_Trovavo_ dentro (e fu sovente materia delle mie conferenze col Capo

del Municipio fiorentino, e con altri precipui cittadini così di

Firenze come delle Provincie, delle libertà costituzionali fidatissimi

amici) _repugnanza infinita_ di lasciare uno stato certo e provato

sufficiente, per avventurarci in condizioni ignote, piene di pericolo,

allo universale per nulla necessarie, dalla maggiorità rigettate.

_Trovavo_ che i Toscani, ed in singolare modo i Fiorentini, sentivano

inestimabile molestia a ridursi in grado di provincia romana, mentre

_ab antiquo_ avevano formato florido stato, copioso di commercii e

pieno di gloriose memorie.

_Trovavo_ che i Toscani aborrivano di rendersi solidali al fallimento

della finanza romana, e ostinatissimi contrastavano per non essere

tratti in cotesto vortice di debito.

_Trovavo_ che Firenze non si adattava a restare priva della sede del

Governo, fonte per lei non pure di decoro, ma di vantaggi notabili,

sia per la stanza degl'impiegati, sia pel concorso di quanti muovono

dalle Provincie quaggiù pei loro negozii col Governo; sia finalmente

pel soggiorno dei forestieri, i quali sogliono fermarsi nelle Capitali.

_Trovavo_ la classe commerciante di Livorno paurosa di scapitare in pro

di Civitavecchia, il quale porto, come prossimo alla metropoli della

Italia Centrale, non ha dubbio che si sarebbe ampliato con danno di

Livorno.

_Trovavo_ costumi diversi, diversi i gradi di civiltà, diverse le

maniere del vivere, l'economie ed altre più cose, che non consentono

che Unificazione piena e assoluta ad un tratto si faccia, o fatta non

abbia poi a dolere. Toscana mutata in provincia sopportava sagrificio

troppo duro, come grande sarebbe riuscito il vantaggio, se qualche

parte dello Stato Romano si fosse aggiunta a lei in condizione di

provincia. Queste _unificazioni_ o _fusioni_, come dicevano allora, si

operano di consenso o di forza. A effettuarle con la forza vuolsi una

potenza grande, che raccolga nella mano di ferro le varie generazioni

abitatrici di una contrada della medesima lingua, e le costringa tutte

a portare la impronta delle sue dita. Ma da Napoleone imperatore e re

in fuori, nei tempi moderni, non discerno altri che potesse essere

stato capace da tanto. A volerle condurre per via di consenso, si

richiedono uguali, o molto simili, le condizioni disposte dalla natura,

e secondate dalla operosa volontà degli uomini.

Ora tra per le sollecitazioni delle Potenze estere, e le volontà dei

Re d'Italia, tra per il cessato bisogno nei più di ricorrere al partito

estremo della Repubblica per tornare in patria, e la inclinazione della

Toscana a starsi divisa, e le difficoltà in parte invincibili della

Unificazione con Roma, lasciato che le passioni ardenti si sfocassero e

le cause di quelle, preparata grave e profonda discussione, io ritenevo

come sicuro che l'Assemblea Costituente Toscana, avrebbe deciso, in

ogni evento, pel Principato Costituzionale e per la Confederazione, non

Unificazione, con Roma come con gli altri Stati Italiani.

E così opinava certamente il Partito che ebbe ad organo prima il

_Conciliatore_, poi lo _Statuto_; conciossiachè abbiamo veduto com'egli

confortasse consultare la Toscana, convocando l'Assemblea Costituente

col principio accettato del suffragio universale, e persuadendo i

Deputati a sciogliersi spontanei se questo non ordinasse il Governo. Il

Governo aderì al consiglio, nè si vede ragione perchè cotesto Partito

avversasse poi quanto aveva provocato egli stesso; solo per mostrarsi

coerente avrebbe dovuto credere che l'Assemblea Costituente procedesse

nemica alla Restaurazione; e ciò non fu. Questo fatto io lascio alla

considerazione del Paese, chè a me non giova spendervi attorno più

lunghe parole.

Rimane a vedersi chi avrebbe scelto l'Assemblea per Principe. — Non

è verosimile scegliesse uno straniero, perchè per le dominazioni

straniere parmi, se non erro, immortale lo aborrimento degli Italiani

tutti; scegliendo uno di casa di Savoia, avrebbe contradetto Napoli;

se chiamato un Reale di Napoli, gli si opponeva Piemonte, e ad

ambedue avrebbero ostato Francia e Inghilterra. Se è vero, come parmi

verissimo, che la memoria degli antichi beneficii non si cancelli per

breve furore, nè la diuturna benevolenza cessi per impeto passeggero,

e che, remosse le cause del delirio, l'uomo ritorni nel suo stato

normale; — deve credersi che i Toscani avrebbero richiamato i Principi,

che potevano salutare col nome di concittadini.

_Dimostrazione storica._

I fatti, che per sofisma o per calunnia non si tramutano, hanno

dimostrato fin qui come, il Principato Costituzionale cedendo il campo,

subentravano inevitabili ad occuparlo la Repubblica e l'Anarchia.

Parte repubblicana era poco numerosa fra noi, nè di Toscani tutta, ma

audace e gagliarda, sovvenuta dalle voglie dell'accesa gioventù, cui

sembra spesso che per potere basti desiderare: onde è sicuro che quella

parte, come voleva, avrebbe potuto, nello sbigottimento universale,

cacciare le mani nei capelli al Paese, e strascinarlo colà dove ella

mirava: però ammaestrando la esperienza, che i pochi contro ai molti

inerti o repugnanti, senza ricorrere ai partiti estremi, non durano;

in breve, siccome già si appoggiavano, avrebbero dovuto i Repubblicani

darsi interi in balía, non dirò al Popolo minuto (conciossiachè il

nome di Popolo suoni sempre reverito alla mia mente), bensì alla

plebe che del Popolo è piaga. La plebe soverchiata, indi a poco parte

repubblicana avrebbe regnato come regna il fuoco. Commesso io alla

salute del Paese, credei riparare nella consultazione del Popolo

toscano per mezzo del suffragio universale come ad asilo ultimo ed

efficace. Da una parte non lo potevano rinnegare i Repubblicani,

perchè da loro medesimi professato; dall'altra tornava accetto ai

Costituzionali, perchè somministrava loro tempo di riaversi: finalmente

era desideratissimo dal Popolo; perchè trattandosi di disporre di sè,

gli pareva giusto poter dire anch'egli, una volta, la sua. Intorno

ai fini e ai presagi di questo provvedimento non occorre dire altro,

avendoli a suo luogo con abbondanza di ragioni spiegati. — Ora i

Repubblicani, dubitando contrario lo esito del voto universale (e

con parole espresse il dubitare significano),[588] tentano, e più

volte, le vie della violenza; violenze e lusinghe cadono davanti la

probità del provvedimento, la costanza dell'uomo.[589] Frattanto la

plebe ribolle commossa per un fine, e muoventesi per un altro, sicchè

poi gli stessi agitatori ne hanno paura. In mezzo a perturbazioni,

per varietà infinite, per impeto stupende, procede il mio concetto.

Con la Legge del 6 marzo, al Popolo toscano la padronanza piena e

legale per disporre di sè restituisco, e non limitando (che questo non

poteva io), ma stabilendo la norma con la quale dovesse esercitarsi

il mandato, prevengo la opposizione che i Deputati non abbiano già a

deliberare, bensì, e unicamente, a ratificare. L'elezioni _protette,

e liberissime_. Il Popolo non accorse nella copia sperata; e di ciò

un poco fu colpa la consueta inerzia, un poco la nuovità degli ordini

politici, e molto le dissuasioni dei parrochi; nel che operarono, a

mio parere, poco avvisatamente; avvegnadio, messa da un lato la paura

di possibile scomunica votando per la Costituente Italiana, egli è

sicurissimo che non vi era pur dubbio del non incorrerla votando per la

Costituente Toscana; e somministrando questa onorata via per assettare

di quieto il Paese, parmi che avesse dovuto da loro con ogni maniera

di ufficii promuoversi. Nondimeno nè anche si potè dire scarsa la

votazione; dacchè il numero dei voti sorse nel Compartimento Fiorentino

ai 28,231, nel Lucchese a 2618, nel Pisano a 6341, nel Sanese a 9288,

nello Aretino a 6687, nel Pistoiese a 4418, nel Grossetano a 5288, nel

Livornese a 11,781, nello Elbano a 909, nel Massetano e Carrarese,

a 893, nel Garfagnino a 704, e nel Lunense a 702. Il Partito che si

vantò, e tuttavia si vanta, unico ortodosso costituzionale in Toscana,

quando si conobbe pressochè escluso dalle elezioni, gridò _desolazione

dell'abbominazione_ sopra la Babilonia fiorentina; e non pertanto uscì

dall'urna una maggiorità di uomini che volle e seppe rappresentare il

principio costituzionale del Paese, ed anche qualcheduno che minacciato

dalla plebe delle tribune ebbe cuore per esclamare: «Piuttosto

morire, che lasciare per viltà il seggio di Deputato.»[590] La Guardia

Nazionale fiorentina interpellata con rito solenne, se le bastasse

l'animo di tutelare l'ordine interno della città, e l'Assemblea nello

esercizio del suo ufficio, rispose affermativamente, e quindi ambedue

vennero alla sua fede commesse. La parte repubblicana, tentando far

votare la Repubblica per acclamazione, venne repressa; e tanto più da

me si volle grave e speciale consulta, intorno al deliberare le sorti

politiche del nostro Paese, in quanto che mi pervenivano quotidiani

rapporti che mi confermavano nella conoscenza antica del rifuggire che

faceva la Toscana dal reggimento repubblicano. Le notizie della guerra,

dubbie prima, varie poi, alla fine infelici, anzichè sbigottire gli

animi repubblicani gli accesero, come suole, di stupendo furore: me

accusarono in faccia di fellonia; me venduto, e venditore!.... Tali

enormezze ero destinato a sentirmi dire dopo quarantasei anni di vita

onorata! E se tradissi io, e se me e altrui vendessi, ora lo vedete

a prova. — Poichè alle mie parole non credevano, le mie insinuazioni

aborrivano, alle mie stesse preghiere imprecavano, provvidi l'Assemblea

si prorogasse, e i Deputati nelle Provincie si spedissero, e ciò in

prima perchè la nuova esaltazione si calmasse, e il tempo porgesse

consigli più adattati ai casi; e poi perchè i Deputati tornassero

ad attestare della fedeltà dei miei rapporti; lasciando pure che,

sotto pena d'infamia a me, decretassero il divieto di mutare forma di

Governo, inconsultata l'Assemblea: però che questo non volessi fare io.

Tutto ciò fu detto, chiarito, con documenti provato, e comprendo

ottimamente che l'Accusa degli spessi riepiloghi abbia a sentire

fastidio grandissimo, e forse ancora orgoglio del suo stile laconico

di faccia allo asiatico mio: nonostante questo, mi è parso non dovermi

trattenere dal dire, confortato dalle parole e dallo esempio del

Foscolo, il quale, condotto a scolparsi davanti al Direttore della

Polizia del Cantone di Zurigo, così gli scriveva:

«Da tutte queste cose che io mi assumo di esporle, e dalle troppe

parole che ho fin qui speso, m'avveggo con mio rincrescimento che io la

costringo alla noia di prolissa lettura. L'apologia è cosa sì infelice

per indole sua, che non può aspirare neppure a scansare la verbosità.

Perchè, dove a lei, signor mio, basta una sillaba, un atto arbitrario,

un cenno muto, a macchiarmi, — a me bisognano narrazioni, esami,

allegati e convincentissima serie di ragionamenti, a lavarmi.

«E incomincio anco a sentire che l'uomo al quale è conteso il tacere

trova compenso nello spassionarsi di tutte le ragioni che aveva

represse dentro il suo petto. Socrate sapeva ch'ei, giustificandosi

o no, era precondannato a morire; pur (se Platone merita fede) perorò

per lunghissime ore a' suoi giudici; e quando ei fu sentenziato, gli

andava pur tuttavia intrattenendo a parole: — O Ateniesi, ora che

voi avete fatto il voler vostro mandandomi a morte, io il debito mio

rassegnandomi, voi ed io non abbiamo da far altro di meglio fuorchè il

conversare fra noi: ond'io parlerò, e non rincrescavi d'ascoltarmi, e

rispondere.»

Fino al punto a cui mi sono fermato, la linea è retta per lo scopo a

cui incammino la mia politica. Ora pertanto come potevo _tergiversare_

o _ravvilupparmi in subdoli partiti_ dopo il Decreto dell'Assemblea del

3 aprile, _se fino al 15 aprile ella si era prorogata, e fino a quel

termine non si poteva discutere della forma del Governo da darsi alla

Toscana_?

