fama delle donne di Via Gora, e mi unisco alla stima in che le tiene

l'Accusa.[704] Ma caste o no, le donne, quando tirano pei fatti loro,

convengo di leggieri che si abbiano a rispettare. Però devo aggiungere,

riportandomi sempre ai Rapporti delle Delegazioni, che della medesima

specie baruffe erano state commesse, in tempo assai remoto, dai militi

albergati all'Uccello, senza che avessero sèguito alcuno, tranne

il castigo, che in simili casi sogliono applicare ai trasgressori.

Io vorrei un po' sapere, se tutti i soldati appartenenti a milizie

ordinatissime, e sottoposte a disciplina piuttosto acerba che dura, si

sieno astenuti sempre da procedere brutali con le femmine di partito,

e se abbiano puntualmente pagato tutto il vino che si hanno bevuto;

e, avendo commesso queste ed altre taccherelle che si tacciono per

Io migliore, siasi detto di coteste milizie che la città deturpassero

con la bruttezza dei modi e dei costumi! La sera del 10 aprile 1849 mi

avvisarono essere sorto tumulto a Porta a Prato: andai, e trovai che

_un sergente_ e _un soldato_ della compagnia Cercignani avevano voluto

forzare la consegna di non uscire dalla città in cotesta ora; erano

stati arrestati: mantenni l'arresto, e ripresi severamente il sergente,

che, invece di dare esempio della disciplina, pel primo la manometteva.

Di lì recatomi alla Porticciuola, osservai per buon tratto di Via

della Scala rovesciarsi in città una frotta di gente armata di grossi

bastoni, e udii ancora uno di quella imprecare al mio nome.

Donde muoveva? Chi la inviava? Chi le labbra e l'anime comprava per

dirmi: _morte_? Come, e perchè la gente di contado mostravasi tanto

tenera delle offese di cui i cittadini si risentivano sì poco? Io

so chi la spingeva, e chi la comprava, e non merita memoria. Per

questo e per altri indizii sospettando fosservi uomini indettati

ad attaccare briga, e con intento scelleratissimo aizzare la gente

a guerra fraterna, come pur troppo vi erano, fu reputato il meglio

sgombrare la città dei militi livornesi. A questo scopo fino dal giorno

9 aprile, con lettera confidenziale al Ministro della Guerra, commisi

ordinasse al Guarducci partisse incontanente per Pistoia; colà avrebbe

trovato le cose necessarie: agli altri sarebbesi provveduto subito

dopo. Il Guarducci verso sera nel giorno 11 aprile con la sua colonna

s'incamminava alla Strada ferrata Maria Antonia. Percorsa quasi tutta

la città, sboccando per via degli Avelli, ormai era arrivata alla

Stazione.

Essa partiva, obbedendo agli ordini ricevuti, sicchè bisogna convenire

che perduta opera era quella di disperderla; bastava lasciarla andare.

O che l'Accusa, per via di figure rettoriche tolte in prestito dalla

_Italia Rossa_, vuole dare ad intendere che lo sfondo di un uscio

aperto equivalga alla presa di Belgrado? Qui accadde il conflitto

detestabile. Se fossero i Livornesi provocati o provocatori non so di

certo; solo rammento che i rapporti pervenutimi nella notte chiarivano,

come una mano di ragazzi, seguitati da parecchi uomini, gli avessero

insultati a parole, ed inseguiti co' fatti. Chi primo fu ad usare

l'arme nella infame battaglia? Questo, come cosa di obbrobrio eterno

alla Patria, ogni uomo onesto deve aborrire di raccontarlo, ed io non

lo dico; però non lo ignoro. Intanto mi pervenne avviso del fatto; e

quantunque io non lo credessi grave, pure asceso in carrozza condussi

meco il _Colonnello Vincenzo Manteri_ per vigilare da me stesso. Quando

udii lo scoppio dei moschetti mi prese ribrezzo. Arrivato a certa

strada, di cui ignoro il nome, mi occorse uno squadrone di Cavalleria,

condotto dal Maggiore Diana, che stava a ridosso dietro un casamento:

solo l'Ufficiale Capanna tentava imboccare nella Via dell'_Amore_,

comunemente nota col nome di Via dei _Cartelloni_, ma il cavallo

aombrato non glielo concedeva. A me pareva che in quel momento, nè

il luogo, nè gli atti fossero convenevoli a soldati, e non rimasi da

muoverne qualche risentita parola al Maggiore; poi fatto scendere un

Dragone da cavallo vi salii sopra, intimando ai soldati di seguitarmi.

Così mi persuase il dovere, e così senza badare ad altro io feci.

A mezzo di questa via certo uomo da una porta mi trasse un colpo di

fuoco addosso, e certo non mi parve cotesta cosa da farsi in Via dello

_Amore_; ma (come a Dio piacque) rimasto illeso, attesi ad affrettarmi.

Arrivato nella Piazza Vecchia vidi alcuni Livornesi inferociti, sciolti

a modo di Bersaglieri, sparare nella direzione della Piazza Nuova

lungo la Chiesa di Santa Maria Novella; tre o quattro giacevano feriti;

un altro, mi pare, soldato, e un vecchio, lo furono accanto a me. Le

fucilate dalla parte dei cittadini venivano dalle finestre, rade ma

aggiustate; una ne fu tratta da certa casa allora non finita, prossima

allo ingresso della Stazione; però che levando gli occhi vedessi la

fumata spandersi fuori della finestra. Scesi da cavallo per ordinare

che cessassero l'orribile guerra, e siccome non volevano obbedire

presi a strappare loro le armi di mano: uno poi, così si mostrava

imbestialito, fu mestieri prendere in quattro per trasportarlo alla

Stazione. Resi altrove meritata lode, e qui la ripeto, al signor Janin

e a tale altro signore che mi si disse americano, i quali per amore di

umanità standomi al fianco secondarono i miei sforzi; nè, in omaggio

del vero, devo commendare meno il Maggiore Guarducci, che vedendo

i soldati inobbedienti a cessare dal fuoco gittò via lo squadrone,

protestando con accese parole non volerli più comandare. — In questo

momento vennero a dirmi alcuni cittadini, avere arrestato l'uomo che

aveva tratto contro di me nella Via dei Cartelloni; e mi presentarono

uno stocco che gli avevano tolto di mano: povero arnese, fatto di

un fioretto appuntato dentro a un finocchio delle Indie; ordinai

lasciassero l'uomo in libertà, e gli rendessero lo stocco; solo gli

domandassero in che cosa l'avessi offeso. Dentro la Stazione trovai

altri feriti, aiutai a riporli dentro ai carri, mi sottrassi fuggendo

alle istanze di andare seco loro, nè quinci mi mossi, finchè io non

gli vidi partiti. Il Dottor Morosi, il Chiarini, ed altri moltissimi,

possono attestarne.

_E questo ancora valga a chiarire come sia erroneo affermare, che il

Popolo disperdesse i gruppi armati e soverchianti. La quasi totalità

della colonna Guarducci era assettata nei cariaggi, imprecava ai

rimasti, voleva partire senza loro; i combattenti, se non erano venti,

a trenta non arrivavano, i quali dagli egregi uomini rammentati sopra,

e dai compagni stessi furono strappati a forza dalla Piazza, e a forza

rimessi dentro alla Stazione._ Però fra tutti i militi, e segnatamente

presso coloro che piangevano detestando lo scontro scellerato, e se

n'erano astenuti, trovai comune la opinione, che una gente iniqua

avesse tramata la insidia per ispingere al sangue fratelli contro

fratelli; e così su l'anima mia ho creduto, e credo che fosse.

