Mio disegno; motivi che lo persuasero, ed espedienti per conseguirlo.
Come il tempo negli antichi marmi corrompendo taluna lettera, e tale
altra consumando, rende le iscrizioni a leggersi difficili, così la
forza degli eventi, esercitandosi sopra le opere dell'uomo politico,
quasi sempre ne scompone il disegno; però, nel modo stesso che periti
archeologhi sanno ricostruire le prime, e ridurle ad ottima lezione,
uomini che la scienza del governo degli Stati professano, indagando,
ritrovano in mezzo alle scosse della fortuna, e alle deviazioni della
necessità, il concetto dell'uomo politico. — E non sarà soltanto legge
di giustizia storica, bensì di giustizia universale, giudicarlo non
già con le norme assolute del retto, e del giusto, bensì con lo esame
dei tempi nei quali visse, e degli avvenimenti che lo costrinsero ad
operare.[551] Che se questa sentenza dettata da Ugo Foscolo fu reputata
vera, ragionando dello scopo di Gregorio VII, tanto maggiormente
deve accettarsi nel mio, in quanto che le forze del tempo, se meno si
presentavano ardue a dominare, più inopinate e furiose imperversavano a
scuotere. Io però rinnegherei la esperienza e la verità, se o credessi
o affermassi, che agevolmente dagli uomini politici si renda giustizia
agli uomini politici loro contemporanei: chè da un lato le Fazioni
pervertono lo intelletto, il giudizio per passione si corrompe; e
sovente eziandio, più che non converrebbe a spiriti elevati, invece
di affaticarsi a cercare il vero sotto la fronte prima delle cose,
pigramente si accomodano alla volgare sentenza. Onde, a senno mio,
non le preghiere soltanto, come disse Omero, sono zoppe e losche, ma
la verità altresì, avvegnadio veda a poco per volta, cammini tarda,
e troppo spesso non giunga neppure in tempo a chiudere gli occhi al
travagliato dalla fortuna e dagli uomini. M. Lamb, che fu poi Lord
Melbourne, con aggraziata e verace scrittura deplorò la condizione dei
Ministri di Governo, la quale mi piace referire onde si veda se questa
sia stoffa da mettersi fra dita di uomini rusticani, e per di più
maligni:
«Le geste del soldato si compiono davanti alla faccia del sole, alla
luce del giorno, presenti i compagni, e i nemici contro i quali ei
combatte. Tutti le vedono, le conoscono tutti; nessuno le contrasta,
o le attenua. La fama tosto pel mondo le spande: e tosto il premio
di lode dovuto ai salvatori degli Stati ricevono. Il sagrifizio di un
_Ministro_ e la devozione dell'uomo di Stato sperano invano ricompense
siffatte; però che gli sforzi loro adoperandosi più spesso a prevenire,
che a comprimere grandi vicissitudini, avviene che rimangono oscuri,
ignorati, esposti a tutte _le false interpretazioni della ignoranza e
della mala fede_. Li criticano, li accusano, e li condannano, mentre
all'opposto meritano il plauso della Patria non ingrata. Quante e
quante volte questi sforzi generosi e penosi vanno obliati in mezzo
alla pubblica sicurezza mantenuta da loro, o alla prosperità per essi
iniziata!»[552]
Ora il mio disegno da alcuni in parte si disprezza, in parte si nega;
da altri si confessa, ma si calunnia, e acerbissimamente riprendesi.
Qui emmi venuta in testa certa fantasia di raccontare una storiella, la
quale, comecchè alla mestizia dello argomento non convenga, pure alle
fortune che provo maravigliosamente si accomoda; ed è questa. Fu già
un Dottore, ma non ricordo il nome, di assai tenera pasta, al quale,
quantunque volte gli capitava operare qualche bene, pareva proprio
andare a nozze; e malgrado che da questo suo costume gliene fossero
venuti fastidii non pochi, e molestie grandi, pure non si sapeva
ridurre a mutarlo. Ora accadde, che, passando per certa contrada,
s'imbattesse in un marito ed in una moglie, i quali con una pertica
e con un bastone si ricambiavano _univoci_, e non _equivoci_ (come
direbbe l'Accusa), segni di coniugale affetto. Il buon Dottore acceso
di sdegno cacciavasi risoluto in mezzo agli arrabbiati, e, messa la
destra al petto dell'uomo, la sinistra non so in qual parte della
donna, teneva l'uno dall'altra lontano, esclamando: — «In questa
maniera, sciagurati!... per voi si rappresenta la Unione di Gesù
Cristo con la Chiesa? Così si fa bugiardo il primo padre Adamo, quando
disse, che marito e moglie sarebbero stati due in una carne sola?...»