Udite adesso di grazia che cosa vi dice il Procuratore _Regio_

D'Arlincourt. Egli vi narra: — «come io ingannassi da una parte e

dall'altra, e però fossi da entrambe percosso.» — Poco dopo: — «come

io, trattando più tardi col Municipio, giuocassi partita doppia,» —

nonostante che abbia scritto poco sopra: — «come io troppo possedessi

di sagacia e d'ingegno per non comprendere dai casi avvenuti e

che avvenivano in giornata, che stava per accadere imminente la

restaurazione del Granduca.»[591] — Questi sono martirii del senso

comune, e Dio volesse che il nobile Visconte e compagni avessero

crocifisso il giudizio soltanto! Ai giorni che corrono, di giudizii

temerarii non è davvero a lamentarsi penuria; pure io aveva creduto fin

qui, che lo scrittore, quando col suo cervello di farfalla non corre

pericolo soltanto di commettere leggerezza, bensì di gettare un peso

nella bilancia dove è librata la vita dell'uomo, dovesse avvertire che

un grano più di pudore non guasterebbe certamente i fatti suoi: e le

proteste di non volere pregiudicare, e poi lavorarti di straforo, ormai

sono abiti usati così, che la vecchia ipocrisia li vendè al rigattiere,

dal quale gli ha comprati la ipocrisia nuova, e, per averli rifatti

nelle manopole e nel bavero, crede, che non le sieno riconosciuti

addosso.

Rimane adesso a vedersi come io adoperassi i brevi giorni, che dal

3 al 12 intercedono, e ciò rispetto: 1º alla difesa della Patria;

2º alle disposizioni per la Tornata dell'Assemblea del 15 aprile.

Parlerò prima della guerra, o per meglio dire della difesa delle

frontiere. Fino dall'8 agosto 1848 a mediazione dei Ministri delle

Potenze estere fu convenuto come lo esercizio di siffatto diritto non

potesse somministrare all'Austria argomento di aggressione; nè il

patrocinio stesso poteva ora mancarci, e non ci mancava, molto più

quando ci fossimo ricondotti al pristino stato di cose di quieto.

Non vale obiettarmi, che in questo disegno tornavano inutili gli

apparecchi guerreschi: imperciocchè gli uomini che fanno mostra

volersi difendere, vengono sempre più rispettati;[592] ed è sicuro

che otterranno patti migliori, di quelli che disarmati si mostrano, e

disposti ad accettare ogni carico si voglia loro imporre: laonde Ugo

Foscolo meritamente deplora come causa suprema delle sorti infelici

del Regno Italico la dissoluzione dello esercito provocata dal partito

liberale.[593] E neppure rileva opporre, che le nostre armi inferme e

poche non avrebbero potuto durare contro lo sforzo austriaco; dacchè

anche lo esercito italico di faccia alle forze alleate si trovasse in

condizioni perverse: ma gli altri ti aiutano quando mostri di volerti

aiutare; la debolezza, che non è colpa tua, consiglia la compassione

altrui; la propria abiezione provoca ira; e quando veramente una

necessità grandissima non prema di sgarire un punto, anche i poderosi

calano a partiti comportabili. Eranmi conforto a proseguire nello

arduo cammino le parole che mi venivano porte da quei dessi, ch'ebbi

a sperimentare, ora più ora meno copertamente, sempre avversi, e che

in fatto di Governo Costituzionale presumevansi allora, e tuttavia

si presumono, possedere del Governo Costituzionale la pratica, e la

scienza. Lodavano la rigettata Unificazione con Roma; il concentramento

del potere in un solo Magistrato approvavano; e a questo rivolgendosi

raccomandavano, che a salvare la Toscana adoperasse quei partiti

che la esperienza gli persuadesse migliori: quindi dicevano due

essere i mali che minacciavano la Patria, la guerra civile e la

possibile invasione austriaca; laddove queste due calamità egli fosse

giunto ad allontanare, gli _promettevano riconoscenza solenne_. Se

i tempi fossero corsi meno infortunosi, avrebbero saputo dare più

forti consigli; però, comunque acerba ne flagellasse la sventura,

doversi, mercè il concorso dei _Municipii_, mantenere libero lo Stato

da invasione straniera, e incolumi le _istituzioni costituzionali

aborrite dalle fazioni reazionarie_, la pubblica tranquillità, le

proprietà, e le persone minacciate dai turbolenti di ogni Partito:

breve, salvare quanto più dell'onore e della indipendenza nazionale

si potesse.[594] Grave soma davvero era questa per le mie spalle;

sicchè parendo al Partito _preteso ortodosso_ che io non potessi

uscirne a bene, determinò fare da sè; ed avendo capacità, e coscienza

di riuscire meglio, prudentemente decise, e di ciò non lo incolpo.

_Però a mio parer non gli fu onore_ mancarmi di fede, se dubitò che io

non sarei arrivato a salvare le libere istituzioni; non gli fu onore

precipitarmi dentro uno abisso di miseria, se tenne che non avrei

prevenuto la discordia civile; non gli fu onore ribadire il chiodo con

la calunnia, se pensò che per me non si sarebbe potuto preservare il

Paese dalla invasione straniera. Nondimeno ritengasi, che nel 29 marzo

gli ortodossi Costituzionali di Firenze me reputavano per _volere_ e

per _sapere_ adattato all'ardua impresa.

Vediamo pertanto, da quel punto in poi, in che cosa peccassi, perchè

di amici mi si avventassero ad un tratto tanto acerbamente nemici.

Qui accorrano i Toscani tutti, si chiariscano a prova, e giudichino

poi se io abbia commesso colpa per la quale cristiani e gentiluomini

dovessero credersi assoluti dall'usare meco quella fede, la rottura

della quale anche tra' popoli più barbari è reputata indegnissima cosa!

Due pertanto erano i fini alla mia cura commessi, come sempre furono,

cui si provvedeva con apparecchi guerreschi, e con interni ordinamenti.

Cavalli pel treno, e copia di cannonieri per diligenza del Ministro

della Guerra si procurarono.[595] Qui in Firenze, senza distinzione

di parte, chiamo quanti sentono in cuore carità di Patria, e gli

scongiuro di recarsi ai confini.[596] A Livorno commetto che mandino

vie via gli arruolati per farne la massa in Firenze; a provocare

lo arruolamento si adoperino i mezzi meglio efficaci, impegnandovi

Sacerdoti, Circoli, e Popolani;[597] più tardi ordino, le armi da

caccia si requisiscano, agli schioppi da guerra sostituiscansi, e qua

a Firenze le armi, e i Volontarii si avviino;[598] di nuovo domando

armi, perchè in Firenze dalle Provincie già accorsero mille giovani,

e non so come armarli; accetto un battaglione intero di Livornesi

Volontarii, purchè portino le armi, e gli Uffiziali si sottopongano

agli esami i quali hanno a dimostrarli degni, che per _costume_ e

per _perizia possa loro affidarsi il sangue dei fratelli_;[599]

informato che in Livorno si trovano 2000 schioppi, prescrivo si

prendano, giudicando il proprietario Italiano abbastanza per chiamarsi

soddisfatto quando gli venga retribuito il giusto prezzo.[600] Da Lucca

si aspettano parecchi montanini per arruolarsi; il Municipio lucense

con ogni sforzo seconda le diligenze del Prefetto.[601] Il Prefetto

di Pisa, sussidiato da uomini di seguito nel Popolo, confida trarre

gente dalle campagne.[602] A Lucca le armi da caccia si prendono, e,

dandole in cambio delle guerresche alla Guardia Nazionale, con queste

si armano i Volontarii.[603] D'Apice provvede di comandante la Guardia

Nazionale di Livorno adattato a mobilizzarla sollecitamente.[604] La

Gioventù livornese viene confortata da me a mostrare virtù pari al

pericolo.[605] Romanelli eccita la gioventù aretina;[606] Franchini,

soldato della Indipendenza, lasciato il Ministero accorre alla difesa

dei patrii colli; Morandini, forte uomo, a ragione pensando che

quando lo straniero minaccia la Patria, il mandato vero del cittadino

sia di volare a difenderla, si dimette dalla Deputazione, e va al

campo.[607] Le armi di nuovo con più sottile ricerca a Lucca e a

Livorno requisisconsi, e si ottengono.[608] Prometto (consentendo

alle istanze di Giorgio Manganaro) condurmi a Livorno; intanto,

esortata la Guardia Nazionale fiorentina a non mancare alla Patria,

due Compagnie del mezzo Battaglione che usciva di guardia senza

prendere riposo vogliono partire.[609] I Cacciatori volontarii di

Costa e Frontiera chiamati a formare un Corpo di riserva.[610] Il

Gonfaloniere Fabbri, compiacendo al suo genio e alla carità della

Patria, fatto appello ai sentimenti generosi della Gioventù livornese,

conchiude con queste memorabili parole: «Giovani generosi, caldi di

amor patrio, questo è il momento più bello della vostra vita. Da voi

la Patria attende la propria salvezza. Dio non abbandona gli oppressi.

L'ora del risorgimento è suonata. Le armi soltanto ponno decidere dei

nostri destini.»[611] Provvedo mandarsi mezzo milione di lire per

armi, e da Livorno chiedo prima armi, poi gente,[612] e le armi si

mandano.[613] Maremma invia Volontarii, ma pochi; quelli raccolti e

istruiti a Firenze, richiesti dal Generale, partono pel campo.[614]

Chiamato da Livorno il Battaglione Del Fante, continuo a esigere

armi; i Livornesi rimprovero di iattanza; ordino tolgansi le armi alla

Guardia Nazionale; — poco frutto fa Lucca.[615] La Legione Accademica

è riconcentrata in cotesta città.[616] Acquistansi nuove armi a

Livorno.[617] Tommaso Gasperini, Ermolao Rubieri e Angiolo Angiolini,

rinunziati gradi superiori della milizia cittadina, si arruolano e

partono soldati, esempio grande di modestia e di virtù.[618] Nel giorno

6 pubblico il Manifesto alla Gioventù fiorentina;[619] ai Sacerdoti

dichiaro non trattarsi adesso di Unificazione con Roma, nè di forma

di governo; ai Conservatori, che mal conserva chi si espone a vedere

tutto disperdere; agli affezionati del Principe, che badino trattarsi

adesso di mantenere intero lo Stato, affinchè egli tornando non abbia

a trovarlo menomato, e ne faccia loro rimprovero; ai Repubblicani,

che la Repubblica, _perfettissima forma di governo per uomini

perfetti_, non è frutto maturo pei nostri denti, o a meglio dire per

le corrotte anime nostre: e che intorno al riordinamento del Paese,

le Leggi dell'Assemblea si hanno a venerare come precetti di Dio.

Intanto vadano, combattano, e mostrino la loro virtù. Civici livornesi

concentrati a Pisa; i Bersaglieri e i Volontarii chiamati a Firenze;

provvedersi armi.[620] Al Gonfaloniere di Livorno scrivo il Dispaccio

riportato a pag. 53 di questa _Apologia_, dove me dico infame, se

per dispiacenze private ricusassi una pace, che può avvantaggiare la

difesa della Patria; componga B. un Battaglione, cotesta anzi essere

la via unica per ridonargli l'amicizia antica; spedirò appena raccolto

il battaglione in Garfagnana; raddoppinsi tutti. Nel solo Generale

D'Apice si riunisce tutto il comando.[621] Ordino al D'Apice in ogni

evento _regga in Garfagnana, e cuopra Massa e Carrara_; spingo al campo

tutta la milizia di Linea; raccomando le provviste. A Livorno Giorgio

Manganaro instituisce una Commissione che di nuovo si dia a ricercare

le armi, e le prenda per la difesa della Patria.[622] Il Ministro della

Guerra provvede a formare prontamente un Corpo di Zappatori.[623] Da

Carrara muovonsi Volontarii per San Marcello, e per altri punti della

frontiera.[624] Rimproverato Livorno di tepidezza, lo accendo con lo

esempio di Firenze, che manda già milletrecento uomini a Lucca.[625]

Livorno spedisce 700 Volontarii ed armi a Firenze,[626] donde poi

la _calunnia dello averli io pretoriani miei chiamati quaggiù_. Armi

tolte ai Circoli,[627] donde poi _sicurezza intera alla libertà del

prossimo voto dell'Assemblea_. Schioppi requisiti sotto multa di

lire cento a chi dentro tre giorni non li depositasse al Municipio:

i Civici impotenti a marciare depositino i loro presso i Capitani,

per armarne i Volontarii in procinto di partire,[628] _donde poi la

calunnia, che io disarmassi la Guardia Civica per dominare tiranno la

città_. Partono da Firenze 800 Volontarii, altri 800 se ne aspettano

da Livorno per organizzarsi.[629] — Invece di mandare soccorsi a

Genova, tento potere ottenere armi dall'arsenale di cotesta città.[630]

— Da capo mi chiamo parato a rimettere ogni ingiuria, purchè i miei

offensori accorrano alla difesa della Patria: sempre _dimenticai

tutto_ (io dico), _e saranno prima stanchi di offendermi, che io di

perdonare_. — Vengono armi ed armati da Livorno: m'impegno trasportarmi

io stesso al campo.[631] Il Gonfaloniere di Pisa, Ruschi, chiama gli

scolari assenti, i quali rispondono allo invito, e vogliono essere

incamminati a Lucca, quantunque non compresi nella nota firmata

alla Università di Pisa.[632] Da Livorno 20 cannonieri toscani, e

18 americani, domandano potersi condurre ai passi dello Abetone.