Allora mi referirono che il Generale Zannetti avviluppato in altra

strada prossima si trovava a mal partito. Rimontai a cavallo, e

seguitato dai Dragoni mi diressi in Piazza Nuova di Santa Maria

Novella; la Civica si aperse per lasciarmi passare, ma presto conobbi

non essere possibile entrare a cavallo nella Via de' Banchi dove stava

il Generale Zannetti, perchè, riselciandola allora, copia di pietre

nuove e vecchie ne ingombrava lo sbocco. Qui incontrai uno stuolo di

Popolo armato di grossi bastoni fermo su per le pietre ammonticchiate;

e mentre io mi approssimava mi furono tratti due sassi da un medesimo

uomo giallo, e pessimamente in arnese; però un sasso solo mi colse fra

il petto e la spalla destra. Io mi accostai sempre più, esclamando: _A

me?_ E il plebeo: Sì a te; ed io di nuovo avanzando: _A me?_ Il plebeo

scappò mutolo appiattandosi dietro ai compagni. Chi sa quanti Alberi

della Libertà aveva piantato costui! Intanto seppi che il Generale

Zannetti non correva più rischio. La Guardia Nazionale che mi stava

attorno mi si dimostrava amorevole oltremodo, e sentivo ad ogni passo

dirmi proprio così: «A lei vogliamo bene; ella è un galantuomo davvero,

ma mandi via i Livornesi.» Ed io rispondevo: «Sì, avete ragione, e

subito.» Con senso di gratitudine parimente rammento, come non mancasse

taluno dei Nazionali che precorrendo e a lato mi sgombrasse il cammino,

e fidata scorta fino alla Via degli Avelli mi facesse.

E premuroso che i Livornesi tutti, anche quelli che venuti per

istruirsi ed armarsi avevano stanza nel Castello di San Giovanbattista,

più presto che si potesse se ne andassero, mi vi condussi io stesso,

e persuasi la gente di ridursi immediatamente a casa. Certo, parve

duro a costoro, dopo averla abbandonata per militare alla frontiera,

ritornarvi così subito a guisa di scomunicati; ma alle mie esortazioni

si arresero, se non che domandavano gli schioppi; però anche questi con

molte ragioni ricusaronsi; e, se io non erro, il Colonnello Tommi mi

fu assai efficace aiutatore nella bisogna del rimandare i Volontarii

disarmati a Livorno. Per questo modo dopo avere ordinato i carri della

Strada ferrata, ed accertata la partenza, lasciai il Castello insieme

col Capitano Montemerli e il signor Chiarini Segretario.

Prima però che per me la Fortezza si abbandonasse, ecco comparirmi

davanti i signori Conte Digny e Avvocato Brocchi, i quali, dopo

avermi con oneste parole commendato sì per quello che avevo fatto,

sì per quello avevo disposto si facesse, mi significavano come la

città non potesse posare tranquilla, finchè non avesse sicurezza

che da Livorno non fosse per muoversi Popolo armato contro Firenze:

questa voce sparsa nella città, e creduta, tenere agitati gli animi

dei cittadini a stupenda irritazione; studiassi anche qui di trovare

modo a sedare. Negando che simile motivo potesse accadere senza mio

ordine, o almeno a mia insaputa, essi fervorosamente instarono onde

io per via telegrafica, ad ogni buon fine, ordinassi che nessuno da

Livorno si muovesse; e questo feci con volenteroso animo, aggiungendo:

che dove per sorte Volontarii si trovassero per via, subito indietro

si richiamassero; — scritto il Dispaccio alla presenza di moltissima

gente, lo consegnai al signor Conte Digny, il quale disse correre col

fido Brocchi alla Stazione di Livorno per ispedirlo.

_E questo risponda all'accusa stupida, che io mi accingessi alle

difese estreme._ Veramente chi così intende non provoca la partenza

di milleseicento Giovani, non li toglie da un Castello provveduto in

copia di armi e di cannoni; ma qui dentro gli aduna, gli arma, e poi

minaccia. Ma ormai a queste perfidie non crede più neanche la plebe

di Firenze, e deh! non mi togliete il conforto della fiducia, che il

Popolo fiorentino generosamente si penta di averle creduto un momento!

Pensai condurmi allo Spedale di Santa Maria Nuova per visitare i

feriti, e ci giungemmo davanti; ma cambiai consiglio, perchè veramente,

fra le angoscie dell'animo e del corpo, io era come immemore di me.

Avevo appena riposato il capo, che vennero a significarmi (e penso che

fossero Guardie Nazionali di presidio al Palazzo) come un capannello

di Popolo accennasse atterrare l'Albero della Libertà in Piazza, e a

domandarmi che cosa dovessero fare; ebbero in risposta: «_Il Popolo lo

ha alzato, il Popolo lo atterri._»

Qui sorge l'Accusa, e rampogna come diretti a combattere la

Restaurazione gli apparecchi ordinati durante la notte dell'11 al

12 aprile 1849. — Prima di tutto ella dissimula i Livornesi, non

_dispersi_, ch'è falsità, sibbene da me rimandati a casa; inoltre,

nemmeno si studia ad onestare le sue contradizioni, imperciocchè avendo

concesso prima, che, quantunque tardi, io mi fossi mostrato propenso

alla Restaurazione, quando per le sventure della guerra considerava la

tornata del Principe possibile, ad un tratto mutato consiglio, pretende

che io l'abbia all'ultimo avversata, quando il moto impresso agli

avvenimenti la faceva inevitabile. E così non solo mi trovo accusato di

_traditore_ dall'Accusa, non pure qualificato da lei _di doppio cuore_,

non pure convertito in _donna_; chè adesso attende a dimostrarmi anche

_matto_...

O pazïenza, che tanto sostieni!

Ciò nasce dalla insania di ritenere come diretto alla Restaurazione

qualsivoglia atto di reazione e di anarchia; e questo è torto grande,

e, a parere mio, ingiuria manifesta alla dignità del Paese e del

Principato. — Quando, tolto pretesto dalla persona del Principe o

dalla forma del Governo, le vendette private fiutano l'aria come segugi

per conoscere s'è il tempo di lacerare, — la calunnia e lo spionaggio

tendono trabocchetti agli ufficiali per iscorticarli degl'impieghi, e

gli ufficiali minacciati per conservarli si mostrano pronti a vendere

trenta Cristi per un danaro solo, — l'astio codardo si affaccia

all'uscio socchiuso, celando dietro la schiena la mano armata di

stiletto, — la mediocrità velenosa si apparecchia a fare scontare

altrui il martirio di sentirsi nulla, — il fanatismo rinfresca la sua

fiaccola con la pece e coll'olio, — e la plebe gallonata o cenciosa,

strascinandosi alla coda chi presumeva starle alla testa, stende le

mani ladre od omicide: — cotesta è REAZIONE. Il _Conciliatore_ ci

ammoniva, come questo motivo sarebbe stato _Restaurazione popolare

di libertà, non Reazione_, facendo fede così quanto l'una dall'altra

differenziasse; ma quando favellò in simile sentenza il _Conciliatore_?