E continuava a dire; ma il marito, accigliato, gli rispose: «E che
cosa importa a lei dei nostri fatti?» E la moglie dall'altra parte:
«O come entra lei nei fatti nostri?» E poi marito e moglie insieme:
«E se ci vogliamo bastonare, o che cosa gliene ha da premere? Se
tanto bastonassimo lei!... e se lo meriterebbe... se lo merita....
io lo bastono... tu lo bastoni... noi lo bastoniamo...» E i coniugi
coniugarono il verbo bastonare sul corpo del Dottore. Gliene dettero
cento, tanto erano e giustamente infelloniti costoro; ma il povero uomo
non sentì le dieci, chè cadde alle prime percosse malamente ferito sul
capo. Il Cerusico, accorso, prima di medicare la piaga, prese co' suoi
ferri a scandagliarla, onde il Dottore traendo doloroso guaio: «Ohimè»
disse, «che cosa fate, Cerusico?» E il Cerusico a lui: «Io tasto per
vedere se vi hanno offeso il cervello.» — «Ah! Cerusico mio» soggiunse
il ferito, non istate a perdere tempo, fasciatemi il capo addirittura;
e vi pare egli, che se avessi avuto cervello mi sarei messo in mezzo
a scompartire moglie e marito?» — Così è, voi troverete la storia dei
moderatori dei Partiti in tutto uguale a quella del Dottore e alla mia.
Ma, delle due Fazioni, per ora parlerò intorno alla prima rappresentata
dagli Accusatori e dai Giudici, intervenuti fin qui in questa
lamentevole procedura. La parte che da loro adesso si tiene a vile,
e la pubblica e la privata sicurezza difese; e sta bene; voto di
naufrago, passato il temporale, raro si ricorda: la parte che si
nega, è che, _consentendo io a quello che formava allora, e conosceva
sperimentalmente formare il desiderio della parte grandissima del Paese
(voglio dire stabilire ed usare le libertà costituzionali), procurassi
con ogni mezzo legale e leale, senza neppure atomo di comodo privato,
che con modi civili la universalità del Popolo la restaurazione dello
Statuto decretasse_.
Ma se altri lo impugna, a me basti averlo dimostrato fin qui, e
compirne adesso la dimostrazione. Ho detto come a simile intento per
me fossero adoperati di due maniere partiti: i primi di resistenza, i
secondi d'iniziamento. Mi si conceda toccarli succintamente da capo,
per mostrare poi quanto sembrasse la conclusione propostami razionale
e onorevole.
Rispetto ai primi, la resistenza fu opposta alla forza, all'astuzia e
alle adulazioni. — La forza apparve materiale e morale; e poichè anche
sommarne i capi saría troppo lungo lavoro, mi commetto alla benevola
memoria del leggitore. — Astuzia fu la insistenza per la proclamazione
provvisoria della Repubblica, salva la conferma dell'Assemblea; —
astuzia le otto proposte preliminari per la Unificazione, del 27
febbraio, quasi accettate dal Presidente del Governo; — astuzia i due
Ministri romani, ordinario e straordinario, qui fermi per sollecitare
ogni momento; e i due ambasciatori straordinarii mandati il 15 marzo
per isforzare la Unificazione immediata;[553] — Ciceruacchio, _alla
testa di una Deputazione del Popolo di Roma portante il voto del
medesimo per la unificazione con la Toscana_, nel 17 marzo non già da
Livorno direttamente avviatosi a Firenze, ma aggirantesi per Pisa,
Lucca, Valdinievole, Pistoia e Prato, onde _concionare_ i Popoli, e
strascinarli ad ogni modo nello statuito disegno;[554] — e il Ministro
degli Esteri, Rusconi, _qui venuto in fretta ad assicurare, che Francia
e Inghilterra avrebbero impedito qualunque intervento nella Repubblica_
della Italia Centrale (e non era vero), purchè costituita.[555]
— Lusinghe: la Deputazione romana venuta a offrirmi la carica di
Triumviro a Roma, e la proposta espressa che di ciò fece il Principe di
Canino Presidente all'Assemblea Romana.
Partiti d'iniziamento furono: impedire che il Popolo _facesse da
sè_; ostare, per quanto era dato, che il Governo non passasse alle
moltitudini in piazza, la macchina governativa non si disfacesse,
gl'impiegati probi e animosi non fossero cacciati o se ne andassero per
dare luogo a gente forse prava, certo incapace; attendere con somma
diligenza che le proprietà e le vite dei cittadini si rispettassero,
onde il Popolo, mutata natura, non diventasse feroce; — rigettate
le misure di Legge dei sospetti, di armate mobili rivoluzionarie,
di supplizii immediati, e impedito che i Faziosi _facessero da sè_;
— rigettate le misure di mettere mano violenta negli argenti sacri,
e nelle borse dei ricchi, e impedito che i Faziosi _facessero da
sè_; — i più temibili fra gli agitatori o cacciati, o allontanati, o
imprigionati; — i Ministri Marmocchi e Mordini persuasi a sostenermi
nello assunto della Restaurazione per via delle Assemblee Costituenti;
— dei Giornali, qualcheduno reso favorevole; altri pregati a cessare, o
a moderarsi; — armi tolte al Circolo; — emigrazioni armate allontanate
dalla città; — Religione protetta, delegando il Tribunale di Volterra
a giudicare delle ingiurie patite da lei; — Arcivescovo richiamato; —
Magistrati difesi; — con ogni mezzo attutito il delirio del Popolo,
e richiamata la intera Toscana al sentimento delle sue tradizioni,
dei suoi costumi, dei suoi interessi, della sua capacità, e della sua
potenza; con altre più cose, che nel corso di questa Memoria vengono
sparsamente discorse.