Manganaro spedisce archibugi.[633] — In virtù della solerte opera del

Governatore provvisorio e del Gonfaloniere Fabbri, Livorno manda ancora

205 Volontarii, ed altri ne promette.[634] I Municipali tutti sono

diretti a Lucca.[635] Accetto i soldati lombardi alle stesse condizioni

del Piemonte, se armati ed organizzati; diversamente si lascino

andare.[636]

Questo, secondo che ricavo dagli scarsi Documenti autentici che mi

trovo fra mano, è quel poco che per me fu fatto, inefficacemente

forse, ingenerosamente non già, per tutela del Paese e per salvezza

del suo onore. Se mi verranno, come spero, consegnati gli Archivii,

potrò ordire più completa Storia; per ora non ho voluto avanzare

niente altro, perocchè non mi fosse fatta abilità di appoggiarlo

con prove: tale e tanta è la grandine della bugie ai tempi nostri,

che oggimai temo che anche il galantuomo corra risico grande di

non essere creduto, dove non porti seco in tasca quattro testimoni

almeno, che affermino con sacramento la verità delle sue parole.

Di più non seppi, nè potei fare: armi e armati raccolti; gioventù

commossa; Partiti tutti con preghiere richiesti; anche il ritorno

del Principe accennato, come motivo di difesa per serbargli intero

lo Stato; Deputati spediti Commissarii in Provincia (più oltre dirò

peculiarmente di loro); Guardie civiche mobilizzate; Milizie stanziali,

Municipali tutti mandati alle frontiere; Volontarii organizzati;

Legioni accademiche ricomposte; e, in quanto a me, oblio delle offese

in benefizio della Patria con pienezza di cuore accordato, obbligo di

correre io stesso alla frontiera assunto. Capisco che scarsi meriti

sono questi per pretendere lode, e non la pretendo; solo non parmi che

dovessero fruttarmi l'odio del Municipio fiorentino e della Commissione

Governativa. Pensai io, e credo che tutti quelli i quali sentono onore

pensassero allora, che un motivo armato dovesse da noi farsi, e in

ogni caso e sempre a benefizio delle Provincie, che con tanto amore

si erano alla fede toscana commesse. Dopo il Decreto del maggio 1848,

e dopo le dichiarazioni profferite dal Governo pel fatto dell'Avenza,

a operare in questa guisa consiglio prudente e religione di promessa

persuadevano. Nè vale dire, che nel presagio della insufficienza

degli aiuti fosse meglio non darli; conciossiachè, da un lato, simile

contegno apra una porta da rimessa alla ingratitudine, e dall'altro

i derelitti non ti menino buona la scusa, ed a ragione, chè da cosa

nasce cosa, e la fortuna nelle vicende umane tiene massima parte,

e, finchè la speranza ha fiore di verde, tale risorge che si credea

spacciato, onde gli antichi costumavano spesso quel detto, che Anteo

battendo la terra si rilevava più forte. Nè per mantenersi in fama di

onesti bisogna avere promessa lunga e attendere corto; e, se non erro,

assai più giova essere parchi a stendere la mano, che facili a lasciare

coloro che si raccomandarono a quella.

Il _Conciliatore_ nel 27 marzo usciva in questi acerbi rimproveri

contro dei miei Colleghi e di me: «Che avete fatto dopo cinque

mesi che tenete il Potere, senza che nessuno vi _abbia seriamente

avversato_?» (Che cosa s'intenda con la parola _seriamente_, io non

saprei; quello che so, è che il _Conciliatore_ con le _acute scane_

fendeva _moderatamente a morte_ i fianchi al Ministero Montanelli, e al

Governo Provvisorio.) «Quali sono gli apparecchi vostri, gli uomini,

le armi e i danari? La guerra è rotta, Piemonte già versa sangue per

la causa d'Italia, e neppure un soldato dei nostri varcò la frontiera:

anzi _possiamo assicurare_, che le scarse milizie ebbero ordine di

rientrare nello interno. A questa ora nel marzo del 1848 la Toscana

aveva sul Po 8000 combattenti, e si dicevano pochi, e la inettezza o

il mal volere del Governo accusavasi, e due Ministeri si rovesciarono

per questo, e per questo una Rivoluzione fu fatta, e il Paese esposto

a sciagure e ad aggravii esorbitanti; e adesso quando il Piemonte ci

domanda: Toscani, dove sono i vostri soccorsi? noi siamo costretti a

tacere con vergogna.» Io vi dico in verità, emuli miei, che non per me

mai i Toscani hanno dovuto abbassare la fronte avvilita. Questo vostro

discorso sembra nato a un parto con l'altro sì famoso del Generale

Buonaparte reduce dalla impresa di Egitto; ma Buonaparte poteva dire

al Direttorio: «Dove sono gli eserciti? che avete fatto dei tesori?»

perchè veramente eserciti vittoriosi aveva lasciato, e lo erario

pieno; ma i Ministeri precedenti al mio ci avevano lasciato tale una

eredità, che se fosse stato in potestà mia io non mi sarei giovato

accettarla nè manco col benefizio della Legge e d'Inventario;[637] e

questo dicasi in quanto a quattrini: rispetto ai soldati, essi nel

marzo non avevano toccato sconfitta sul campo di battaglia, e la

troppo peggiore per la disciplina delle armi a Livorno; infermi gli

ordini nel marzo, pure non guasti affatto dalle scioltezze, per non

dire licenze, della non prospera ritirata. Mariano D'Ayala attese a

riordinare e ampliare le milizie nostre, con tale diligentissima cura,

che n'ebbe (io ben rammento) dallo stesso _Conciliatore_ meritata lode:

onde non si comprende come, elogiato prima lo artefice, si facesse poi

a biasimarne la opera. Ma questi sono accorgimenti di Partiti!... A

Mariano D'Ayala parve potere restaurare la disciplina nelle soldatesche

nostre, svegliando nei loro petti sensi di onore; quindi schivò fra

le pene, quelle che la dignità umana offendessero: forse era savio

consiglio; a me pareva opera perduta farne sperimento su genti guaste;

mi talentava meglio licenziarle tutte per tornare a comporle da capo.

A questo mi muoveva il pensiero che, operando sopra gli animi viziati,

duriamo fatica doppia, chè prima bisogna tôrre via il fracido e poi

edificare; e siccome il guasto difficilmente tutto si leva, così quasi

sempre ci tocca a provare nel processo dei tempi i fondamenti deboli;

il degno Collega, all'opposto, teneva potere riuscire in virtù del

suo sistema, ed io naturalmente piegai riverentissimo la mia opinione

dinanzi alla molta perizia ch'egli si trova a possedere delle militari

faccende. Però vuolsi confessare, che o si fosse voluto accogliere il

mio suggerimento, o piuttosto tenere il sistema di Mariano D'Ayala, nè

l'uno nè l'altro potevano produrre i beni desiderati nel breve giro

di quattro mesi; e nè in Piemonte, dove pure gli ordini militari di

tanto superavano in bontà i toscani, le milizie poterono così tosto

riaversi dei danni patiti nella disciplina, a cagione delle sorti

infelici della guerra. Bene è vero che il Governo piemontese crebbe

fino a 135 mila uomini lo esercito nel gennaio del 1849; ma come

nei corpi umani la grassezza è segno di floscio, così neanche negli

eserciti il numero denota forza; e a tutto vuolsi tempo, anche facendo

presto: la colpa _sta nel non fare nulla, e dare ad intendere di

aver fatto_. Napoleone sviluppato dalle nevi russe corre in Francia,

e prende gente sì, non soldati, per avventurarla ciecamente su le

pianure di Dresda e di Lipsia, come un giuocatore disperato si giuoca

il danaro dell'ultimo pegno che ha portato al Presto. Questo dicasi

rispetto alle milizie stanziali. In quanto ai Volontarii, gli spiriti

procedevano alquanto rimessi dopo la prima guerra in Lombardia, però

che a molti stava sul cuore la giornata del 29 maggio, in cui 3 mila

circa Toscani furono lasciati soli a combattere onoranda ma dolente

battaglia contro gli Austriaci grossi di 35,000 uomini, nonostante

che fossero stati confortati a tenere il fermo, con la promessa di

sollecito soccorso.[638] Arrogi, che fino a tanto resse Gioberti, egli

rifuggì da noi come il Diavolo dall'acqua santa; e quando gli subentrò

Presidente al Ministero il Generale Chiodo, là su le frontiere dove

tenevamo soldati per la comune difesa, ce li corrompevano i _maledetti

zelanti_ del Piemonte, peste dei Governi, e mille volte peggiori degli

stessi nemici, e li traevano a disertare con armi e bagagli.[639]

Il _Conciliatore_ riportava queste notizie senza un filo di biasimo

per gl'imbroglioni; e se punto io m'intendo di favella, con tale un

garbo che dava ad intendere come cotesti fatti non lo infastidissero

troppo:[640] sicchè pareva (per non dire troppo) strano, che dopo venti

giorni egli ci conciasse così di santa ragione, se non avevamo da dare

i soldati che ci portavano via, e se non volavamo a farci ammazzare per

fratelli che mostravano _volerci dare il pane con la balestra_.

Dopo che Creonte esultò per l'empie liti di Eteocle e Polinice, può

da un punto all'altro, mutati indole e costume, buttata là la clamide

greca, e vestito il ferraiuolo di Tartufo, farsi esprobatore dell'uno,

perchè guardasse l'altro in cagnesco? L'Accusa rovistando carte non

mie ha rinvenuto una lettera, dalla quale resulta che i Piemontesi nel

13 marzo 1849 armata mano avevano preso possesso di Calice, ravvivando

in mal punto la vecchia contesa.[641] — Ma chi pospone la Patria al

cordoglio d'ingiuria patita, non merita sedere al Governo degli Stati;

e noi considerando le necessità di questa nostra inclita Madre, e

le nobili parole della Corona Toscana, che, confortando il Popolo a

sopportare magnanimo i colpi di fortuna, diceva: «E noi non disperiamo

della Italia, e siamo risoluti di durare nel proposito, che ci fece

unire le nostre armi a quelle del re Carlo Alberto, nè per isventure

sapremo mai separarci da lui;»[642] non volemmo venire meno al dovere

nostro. Dica pertanto Lorenzo Valerio, se scrisse dirittamente Pasquale

Berghini (se pure lo scrisse) quanto si legge stampato nel Libro III,

pag. 132, dell'Opera di L. C. Farini, che avversi noi al Piemonte,

malgrado le misere superbie nostre, non avremmo avuto uno scudo nè un

soldato per la guerra della Indipendenza. Appena vedemmo questo amico

fidato, non ci versammo nelle sue braccia con amore, e non deplorammo

insieme le miserie le quali avevano impedito che il nostro Popolo e

il suo procedessero come a fratelli veri si addice? E dopochè furono

reiterate le affettuose accoglienze, più volte venendo a trattare dei

bisogni della Patria, non ci legammo per fede con lui, che la causa

del Piemonte, e con essa la causa d'Italia, avremmo con ogni supremo

sforzo soccorsa? Conobbe in noi punto, il Valerio, stupido astio per la

grandezza che il Piemonte deve avere, se piace a Dio, onde sia baluardo

efficace d'Italia? — Io penso che Lorenzo Valerio, aperto, schietto e

affettuoso Legato del Piemonte, avesse motivo di chiamarsi contento di

me, assai più di qualche altro che volle giocare meco di arguzia, e non

comprese nulla.

Le maliziette e le saccenterie, mel creda chi legge, arruffano più che

altri non pensa; e se ne giovano i guastamestieri e quelli che, non

avendo cuore nè mente da accogliere concetti grandi, apportano nella

trattativa dei negozii politici le arti del sensale. Fu conclusione

dei ragionamenti nostri, che per noi si sarebbe fatta diligentissima

provvista di danari e di soldati, intanto che pel medesimo ufficio

egli si recherebbe a Roma. Queste conferenze accadevano nel 10 marzo

1849; però lascio considerare quali fossero la mia maraviglia e il

mio dolore, quando nelle prime ore del giorno 16 marzo venni fatto

avvertito da Livorno, Domenico Buffa avere proclamato nel giorno

antecedente a Genova rotto lo armistizio Salasco. Mi condussi a casa

Montanelli, il quale da parecchi giorni giaceva infermo, e quivi mandai

per Valerio, che quantunque per i molti disagi sofferti, e per la

tremenda ansietà dell'animo, fosse anch'egli ridotto in pessimo stato

di salute, pur venne; e udita la novella, egli, la fronte includendo

nel cavo della destra e stringendola con le aperte dita, come persona

che la dolorosa moltitudine dei pensieri intenda concentrare in

uno solo, più volte esclamò: «Ed avevano promesso aspettare il mio

«ritorno!» — Credo potermi ricordare eziandio, ch'egli aggiungesse:

«Vogliono perdere tutto!» Non essendone sicuro, io non lo accerto. Ma

perchè riesca anche in questa parte compíta la difesa contro l'accusa

che mi mettono addosso, pongo senz'altro comento, chè tutto spiega

da sè, la minuta di lettera confidenziale trovata dall'Accusa negli

Archivii del Governo, e da lei stampata a pag. 220 del suo Volume.