Il giorno 13 aprile; e sta bene, ed io concedo volentieri, che gli

uomini del _Conciliatore_ in quel giorno potessero e dovessero credere

così. Nella notte dell'11 al 12, e per la massima parte della mattina

del 12 aprile poteva, all'opposto, e doveva temersi, che o tutte o

la massima parte delle infamie che compongono la REAZIONE sarebbonsi

vedute. L'Accusa, confondendo i tempi, da per sè stessa si confuta:

invero ritiene in tutti i suoi Documenti, come nel giorno 12 aprile

soltanto si trattasse di Restaurazione; differiscono poi nello indicare

in quale ora del 12 questo successo si compisse; chè il Decreto del

7 gennaio, sconsigliato quanto intemperante, lo dichiara _compíto_

allorchè i Membri del Municipio vennero nella Sala delle Conferenze

dell'Assemblea. — e la Requisitoria in quel punto lo dice _incoato_

soltanto, e questa sentenza troviamo essere vera. Dalle quali cose

apparisce, che i provvedimenti presi nella notte dell'11 al 12 aprile,

e nello stesso giorno fino allo apparire dei Membri del Municipio

nella Sala delle Conferenze, non potevano contrastare alla opera

della Restaurazione, come quella che non era per anche iniziata. I

casi del giorno 11 aprile ebbero indole di tumulto popolare suscitato

dal conflitto co' Livornesi in Piazza Vecchia; fin lì non ispiega il

carattere politico che nel giorno susseguente gli impressero; nessuno

lo conduce, o se ne mostra capo. Nè temevo soltanto la reazione in

Firenze, bensì anche a Livorno, e altrove, e la temevo come cagione

di guerra civile, onde io mi mostrai solertissimo a prevenirla da per

tutto.[705] — Però il Guerrazzi non doveva supporre mai, aggiunge

l'Accusa, che fossero per nascere scandali, e che tutto si sarebbe

composto in santissima pace. — Davvero! E dei Livornesi ch'erano

rimasti in città non mi dovevo prendere cura io? Non sono uomini

essi? E mi venivano informando parecchi trovarsi nascosti nella

Chiesa di S. Maria Novella, nè sapevo che cosa fosse avvenuto di

quelli stanziati in Borgo Ognissanti. L'Accusa insiste dicendo: —

non v'era mestieri straordinarii provvedimenti; sarebbe bastata la

Guardia Nazionale. — Domando con ribrezzo licenza di sollevare un

lembo del panno insanguinato, che cuopre quel giorno maledetto....

non vi spaventate.... lo lascio cadere subito.... e perdonatemi

ancora, — perchè, vedete, io sono sforzato a difendermi da un'Accusa,

che mi rugge d'intorno. Presso il canto al Mondragone in via dei

Banchi era allora, e forse havvi anche adesso, una bottega di Vendita

di Tabacco; colà, nella sera dell'11 aprile, si rifugiarono tre

Livornesi perseguiti da uno stuolo di Veliti, che li chiamava a morte.

Zannetti, Generale della Guardia Civica, ordinava lasciasserli stare;

vedendo come poco frutto facessero i comandi, pregò supplichevole; lo

insultarono, lo ributtarono, ed egli ebbe a fuggirsi via, inorridito,

da un luogo, che rimarrà perpetuamente infame per la strage di tre

uomini operata a sangue freddo. Il Colonnello Emilio Nespoli, e

Paolo Feroni Capitano, a stento salvarono, riparandolo nel Palazzo

Riccardi, un giovinetto livornese, che la plebe indracata voleva

finire.... Di nuovo scongiuro perdono, e calo il panno. — Quale

alba promettesse cotesta orribile notte, lascio che quanti leggono

considerino! Onde maturamente esaminando la scrittura dei Giudici ho,

per onore della umanità, creduto e credo, che quando essi scrissero

le parole: _in faccia a questo moto unanime, risoluto, evidente nel

suo scopo, la Restaurazione del Principe, non potevano concepirsi

mali, che non avvennero; il Guerrazzi richiama nella notte dell'11 la

Guardia Municipale per opporla alle mene, egli diceva, diaboliche dei

retrogradi_, — questi ed altri casi ignorassero: se così non fosse,

dovrei deporre sgomento la penna, e piangere su lo abisso di miseria,

che opprime la nostra Patria.... Obbrobrio! — Il Ministro dello

Interno ordinò la Guardia alle Porte si raddoppiasse; se i campagnoli

vi si presentassero in frotta, si chiudessero; grosse pattuglie la

città perlustrassero. Il Ministro della Guerra non mancò neppure

egli di apprestare opportuni ripari per la difesa della pubblica

salute. Nella notte vennero a rammentarmi importare grandemente la

Guardia Municipale si richiamasse, ed io ordinai il ritorno di cotesta

milizia, come _quella che per suo speciale istituto è preposta alla

tutela della pubblica e privata sicurezza_. Dove io nella mia mente

per diaboliche mene avessi inteso il motivo del giorno successivo

tendente alla Restaurazione, ed avessi voluto contrastarlo, o come

immagina l'Accusa, che mi sarei disarmato di 1600 e più Volontarii

Livornesi? Quando l'Accusa ne dimostrerà che i Capitani, licenziando

i soldati, si apparecchiano alla battaglia, noi dal nostro canto ci

persuaderemo di quello che ci vuole dare ad intendere. Nè questo è

tutto; così meno iniqui mi procedessero gli uomini, come mi si mostra

il cielo propizio; chè dalle carte medesime raccolte dall'Accusa per

offendermi mi viene somministrato argomento di difesa; e di vero, se

io durante la notte dell'11 al 12 avessi creduto, che il motivo del

giorno 12 per la Restaurazione fosse la mena diabolica che disegnavo

prevenire o reprimere, mi si ha a concedere ancora, che delle Guardie

Municipali avrei adunato in Firenze il maggiore numero che per me si

potesse. Ma no: appunto perchè presagivo d'indole prava i moti temuti,

e quindi ristretta, io giudicava bastanti a reprimerli, come altra

volta accadde, la Guardia Nazionale, le poche milizie rimaste, e 400

Municipali.

Il Colonnello Solera disegna cavare da Pisa tutti i Municipali per

condurli a Firenze; ed io, interpellato dal Prefetto, rispondo:

«Firenze, 12 aprile 1849. Ore 6, min. 55 ant.

«Al Prefetto di Pisa.

«Ritenga i Municipali di Pisa se le sono necessarii. — Bastano gli

uomini di Solera; ma vengano presto; ed entri con solennità in Firenze.

«GUERRAZZI.»

Lo allontanamento delle milizie livornesi, le cittadine preposte alle

Porte e ai luoghi più importanti, dimostrano a chiara prova come un

solo pensiero mi dominasse, quello di mantenere l'ordine nella città.

Bastevoli gli apparecchi delle poche milizie stanziali e dei 400

Municipali a contenere o reprimere un moto di reazione o di anarchia,

insufficienti a contrastare la Restaurazione desiderata dal voto

universale, e però evidentemente non destinati contro di quella.

Quanti mi hanno in pratica sanno come per lunga infermità io patisca

d'infiammazione intestinale, e sanno altresì in quale stato le

commozioni e le fatiche del governo procelloso mi avessero ridotto;

però non sarà difficile credere che dopo i successi dell'11 aprile io

passassi le ultime ore della notte oltremodo agitato. La mattina più

volte tentai levarmi, e proprio non potei; finalmente, non vedendo

più venire persona a ragguagliarmi di quanto accadesse, mi sforzai

reggermi in piedi, e passando dalle stanze alte del Palazzo, secondo

il consueto, entrai nell'Ufficio del Ministro della Guerra signore

Gio. Manganaro. Domandai quali provvedimenti avesse preso, e me li

disse.[706] In questa sopraggiunge il Colonnello Tommi, che veniva

a referire non potere trarre i cannoni in Piazza, perchè mancante di

_arnesi_ e di _cavalli_; parendo a me coteste scuse frivole, osservava

che gli arnesi per trasportarne due vi avevano ad essere; e in quanto

a cavalli, potersi servire di quelli della Posta. Egli tolse commiato,

e non fece trasportare i cannoni; avendolo riveduto verso le tre

pomeridiane nello Ufficio del Ministro della Guerra, gli domandai a

mo' di scherzo: «Perchè non avete fatto trainare i cannoni in Piazza?»

Egli rispose: «Perchè mi parve che non si trattasse di tumulti, ma

di moto universale appoggiato dalla Guardia Nazionale, e però non ne

vidi il bisogno.» Al che soggiunsi: «Avete fatto bene.» Però si voglia

notare di grazia che i cannoni non erano stati punto ordinati da me; e

che se io insistei, ciò fu meno per avere i cannoni, che per confutare

gli ostacoli che proponeva il signor Tommi, i quali, a vero dire, non

persuadevano troppo.

Dopo il Colonnello Tommi entra il signor Diana Maggiore di Cavalleria,

domandando ordini precisi su quello che doveva operarsi da lui.