Quello però su cui giova trattenermi con maggiore larghezza è il
provvedimento legale destinato a operare la Restaurazione. Considerando
come alla piena del Popolo, che aveva fino dall'8 febbraio decretato
la Unificazione con Roma, la Decadenza della Corona e la Repubblica,
fosse impossibile resistere direttamente, fui sollecito di pubblicare
il Decreto del 10 febbraio 1849. Ho detto come questo e l'altro Decreto
del 14 successivo venissero presentati dal signor Montanelli, e non
furono sua fattura, ma sì, mi sembra, del signor Avvocato Rastelli; e
mi affrettai a sottoscriverli per tre ragioni distinte, e d'importanza
grandissima: 1a perchè mi davano tempo di un mese e più, e il tempo in
questi negozii è tutto, checchè paia diversamente opinare l'Accusa,
dall'autorità della quale, in fatto di politica, mi sia lecito
discostarmi; 2a perchè a fine di conto mi assicuravano di un'Assemblea
_toscana_, la quale degl'interessi toscani discutesse, e il Paese
_veramente rappresentasse_;[556] 3a perchè, sebbene dichiaravasi che
la forma del Governo della Toscana sarebbe stabilita dalla Costituente
Italiana, però la Legge sopra questa Costituente si prometteva, e
non si diceva nè come aveva ad essere composta, nè a quali condizioni
vincolata.[557]
Fu per me dimostrato con quanto, non dirò sfavore, ma furore venisse
ricevuta cotesta Legge dai Repubblicani. Il _Popolano_ la lacerò
acerbamente: espose i pericoli della dilazione alla proclamata
Repubblica; minacciò guerra civile; rampognò il Governo per la sua
repugnanza di aderire alla dichiarazione popolare della decadenza del
Principe; insistè aspramente nel sollecito uso di mezzi violenti e
rivoluzionarii, con altre enormezze, di cui con non mediocre fastidio
venni raccogliendo la storia da quello e da alcuni altri Giornali,
che in quel tempo si pubblicavano. In proposito di cotesta Legge la
_Costituente Italiana_ del 13 febbraio 1849, prendendo a discutere
strettamente la materia con raziocinii affatto rivoluzionarii, dopo
avere detto con focose parole quanto ho riportato a pag. 333 e 334 di
questa _Apologia_, continuava così: «Noi lo ripetiamo ancora una volta
ai Cittadini del Governo Provvisorio: osate, osate. Unione con Roma
e convocazione della Costituente. L'istinto popolare nel suo squisito
buon senso ha già precorso il vostro giudizio, e domanda questa Unione.
Voi avete udito il suo grido di gioia, e il saluto a quella Repubblica
per cui vuol vivere e morire; voi potete e _dovete_ sanzionare quel
saluto e quelle grida.» Nel successivo Nº del 14: «Abbiamo meditato
sopra il Decreto che convoca un'Assemblea legislativa _toscana_,
e, in onta alla buona intenzione, non abbiamo saputo indovinarne le
ragioni politiche, nè il principio di diritto. Un'Assemblea uscita dal
suffragio universale, in un Paese abbandonato al Provvisorio, o non ha
voto, o non ha senso, o _si colloca come Sovrano in faccia al Popolo da
cui fu eletta_.»
E dietro lei la folla dei Giornali del Partito, urgentissima tutta,
come se si trattasse di scaldare al fuoco mozziconi di candela di cera
e appiccicarli insieme! In verità io non capisco più dove sia andato
il senno italiano. La massima parte dei Popoli, repugnante o inerte,
come spingiamo noi? Con questo strepito forse? No certo: con che cosa
dunque? Col terrore; e questo non dovevate, nè potevate domandare a
me; e a questo dovevo oppormi, e mi opposi. I Repubblicani, avendo
penetrato il riposto consiglio che dettò il Decreto del 10, presso il
signor Montanelli si adoperarono; il quale, piegando alle insistenze
loro, apparecchiava il Decreto del 14 febbraio, o, come ho detto, per
lui lo apparecchiava l'Avvocato Rastelli. Non vi ha dubbio: il Decreto
del 14 febbraio metteva le mani dell'Assemblea Romana nei capelli alla
Toscana; legata ad una rota del carro della Repubblica Romana, era
mestieri che la mia Patria precipitasse nella carriera perigliosamente
inane di quella. Comecchè così mi venisse a sfuggire la tavola di
salute, pure firmai, perchè costretto a farlo, tutto parendomi meglio
che proclamare a tumulto la Repubblica, la Decadenza del Principe, e
la Unificazione con Roma; sperai in qualche congiuntura favorevole;
in ogni caso ero determinato a mandare avanti l'Assemblea Toscana,
onde discutere pubblicamente insieme i grandi interessi del Paese, che
avrebbero persuaso i Toscani a seguire lo antico loro dettato: «_piano
ai ma' passi_.» Infine, cotesto Decreto lasciava lo addentellato a
molti schiarimenti, e a molte questioni.