«Signor Ministro,

«Appoggiandosi sul fatto dell'armistizio prosciolto e delle ostilità

riprese, il Generale La Marmora ha dichiarato d'occupare Pontremoli e

Fivizzano, sotto colore di essere spedito a scendere dall'Appennino in

Lombardia.

«Io e il Governo Provvisorio abbiamo sentito la trista nuova della

prepotenza che il Piemonte così stranamente ci arreca, e sebbene con

animo conturbatissimo, pure abbiamo dato ordine rapidamente alle nostre

truppe di lasciar passare le truppe sarde, perchè la guerra ripresa

non corresse l'orribile rischio di cominciare con un'avvisaglia fra

Piemontesi e Toscani.

«Questo contegno del Governo Sardo è per me inesplicabile: mi affretto

però a chiedere confidenzialmente tutte quelle spiegazioni che

reputerete più opportune a togliere di mezzo i dubbii che la condotta

del vostro Generale insinua gravissimi nell'animo mio.

«Avvezzo a conoscere le tergiversazioni e gl'indugi, coi quali

il Governo Piemontese ci ha condotti e tenuti sospesi sulle cose

di Lunigiana, io non posso infatti considerare come un semplice

avvenimento di guerra, quello della occupazione di Pontremoli e

Fivizzano, e credo quindi avere il diritto di ottenere convenevoli

spiegazioni.

«Per ciò che riguarda poi il Piemonte, io non penso che egli farebbe

opera utile neppure a sè stesso, cominciando con tali atti la guerra,

e non correggendoli colle spiegazioni opportune. Non penso neppure che

il Governo siasi portato convenientemente coll'istesso Valerio, che di

tutte queste cose va ignaro, e al quale noi abbiamo resa testimonianza

di tutta fiducia, e pei diritti d'un'antica personale amicizia, e più

per quelli della rappresentanza d'un Popolo fratello.

«Che anzi in questo stesso momento mi giunge notizia, che la presenza

di truppe sarde in Lunigiana abbia già suscitato una serie di atti

di rivolta, contro i quali io v'invito a protestare energicamente,

dichiarando lo scopo dello stanziamento delle dette truppe, e invitando

quella popolazione alla più severa osservanza degli ordini stabiliti.

Che se il Governo Piemontese poi non vorrà aderire a queste mie

giustissime richieste, io sento il dovere d'ammonirvi delle tristissime

conseguenze di un simil contegno, e di farvi noto che dove per voi si

tenti di rompere guerra alla Toscana, menomando il suo territorio o

_fomentando la ribellione_, la Toscana potrebbe bene accettarla e fare

proclamare la Repubblica a Genova, e sostenere con altri mezzi una

ostilità sconsigliata, colla quale dareste principio a una serie forse

infinita d'errori e di colpe, e dalla quale penso che aborrirete come

ogni generoso Italiano.

«Qui dunque è necessario che il Governo Piemontese dichiari apertamente

i suoi intendimenti, e corregga l'odiosità delle apparenze colle prove

più amichevoli verso di noi.

«Io e il Governo che rappresento non abbiamo che una via, e la

percorreremo energicamente (e il Proclama che vi accludo e la Legge

sull'imprestito coatto vi faranno fede di ciò); ma se le nostre

relazioni non sieno accompagnate dalla più illimitata fiducia, noi non

potremo percorrerla più, e su voi ricadrà tutta l'odiosità della nostra

impotenza. Si tolga dunque di mezzo ogni causa che spenge l'entusiasmo

e l'amore che deve congiungere i due Popoli e i due Governi, e

speditemi quanto prima potete le spiegazioni che chieggo. Vi saluto

distintamente ec.

«Dalla Residenza del Governo Provvisorio Toscano, li 17 marzo 1849.»

Nonostante che il Governo Provvisorio questi casi sentisse amaramente,

e lo significasse al Ministero Sardo, dissimulava il torto; e così,

riportando il Proclama del Generale La Marmora, coloriva la cosa nel

_Monitore_ del 22 marzo 1849:

«Il Generale La Marmora alla testa di un numero considerevole di

Piemontesi è entrato in Lunigiana; _e in forza di alcune disposizioni

che il Governo Sardo aveva preventivamente concordato col Governo

Toscano, per causa della guerra_, è da sperarsi che nulla conturberà

il momentaneo ricovero richiesto e ottenuto dalle truppe piemontesi nel

suo passaggio.»

Il Generale La Marmora pubblicava entrando il seguente Proclama:

«Abitanti della Lunigiana!

«Il Piemonte ha tenute le sue promesse. Spese l'intervallo della tregua

a rinforzare e migliorare l'armata, senza perdonare a sacrifizio di

sorta; accresciutene le file di ben 40,000 uomini, ecco che dichiara

la guerra, ed il Re si pone alla testa della magnanima impresa.

Per cooperarvi ho ordine di passare fra voi; ma la mia momentanea

occupazione di coteste valli non è che militare, ed affatto estranea

alla vostra interna politica. Qualche incomodo vi recherà forse il

nostro passaggio. Ogni cosa sarà però pagata esattamente, nè d'alcuna

molestia v'avrete a lagnare. Noi non vi chiediamo che un momentaneo

ricovero; e ben lo speriamo nella nostra qualità di fratelli vostri,

e per la missione nostra di liberare altri comuni infelici fratelli.

— E siccome la santa causa che siamo chiamati a sostenere vi desta

nell'animo quelli stessi generosi sentimenti che noi nutriamo, il

comune entusiasmo si confonda col solo grido di

«Viva la Indipendenza Italiana.

«_Il Generale_ — ALFONSO LA MARMORA.»

Io non accuso, mi discolpo, e neanche spontaneo, ma costretto; e non

sono andato già io a ricercare queste carte importune, bensì l'Accusa,

e le ha stampate, ed ora vendonsi; sicchè trovandosi oggimai di

pubblica ragione, chiedo in grazia di non essere ripreso di poco cuore,

come quello che alla dignità della Patria non abbia saputo donare il

proprio silenzio. Però supplico fervorosamente Dio a volere che queste

carte, invece (come altri iniquamente spera) di somministrare materia a

nuove ire, persuadano la tolleranza scambievole che nasce dal sentirci

tutti quanti siamo non immuni da errore; insegnino ad assumere la

severa gravità ch'è indizio di Popolo che si rigenera, e consiglino

gl'improvvidi scrittori, avvegnachè il Sammaritano non infondesse nelle

piaghe del trafitto asfalto, ma vino e olio; ed è così soltanto che

possono dirsi pace anche i Giudei ed i Sammaritani.

Esaminiamo adesso se la protervia mia nello attraversare il disegno

della Restaurazione, e nello instituire ad ogni costo la Repubblica, mi

facessero meritevole di cosa, che per demerito altrui non si giustifica

mai, voglio dire il tradimento.

Le mie tergiversazioni, per gittarmi poi al Partito trionfatore,

indignarono forse gli animi dei Costituzionali ortodossi, come

hanno commosso i Giudici del Decreto del 7 gennaio 1851, sicchè

vollero venire a mezzo ferro e farne un fine? Questo supposto può

scriversi dai Giudici, ma non può sostenersi da cui goda del bene

dello intelletto, perchè le mie informazioni sì antiche che recenti

m'istruivano che i toscani Popoli avversavano le forme repubblicane.

Riporto a testimonianza di fede, davanti gli uomini di tutti i partiti,

i Documenti che seguono. — Per somministrare schiette e leali notizie

ai miei avversarii, che parteggiavano per la Repubblica impossibile,

domando al Governo di Livorno: «Ditemi se gioverebbe più ad animare o

la idea della difesa della nostra terra, o la idea della Repubblica.

_Intendo che si presenta lo spirito di tutto il Popolo, non già di

una classe o di una fazione._»[643] Rispondeva il sagace uomo Avvocato

Massei:

«Al Cittadino Guerrazzi, Rappresentante il Governo Toscano.

«Crederei più opportuno toccare in genere della difesa della Patria

contro lo straniero, piuttosto che della forma di Governo col Popolo.

Così faccio io nelle mie brevi parole al balcone, e non senza qualche

effetto.»

Avuta questa risposta, insistevo col Dispaccio telegrafico del medesimo

giorno:

«Continui sempre a consultare lo spirito pubblico. Animi per la

difesa del territorio. Purchè vogliamo davvero, difenderemo il Paese

dall'invasione straniera. Chiunque vuol tutelare la Patria, parta

subito e faccia massa a Firenze. Qui si istruiscono, e poi s'inviano

al campo. Essendo uomo di Governo, non le raccomando di ridurre i

Livornesi a temperanza e modestia, e al vero amore della libertà.

«D'Apice è in viaggio. Ricevetelo come merita. Gioventù, alle armi. La

Patria non muore mai.»

Interrogato con diligenza il Prefetto di Pisa, informava sollecito: «La

Unificazione con Roma ha contro di sè l'opinione generale. La difesa

del Paese sarebbe la formula che concilierebbe senza confronto il

maggiore consenso. Ciò ritenuto, il pronunziarsi per questa gioverebbe

in quanto a rassicurare da ogni inquietudine sulla Unificazione. Ma

anche la formula della difesa non va esente dalle difficoltà per lo

spirito delle popolazioni di campagna poco disposte ad adattarsi ai

mezzi di esecuzione. È verità, e bisogna dirlo.»

Il Prefetto di Lucca anch'esso: «La Unificazione con Roma aumenterebbe

i mezzi materiali, ma diminuirebbe i morali religiosamente e

politicamente; nel primo senso sarebbe preferita; nel secondo temuta e

schivata.»[644]

Uguali rapporti venivano dalle altre provincie toscane, i quali non

mi è dato riferire, però che nel Volume dei Documenti dell'Accusa io

non li trovi impressi, e gli Archivii non mi sieno stati conceduti

fin qui. Nonostante questo, è sicuro che tutti suonassero nella stessa

guisa, avvegnadio nella conferenza segreta del 3 aprile io dichiarai

espresso la Toscana procedere, per la massima parte, avversa alla

Repubblica ed alla Unificazione con Roma, e il Ministro dello Interno,

più tardi, nella pubblica Assemblea, adempiendo al suo dovere, senza

rispetto significò: «Vi sono Rapporti dei nostri pubblici funzionarj,

e dei pubblici funzionarj di un ordine più elevato (per esempio i

Prefetti) intorno alla idea della Unificazione della Toscana con Roma.

Se debbo qui fedelmente esporre quello che a me da questi funzionarj

vien riferito, dirò, che la massima parte della popolazione toscana

recalcitra alla immediata Unificazione con Roma: alcuni perfino ne

fanno argomento di timore per non poter conservare l'ordine pubblico,

quando questa Unificazione fosse legalmente e definitivamente

proclamata da questa Assemblea, mentre all'opposto la opinione contro

qualunque ingiustissima invasione straniera potrebbe crescere fino al

furore.»

Nel 2 aprile 1849 indirizzo al signor Presidente dell'Assemblea

Costituente Toscana la lettera seguente:

«Signor Presidente dell'Assemblea Costituente Toscana.

«In coscienza, e sopra l'anima mia, considerate attentamente le volontà

e le cose, io credo che non possa salvarsi, o almeno tentare di salvare

il Paese, laddove non siano dall'Assemblea consentite queste cose:

«1º I pieni poteri non sieno illusione nè facoltà che scappano ogni

momento di mano, ma libero esercizio di pensare e attuare subito quanto

si reputa necessario per la salute della Patria.

«2º Proroga dell'Assemblea a tempo determinato o indeterminato, con

obbligo nel Potere Esecutivo di non risolvere intorno alle sorti del

Paese senza consultarla, — pena la dichiarazione di traditore.

«3º Sospensione di ogni quistione intorno alla forma del Governo.

«4º I Deputati rimangano a Firenze per condursi a richiesta del Potere

Esecutivo, in qualità di Commissarii per la Guerra, nelle Provincie, e

sovvenirlo in altra maniera.

«Per me non vi vedo altra via. L'Assemblea deliberi. Scelga chi vuole

per Capo, Dittatore, o che altro; le parole sono nulla, le cose tutto.

Io sarò lieto di mostrare come deva obbedire chi ama la Patria davvero.

Addio.

«A dì 2 aprile 1849.

«Amico — GUERRAZZI.»