Devo confessare che io mi sentiva alquanto indisposto contro questo

ufficiale, parendo a me che nella sera precedente non avesse adempito

al suo dovere standosene in luogo appartato, mentre i cittadini

si laceravano con iscambievole strage; nella quale opinione mi

confermava eziandio l'atteggiamento in cui mi era comparso il Capanna,

imperciocchè, se questo animoso giovane bene faceva slanciandosi,

perchè il suo Maggiore non lo seguiva, o, piuttosto, perchè non lo

precedeva? E se il Capanna faceva male, perchè il suo Superiore non lo

richiamava? Però io non nego avergli detto un po' turbato: «Quando vede

tumulto si cacci tramezzo e divida.» Il Maggiore Diana non rammenta

un'altra cosa che gli richiamerò io alla memoria, e non creda già in

suo disdoro, ma sì in onore, ed è la sua risposta alle mie parole, la

quale fu questa: — lo farebbe, ma desiderare conoscere se la Guardia

Nazionale stava per l'Assemblea. — Questa domanda rivela, per mio

giudizio, ottimo discernimento nel Maggiore, conciossiachè, dove la

Nazionale si fosse mostrata avversa al moto, era a temersi che si

presentasse o prendesse indole di reazionario e di anarchico; laddove

all'opposto la Nazionale lo avesse secondato e diretto, siffatti

timori cessavano, nè doveva contrastarsi. Fermo nella mia opinione,

avvegnadio veruna conoscenza di fatti mi fosse giunta per farmela

mutare, risposi: «Di ciò stia sicuro; come vuole ella che la Nazionale

non difenda l'Assemblea, se lo ha promesso?» Il Maggiore Diana afferma

avergli io ordinato di _caricare_; io nego apertamente essermi valso

di cotesto termine; ma supposto che io lo avessi adoperato, ignaro del

_tecnicismo_, — da me, poche ore prima, il Maggiore aveva conosciuto

col fatto quello che io mi intendessi per _caricare_, — dare di

sprone ai cavalli, gittarsi inermi colà dove il Popolo si mesce in

empia battaglia, strappare ai forsennati le armi di mano, mettere

risolutamente in avventura la propria vita per salvare l'altrui.

Parliamo di Bernardo Basetti. Interrogato come testimone, dichiara «che

nel giorno 12 mi comparve davanti, e appena lo vidi gli dissi: — In

Piazza; — se non che avendo egli considerato quello che vi accadeva,

e la _probabilità_ con la sua azione di dare luogo alla guerra civile,

_formò subito_ il pensiero di non andare; anzi, al contrario, condurre

gli uomini al Quartiere. Solera, protestando non intendersi delle cose

nostre, lasciò a lui la cura di fare pel meglio; egli dette ordini

rigorosi ai soldati e agli Ufficiali di starsi su la spianata del

Convento di San Firenze. Da mano ignota ricevè un biglietto aperto del

Guerrazzi, il quale, in sostanza, gli rinnuovava l'ordine di andare

in Piazza, ch'egli lasciò inadempito per la ragione già addotta; poco

dopo, invitati dal Municipio gli Ufficiali della Guardia a recarsi

alla Comunità, vi si condusse col Solera e con altri; — quivi dichiara

l'animo suo; è accolto e lodato; — in cotesto riscontro Orazio Ricasoli

gli consegna un secondo biglietto aperto del Guerrazzi, il quale,

comecchè contenesse le medesime istanze, ottenne il medesimo resultato.

Egli ha conservato i biglietti e li conserva tuttora, ed è pronto ad

esibirli.» E gli esibisce.

Ora io nego di avere veduto Bernardo Basetti; e non lo nego già per

comodo che mi faccia, imperciocchè a me nulla nuoce affermarlo: io lo

nego, prima di tutto, perchè tale è la verità, e poi perchè questa

verità ridonda a onore della intelligenza e dell'animo del Basetti.

No, il Basetti non mi ha veduto, avvegnadio, se così fosse, amico e

beneficato da me, mi avrebbe chiarito, dicendo: «Avverti a quello che

fai; se pensi opporti a qualcheduno dei soliti tumulti, o reprimere un

moto di anarchia, non è questo il caso; da quanto ho veduto in Piazza,

e posso giudicare io, la universa città si commuove a restaurare

di comune consenso il Principato Costituzionale.» Egli è certo che

favellandomi così, mi avrebbe istruito intorno lo stato delle cose, e,

adempiendo ufficio di amicizia, alla Patria giovava, ed a me, e forse

anche a sè; perocchè, più spesso che altri non crede, l'utile si trova

in compagnia dell'onesto; e se non mi voleva procedere amico, _il suo

obbligo, come Ufficiale_, gl'imponeva farmi rapporto di quanto fosse

stato considerato da lui, domandarmi che cosa avrebbe dovuto fare in

Piazza, in che modo, a quali fini operare; e udite da me le debite

spiegazioni, _il suo dovere, come Ufficiale_, gl'imponeva esporre i

pericoli e la impossibilità di eseguire i comandi; e supposto, che

tutto ridotto all'acqua chiara, io per ultimo lo incombensassi a

tutelare la vita dei Deputati e mia, dal deposto di Bernardo Basetti

si viene alla conseguenza, che, per dubbio di effusione di sangue,

lasciava con deliberato consiglio, che il nostro certamente si versasse

dalla plebe indracata. Giudichi Bernardo Basetti se queste conseguenze

del suo deposto gli accomodano: per me, averlo veduto o no torna

indifferente; e se lo nego, lo faccio soltanto perchè non è vero.

Mentre io stava tuttavia nelle prime ore della mattina nelle stanze

del Ministro della Guerra, mi ragguagliavano come al presentarsi della

Guardia Municipale la turba che era stipata in Piazza, e minacciosa,

rovesciatasi sopra di sè aveva fatto sembiante di andarsene più che

di passo, se non che la Guardia invece di attelarsi s'incamminava ai

Quartieri per essere stata presa dall'acqua nel cammino. Allora fu

che scrissi i due biglietti intorno ai quali furono mosse sì strane

calunnie:

«Firenze, 12 aprile 1849.

«Basetti,

«In Piazza vi sono Veliti, Guardia Nazionale, entra la Cavalleria e

l'Artiglieria. — Esca la Municipale, o si cuopre di vergogna.

«GUERRAZZI.»

Ministero e Segreteria di Stato

della Guerra e Marina.

1º Ripartimento.

«Basetti,

«Prendi il Comando della Municipale: fuori in Piazza a difendere

l'Assemblea, e la Patria, e la Libertà, e il tuo amico

«GUERRAZZI.»

Col primo lo ammonisco, che stando in Piazza (come credeva) Guardie

Civiche e le Milizie stanziali, la Guardia Municipale con la sua

viltà sarebbesi tirato addosso un carico grande. Questo biglietto

chiaro si comprende essere scritto prima che al Ministro della Guerra

si presentassero il Colonnello Tommi e il Maggiore Diana, perchè

appaia fondato sul supposto, che la Cavalleria e l'Artiglieria già si

trovassero in Piazza. Dopo il colloquio col signor Tommi non avrebbe

potuto scriversi con verità; — che se l'Accusa appuntando il dito sotto

l'occhio notasse: Tu lo facesti apposta per eccitare il Basetti con lo

esempio, — io le risponderei: Tu se' maliziata indarno; imperciocchè

l'arte sarebbe tornata vana, essendo egli passato per la Piazza, ed

avendo potuto co' proprii occhi vedere se le mie parole erano vere; —

posto ancora che per altra via si fosse condotto ai Quartieri, agevole

cosa era mandare da San Firenze in Piazza del Granduca qualcheduno

che speculasse gli eventi. — Col secondo lo conforto di difendere

l'Assemblea, la Patria, la Libertà ed il suo amico; ed anche questo

fu scritto nelle stanze del Ministro della Guerra, come ne fa fede

la stampiglia impressa sul margine del foglio. Queste avvertenze

dimostrano come ambedue i biglietti fossero scritti e mandati innanzi

che io scendessi nella Sala delle Conferenze, e così prima che per me

si conoscessero le trattative _incoate_ fra il Municipio e l'Assemblea,

di operare concordi alla restaurazione del Principato Costituzionale.