Invero, questo Decreto non piacque ai Repubblicani; e più che mai
raddoppiarono le violenze e gli sforzi, _i mezzi qualunque_, che
dichiaravano _sacri_ perchè tendenti a conseguire lo scopo agognato,
siccome largamente al suo luogo, con prove storiche, fu fatto
conoscere; alle quali, chiunque vorrà giudicare secondo che religione
insegna, fie che aggiunga tutti i Giornali che io non possiedo, come,
a modo di esempio, la _Italia dei Giovani_, il _Giornale Popolare_,
lo _Inferno_, il _Calambrone_, il _Tribuno del Popolo_, la _Lanterna
Magica_, il _Lampione_, — ed altri, che io non ricordo, diarii e
foglietti staccati, e avvisi, e proclami, e decreti dei Circoli; e
cotesta congerie di fogli gli sarà com'eco di un tempo passato, e
come testimonianza di quanto gli uomini pensassero, macchinassero
e compissero per instituire la Repubblica, rovesciando il Governo
Provvisorio. Nello intervallo che corre dal 14 febbraio al 6 marzo,
vedete che il Circolo Fiorentino manda 25 Commissarii nelle Provincie
per convocare uno assembramento mostruoso a Firenze, al fine di
costringere il Governo a proclamare la Repubblica.[558] Il Circolo
delibera che non _forzerà la mano_ al Governo in quanto al giorno della
riunione dei Deputati in Roma.... Non vi par ella grandissima libertà
cotesta? L'Assemblea intimata dal Governo è vilipesa, minacciata, o
derisa. — In questo intervallo i Popoli accorsi dalle Provincie, uniti
col fiorentino, proclamano la Repubblica di diritto e di fatto, e
piantano l'Albero della Libertà davanti il Palazzo. Il Circolo Popolare
decreta Legge uniforme. I Popoli accorsi sopra la Piazza, con immense
strida, dichiarano decaduto il Principe, la Repubblica, la Unione con
Roma, e Laugier traditore; migliaia di furiosi presentano al Governo i
plebisciti _perchè gli accetti e ratifichi_. — Come potessi schivarmi
in quella tremenda giornata, ho esposto altrove. Nondimeno _Circolo_ e
_Giornali_ annunziano, bugiardamente, essere stata accolta con giubbilo
cotesta dimostrazione, — avere aderito, il Governo, a proclamare la
Repubblica; mentiscono parole, falsificano proclami: ma accortisi
che il Governo teneva il fermo a non lasciarsi strascinare, di nuovo
tramano altro più formidabile apparecchio pel 1º marzo, onde mandare
ad effetto la proclamazione della Repubblica. Non essendo soppressa la
Legge Stataria, pubblicata dai miei Colleghi per reprimere la reazione,
io la mantengo per reprimere le minacciate violenze dei Faziosi; e lo
annunzio col Proclama del 27 febbraio, il quale, accorso (per parare
il colpo) il 26 da Lucca, persuasi i miei Colleghi, ottengo che sia
pubblicato a Firenze. — In Consiglio mi secondarono tutti i Ministri.
Il Circolo ruppe in aperte minaccie, più che mai palesò i danni dello
indugio, e sospinse alla Repubblica; protestò contro il Governo, ci
fece sentire prossimo lo stato di accusa; me appellò, bruttamente,
traditore; ma il 1º marzo l'assembramento fu prevenuto. Il giorno
successivo tolsi via la Legge, _dichiarando che si aveva ad aspettare
la deliberazione dell'Assemblea eletta col voto universale_.[559]
Le vicende accadute nel tempo intermedio mi avevano purgato agli occhi
dei più di ben molte calunnie, quantunque, e lo vedremo in breve,
non cessassero di lavorarmi di straforo con arti proditorie. Comprese
allora il mondo, e più comprenderà adesso, che, se contrastavo alla
tumultuaria e violenta Repubblica, io già nol facessi per tradire la
Patria, non per concerti presi col Principe lontano, non per mantenermi
al Potere, non per rendermi necessario a tutti i Partiti, non in
grazia di futuri comodi, o talento di titoli (vanità sempre, in questo
caso vergogna); comprenderà che se ogni esordio di guerra civile ed
attentato contro la sicurezza pubblica o privata io diligentemente
attesi a comprimere, già nol facessi io in odio del Principato
Costituzionale. Nella mia condotta io non ho riguardato me, nè altri:
ho considerato quello che mi pareva meglio pel mio Paese: e al mio
Paese ho sempre tenuto diritti la mente e il cuore. Questo ho voluto:
questo ho operato con pericolo passato, e con danno presente. Non
importa: meglio sventura onorata, che fortuna con vituperio. «Io sono
per la Patria, e per Lei» dissi certa volta a Leopoldo II; «nè che
metta prima la Patria vorrà V. A. adontarsi, perchè anch'ella l'ama con
cuore di figlio.» Il Principe blando assentiva al detto; ed io, quello
che parlai quando saliva i gradini della magione reale, penso potere
ripetere ora che ho sceso gli scaglioni del carcere.
Poichè ogni resistenza felice aumenta nel resistente il credito che
scema nello assalitore, così in breve io mi sentii forte abbastanza
per avventurare un passo, che sostengo decisivo, come quello che, se
non finiva la Rivoluzione, ormai la sottometteva; le sue ultime prove
erano fatte, e per necessità di cose doveva andare di mano in mano
digradando.
Lo spirito pubblico riassicurato incominciava, comecchè timidamente,
a farsi sentire, e bisbigliava sommesso: che se la Toscana dovesse
unirsi a Roma, non si aveva a discutere davanti all'Assemblea _Romana_,
ma sì davanti all'Assemblea _Toscana_. I Settarii se ne commossero
maravigliosamente; quale mi minacciò, quale mi interpellò; quale
infine, ostentando sicurezza, diceva ormai la quistione decisa: la
Unificazione con Roma e la forma del Governo doversi deliberare a Roma.