Chiamo i signori Prefetto Massei e Consigliere Paoli a Firenze per

assistere alla Tornata dell'Assemblea del 3 aprile, perchè essi

somministrassero schiarimenti sul modo col quale avevano saggiato

lo spirito pubblico allorquando, a Livorno e a Pisa, lo avevano

detto contrario alla Repubblica, e la opinione loro sostenessero

apertamente.[645] In quel giorno mi viene offerto da Livorno un

Battaglione di Volontarii, ed importa apprendere il come: «Feci

conoscere (scrive Massei) al Ministro dello Interno la necessità

di decidersi per l'accettazione o il rifiuto della offerta di un

Battaglione di Volontarii fatto da alcuni patriotti livornesi,

sotto nome di _Battaglione repubblicano, pronti a renunziare al

nome_.»[646] Ed io rispondo come si legge a pag. 625. Poche ore dopo,

riparando all'oblio del nome, con Dispaccio telegrafico, aggiungo: «il

Battaglione può chiamarsi _Del Fante_, livornese, morto a Krasnoie.

Ritenuto quanto ho detto su le armi e su gli Ufficiali, si metta in

via.»[647]

Nel giorno 3 aprile accadde la Seduta memorabile dell'Assemblea, nella

quale per certo io non lusingai parte repubblicana, nè essa lusingò me,

e fu detto di sopra: in quel giorno stesso certo ufficiale della Posta

mi portava un plico aperto diretto a lui, dove stavano incluse lettere

per gli spettabili signori Ottavio Lenzoni, Cesare Capoquadri, Orazio

Ricasoli, Gino Capponi, conte Serristori, ed altri parecchi, di cui non

rammento il nome, raccomandandogli che facesse recapitarle al domicilio

dei segnati. Sospetto era lo invio; ritenni si trattasse di trame, e il

tenore della lettera breve mandata all'ufficiale confermava grandemente

il dubbio: pure rimisi ai mentovati Signori le lettere col sigillo

intatto, e solo gl'invitai a non volere partecipare ad intrighi,

rendendomi più grave il fascio già troppo per le mie braccia. Ora ho da

dire che commisi al Segretario scrivesse conoscerne io il contenuto, ma

il fatto sta che, non avendole aperte, io non lo conosceva. Siccome al

mondo tutta cortesia non è anche spenta, così qualcheduno, a cui duole

del mio non degno strazio, mi fa tenere per mezzo del mio Difensore una

copia della lettera da lui ricevuta onde me ne valga, la quale dichiara

così:

«Al vero Cittadino.

«Non vi è tempo da perdere. Movetevi una volta con coraggio, senza

timore. La Toscana tutta reclama anche da voi la sua salvezza, ed è

dovere di farlo. Correte, ma subito, dai soggetti in calce notati;

stringetevi con i medesimi, e _d'accordo col Municipio andate da

Guerrazzi per concertare il modo, prima per tutelare l'ordine, e quindi

per salvare la Patria da una invasione austriaca_. Il Principe confida

anche in voi, e i Toscani non dimenticheranno il vostro nome, che sarà

scolpito in un monumento inalzato a eterna memoria dei benemeriti della

Patria.»

N. B. La lettera non ha data, ma ha il bollo di Posta del 30 marzo

1849, ed è scritta, o sottoscritta così: «IL COMITATO DEI VERI

CITTADINI.»

Dunque, nel 3 aprile, nella comune estimativa io non era reputato

avverso alla restaurazione del Principato Costituzionale? All'opposto,

me giudicavano attissimo a restituirlo in Toscana. Dunque allora non

pensava la gente che i miei fatti e i miei detti mi palesassero uomo

capace di tenere due corde al suo arco. Dunque nessuno si avvisava che

io fossi di cuore _doppio_, ma sì all'opposto me tenevano per tale,

da sicuramente confidarmi il disegno del richiamo del Principe, e del

medesimo prendermi a parte.

Quantunque non sia mio instituto esaminare le risposte date dai

testimoni, che l'Accusa stessa ricercò, tuttavolta, occorrendomi

leggere i deposti relativi ai giorni 11 e 12 aprile, poichè mi cade

il taglio mi giova riportare quello che intorno alla mia propensione

di restaurare il Principato Costituzionale dichiarino alcuni

spettabili Cittadini. Il signor Dottore Venturucci, animoso e dabbene,

interrogato se per me si manifestassero tendenze alla Restaurazione,

risponde: «A onore del vero, dirò, che interpellando io il Guerrazzi

come Capo del Potere Esecutivo, mentre si parlava di dover fare una

guerra insurrezionale, su le disposizioni del Popolo Toscano, su

quelle delle Milizie, intorno ai termini della Toscana con gli Stati

Italiani ed Esteri, il signor Guerrazzi si mostrò molto pago di queste

interpellazioni, e si diè a rispondere: — _La disposizione del Popolo

Toscano è manifestamente per Leopoldo II_: la soldatesca si compone di

gente non buona, in ispecie Volontarii; — e rivoltosi _a Montanelli

ch'era tornato di recente_, soggiunse: — dillo tu. — E Montanelli

assentiva con lacrimevole storia. — Inoltre, egli aggiungeva, tranne

che con Venezia e con Roma, non siamo in buoni termini con altri

Governi; _anzi, nè anche con Roma ci troviamo in perfetto accordo, e

nella intimità_ che uomo potrebbe credere, però che il Mazzini quando

stette a Firenze fu poco contento di noi, non avendo io voluto che si

alzassero gli Alberi, nè si proclamasse la Unione con Roma, e dovei

penare molto perchè ciò non si facesse. Noi non siamo in termini

officiali con nessuna Potenza; nessuna ci ha voluto riconoscere; solo

il Ministro inglese mantiene con noi termini officiosi.»

I Giudici del 7 gennaio 1851, questo chiamano _parlare coperto_. «Onde,

— il signor Venturucci continua, — da tutte queste cose, ed _anche da

altre risposte_ del Guerrazzi, sembrerebbe potesse ragionevolmente

arguirsi essere in lui stata la tendenza a operare la Restaurazione

Costituzionale, _e che per questo soltanto cercasse ottenere un voto di

fiducia, e avere in mano il potere assoluto_.»

Vuolsi notare come il Montanelli tornasse di Lunigiana il 10 marzo

1849,[648] e però cotesti discorsi accadevano nel 12 o 13 dello stesso

mese, che secondo il calendario della onesta Accusa succederebbero

il 27 marzo, che fu giorno doloroso per la notizia della battaglia di

Novara.

Il Professore Taddei, schietto e leale, testimoniando del vero, dice:

«Posso rispondere, che dalle sue espressioni sì di quel giorno (12

aprile 1849), che dei _giorni precedenti_, si rilevava benissimo

ch'egli non solo non avversava la ripristinazione della Monarchia,

ma che anzi vi si mostrava proclive. La quale proclività dava a me

fondamento per lusingarmi, che egli volesse e sapesse trovare modo di

fare questo passaggio in conformità del desiderio universale nei modi

più atti _per risparmiare il sangue, e per conciliare nel tempo stesso

la dignità del Paese_.» Nè alla età del signor Taddei si mentisce,

perchè potrebbero fare all'illustre vecchio mali gravi, non lunghi, e

l'uomo compreso nei casti pensieri del sepolcro aborrisce macchiare

d'infamia la veneranda canizie. Di Ferdinando Zannetti ho favellato

altrove. Potrei citare i signori Emilio Nespoli e Avvocato Giuseppe

Panattoni, ma per non allungare di soverchio le citazioni, ed essendo

eglino meno espliciti degli allegati, credo bene porre fine a questo

negozio, che più propriamente è materia dell'Avvocato difensore.

Nè questa opinione furono soli a concepirla i Fiorentini, chè nel

_Messaggere del Galignani_, in data del 7 aprile 1849, occorre questa

notizia: «Leggiamo in una lettera da Firenze del 1º. Corre fama che

Guerrazzi, _il quale non è stato mai partigiano della Repubblica_,

siasi fatto Dittatore unicamente allo scopo di avere più agio a

restaurare l'autorità del Granduca.»[649]

Ed appartiene eziandio a questo periodo il Documento che segue:

_Istruzioni che il Ministro della Guerra dà al Generale D'Apice, state

precedentemente concertate col Capo del Governo_.

«1. Provocherà in Lucca, Pietrasanta, Massa ec., lo spirito pubblico

per la difesa del Paese, mostrando tutti i pericoli della invasione,

e rammentando di frequente gli orrori di cosiffatta sventura. Saggerà

bene il genio del Popolo; e se gioverà, per allacciare più consensi,

lasciar da parte la questione sulla forma di Governo, sì il faccia. —

Però la mobilizzazione deve essere immediata; si metta d'accordo con le

Autorità, e avvenga per amore o per forza, in specie per le campagne.

«2. Destramente conosca, e mi referisca se proclamare la Repubblica e

la Unione con Roma sarebbe adesso argomento di forza, o piuttosto di

dissoluzione.

«3. Avvenendo qualche moto di ribellione o attentato alle vite ed

alle sostanze, secondi le Autorità locali per reprimerlo e punirlo

acerbissimamente.

«4. Non concedendo il tempo ristabilire la disciplina con modi graduali

e blandi, bisogna tentare, se si può, con modi severi. Quindi sia

inesorabile: non raccomando giusto, sapendo quanta sia la giustizia

sua. Per _converso_, largheggi ai meritevoli di ricompense. Faccia

sentire al soldato, la guerra essere un mestiere che giova, il merito

cosa da trarne immediato vantaggio, la disciplina fruttare onore e

sicurezza.

«5. Tenga ilare e _perpetuamente occupato_ il soldato. Qui sta il

gran segreto della disciplina. Il Capitano che può affaticare di più

i soldati gli avrà meglio disciplinati; perchè il lavoro afforza le

membra, persuade la condotta regolare, e stanca la persona. Vorrei si

esercitassero ai lavori di zappa, vanga ec.

«6. Con la solita sua prudenza può mostrare il Generale che la difesa

del Paese, e della integrità del territorio, è cosa che tutti i Partiti

desiderano, e di cui _tutti i Governi_ domanderanno conto ai soldati,

qualora vilmente si ricusino. _Ritornando anche Leopoldo, terrà in

dispregio un'armata che non seppe conservare alla Toscana la Lunigiana,

Massa e Carrara_.»

«7. Difenderà la Frontiera ad ogni costo; e cercherà con ogni diligenza

conoscere gli avvenimenti oltre la Frontiera, così per la parte dei

Piemontesi, come per quella degli Estensi, e ne darà ragguaglio fino a

Lucca con staffetta; da Lucca a Firenze per telegrafo.

«8. Adoprerà tutti i mezzi per accordarsi col Governo Piemontese e

co' Liguri, per far causa comune contro il nemico tenendosi sopra la

difensiva; però non gli si toglie la facoltà d'imprendere l'offensiva

quante volte giovi alla difensiva.

«9. Lo stesso anche più ampiamente dicasi per la parte degli Stati

Romani, che considererà sempre come destinati a formare una stessa

famiglia con noi, se i casi non vogliono altrimenti.

«10. Finalmente vigilerà a impedire qualunque complicanza col suscitare

inopportune quistioni politiche con gli Stati confinanti.

«11. Non gli si raccomanda che in ogni evento salvi l'onore del Paese,

perchè in questo il General D'Apice non ha mestieri di raccomandazione.

«12. Le migliori truppe saranno postate nei passi più deboli della

linea di difesa. — Organizzare una riserva in seconda linea in modo da

soccorrere con celerità i posti attaccati.

«Firenze a dì 1º aprile 1849.

«G. MANGANARO.»

L'Accusa legge con l'occhio cieco del Bano di Croazia l'ordine di

lasciare da parte la quistione su la forma del Governo, e l'altro

d'indagare destramente se la Repubblica piaccia o no; il quale non

era senza arguto consiglio, però che, i partigiani della Repubblica

ponendo nel Generale grandissima fede, io disegnava adoperarlo a

persuaderli efficacemente, in virtù della convinzione che doveva

nascere in lui dal coscienzioso esame dei fatti, a deporre la ubbia

di volere instituita la Repubblica in Toscana:[650] nemmeno apprezza

l'Accusa l'Articolo 6, il quale pure spiega a chiare note, che il

Generale faccia sentire la possibilità del ritorno del Granduca, e

quanto sarebbe per desiderare egli ancora, che il suo Stato intero si

conservasse. Questo è il concetto che parimente dettai nel Manifesto

alla Gioventù Fiorentina, ma qui più esplicito e là più coperto,

siccome consigliava prudenza, chè adesso favellavo con un uomo solo,

e discreto per indole, per instituto obbediente. Si sollevano le

cateratte all'Accusa soltanto allo Articolo 9, dove raccomando di

accordarsi con gli Stati Romani _per fare causa contro il comune

nemico, perchè gli ha da considerare come destinati a formare una

sola famiglia con noi_, SE I CASI NON VOGLIONO ALTRIMENTI. Che cosa

trova qui da riprendere l'Accusa? Forse trattasi qui di _Unificazione

con Roma repubblicana_? Quanto queste Istruzioni negli altri Articoli

esprimono, non esclude simile concetto? E meglio non lo escludono

fino dalla radice il cumulo dei fatti concomitanti? — O dunque che

cosa significa egli cotesto Articolo? — interrogherà l'Accusa. —

Ed io rispondo avere in altra parte manifestato i miei pensieri

in proposito. Il Ministero Capponi,[651] dettando la commissione

al Legato Ridolfi per le Conferenze brussellesi, si palesò vago di

vedere Toscana arrampicarsi su pei greppi degli Appennini, e mettere

un piede in Lombardia; a me cotesti possessi lombardi non andavano a

sangue, e mi pareva che meglio potesse allargarsi verso la Umbria,

memore dell'antica Etruria, di cui furono confini la Magra e il

Tevere; il quale concetto mi parve allora, e ritengo anche adesso,

più classicamente politico, per ragioni che non importa discorrere.