Apprendo come uno di questi biglietti fosse consegnato _aperto_ al

Basetti dal signor Orazio Ricasoli, a cui pure _chiusa ed intatta_

rimisi la lettera sospetta, che mi recò l'ufficiale della Posta; il

qual fatto non dissuase il _Conciliatore_, di Angiolo ad un tratto

convertito in Demonio contro di me, nel suo manifesto di guerra del

giorno 19 aprile 1849, da mettere a carico mio: «_il segreto della

Posta non rispettato_.»

Ora, che cosa l'Accusa trova da appuntare in cotesti biglietti? il

modo, o il fine? Se il modo; lo so, — quando la stampa di questa mia

Patria mi si rovesciava addosso come calcina viva sopra corpo morto,

prevalendosi del mio silenzio costretto, e nella speranza di consumarmi

_moderatamente_ fino le ossa, vi fu chi scrisse avere io ordinato a

Bernardo Basetti di trarre sul Popolo; onde coscienza punse cotesto

uomo, e non patì che si facesse tanto disonesto strazio di tale che

gli fu amico, lo aveva beneficato, e adesso non si poteva difendere;

e pubblicò con le stampe, calunnie essere quelle voci.[707] Di vero

poteva io mai dare questo empio ordine? La sera precedente mettevo a

cimento la vita perchè cessasse la strage fraterna, e poche ore dopo

la comando? L'11 aprile strappo le armi ai cittadini, per riporle in

mano loro il 12, e aizzarli a fare sangue? Preoccupato da tremenda

ansietà, nel giorno 11, non mi do pace finchè la città non è sgombra

di Livornesi onde i lugubri scontri non si rinnuovino, nel 12 li

cerco e li provoco? Nei giorni 10 ed 11 scrivo al Prefetto Landi,

conforme la Sentenza della Corte Regia di Lucca, del 4 giugno 1850,

riporta: «Attesochè avvertisse il Guerrazzi al Landi, con i suoi

Dispacci de' _10_ e _11 aprile_, come lasciare nemici dietro, mentre

la milizia era ordinata a recarsi alle frontiere non fosse prudenza,

e _come avrebbero ottenuta lode per parte degli amici e dei nemici

adoprandosi alla difesa esterna, come per la sicurezza interna_, e

conseguentemente gl'ingiungesse di operare il disarmo, di procedere ad

arresti senza rispetto, _meglio essendo, siccome egli litteralmente

si esprimeva, di arrestare e disarmare che dare l'esempio più tardi

di mutue stragi_.» E mentre a Lucca aborro la strage, e la prevengo,

qui a Firenze dopo breve giro di tempo l'amo, e la cerco? Mi si dieno

gli Archivii, odansi (non come chi ha paura del vero, quasi fosse

una di quelle visioni notturne che mettono il tremito nelle ossa,

bensì come chi lo ama al pari di una benedizione) i miei Segretarii,

eziandio quelli rimasti in carica, e conoscerete qual cuore, quali

ordini fossero i miei. Dunque l'Assemblea, la Patria, la Libertà, e

l'amico, non si difendono con altro che con le morti? Quando difesi la

vita dei cittadini, allagai di sangue la piazza? L'amico sa difendere

l'amico anche esponendo il proprio petto per lui, ma ahimè! queste

cose non sapeva Bernardo Basetti. Il vanto (e gli parve tale!) del

Basetti di non essere uscito in piazza per timore di accendere la

guerra civile ha dato fondamento all'Accusa; cotesto vanto è insensato:

ma che importa ciò all'Accusa, che di ogni campo fa strada nella sua

persecuzione? Dunque, e in quel giorno e poi, la Guardia Civica doveva

astenersi dalla difesa dell'ordine pubblico e della privata sicurezza,

per sospetto di guerra civile? Il Colonnello Nespoli, che pure non mi

era amico, quando mi offerse scortarmi e tutelarmi con una compagnia

di Guardia Nazionale, commetteva atto di guerra civile? Per timore

che possa correre sangue, lascinsi esposti a morte certa rispettabili

cittadini..... alla belva plebea si dieno non contrastato pasto! — Ma

voi non avevate mestiero difesa, ammonisce l'Accusa, poichè ogni cosa

avvenne con modi soavi. — Eh! via, apprenda verecondia l'Accusa; queste

cose non possono dirsi, nè devono, da chi fa professione di verità.

Lascio di rammentare gli atroci avvenimenti del giorno innanzi; non

torno ad avvertire che in quel punto quale carattere potesse assumere

la sommossa ignorava, e dagli esordii io doveva presagirla nefandissima

ed empia. Si esamini pure il moto quando gli dettero forma e direzione;

coloro che se ne posero a capo giunsero forse a contenerlo sempre nei

confini desiderati? Non rimasero talora atterriti degli elementi che

si confusero con essi? I nuovi amici piacquero loro tutti? Le opere di

quei giorni approvarono tutte? Per me so, e ne depongono i testimoni,

che la plebe, dopo avere spiantato gli Alberi che aveva piantato, venne

per irrompere nell'Assemblea e manomettere i Deputati; per me so che

fece forza al Palazzo Vecchio, prima e dopo che vi avesse tolto stanza

la Commissione Governativa; io so, che da gente prava fu spinta, per

buona parte della notte, plebe avvinata ad aggirarsi intorno alla mia

dimora, come lupo nei giorni di neve, a urlare: _morte! morte!_ — io

so, che il giorno 13 aprile una torma di villani con falci, e vanghe,

e zappe, invasero i cortili del Palazzo Vecchio gridando la parte, a

modo di musicanti venuti a farti la serenata sotto ai balconi: _Morte

al Guerrazzi! Morte al ladro! Morte all'assassino!_ con altre più cose

che io non ho ritenuto a mente, come sembrava, pur troppo, che bene

avessero appreso a ritenere costoro. Queste dimostrazioni di esultanza

non furono già del tutto buccoliche, come va idilieggiando l'Accusa,

dacchè il Prefetto provvisorio Pezzella, nel Proclama del 14 aprile

1849, bandiva:

«Peggiore ed altrettanto deplorabile cosa ella è, se trasmodi fino

a recriminazioni di Partiti, violenze alle persone, e guasti alle

proprietà.

«Se infelicemente sia ciò in qualche parte accaduto, confido che non

sarà mai più.»

E noi sappiamo quanto nei Documenti officiali si limino e aggarbino

le espressioni, per modo che dicono mille volte meno di quello che

veramente sia; nè tardarono uno istante a mostrarsi gli avvoltoj:

«i quali, — come c'istruisce Ferdinando Zannetti, — mossi, più che

da leale affezione di Partito, da invidie ed animosità particolari,

immaginano secrete macchinazioni per dare a credere misteriose trame,

designando intanto le persone su le quali a sfogo di rancore vogliono

proclamati arresti, esilii ed altre coercizioni.»[708] La Reazione

comparve subito e sopraffece le buone intenzioni (perchè non dubito

punto che la Commissione e il Municipio si proponessero a scopo il

ristabilimento dello Statuto, e la preservazione della Patria dalle

armi straniere), se al grido della plebe di: _Viva la Monarchia_, fu

mestieri che la Guardia Nazionale aggiungesse: «_Costituzionale_;» e

all'altro: _Viva la Restaurazione: «con libere istituzioni_:»[709] e

più apertamente parlando il lealissimo uomo, nella lettera che scriveva

al buon Pietro Bigazzi: «Nei momenti attuali — tu non devi negare i

ripetuti gridi: _Morte ai liberali_ ec.»[710]

Dunque pel modo non furono esorbitanti i miei ordini, nè capaci a fare

nascere guerra civile, come opina Bernardo Basetti, il quale da un lato

s'ingegna onestare la disobbedienza, e lo abbandono; dall'altro, farsi

merito presso il nuovo Governo: senonchè la toppa appare più trista

dello sdrucio, e per cuoprire una cosa brutta ne dice quattro assurde;

e l'Accusa, poichè le giovano, piglia anche le assurde, e con obliquo

scopo palesate, e me lo appunta al petto come Lanzo alabarda.