L'_Alba_ del 4 marzo stringeva il Governo Provvisorio con le seguenti
parole:
«_Alcune interpellazioni al Governo Provvisorio._
«Fino dal giorno in cui il Governo Provvisorio toscano ascese al
Potere, _chiamatovi dalla volontà unanime del Popolo e dal consenso
del Parlamento_, fu sua prima cura di circondarsi dei Rappresentanti
del Popolo, liberamente eletti per suffragio universale diretto, onde
dar forza alla sua nascente autorità e coadiuvarlo nel soddisfare alle
gravi bisogne dello Stato.
«A quest'effetto il Governo, abolendo da un lato il _Consiglio
generale_ ed il _Senato_, convocava immediatamente un'Assemblea
_legislativa_ di centoventi Rappresentanti, determinando i modi della
elezione, e _promettendo di sottoporle colla maggiore sollecitudine il
progetto di Legge per l'attuazione della Costituente Italiana_.
«Questa Assemblea doveva concentrare in sè stessa tutti i poteri
legislativi, per esercitarli in unione al Governo Provvisorio, il quale
si riservava, oltre alla sua parte d'iniziativa, l'esclusiva sanzione
e promulgazione delle Leggi.
«Il giorno appresso, una Dichiarazione governativa, inserita nel
_Monitore_, modificava in parte il precedente Decreto e restringeva
nei suoi giusti limiti l'autorità del Provvisorio Governo; annunziando
_che la volontà liberamente espressa dai Rappresentanti del Popolo
toscano, eletti per suffragio universale diretto, sarebbe stata legge
pel Governo, il quale avrebbe primo dato l'esempio della più perfetta
obbedienza al volere del Popolo sovrano_.
«Ma accortosi bentosto come la precipitanza nel convocare l'Assemblea
_toscana_ non gli avesse concesso di maturarne bastantemente la natura,
i modi ed i limiti; _avvedutosi come non bastasse alle esigenze
del Paese_ la presenza di un'Assemblea meramente _legislativa_, la
quale dall'indole stessa del proprio mandato sarebbe stata limitata
esclusivamente alla interna amministrazione dello Stato; e come il
Paese, _rimasto privo di uno dei tre Poteri costituiti_, abbisognasse
di una _Assemblea sovrana Costituente, la quale decretasse la forma
politica dello Stato e le norme del nuovo patto sociale_; il Governo
Provvisorio pensò che fosse necessario sopperire immediatamente a
questo pressante bisogno, ed a questo effetto pubblicò poco appresso
il Decreto del 14 febbraio, col quale intendeva ad un tempo di _dotare
la Toscana di un'Assemblea Costituente che determinasse la forma di
Governo con cui dovrebbe reggersi il Paese, e di soddisfare al voto
unanime e concorde manifestato dal Popolo Toscano e dal Popolo Romano
per la Unione immediata dei due Stati in una Italia Centrale_.
«Se ci atteniamo al contesto di questi Decreti, i quali a dir vero
spesso si elidono e si contraddicono in più d'una parte, non può cader
dubbio che il concetto del Governo Provvisorio non sia stato quello
di deferire le questioni di ordinamento, tanto quelle relative alla
forma dello Stato, come quelle relative alla Unione con Roma, _di
deferirle, diciamo, ai 37 Deputati della Costituente, i quali, raccolti
coi Deputati Romani in Assemblea unica e sovrana, decreterebbero la
Unificazione dei due Stati, determinando in appresso il patto sociale
e le sorti dello Stato comune_.
«Le parole infatti dei Decreti governativi parlano troppo chiaro, a chi
voglia e sappia intenderle, perchè si possa revocare in dubbio a quale
delle due Assemblee debba appartenere la questione dell'ordinamento
politico.
«Il Decreto dell'11 febbraio stabilisce che _la forma del Governo
della Toscana, come parte d'Italia, dovrà essere stabilita dalla
Costituente Italiana_. Il successivo Decreto del 14 febbraio, ordinando
la elezione dei 37 Deputati ed il loro invio a Roma, _il quale sarebbe
troppo ritardato se la Legge per la Costituente dovesse essere sancita
dalla Assemblea Legislativa Toscana_, allega come ragione di questa
sollecitudine: _che la Unione della Italia Centrale, già operata
nei comuni desiderii e nei comuni bisogni, aspetta il suo compimento
dall'invio dei nostri Deputati alla Costituente Italiana_.
«Ad onta però di queste chiare e lucide espressioni, parecchi organi
della stampa periodica (tratti forse in errore dalle non poche e
non lievi incongruenze dei due Decreti; da certi termini dubbii ed
oscuri contenuti nella Dichiarazione del 12, di cui abbiamo sopra
accennato, e nel Proclama del 27; e finalmente dalla convinzione della
incompatibilità di due Assemblee che reciprocamente si elidono e si
distruggono) _hanno stranamente travisata la natura dei due Decreti,
e ne hanno falsata la interpretazione, sostenendo che la questione
dell'ordinamento politico sarebbe sottoposta all'Assemblea Legislativa,
e restringendo la sfera e l'autorità della Costituente, fino a
ridurla in qualche guisa soggetta e subordinata ai Decreti dell'altra
Assemblea_.