A me piaceva parte degli Stati Romani, non già nella guisa che disse

David quando gli morì il figliuolo avuto da Betsabea: «Poichè non verrà

più a me, io me ne vado a lui;»[652] ma sì nel modo contrario, voglio

dire che, invece di andare a loro, essi venissero a me; onde se, senza

pericolo di commettere tradimento, si può desiderare ampliato lo Stato

da parte di Ponente, non si sa come appo l'Accusa si corra pericolo

di fellonia, piegando questo desiderio a Levante. Io poi giudico, e

quanti hanno pratica delle faccende politiche giudicheranno meco, che

corra necessità assoluta di ampliare i piccoli Stati, conciossiachè,

mettendo pure da parte il riflesso che le difficoltà degli Stati grandi

diventino tribolazioni vere pei piccoli, i tempi (per dire tutto in

una parola sola) impongono l'obbligo di tali spese a cui gli Stati

piccoli non possono sopperire. Avviene per questi come nelle private

proprietà, dove i troppo grandi possessi non recano danno minore dei

troppo piccoli alla pubblica economia, chè in quelli nuoce la inerzia

a usufruttare, in questi la impotenza. Ed a me talora, pensando

lungamente su le condizioni economiche della Toscana, veniva fatto

concludere: «Noi abbiamo gl'incomodi di un guscio di noce armato come

un vascello a tre ponti.» Siffatto mio intendimento poi non avrebbe

dovuto suonare nuovo all'Accusa, poichè mi scoppiò fuori quasi per

forza nella Tornata del Consiglio Generale toscano del 22 gennaio, e

venne con la _consueta carità_ raccolto, ravviato, e messo in vetrina

dallo amico nostro il _Conciliatore_.[653] — E forse nè anche a questo

tacerà l'Accusa, e dirà che simili disegni deggionsi dai Ministri

cacciare via come tentazioni del Demonio; ed io, poichè, tra le tante

e strane vicende della mia vita, mi trovo ridotto anche a questa, di

favellare di politica con l'Accusa, mi permetterò osservarle, che, _se

i casi volevano_, avremmo potuto compensare la Chiesa in Lombardia, a

modo di esempio, col ducato di Parma, che già fu suo, e com'ella sa,

o piuttosto non sa, da Paolo III, nel 12 agosto 1545, dato in feudo

ecclesiastico, reversibile dopo la estinzione della linea mascolina, a

Pier Luigi Farnese; la quale investitura però non tolse, che nel 1718,

in virtù del Trattato della quadruplice alleanza, Art. V, Cap. I, fosse

dichiarato feudo imperiale, senza il consenso del Duca Francesco, come

senza attendere alle proteste d'Innocenzo XIII;[654] e neppur tolse più

tardi che nel 1731 le milizie austriache l'occupassero, per consegnarlo

a Don Carlo infante di Spagna. Tutto questo poi ho voluto raccontare,

perchè l'Accusa conosca che simili composizioni di Stati, e sieno

ancora della Chiesa, si costumino fare senza pericolo di tradimento,

per via di Congressi e col mezzo di Trattati politici. E mi sembra non

presumere troppo di me, se affermo che il mio concetto d'ingrandire,

_se lo volevano i casi_, la Chiesa in Lombardia e la Toscana nella

Umbria, superò in bontà quello di ampliare Toscana in Lombardia, o si

attenda alla Storia e alla antica parentela dei Popoli, o alle comodità

geografiche, o finalmente alle altre tutte cagioni per le quali

avviene che lo accomunarsi piace che succeda, e successo si mantenga.

Che se poi ad ogni modo pretenderà l'Accusa, che i miei desiderii e

presagii costituiscano peccato, senta una cosa l'Accusa: — prometto

confessarmene; — e mi lasci stare.

L'Accusa dirà, immagino: — della commissione del 1º aprile 1849 _ego

te absolvo_, e se a malincuore Dio solo lo sa; ma con altri ganci

ti tengo; ora rispondi: come ti scuserai del Dispaccio del 18 marzo

1849 mandato al Generale D'Apice?[655] — Parmi la risposta breve: nè

lo mandai, nè lo firmai. — Ma egli è composto collettivamente, però

che accenni a _conferenze_ avute col Governo Provvisorio. — Che monta

questo? Il Montanelli come Presidente del Governo Provvisorio si

reputò rappresentare l'ente complesso, e credo dirittamente pensasse;

e tanto è vero che fu così, che sebbene vi adoperi il numero plurale

non pertanto si sottoscrive: G. Montanelli. — Ma dunque come va ch'è

scritto di tuo carattere, tranne la firma? — Il signor Montanelli

praticava un costume assai somiglievole, per quanto leggiamo scritto,

a quello della Sibilla Cumana; notava le cose sue su fogli sparti,

e gli lasciava ora qua, ora là; io uso diversamente, e pongo cura

diligentissima a tenere in sesto non solo lo scrittoio mio, ma anche

l'altrui; e talvolta alle tre ore antimeridiane mi sono trattenuto

allo Ufficio per accomodare le carte arruffate dei Segretarii. Ora il

signor Montanelli avendo conferito col Generale D'Apice, spontaneo

o richiesto gli mandò la commissione in discorso, e lasciò sul mio

tavolino la minuta del Dispaccio neppure sottoscritto; tornato la

sera, vidi il foglio, lo lessi, e parendomi, come veramente era, di

nessuna rilevanza, lo stracciai pel mezzo e lo gittai nella paniera.

Ragionando nel dì successivo delle varie cose del giorno innanzi, il

signore Montanelli mi venne interrogando se avessi veduto le Istruzioni

partecipate al D'Apice; e negando io, egli soggiunse avermene lasciato

sul tavolino la minuta; allora immaginando che accennasse alla carta

gittata nella paniera, la ricercai, ne misi insieme i quattro pezzi,

e domandai se a sorte intendesse di quella. Avendomi risposto per lo

appunto essere, io per gentilezza non consentendo ch'ei la ricopiasse

emendai il fallo involontario riscrivendola; e scritta che fu, lo

avvertii: «E parti commissione questa sufficiente per noi? E pensi

che possa contentarsene il Generale? Siffatta vaghezza mette a strano

partito noi e lui; bisogna essere precisi nello indicare le cose che

vogliamo sieno fatte; altrimenti tu me lo crei di punto in bianco

Dittatore, e ti togli l'adito a mai trovarlo in peccato. Ancora, e

scusami amico mio, — e questa commissione di promuovere gl'interessi

repubblicani della Italia Centrale che cosa significa mai? Questa è

buona per un negoziatore, non per un Generale; questa poteva darsi

dal Direttorio a Buonaparte mandato alla conquista d'Italia; ma a

D'Apice, che ha da starsene in Toscana, io non vedo a che giovi; la sua

commissione è militare, non politica, e meglio importava indicargli

i luoghi della frontiera, ove urge, e noi vogliamo che si afforzi.

Inoltre, gl'interessi repubblicani della Italia Centrale che cosa sono

eglino? Toscana non è confusa ancora con gli Stati Romani, e penso, che

male ciò possa effettuarsi; forse mai, — ed a questa ora tu ne dovresti

essere quanto me persuaso: di più, Toscana non assunse ancora forma

repubblicana, e dubito forte se mai l'assumerà;[656] pertanto sai tu

che cosa mi pare tu abbi ordinato al D'Apice? Che abbandonate le nostre

frontiere, ei se ne vada diritto a prendere soldo dalla Repubblica

Romana.» Sorrise Montanelli, e, come costumava, tutto soave mi rispose:

«Ormai l'ho spedito;» e preso il foglio lo sottoscrisse.

In vero, come avrei potuto dare al Generale cotesta commissione, e

come contestargli essere conforme alle conferenze verbali, se i miei

colloquii e le mie commissioni suonavano diversi? — Il Generale D'Apice

udito in testimonianza depone: «Avendo avuto luogo di recarmi due o tre

volte a Firenze, ho udito in coteste circostanze parole da lui che mi

fecero credere non fosse lontano a ristabilire in Toscana il Granduca

Leopoldo II, e dette maggiormente forza a tali mie supposizioni il

discorso fattomi dal medesimo signor Guerrazzi l'ultima volta che

parlammo insieme, il quale consistè nello avvertirmi che in ogni caso

importava difendere la frontiera, perchè, se tornava il Granduca,

avrebbe avuto piacere di trovare non menomato lo Stato neppure delle

provincie che da cotesta parte gli si erano aggiunte; per la quale

cosa tolto commiato da Firenze e giunto a Lucca riunii davanti a me

i due Tenenti Colonnelli Facdouelle e Fortini, e Colonnello Baldini,

e ripetei loro in sostanza il discorso del signor Guerrazzi,[657]

nè mai alcuno di noi si è occupato di vedere se convenisse più l'una

che l'altra forma di governo, _quantunque fra le istruzioni suddette

vi fosse pure questo incarico_.»[658] Più oltre: «Nel richiedere

al Ministro della Guerra più ampie istruzioni, ebbi in veduta

specialmente la comparsa del Granduca Leopoldo o di altro in suo

nome, _avendo presente il discorso fattomi dal signor Guerrazzi_ sul

possibile ritorno del medesimo Granduca, per cui bisognava difendere

la frontiera; come pure non avevo dimenticato le qualche parole

confidatemi dal Guerrazzi, per cui mi era parso ch'ei non fosse alieno

da trattare il ristabilimento del Granduca.» Non importa notare nemmeno

che il Generale non accenna a un tempo soltanto, ma a tre diversi;

e comecchè mi manchi modo di riscontrarlo, io do per sicuro che la

prima volta e la seconda egli si portasse a Firenze prima del 27 marzo

1849; e ciò avverto onde l'Accusa si vergogni avere, in onta al vero,

sostenuto che simili disposizioni in me nascessero, tardo pentimento,

dopo la battaglia di Novara. Ora, se io avessi scritto al Generale

come suona il Dispaccio del 18 marzo 1849, e gli avessi favellato

come egli depone, avrebbe avuto motivo a dubitare della sanità del

mio cervello. Anzi, dove bene s'intenda, parmi evidente la prova che

cotesta commissione fosse del tutto fattura non mia, imperciocchè io mi

ero lasciato andare fino a fargli sentire la possibilità del ritorno

del Granduca, e quella lo incarica di sostenere la Repubblica; donde

la necessità della doppia origine di siffatte manifestazioni. Per

la quale cosa ammonisco i miei Giudici, che colui il quale tiene con

varie persone discorso diverso può reputarsi talvolta, ed essere, uomo

mascagno; credere poi che un Magistrato parli a un Generale bianco e

gli scriva nero, per lo meno è da matto.

A questo tempo si referisce la seguente lettera, che io scriveva

al signor Consigliere Carlo Bosi, dalla quale si fa manifesto

come io sentissi di coloro, che più si mostravano smaniosi per la

Repubblica.[659]

«Al Governo di Livorno.

«Qui non può farsi nulla. La Patria versa in grandissimo pericolo.

Io ne ho assunto la malleveria davanti agli uomini e a Dio: voglio

riuscirvi, o morire: ormai della vita poco m'importa, anzi mi pesa.

Ordino pertanto sia posto termine alle perturbazioni manifeste e

segrete contro il Governo, e contro la quiete pubblica. Chi sono

gl'infami che altro non sanno che dividere la Patria e spaventare

la città, senza mai — mai prendere uno schioppo e arruolarsi nella

milizia finchè dura il pericolo? Wimpfen ha minacciato in Casale

con 10 mila Austriaci mettere capo a partito alla Italia Centrale;

ma non sono 10 o 20 mila Austriaci quelli che temo, sibbene questi

commettitori di scandali. Voi mi farete esatto rapporto di quanto

avviene, indicandomene gli autori; e quando vi ordinerò arrestarli,

voi non dovete porre tempo tramezzo, fosse mio fratello: altrimenti

renunziate. Oh! è facile sostenere la Repubblica con la gola fioca di

acquavite e di fumo; con la opera poi la cosa è diversa. Il Popolo

non si disonori con atti brutali: s'invigili cautamente il contegno

di tutti; se commettono fallo, si raccolgano prove e mi si rimettano.