E se non ponno biasimarsi gli ordini miei pel modo, molto meno si

vorranno riprendere pel fine, dacchè io non lo chiamavo alla difesa

di una forma determinata di Governo, bensì dell'Assemblea, la quale

doveva in breve pronunziare in modo civile, e con voto del pari che

con universale contentezza (e lo abbiamo veduto) la restaurazione del

Principato Costituzionale; — però l'Accusa pare che trovi eziandio

essere delitto difendere la Patria; e ritiene ogni atto mosso a questo

scopo santissimo, ostile alla Restaurazione: sul quale proposito io

devo avvertire, che se l'Accusa non sentì vergogna a incriminare,

io provo quanto farei ingiuria al pudore spendendo pure una parola

a difendermi in questa parte; e lo stesso dicasi della Libertà,

— e fermamente, credo che a non pochi Magistrati palpiteranno più

frequenti i polsi udendo come nei Tribunali Toscani la difesa della

Libertà suoni misfatto; e se Libertà sapessi in che e come differisca

dalla licenza, per qual modo si custodisca e con quali argomenti si

difenda, voi tutti conoscete a prova; — finalmente dopo avere pensato

alla Rappresentanza del Paese, alla Patria e alla Libertà, parmi possa

essere concesso di pensare un poco anche a sè. Comprendo benissimo come

l'Accusa aggravandosi sopra il mio capo mi ha tenuto in conto di un

_ghiabaldano_, di cui i nostri antichi per proverbio dicevano: _che ne

davano trentasei per un pelo di Asino_;[711] ed io quantunque presuma

di me poco, pure anche in questo non mi accordo con l'Accusa, essendo

la propria conservazione di Natura; e intorno a me educai creature,

che amo e che mi amano, che piangerebbero e soffrirebbero per la morte

mia.... Ami tu qualcheduno, Accusa? — Supposto che tu l'ami, troverai

doverti conservare meno per ragione del diritto, che per l'obbligo di

non partirti o lasciarti strappare dalla vita, finchè le tue creature

non sappiano aiutarsi da per sè stesse nel mondo. — Vero è però, —

e in questa parte sarei tentato di dare ragione all'Accusa, — vero è

però che, o lasciassi libero il freno alla plebe indracata, e avvinata

e pagata, o mi commettessi alla fede di gentiluomini cristiani, poco

divario è corso, perchè la prigionia assomiglia alla morte, in ispecie

per la educazione dei figli, o delle creature insomma che si amano...

ma allora io credevo, che differenza ci fosse!

Rimane a vedere se io potessi confidare in questa prova di amicizia

sviscerata per la parte di Bernardo Basetti, e parmi di sì;

imperciocchè non v'era mestieri che fosse sviscerata, anzi bastava

mediocre; e neppure, se ben si considera, amicizia bisognava,

ma sentimento di dovere e semplice gentilezza. Il signore Emilio

Nespoli, e l'ho detto, per bene _due_ volte, venne ad avvertirmi

di pormi in salvo, e offerse mandare verso il Prato una compagnia

di Guardia Nazionale a tutelarmi, comecchè non mi stringesse seco

vincolo di amicizia. Ora è da sapersi avere io conosciuto Bernardo

Basetti nel 1830 a Montepulciano, dove mi fu cortese di buoni ufficii

e di consolazioni, onde me gli attaccai con amore, parendomi forte

e generosa natura: provò fortune diverse, e le contrarie forse non

senza colpa sua; me ebbe in tutte uguale; esulò, tornò, e molto mi

affaticai presso i suoi creditori, affinchè quieto lo lasciassero stare

in Toscana, e l'ottenni; però non sembra che la vita volgesse troppo

gioconda per lui, dacchè mi scrisse lettere ortatorie, quando fui

assunto al Potere, di accomodarlo di qualche impiego, e segnatamente

nella Guardia Municipale che stava sul formarsi in Firenze, sentendosi,

sia per la perizia acquistata nell'Algeria nelle cose militari, sia per

la operosità naturale, sufficiente ad esercitarlo, onde io gli conferii

dignità e soldo di Capitano, e di grado in grado quello di Comandante

supremo; se non che, non gli parendo essere bastevole a tanto ufficio,

me lo confessò modesto, ed io onorevolmente, e secondo il suo genio,

lo collocai. Non basta: consentii che impiegasse nel Corpo medesimo un

giovane che ei teneva in parte di figlio. Aveva eziandio due fratelli

onestissimi, Agostino e Ferdinando; e raccomandatimi entrambi, il primo

conseguì impiego, all'altro pensava provvedere quando me ne capitasse

il destro. Io so che parlando del fratello Bernardo gli affliggo, e

Dio sa se anche me attristo; — scusimi appo loro non poterne fare

a meno, e il modo discreto col quale io ne parlo. — E non è tutto

ancora: nel 19 novembre 1848 lo mando Capitano provvisorio della

Municipale a Livorno;[712] non accettato costà, Pigli, compiacendo alle

intemperanze popolari, lo respinge a Firenze.[713] Per l'offesa dello

amico, turbato, senza porre tempo fra mezzo domando informazioni del

fatto.[714] Il Governatore Pigli risponde nel modo seguente:

«Al Ministro dello Interno.

«Fino da ieri sera si conosceva pubblicamente il desiderio di molti

di avere qui il Capitano Roberti. Nella dimostrazione fatta ieri a

favore dei Deputati, benchè poco numerosa, un cartello diceva: Viva

il Roberti, Capitano della Municipale di Livorno. E già si sapeva che

egli era partito per Firenze. Gli Ufficiali chiamati da me furono,

ieri sera, presentati a Basetti con gradimento reciproco. Fu fissato

che stamani all'appello del mezzogiorno si sarebbe presentato alla

Compagnia. Stamani i rapporti verbali dei tre Ufficiali, fatti a me,

assicurano che il Capitano Basetti presentandosi avrebbe avuto una

dimostrazione contraria; che la presenza del Governatore l'avrebbe

potuta mitigare forse, ma non impedire; che quanto allo scioglimento

era pericoloso, per essere quasi tutti concordi, in ispecie i graduati:

doversi riflettere che sono tutti armati e hanno molti aderenti a

favore di Roberti nel Popolo. In questo stato di cose ho creduto savio

consiglio, senza farne sentore alla Compagnia, far partire il Basetti,

che referisse a viva voce: il quale ha di buon grado aderito alla

proposta. Prego a riflettere come sia pericoloso l'impegnarsi a cosa

che non siamo certi di poter sostenere.

«PIGLI.»

Voi lo vedete: Basetti cede il campo; Pigli, con partiti che gli

sembravano cauti, ed erano vili, insinua a lasciarlo offeso. Geloso

dell'onore del Basetti più di quello ch'egli se ne mostrasse, odasi un

po' come lo sostenessi io:

«Al Governatore di Livorno.

«Guerrazzi e Montanelli mandano al Governatore che ordini la rivista

della Municipale, e dica in nostro nome che il Basetti ha da essere il

Capitano, perchè nostro amico e uomo di nostra fiducia. Che Roberti

deve stare qua, che noi non soffriamo soverchierie, e ci dimettiamo

piuttosto, lasciando alla Municipale l'odio della sua resistenza.

Che se credono di strascinarci per il collo, s'ingannano per Dio.