«Questa erronea opinione, portata dal Giornalismo nell'arringo dei
Circoli e delle altre Associazioni politiche, ha falsati i giudizii,
contorte le opinioni, ed ha sparso nel Pubblico l'incertezza, il
dubbio e la esitanza; di guisa che la Stampa ed i Circoli nel proporre
le liste elettorali, e gli Elettori nel compilare le loro schede, si
trovano tuttavia nel maggiore imbarazzo, ignorando la natura e l'indole
respettive delle due Assemblee, non meno che i limiti del mandato da
darsi ai 120 Deputati della _Legislativa_ ed ai 37 della _Costituente_.
«Ora questa incertezza, questi dubbii, e questi imbarazzi debbono
cessare immantinente.
«Noi chiediamo quindi formalmente al Governo Provvisorio di mettere
in chiara luce questa delicatissima e troppo stranamente complicata
questione; _di disvelare il concetto che lo animava nel dettare i due
Decreti; di dichiarare infine solennemente a quale delle due Assemblee
egli intenda rimettere la discussione della forma che dovrà assumere la
Toscana, e della sua Unione con Roma_.
«Non esitiamo a credere che il Governo vorrà dare una pronta e adeguata
risposta a questa nostra interpellanza, nè vorrà nascondersi nel velo
del mistero o dell'obblio, come ha fatto per la precedente inchiesta
fattagli nel nostro Numero di mercoledì. _Si rammenti il Governo che
in assenza dei Parlamenti, e presso un regime libero e popolare, il
diritto d'interpellare il Governo sui suoi atti appartiene ad ogni
Cittadino, e sovra tutto a quei corpi morali, i Circoli e la Stampa
periodica, che ne rappresentano i bisogni, i voti e le speranze; e
che debito del Governo si è di darvi pronta, sincera e soddisfacente
risposta_.»
La _Costituente Italiana_ del 6 marzo 1849, dopo avere censurato
tutti gli atti del Governo Provvisorio, così prosegue: «Ora taluno
vorrebbe turbare il corso logico delle idee, revocare in dubbio a cui
competa decidere della forma del Governo toscano, e consumare l'atto
più eminente di sovranità popolare. Il dubbio è nato dal cammino
ondeggiante, traverso al quale si sviluppavano le decisioni del
Governo Provvisorio. Il dubbio è grave. I nostri amici dell'_Alba_
hanno _solennemente_ chiesto che venga in modo esplicito dissipato, e
noi non possiamo che fare eco ad essi, ed alle loro legittime istanze
congiungere anche le nostre. _A noi però il concetto fondamentale
della Costituente Italiana, i limiti del mandato legislativo, e
le considerazioni stesse che precedono i due Decreti dei 10 e 14
febbraio, stanno dinanzi allo sguardo e insegnano necessariamente la
soluzione più logica di questa difficoltà. — Dopo dichiarazioni sì
esplicite, nessuna pretesa invaditrice potrebbe essere messa in campo
dall'Assemblea Legislativa senza disconoscere la legittimità della sua
origine, e attaccare il sovrano mandato deferito alla Costituente_.
L'Assemblea Legislativa non esiste che come istituzione transitoria e
secondaria, come garanzia speciale accordata alla Toscana a propria
tutela duranti i pericoli e la necessità della situazione presente:
collo esercizio incoato della sovranità nazionale nella Costituente,
anche i Poteri legislativi debbono cessare, perchè in quella
soltanto debbono concentrarsi. Noi non riguardammo, e non possiamo
riguardare l'Assemblea Legislativa, che come elemento di soccorso,
congiuntosi al Governo Provvisorio per fortificarlo; che al cessare
di esso rientra nelle brevi limitazioni di un'autorità consultiva
provinciale. Tali almeno sono le deduzioni naturali, invincibili,
della Unione. _Noi quindi respingiamo assolutamente qualunque dottrina
che tentasse, contro la parola e lo spirito della Legge, trasportare
all'Assemblea Legislativa quelle facoltà che sono irrevocabilmente e
solo acquisite alla Costituente_.» E qui continua facendosi l'obietto
se _la forma definitiva del Governo della Toscana_ deva decidersi dai
Deputati _Toscani_ congiuntamente ai Deputati _Romani_, o se da loro
esclusivamente; e, come è da aspettarci, _si mostra parziale del primo
partito_.