Per suscitare la forza bisogna sia forte la Legge. La Inghilterra,

che non ci avversa, dichiara che dove continuino in Livorno gl'insulti

alle persone, ai Consoli, alle Insegne ec., provvederà al Paese come

già fece a Lisbona. Per Dio! mi viene il sangue al viso. Badate i

retrogradi; vi sono, e vanno puniti: ma

«1º Non si ha a scambiare retrogradi co' paurosi.

«2º Quando si mette la mano addosso a qualcheduno, conviene avere

ragione: se no, se poco amico, diventa avverso; se nemico, cresce

nell'odio.

«Dei perturbatori non so che farmi. Gli uomini liberi sono gravi,

animosi e operosi. Tali furono gli Americani, e così vinsero.

«Partecipi questi miei sensi al Popolo Livornese, e gli dica che me ne

appello al giudizio loro, all'onore, alla carità patria, e alla fama

che pel mondo si sono guadagnata grandissima. Viva la Libertà! Viva

Livorno! E chiunque è valido alla frontiera.

«GUERRAZZI.»

«P. S. Al Proclama aggiunga eccitamento a marciare; — vengano ad

arruolarsi; — gli mandi a Firenze con armi; — mandi armi — armi — armi.

— I gradi a chi sarà meglio reputato capace. — Come affidare il sangue

nostro a cui non sa nulla?»

E meglio la mia opinione intorno agl'improvvisi fattori della

Repubblica può dedursi da quest'altra lettera che indirizzava ad un mio

fidatissimo e congiunto, comecchè di lontana parentela.[660]

«Caro Giorgio,

«Viene costà Adami: a lui parla del negozio di cui mi scrivi. — Pei

male intenzionati — lascia fare. Il tempo non è per loro. Quello che

mi duole, senza punto sbigottirmi, si è che persone amiche — o che

si dicono — o che si dissero amiche, invece instruirsi, emendarsi e

attendere con discretezza, vogliono Repubblica, perchè:

«Non hanno da noi

«Danaro pel giuoco,

«Danaro per le donne,

«Danaro per l'osteria.

«Ma la Repubblica esige più severa virtù del Principato. Addio.

«GUERRAZZI.»

Nel giorno otto aprile furono spediti 27 Deputati in Provincia;

quantunque non si ponesse studio a scerre i nomi, e questo per probità,

nondimeno sostengo, che 18 almeno di quelli appartenevano al Partito

Costituzionale; e con protesta di non pregiudicare agli altri, che

trovo notati alla pag. 226 dei Documenti dell'Accusa, parmi che sieno:

Guerri Francesco, Giorni Donato, Nespoli Emilio, Panattoni Lorenzo,

Sestini Giuseppe, Socci Gaetano, Biondi Marco, Frangi Riccardo, Del

Sarto Eduardo, Vivarelli Tommaso, Giusteschi Napoleone, Paoli Tommaso,

Micciarelli Elpidio, Brizzolari Enrico, Barsotti Giuseppe, Becagli

Luigi, Turchetti Eduardo, Palmi Gregorio. Le Commissioni scritte

ch'ebbero dal Governo furono:

«Cittadino Deputato,

«I Rappresentanti del Popolo i quali, a forma delle già pubblicate

istruzioni, si recheranno nelle Provincie ad eccitare i Giovani alla

difesa della Patria in pericolo, ed a raccogliere le armi di coloro

che non sono in grado di adoperarle, sono investiti dei supremi poteri

per conseguire tutto ciò che può condurre ad ottenere questo intento.

A tale effetto sono autorizzati a servirsi dell'opera dei Pretori e

dei Gonfalonieri del Distretto nel quale si recheranno, con facoltà

anche di sospenderli dalle loro funzioni, e proporne la destituzione al

Potere Esecutivo, qualora non corrispondessero alle premure che sono in

obbligo di darsi per coadiuvarli.

«Però voi, Cittadino Deputato, recandovi nella vostra Provincia, siete

autorizzato in forza della presente Ministeriale, a procedere alle

sopraesposte misure, qualora non troviate nei pubblici funzionarii

quell'attitudine e buon volere che dai tempi si esigono, informando

immediatamente il Governo dei motivi che vi avessero indotto a prender

queste misure, e con piena responsabilità del vostro operato.

«Informate il Governo intorno a quei Ministri del Santuario, che,

postergando al sacro dovere di una Religione di carità e di amore

gl'interessi di Casta, tradiscono insieme al mandato di Cristo le

speranze della nostra Patria, affogando le Libertà, prezzo di tanto

sangue e di tanti sacrifizii.

«Date opera a crear Comitati che si occupino di raccoglier denari,

ed oggetti per coloro che si mobilizzano; a procurar soscrizioni

di Cittadini che si obblighino a soccorrere le Famiglie di coloro

che, mobilizzandosi, le lascerebbero nella indigenza. E di ciò è

urgentissimo occuparsi, perchè, con questa sicurezza, avremo fra

i combattenti anche coloro, che, trattenuti dalla indigenza della

famiglia, non si muoverebbero.

«Vigilate perchè questi Comitati non si istituiscano inutilmente, ma

operino con ardore, al quale effetto usate molta avvedutezza nella

scelta delle persone che dovranno comporli.

«Non trascurate la parte più sensibile della umana famiglia, le Donne.

Profittate della sensibilità del loro cuore, il quale, infiammato,

è capace degli slanci più sublimi. Levatele all'altezza delle

circostanze, affinchè esse pure ci aiutino, procacciando oggetti di

vestiario, fasce e fila pei feriti, ed ispirando coraggio nei Giovani,

i quali non sapranno allora ricusarsi dall'affrontare i pericoli.

«Operate adunque, operate, ed il Paese, ne siam certi, saprà pienamente

corrispondere.

«Li 8 aprile 1849.

«Devotissimo — MARMOCCHI.»

Nel 9 aprile erano trasmessi ordini pel ritiro dei moschetti ai

Circoli,[661] la quale operazione consumata, toglieva, in certo

modo, l'ultimo dente alla Fazione. Tutti i provvedimenti onde la

deliberazione del giorno 15 riuscisse libera, pacata e solenne, essendo

stati presi, mi addormentai sicuro fra l'ultimo puntello e il naviglio

su lo scalo. Anche la mano di un nano bastava ad abbatterlo, e il nano,

maligno com'è natura dei nani, venne, e lo abbattè, procurando per

gratitudine, che il legno precipitando mi passasse proprio sul corpo.

Questo è il dramma; rappresentato a Firenze, spettatrice Toscana. I

Toscani adoperino i diritti della Platea verso, o contro coloro, che

bene o male sostennero la propria parte.

Insieme alla commissione scritta caldissime preghiere ricevevano a

voce, che convinti per nuovi e proprii sperimenti del desiderio della

universa Toscana, di ritornarsi al suo Statuto, nel giorno designato

(15 aprile) convenissero in Firenze a sostenere la proposta che avrebbe

fatta il Capo del Potere Esecutivo; e fu nel 9 aprile 1849, che il

signor Filippo conte de' Bardi, recatosi dal signor P. A. Adami, gli

favellò in questa sentenza: «Parlare in nome suo e dei Deputati della

maggiorità rimasti in Firenze; pregarlo a farmi, di quanto sarebbe

per dirgli, speciale partecipazione: per impedire, avere io fatto

abbastanza; ed egli, comecchè della persona pessimamente disposto,

essersi condotto all'Assemblea a fine di sostenere il Governo nel

suo contrasto alla Unificazione con Roma: ora correre urgentissimo

il bisogno di tôrre il Paese dalla incertezza; non dubitassi; nella

Tornata del 15 aprile, proponessi francamente il partito di restaurare

il Principato Costituzionale, che mi avrebbero circondato tutti per

sovvenirmi co' voti, e al bisogno con la persona; questo poi esporre

a lui onde me lo referisse, perchè non gli era occorso mai di trovarmi

libero così, da potere tenermi prudentemente siffatto linguaggio.» P.

A. Adami conferì meco intorno alla proposta del conte de' Bardi, ed

io l'accolsi con animo volonteroso, dicendo al medesimo che bisognava

trovarci pertanto nel 15 aprile tutti al nostro posto, per la quale

cosa io non avrei potuto concedergli per la prossima domenica il

consueto permesso di recarsi a visitare la famiglia a Livorno; e questo

fu il motivo che indusse Adami a partirsi a mezzo della settimana

per casa sua, e gli giovò, salvandolo dal trovarsi nei giorni 11 e 12

aprile a Firenze.

Ciò posto, senza ira come senza rancore, e favellando di me come di un

morto, uomini del Municipio di Firenze e della Commissione Governativa,

udite:

Cosimo Ridolfi, dando facile orecchio a parole di astio, o di superbia,

o di avventatezza sconsigliata, procedè meco nel giorno ottavo di

gennaio 1848 in Livorno ingiusto e leggiero; io nel risentimento,

eccessivo. S'egli avesse profferito una parola, una parola sola (che

fra gli onesti è dovere, perocchè, dopo il primo onore di non far

torto a nessuno, venga subito l'altro di confessarlo fatto), io che

mi sento di assai placabile natura di leggieri avrei dato all'oblio

il brutto caso, nel quale anche oggi va ficcando le mani l'Accusa,

scompigliandone le ceneri per tentare se vi fosse rimasto nascosto

qualche mal tizzo sotto: ma questa parola non disse il Marchese; e

volle tramare di orgoglio la tela ordita dalla ingiustizia, ed io

crebbi nella intemperante querimonia; però le mie parole non furono

pese a lui, come le sue catene a me. Ad ogni modo avemmo torto da

una parte e dall'altra. Alla più trista, poniamo la partita saldata,

e non poteva essere questa pel Municipio di Firenze e la Commissione

Governativa causa per nuocermi.

Quando il Principe chiamò nei suoi Consigli il marchese Gino Capponi,

io ne fui lieto, stringendomi a esso amicizia ventenne; e subito

gli mostrai come io intendessi sostenere il suo Ministero, dacchè,

sapendo in quei giorni stremo di pecunia lo erario, gli proposi, per

conforto dei miei amici di Livorno, di sovvenirlo di 6 od 8 milioni di

lire, e di ciò fa fede la lettera che leggiamo stampata a pag. 3 dei

Documenti.[662] Non piacque il partito; ma pure esso dimostra le voglie

pronte di procedere parziale al Ministero Capponi: dunque per questo,

Municipio fiorentino e Commissione Governativa, non potevate muovervi

a farmi danno.

Io scongiurai l'amico prima, poi il Ministro Capponi, a trattenersi dal

mandare armati a Livorno, condottiero Leone Cipriani, per reprimere

tumulti, a comporre i quali parve ad altri ed a me dovessero bastare

i provvedimenti ordinarii; ma ei non mi volle ascoltare: quello che

avvenne non importa dire; così si potesse dimenticare! Livorno era

lasciata in balía di gente perversa: andai, la mantenni alla devozione

del Principe, la preservai dall'anarchia; non mi fu grato, non dirò

Gino Capponi, ma il Ministero Capponi; all'opposto mi si mostrò nemico,

mi abbeverò di amarezze, mi saziò di umiliazioni: tacqui, soffersi, e

quante volte parlai, o scrissi di Gino Capponi, lo feci con rispetto, e

l'ho dimostrato: dunque per questa causa non sembra che voi, Municipio

e Commissione, aveste motivo di offendermi.

Il Ministero Capponi mi allontana da Livorno, come si legge che

gl'Israeliti cacciassero i lebbrosi fuori del campo; ed io, senza

lagnarmi, lascio libero il seggio al signor Montanelli, e mi riduco,

senza pure aspettarlo, a Firenze, mostrando a prova la inanità dei

brutti favellii, che me, calunniando, susurravano agitatore del Popolo

livornese per libidine d'impero; ed anche qui, se non erro, non vedo

che il Municipio fiorentino e la Commissione Governativa avessero

materia per danneggiarmi.

Il signor Montanelli bandisce a Livorno la Costituente Italiana di

concerto col Ministero Capponi;[663] il Ministero depone lo ufficio;

_però, consultato, delibera quale successore abbia ad accettare, ed

uno, proposto, fervorosamente n'esclude, che non era il nostro_. Il

Municipio livornese, condottiero Fabbri, bene si reca a Firenze per

rappresentare al Principe il voto del Popolo di cotesta città, che me

desidera assunto al Ministero, ma protesta solennemente farlo, come

semplice espressione di desiderio, senza punto intendere menomargli la

prerogativa regia di scegliersi liberissimo i suoi Consiglieri. Intanto

una Deputazione di spettabilissimi cittadini di Firenze recavasi dal

Granduca, e, venuta al suo cospetto, per mezzo del sig. Professore

Ferdinando Zannetti gli favellava in questa sentenza:

«Altezza!