Il Governatore eseguisca gli ordini, e avverta che, così procedendo

le cose, ritenere il Governo è una vergogna, un insulto. Intanto se

la Municipale continua nel sistema di ribellione, si sciolga e si

sospendano le paghe. Così vogliamo; queste sono vergogne, e bisogna

che cessino. Gli Ufficiali e tutti quelli che si mantengono fedeli alla

libertà vengano a Firenze. La Caserma si chiuda. Risposta subito.

«GUERRAZZI.»

Mi sembra che da me non si potesse dare a Bernardo Basetti prova più

alta di amicizia oltre quella di mettere a repentaglio per lui perfino

la mia carica, e questo perchè lo stimo amico mio e persona di fiducia.

Quindici minuti dopo pongo da capo in moto il telegrafo, indicando la

via da seguirsi onde ottenere il fine desiderato:

«Al Governatore Pigli.

«Chiamate Fabbri, Lauri, Notari, Betti, e Frediani e altri, e dite loro

che il Ministero è disposto a sciogliere la Municipale, a dimettersi

anzichè lasciarsi imporre dalla Municipale stessa. Però usino tutti

la loro influenza a farla vergognare dell'enormezza commessa. Domani

vengo col Basetti. Arte, prontezza e vigore. I Livornesi si lasciano

guidare, ma da mani non deboli. La Cecilia torna contento. Sua Altezza

ha approvato. Risposta subito.

«GUERRAZZI.»

Pigli obbedisce, e annunzia:

«Al Ministro dello Interno.

«Sentite le persone indicate nel Dispaccio Ministeriale, ci siamo

presentati alla Guardia Municipale, riunita, e in considerevole

numero, Fabbri, la Cecilia, i Consiglieri, ed io. Ho incominciato

a parlare parole di fiducia per prendere ad annunziare alla nomina

del Capitano provvisorio Basetti, il quale domani prenderà il

Comando della Municipale. Le contestazioni e opposizioni, per quanto

presentate con rispetto, sono state molte. È stato detto che promosso

il Capitano Roberti, si deve procedere per la stessa via di ragioni,

e promuovere gli Ufficiali nella Compagnia. Ha detto alquante parole

il Gonfaloniere, molto più e più efficaci La Cecilia, spontaneamente

intervenuto. Io finalmente ho concluso che la nomina del Basetti non

distrugge i titoli ed i diritti di alcuno, e che il Governo nella sua

imparzialità e giustizia saprà tutti proteggere e rimunerare secondo il

merito. Siamo partiti in mezzo agli applausi. Basetti venga e sarà ben

ricevuto. Il resto al tempo e alla saggezza del Governo.

«PIGLI.»

Ed io prometto il giorno successivo recarmi in Livorno conducendo meco

Bernardo Basetti, fino alle lacrime commosso del come voglia e sappia

proteggerlo.

«Al Governatore di Livorno.

«Si lodi la Municipale. Quante volte si mostrerà obbediente alli ordini

del suo creatore avrà diritto alla sua particolare considerazione.

Roberti non è promosso. Basetti non è Capitano definitivo, ma

provvisorio. Tutta la Guardia dovrà essere definitivamente approvata

dal Consiglio. Ho passato una cattiva giornata. Domani sera io sarò in

Livorno con Basetti. A ore dieci passerò la rivista in Caserma della

Municipale. Viva la Municipale _fedele alla libertà, nemica della

licenza_.

«GUERRAZZI.»

Trionfante entrò Basetti nei Quartieri dond'ebbe poco anzi a partirsi

con fronte dimessa, e finchè stette a Livorno l'onorarono ed amarono;

ed anche si dica a lode di lui, seppe farsi rispettare ed amare.

Per le cose esposte io pensava trovarmi un cotal poco fondato ad

aspettarmi da Bernardo Basetti una prova di amicizia; se non voleva

ricordarsi a quell'ora essermi amico, io doveva credere ch'egli

avrebbe eseguito il mio ordine, se avesse potuto farsi umanamente ed

efficacemente; e se no, mi avrebbe ragguagliato con fedeltà come a

probo Ufficiale appartiene; se infine le parti di amico e di Ufficiale

volle dimenticare, non dovevo credere ch'egli avrebbe posto mai in

oblio quelle di uomo, che non consentono (nella folle speranza di

proprio comodo) pronunziare assurde opinioni; delle quali l'Accusa,

intenta solo a nuocere, si varrà per fabbricarvi sopra assurde e

futili incolpazioni, è vero, ma rincrescevoli sempre, non fosse altro

per avermi dato il fastidio di spendere tante parole a dimostrare la

stolidità e malizia loro.

Non mi comparendo davanti il Ministro dello Interno, nè il Prefetto,

ignaro dello stato delle cose m'incammino alla Sala delle Conferenze,

dove seppi adunata l'Assemblea. Ora sentiamo raccontare dal Professore

Taddei, Presidente, quello che, a mia insaputa, era successo nella

prima parte della mattinata. Il Municipio desidera unirsi all'Assemblea

per proclamare la Restaurazione, come senno e amore vero di Patria

persuadevano; però... ma parli il labbro del vecchio illustre: «Mi

rammento che il signor Giuseppe Martelli venne a cercarmi nella Camera

stessa, ed a pregarmi di volere secolui recarmi al Municipio: io aderii

immediatamente, e trovati poi in una carrozza i signori Ricasoli e

Cantagalli, vi montai; c'incamminammo uniti al Palazzo Riccardi per

condurre insieme con noi al Municipio il Professore Zannetti. Radunati

tutti al Municipio, e trovatici unanimi ad operare ognuno dal suo canto

per restaurare la Monarchia Costituzionale, non rimase altro da fare,

che mettere d'accordo l'Assemblea e il Municipio, nello stabilire il

modo col quale legalmente e _dignitosamente_ si potesse soddisfare

al desiderio di tutti. Due del Municipio, e _segnatamente_ i signori

Digny e Brocchi, si recarono nella Sala delle Conferenze, in qualità di

_Commissionati_ dello stesso Municipio _per comprovare quello che già

aveva io referito_, e devenimmo alla stesura di concisa Notificazione,

la quale _fu letta e ratificata dai Commissionati suddetti, ed

immediatamente spedita ai torchj_.»[715]

Il Proclama fu questo:

«Toscani! L'Assemblea Costituente Toscana si dichiara in permanenza.

Essa prenderà, d'accordo con la Guardia Civica e col Municipio, i

provvedimenti necessarii per salvare il Paese.

«Firenze, 12 aprile 1849.

«TADDEI Presidente.»

Mentre l'Assemblea da una parte adempiva la promessa, come tra

gente onesta si conviene, dall'altra prevalevano nel Municipio

consigli pessimi; e fatto nuovo partito, i suoi Membri statuiscono

mancare di parola all'Assemblea, e disprezzato il Collegio nella

sua rappresentanza, come nelle singole persone dei Deputati, senza

neppure avvisarlo di volere procedere soli, e, se bisognasse, avversi

nel disegno fermato, — quasi per ardere le carra, e non dare luogo

ad ammenda, stampano un Proclama, ed in fretta lo appiccano su pei

cantoni. In questa sentenza quel Proclama bandiva:

«Cittadini,

«Nella gravità della circostanza, il vostro Municipio sente tutta

la importanza della sua missione. Egli a nome del Principe assume la

direzione degli affari, e si ripromette di liberarvi dal dolore di una

invasione.

«Il Municipio in questo solenne momento si aggrega cinque cittadini che

godono la vostra fiducia, e sono:

«Gino Capponi,

«Bettino Ricasoli,

«Luigi Serristori,

«Carlo Torrigiani,

«Cesare Capoquadri.

«Dal Municipio di Firenze,

«Li 12 aprile 1849.

«Per il Gonfaloniere impedito

«ORAZIO CESARE RICASOLI Primo Priore.»