Eccomi giunto alle Forche Caudine. Stretto in questa maniera, era
forza spiegarmi. Lo invio di 37 Deputati Toscani a Roma, perchè,
congiuntamente co' Deputati Romani, deliberassero sopra la forma del
Governo della Toscana, mi suonava vergognosissimo inganno. Che cosa
avessero a deliberare, con Assemblea che già aveva proclamata la
Repubblica, davvero non sapeva comprendere. Sul principio non poteva
cadere questione, a meno che l'Assemblea Romana, abrogato il Decreto
del giorno 8 febbraio, non avesse consentito a tornare da capo; il che
appariva assurdo. Supposto che lo avesse concesso, o potuto concedere,
il brutto inganno non veniva meno, avvegnadio il numero dei Deputati
Romani superasse troppo quello dei Toscani. — Nè meno sarebbe stato
festoso mettere a partito, nell'Assemblea degli Stati Romani, stremi
di moneta, con carta che non trovavano da esitare nemmeno a vilissimo
prezzo, se avesse voluto ricevere caritatevolmente la Toscana,
tuttavia florida e con un attivo nel suo patrimonio sempre superiore al
passivo.[560] Ma questi, nel linguaggio acceso degli uomini di parte,
e' sono _positivismi_ insensati. Io, per me, non desidererei meglio che
i cittadini altra moneta non possedessero tranne di rame; dei cibi, non
compri, dispensati dall'orticello, si contentassero; sempre _brodetto
nero_ bevessero: ma dipende forse da me, se gli uomini questo benedetto
amore di sostanza non vogliono abbandonare? Se sia buono o cattivo
costume quello di stare attaccati al proprio avere, io non voglio
discutere adesso; per certo egli è vecchio, nè facile a farlo smettere,
e credo che se ne siano potuti accorgere anche il signor Rusconi e
i suoi compagni; però si astengono da confessarlo, perchè, appo la
Chiesa loro, presumono la infallibilità della dottrina che negli altri
contrastano: e così sempre dei Partiti succede. — Le due Costituenti,
promesse dal Governo, non potevano senza pericolo revocarsi; _ma,
sottoposti i Deputati per la Costituente Italiana alla decisione della
Costituente Toscana, il Paese tornava assoluto padrone di sè stesso_.
Il Governo, che minacciava cascare giù in piazza fra le moltitudini,
senza che alcuno osasse impedirlo, _era da me raccolto, e riposto
in mano del Partito Costituzionale_. Ora stava a questo accorrere, e
farsi vivo. Non avevo adempito, con industria pari al pericolo, anche
quello che gli uomini del _Conciliatore_ avevano consigliato? A chi
ben guarda, il Decreto del 6 marzo era _infinitamente_ più ristrettivo
della Legge della Costituente già proposta dal signor Montanelli.
Invero, l'Assemblea _Toscana_ si trovava investita di facoltà sì ampie,
che il Consiglio Generale non immaginò possedere giammai. All'Assemblea
spetta deliberare _se voglia_ unirsi con Roma: — quindi, ella poteva
decidere _non volere_; non volendo questa Unione, le competeva, a
un punto, il diritto e il dovere di ordinarsi in Repubblica o in
Principato Costituzionale separatamente; e, scegliendo il Principato,
nessuno poteva impedirle di restaurare la Casa di Lorena. _Tutto stava
in lei._
Considerando, pertanto, gli uomini capaci per le faccende politiche
non abbondare in Toscana, pensai, che su molti sarebbe caduta doppia
nomina per le due Assemblee; e questo concessi per avere maggiore
sicurezza che i Deputati alla Costituente Italiana, partendo prima
delle deliberazioni prese dalla Toscana, non somministrassero pretesto
a soverchierie rivoluzionarie. Al quale intento, provvidi ancora che
le formalità per lo spoglio dei Deputati alla Costituente Italiana si
eseguissero con lentezza; e di vero, non furono mai principiate.[561]
Se in mezzo agli sconvolgimenti politici, o per virtù o per fortuna,
mi venne fatto condurre a questa riva lo Stato, l'Accusa, per onore
suo, si ritiri, anzi si penta e si dolga di avermi offeso, e prometta
fermamente di pensare, in seguito, a quello che scriverà. Nè creda essa
che io in questo modo per vana iattanza mi esprima; mai no: se io il
faccio, è segno che ho da opporle un testimone a cui ella dee fare di
berretta; una prova che ella almeno ha da credere; una autorità, che
da lei alla più trista vuolsi rispettare, e questa autorità è la sua;
questo testimone egli è dessa.... propriamente l'Accusa....
Il Decreto del 10 giugno 1850 dichiara con parole solenni: «Il
Popolo Fiorentino restaurava la Monarchia» (il Decreto non mette
_costituzionale_, ma ce lo metto io, credendo servire allo amore della
Patria e alla reverenza del Principe) «_alla quale era devoto, ed a
cui si era mantenuto, in mezzo alla tristezza dei tempi, costantemente
fedele_.»[562] E sia così, poichè così dice. Lo incubo rivoluzionario
fu quegli che, aggravandosi sul petto a questo Popolo, gl'impediva la
voce e la conoscenza; ora, poichè dallo incubo io lo liberava, dandogli
abilità e modo di manifestare la sua devozione, egli è evidente che,
anche a giudizio dell'Accusa, merito lode, non biasimo. Di qui non si
esce: o crede, o non crede a sè stessa l'Accusa? Io devo supporre che
a sè creda; e allora, dove trova materia a quel brutto delitto che si
chiama _tradimento_? Ella potrebbe sospettare, come fa, quando fosse
persuasa che io immaginassi il voto universale nemico al Principato
Costituzionale, o che per me si volessero praticare violenze e inganni,
per estorcere un voto contrario al desiderio dei Popoli; ma no, chè
io ho provato, e proverò ancora, come nessuno con sicurezza maggiore
alla mia sapesse gli umori dei Toscani; e in quanto a brogli, per
preoccupare la libera votazione, nessuno, e neppur essa (ed è tutto
dire!), ha mai pensato accusarmi.[563] Forse ella avrebbe potuto
criticare il mio concetto, preferire un metodo ad un altro; e su questo
ognuno ha i suoi consigli. A me le violenze non garbano, di qualunque
colore elle sieno, e quando una cosa può ottenersi in palazzo, con modi
civili e fra uomini di senno, non comprendo la ragione nè la necessità
di andarla a pescare fra le commosse moltitudini in piazza. Ma poichè
prevedo che con l'Accusa non si può fare a fidanza, così sarà prudente
consiglio continuare il mio ragionamento.