«Mossi noi qui presenti dal desiderio di vedere riconciliato Livorno

col Governo, e di evitare civili discordie, noi sottoponghiamo al senno

di V. A. la proposta di commettere al signor Professore Montanelli

lo incarico di formare il nuovo Ministero. Questo poi facciamo,

accertati che il Ministero attuale siasi dimesso, e con parola di

onore assicurati dal signor Montanelli, che conserverà il Principato

Costituzionale, ed eviterà, _se gli sarà possibile_, di tôrsi a collega

il signor Guerrazzi.»[664] E la Corona rispondeva, ammonendo essere

per lo Statuto fondamentale riposta in sua piena volontà la scelta del

Ministero, alla quale avvertenza il signor Zannetti con modesto parlare

soggiunse: «Altezza! Non cadde mai nel mio animo, nè in quello de'

miei compagni, di venire a imporle un Ministero; ma il solo desiderio

accennato testè, fu quello che ci mosse a umiliarle la nostra proposta,

come mero e semplicissimo voto: onesti, come ci studiamo essere, noi

ci saremmo guardati bene dal presentarci all'A. V. dove non avessimo

riportata dal signor Montanelli la parola della intera conservazione

del Principato Costituzionale.»[665] L'A. S. poi me non accettò se

prima non ebbe consultato in proposito Lord Giorgio Hamilton e il

marchese Gino Capponi, e questo so per confidenza onorevolissima

che mi venne fatta dal Principe stesso, sicchè qui non vedo peccato

che dovesse concitarmi l'odio del Municipio e della Commissione

Governativa.

E prima condizione del mio accettare la proposta del Montanelli fu, che

si conducesse dal marchese Gino, e in suo e in mio nome lo pregasse a

volere presiedere il Ministero nostro; egli ci rispose, come altrove

ho narrato; ma certo per me non gli si poteva dare pegno maggiore di

devozione e di stima: onde anche da questo mio contegno non vedo che il

Municipio e la Commissione Governativa potessero ricavare argomento di

rancore contro di me.

Portai la Costituente come Simone il Cireneo; le tolsi il vano e il

maligno, la ridussi nella condizione di potersi dividere, e in parte

accogliere, in parte aggiornare, e, venuto il tempo, anche per la

parte aggiornata adoperare a tutela dello Stato; discussa fu; voi

l'accettaste a pieni voti nel Consiglio Generale, a pieni voti in

Senato la confermaste: onde io credo che per questo, Municipio e

Commissione Governativa, non potevate appuntarmi, molto meno farmi

sopportare non degne pene.

Alla sicurezza pubblica e privata, Ministro dello Interno, provvidi

quanto e meglio di voi, e in termini dei vostri più deplorabili assai;

imperciocchè, se anche voi confessaste trovare insufficienza negli

ordini infermi, quale non la dovevo sperimentare io, quando, colpa o

fortuna, voi mi consegnaste questi ordini del tutto disfatti? Quindi io

penso che da ciò, o Municipio di Firenze e Commissione Governativa, non

abbiate potuto desumere cagione di mal talento contro di me.

Come avreste potuto, o uomini che componeste allora il Municipio

Fiorentino, redarguirmi di essere rimasto al Ministero, se pel

Gonfaloniere vostro premurosissime istanze mi faceste onde io non

deponessi lo ufficio, e con magistrale deliberazione lo inviaste,

insieme ad altri spettabili personaggi, a Siena per interporsi

mediatore fra il Principe e il suo Ministero, affinchè la dimissione

mai dal maestrato non avvenisse?

La notte dell'8 febbraio 1849 non mi assistè al fianco, chiamato,

l'onorevole vostro Gonfaloniere? Non udì le provvidenze, non approvò,

non confortò, e, piena la mente di quanto aveva udito e approvato,

non bandì la mattina che il Governo aveva provveduto alla salute

pubblica: i Cittadini quietassero? Municipio fiorentino e Commissione

Governativa, voi non mi potevate perseguitare per questo.

Vi disprezzai Membro del Governo Provvisorio? No certo, poichè voi il

_Governo sorto dalla necessità approvaste_, e gli prometteste _leali

soccorsi_, e così in magistrale deliberazione dichiaraste. Vi ascoltai

per l'abrogazione della Legge Stataria, vi ascoltai per le armi

distribuite al Popolo; e se due volte, due sole volte rimproveraste,

se non prendo errore, parmi poterne dedurre, che tutto l'altro vi

giovò e piacque. Il Municipio sovvenne il Governo nella esecuzione

delle Leggi su la Costituente Toscana, nel negozio delle armi, nella

Commissione per riorganizzare la Guardia Nazionale, di cui fu chiamato

a fare parte anche il signore conte Digny;[666] col Gonfaloniere

soventi volte conferimmo intorno alla Unificazione con Roma; e cadendo

d'accordo intorno alla impossibilità di promuoverla con profitto

fra noi, stabilimmo avrei adoperato ogni sforzo per impedire che la

Fazione Repubblicana la spuntasse a furia di Popolo, e per fare in modo

che tutto il Paese con solenne e pacato voto intorno alle sue sorti

decidesse. Qui dunque non ho peccato, onde voi, o Municipio fiorentino

e Commissione Governativa, aveste dovuto rompermi come una canna

fracida.

Da voi pure venne il consiglio di sciogliere il Parlamento e

interpellare il Paese col suffragio universale, e non una volta,

ma due; anzi da voi la minaccia che, dove il Governo di ciò fare si

fosse astenuto, i Deputati avrebbero rifuggito di adunarsi più oltre;

onde anche per questa parte, o Municipio di Firenze e Commissione

Governativa, io confidava andare immune dal rigore delle ire vostre.

E certo poi non meritai ira siffatta allora quando sofferto fu da

ciascuno, che la Fazione Repubblicana gavazzasse imponendo le sue

leggi al Paese, ed io solo, presente il Gonfaloniere del Municipio di

Firenze, felicemente mi opponeva a quella.

Nè immagino già avervi dato, o Municipio Fiorentino e Commissione

Governativa, causa di straziarmi allorchè curai che l'elezioni per la

Costituente Toscana accadessero liberissime; e se copia maggiore di

Costituzionali elettori non concorse a votare, certo non fu mio errore,

e voi lo confessaste, comecchè il numero non si potesse chiamare

scarso.

Ditemi, egli è perchè io usciva a risico della mia persona per tutelare

i cittadini, o perchè toglieva le armi alla gente dei Circoli, o

perchè ostava che la Repubblica per acclamazione si votasse, o perchè

solennemente dichiarai, e feci dal Ministro dello Interno dichiarare,

che la Toscana si mostrava aliena dalle forme repubblicane, o piuttosto

perchè mi accinsi dietro i _vostri conforti a salvare quel più che

si potesse di onore e d'indipendenza nazionale_, e mandai Deputati

in Provincia a consultare lo spirito pubblico al doppio scopo che la

restaurazione del Principato Costituzionale avvenisse per consenso,

senza discrepanza, di tutti, e che lo Stato si difendesse, o almeno di

difenderlo come ce ne correva l'obbligo si tentasse; — egli è per tutto

questo, o Municipio, io domando, e Commissione Governativa, che voi mi

avete tradito? Forse vi ravvisaste, e pensaste avere potuto provvedere

meglio da voi stessi; ed io vi ho detto, e vi ridico adesso, che non vi

biasimo, anzi, di questo vi lodo, e meco tutto il Paese vi loda e ve

ne rende grazie; voi dell'opera vostra andate alteri, e ne avete ben

donde: ma v'era bisogno che voi mi tradiste per completare la vostra

gloria? — Ma no: per avventura, in quei momenti estremi, io da me mi

mostrai diverso? inasprito, smentii in un giorno tutta la mia vita, e

commisi sevizie, o provocai le turbe livornesi a irrompere sopra questa

bella madre Patria a guisa di Barbari? — Nessun sospetto arrestai,

nessuno bandii; anzi, amorevole gli ammoniva affinchè si guardassero.

M'inganno; ad uno solo ordinai partisse, e tosto; e chi fu egli mai?

Niccolini, quel mio preteso cagnotto e lancia spezzata per commuovere

i Popoli ad acclamare Repubblica.[667] Vediamo se l'altro addebito mi

si conviene. — E avvertite che io raccolgo Documenti cascati dalle

mani dell'Accusa aperte come i lucchetti dello avaro, sicchè quando

saranno posti a disposizione mia gli Archivii, COME GIÀ FURONO ALLA

DIREZIONE DEGLI ATTI, potrò, spero, essere più completo. Antonio Fossi,

Segretario del Governo di Livorno, nel 9 aprile 1849 a ore 5 e 30

min. pom., per via telegrafica mi avvisa: «Il Popolo ha occupate le

carrozze per seguire i Volontarii. Le misure prese a nulla hanno valso.

Il Governatore e il Gonfaloniere accorrono alla Stazione per riparare.

Mi ordinano prevenirla pel possibile di un ritardo nello arrivo.»[668]

Lo egregio amico Giorgio Manganaro, nel giorno 10 aprile 1849 a ore 1

e 15 min. pom., per telegrafo annunzia: «Oggi il Popolo di Livorno è

tornato alle solite improntitudini. Comunque avessi fatto presidiare

la Stazione da numero 60 Guardie Nazionali, questa è stata invasa da

più di 600 persone, le quali si sono impossessate delle carrozze e dei

vagoni, e con estrema violenza hanno voluto viaggiare gratuitamente.

Mi sono trasferito col Gonfaloniere sul posto, ma la opera nostra è

andata perduta, e la mia voce è stata impotente per farli rientrare nel

dovere.»[669]

Ora sentano un po' come io coteste ribalderie provocassi e confortassi:

«Al Governatore di Livorno. — 10 aprile ore 3 antim. — Se il

Governatore ha senno, faccia indagare subito quali fossero le persone,

ne ordini l'arresto di notte, e le mandi a Volterra: facciasi tutto

prima del giorno.»[670]

Alle ore 11 e 40 min. pom, del medesimo giorno: «I Livornesi, per

_improntitudine di alcuni_, suscitano perigliose discordie quaggiù;

pure vengano e saranno accetti.»[671]

Nel giorno 11 aprile, ore 1, min. 55 pom.: «La Strada ferrata Leopolda

non continua le sue corse per cagione della _insolenza livornese_.

Vedete quanto danno questo produrrà al commercio. _Bisogna tutelare la

Stazione con ogni mezzo_.»[672]

Nel medesimo giorno, a ore 3 e m. 21 pom.: «Insisto pei disordini della

Strada ferrata. La Società sospende le corse. È cosa intollerabile.

Si dichiari alla città che ella è unica in queste prepotenze. È un

furto. Si faccia conoscere. Appena giunti a Firenze ne prenderemo 10

per cento, e gli manderemo a Volterra. Questi sconsigliati rovinano il

commercio, e fanno perdere la reputazione al Paese. Provvedete. FIRENZE

SI MUOVE PIÙ TARDI, MA PIÙ DIGNITOSA.»[673]

E detti ordini perchè buona mano di costoro si arrestasse, e mandai

cavalli a posta; ma fra lo spandersi ch'essi fecero per i campi, e

gl'impedimenti opposti dalle barriere della strada ferrata da una

parte, e dall'altra la ritrosia della nostra milizia a operare cosa

che valesse, ebbero modo a fuggire. Ancora nel medesimo giorno, alle

ore 4, m. 35 pom., domando al Governatore di Livorno: «È vero, che

il Governatore di Livorno abbia risposto, credersi impossibilitato

a impedire, che le turbe invadano i vagoni a Livorno? È vero, che

abbia affermato, non potere impedire questo successo oggi e domani?

L'Amministrazione ha sospeso le gite da Pisa a Livorno per questo

motivo.»[674] Più tardi alle ore 5 e m. 20 pom.: «Il Capo del Potere

Esecutivo chiede se altra gente sia partita o partirà da Livorno.

Vengono Livornesi senza pagare? Sì, o no?»[675]

Questi Documenti parlano per me, e non sono soli; scelti dalla mano

dell'Accusa, certo non è da credersi, che cogliesse rose in fiocco

perchè io me ne tessa ghirlanda; e tuttavolta bastano.

Avete considerato voi con quanto, non dirò studio, ma accesissimo zelo

io proteggessi le strade ferrate, e qui e a Lucca e da per tutto, non

solo allora, sibbene in ogni tempo? E pure mi affermano per sicuro,

che uomini a me noti per antico commercio, e nelle loro richieste

soddisfatti sempre, nel giorno 12 aprile 1849 di subito, senza causa

come senza consiglio, mi si mostrarono avversi, e togliendo seco gli

operaj, e le guardie della Strada, ne componessero una schiera, e

costituitisi capitani di gente eletta muovessero a gridarmi: «_Morte!

Morte_!» Se questa cosa fosse vera, bisognerebbe dire, che coloro i

quali hanno che fare con la Strada di ferro, talvolta terminano col

parteciparne la durezza; e di più non dico. Esamineremo in breve se pei

fatti dei giorni 11 e 12 Aprile meritassi essere tradito.

Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi · 第 41 / 82 题