Di questo Proclama del Municipio, di cui taluno aveva portato

frettolosamente novella all'Assemblea, si facevano accesi ed amari

discorsi, quando i signori Digny, Brocchi e Martelli tornarono nella

Sala delle Conferenze. Questa è la scena che il Visconte D'Arlincourt,

togliendola di peso dal _Duca di Ossuna_ del nostro Federigi, ha

inserito nella sua _Italia Rossa_, nella quale il Conte Digny,

_nobile e fedele realista_, spalanca la porta ed intima la _sedicente_

Assemblea a ritirarsi. Però hassi a notare, per rendere _unicuique

suum_, che l'attributo di _sedicente_ non appartiene proprio al

Visconte D'Arlincourt, ma al Brocchi, il quale se ne compiace così,

che per bene due volte nel corso del suo esame lo viene ripetendo. Ed

è poi strana a considerarsi quest'altra cosa, che il Conte Digny ha

protestato contro la qualificazione di nobile e fedele realista, che a

parere mio non fa torto, allorchè nasca da convincimento coscienzioso,

o da personale affetto, mentre contro il pubblico grido, che lui accusa

di fede tradita, è stato cheto come olio. E di vero, l'apparizione del

Conte era tutto altro che nobile, conciossiachè versasse in questo:

il Municipio volere rompere i patti, anzi averli rotti; l'accordo

_invocato prima_ con l'Assemblea _adesso respingere_; aborrirla

compagna, dichiararla nemica; si disperdesse, lasciasse operare da sè

solo il Municipio. A tanta slealtà, non è da dire se si levassero, e a

ragione, amari richiami. E prima di ogni altro il Presidente Taddei, a

cui pareva, com'era vero, che di lui e della sua onoratezza si fosse

fatto bindolissimo giuoco. — Accesi, e meritamente, sopra gli altri

si mostravano i Deputati signori Ciampi e Cipriani, i quali (sempre

si abbia presente questa avvertenza) non offesi già dalla proposta di

Restaurazione da operarsi d'accordo col Municipio, che annunziata testè

dal Professore Taddei era stata da loro accettata, bensì dalla brutta

mancanza di fede, esclamarono, che bisognava arrestare il Municipio

fedifrago. E poichè il Conte rispondeva con petulanza molta e senno

poco, io mi posi in mezzo alla disputa favellando in questo concetto:

«Voi fate una Rivoluzione;[716] onde non partorisca le conseguenze

che le sono ordinarie, procurate unire a voi quanti maggiori consensi

potete; non rigettate quelli che vi si offrono.» E siccome il Conte

rispondeva con petulanza molta e senno poco, aggiunsi: «Voi meritereste

essere arrestato!»

L'Accusa, come vedemmo, sostiene che io mi opposi alla incoata

Restaurazione, minacciando prima e intimando poi l'arresto dei

signori Digny, Brocchi e Martelli, che venivano ad ammonirmi di

non volere opporre ostacoli alla iniziata opera loro. Il più lieve

rimprovero che possa farsi all'Accusa, è ch'_ella non sa quello che

si dice_. E la ragione apparisce evidente: suppongasi vero tutto

quanto afferma l'Accusa; concedasi per un momento la minaccia e

la intimazione dell'arresto; sembra che, per accusare l'uno atto e

l'altro come avversi alla Restaurazione, dovesse ricercarsi la causa

che gli motivarono. Ora è provato per dichiarazione di coloro che di

queste minaccie depongono, come non muovessero già da opposizione;

al contrario, dal volere l'Assemblea esclusa da cooperare al

ristabilimento della Monarchia Costituzionale, e più poi dalla tradita

fede, dopo essere stata a questo fine ricercata dal Municipio, e dopo

essersi posto secolei pienamente d'accordo.

In qual guisa i Commissionati del Municipio potevano condursi a

intimare l'Assemblea di non opporsi alla incoata Restaurazione, se,

ricercata poco anzi, aveva consentito? Se a questo fine aveva stampato

un Proclama? Se anche sul tenore del Proclama avevano convenuto?

Onde il tribunale della Coscienza Pubblica giudichi fra me e i miei

Giudici, è di mestieri esporre le prove che l'Accusa ha raccolto, e

certo non in benefizio di me. Il Professore Taddei così depone: «Gli

stessi Deputati (che come Commissionati del Municipio avevano letta e

approvata la Notificazione dell'Assemblea, Digny, Brocchi e Martelli)

ritornarono a dire che la _fusione dell'Assemblea col Municipio non

era compatibile_ (dopo averla ricercata!). Questa risposta non poteva a

meno di dispiacere — oltre a _mancare di lealtà verso di me, e verso

gli altri_.»[717] L'Avvocato Panattoni dichiara, che udì _lamenti....

sopra un malinteso, che pareva nato a motivo di non avere il Municipio

secondati certi accordi che dicevansi passati col signor Presidente

Taddei, e che resultavano ancora da un Manifesto stampato_. — Il

signor Venturucci (avvertasi, che sopra questo testimone l'Accusa

fonda la incolpazione dello intimato arresto ai Municipali) depone

come i signori Conte Digny, Brocchi e Martelli, _si scusavano di

avere pubblicato il Manifesto del Municipio_ (ed era ragione che si

scusassero), _e promettevano di andare d'accordo con l'Assemblea,

e combinare_. E Guglielmo Conte Digny, che tanto poco e tanto male

le più volte rammenta, nondimeno su questo proposito dichiara: «È

un fatto, che tanto _lui_ (_sic_) che tutti quelli, che volevano

indurre il Municipio a concertarsi coll'Assemblea, _si appoggiavano_

specialmente sulla osservazione, che il Municipio di Firenze aveva

bisogno di _appoggio_ dei Rappresentanti di tutte le Popolazioni

toscane per essere riconosciuto da esse. E fu dietro questa idea che

furono _redatti_ (_sic_) i progetti di Proclama di cui ho parlato.

Anzi uno di questi progetti era _redatto_ fino dalla mattina da _uno_

dell'Assemblea.»

Non è pertanto vero, anzi è turpemente falso, che alla restaurazione

del Principato Costituzionale mi opponessi, quando facevo sentire la

necessità di riunire il consenso universale, e per atto immediato al

partito preso dal Municipio fiorentino; è vero, all'opposto, che la

breve disputa nacque dal rifiuto dell'adesione dell'Assemblea, che il

Municipio faceva, dopo averla richiesta, e accettata. Ed ho creduto

allora, e fermamente credo adesso, che in cotesto modo operando bene

meritassi della Patria. Con l'adesione dell'Assemblea si sarebbe

tolto al partito la indole di municipale che mostrò negli esordii,

indirizzandosi perfino col primo Proclama il Municipio Fiorentino ai

soli Fiorentini. Con l'adesione dell'Assemblea, i fattori del 12 Aprile

non avrebbero avuto a deplorare nel giorno 16 aprile la esitanza di

alcuni Municipii,[718] nè nel giorno 24 la resistenza di taluni alla

manifestazione dello spirito pubblico, e si sarebbe per essi ottenuto

veramente quel voto universale che avrebbe blandito gli animi e

consolate le memorie.[719] Con l'adesione dell'Assemblea, Livorno si

sarebbe sottomessa, e quindi tolto via il pretesto come la necessità

di chiamare armi straniere. Con l'adesione dell'Assemblea, non era

mestieri appoggiarsi su le forze che somministrava la Reazione, le

quali trassero il Municipio e la Commissione aggiunta, repugnanti

certo, ma obbedienti allo impulso della necessità, oltre ai confini

stabiliti. Con l'adesione dell'Assemblea, non veniva nel Municipio e

nella Commissione aggiunta la paura, e con essa la infelice compagnia

di esilii, di carcerazioni, di famiglie disfatte, e di sventure che

ormai mano di uomo non può riparare, e quella di Dio può consolare

soltanto. Con l'adesione dell'Assemblea, il Municipio e la Commissione

molte morti che ci hanno contristato potevano evitare. Con l'adesione

dell'Assemblea, voi non avreste avuto bisogno di giostrare meco con la

lancia di Giuda.

Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi · 第 44 / 82 题