Io riporterò questo Decreto, affinchè si conosca come con la prudenza,
aspettata la opportunità, possano ottenersi giuste e ragionevoli cose,
senza ricorrere a partiti disperati.
«Il Governo Provvisorio Toscano
«Decreta:
«Art. 1º L'Assemblea Toscana è investita del _Potere Costituente_ a due
distinti effetti, cioè:
«(_a_) _Per decretare, se e con quali condizioni lo Stato Toscano debba
unirsi a Roma._
«(_b_) Per comporre insieme ai Deputati dello Stato Romano la
Costituente dell'Italia Centrale.
«Art. 2º Tenuta ferma la nomina dei trentasette Deputati per
l'Assemblea Costituente Italiana, e la contemporanea ma distinta
votazione per l'Assemblea Toscana, non sarà per altro incompatibile
che si riuniscano in uno stesso individuo la rappresentanza sì
nell'Assemblea Toscana, come nella Costituente Italiana.
«Art. 3º Il Ministro Segretario di Stato pel Dipartimento dello Interno
è incaricato dell'esecuzione del presente Decreto.
«Dato in Firenze li sei marzo milleottocentoquarantanove.
«F. D. GUERRAZZI
«_Presidente del Governo Provvisorio_.»
Non è da dirsi se Circoli e Giornali si tenessero offesi; accorrendo
pronti al riparo, si dettero sollecitamente a mutare le note dei
Deputati, transfondendo nella Costituente Toscana i più sviscerati
Repubblicani, affinchè la Repubblica e la Unificazione con Roma fossero
proclamate per acclamazione dall'Assemblea appena convocata.
Che più? Io vengo apertamente oltraggiato come avverso alla Repubblica.
Il Circolo minaccia rivoluzione, se l'Assemblea Costituente _Toscana_
non dichiara la _Unificazione_ con Roma; esamina gli eligendi, e, se
non si obbligano a sostenere questo concetto con le armi, rigettansi
con vituperio.[564] I Giornali repubblicani, infervorando gli animi
alla scoperta, bandiscono la _guerra civile_, se l'Assemblea Toscana
non proclama la Repubblica, e subito. E queste cose abbiamo veduto
altrove; ma specialmente intorno al Decreto del 6 marzo il _Nazionale_
muove querela perchè gli sembra alla onnipotenza del Popolo ingiurioso;
e a parere mio s'inganna, imperciocchè lo studio di formulare
dirittamente il partito non si sa comprendere in che cosa o come
offendesse la libertà di risolverlo.[565] La _Costituente_ provoca
il Popolo, affinchè riparando la ostinata resistenza del Governo a
proclamare la Unificazione con Roma, in onta alla volontà manifesta
del Paese, mandi all'Assemblea Costituente _Toscana_ gli uomini che
l'acclameranno spontanea e unanime; e di queste iattanze mi prendevo
cura mediocre, conciossiachè io troppo bene sapessi che i Settarii
rimasti delirassero, ed i partiti avessero ottimamente compreso, che
questa Unificazione, non essendo stata vinta di assalto, ormai per
bloccatura non riusciva altramente possibile.[566] Il _Popolano_,
tra perchè il Governo non buchera l'elezioni, e tra perchè la Legge
pessima genererà un Assemblea di Retrogradi e di Conservatori, mi viene
intuonando da capo la minaccia della guerra civile.[567] Come se fosse
fede quella di convocare i comizii universali, perchè liberissimi dieno
il voto, e maneggiarli poi perchè lo depositino nell'urna a modo tuo; e
lasciata la fede, bel senno davvero sarebbe, per conoscere e rispettare
il sentimento di tutto il Popolo, industriarti con ogni arte a farlo
attestare del tuo. Questo si chiama nel sistema dei Settarii consultare
il Popolo; e se non si obbedisce, o ci dichiarano la guerra, o ci
congiurano contro, o ci calunniano con vituperii di cui nessun Partito
oggimai più si vergogna; — nessuno.
La solerzia del Governo non mancò alla Patria. Il Ministro dello
Interno stampò e diffuse una lista di Deputati di opinione moderata,
per rettitudine insigni; altro non poteva fare, e non fece, chè senno
e probità lo vietavano. Il Prefetto ebbe ordine raddoppiare vigilanza
sopra i Circoli, e sopra le moltitudini. Io raccolsi la Guardia Civica
nel Giardino di Boboli. Quello che io le dicessi vuolsi ricavare
dal _Monitore_ del 12 marzo 1849: «La Guardia Nazionale di Firenze,
in numero di meglio che 2000 uomini, è stata stamane passata in
rivista dal Generale Zannetti su la Piazza _Maria Antonia_. Quindi,
marciando per plotoni, si è recata nel Giardino di Boboli, dove il
cittadino F. D. Guerrazzi Presidente del Governo Provvisorio l'ha
arringata, _interpellandola se fosse deliberata a tutelare l'ordine,
ad aiutare della sua forza il Governo, fermo nel volere la libertà
delle elezioni e la indipendenza degli eletti Rappresentanti_. A queste
interpellazioni la Guardia Nazionale ha risposto con manifesta ed
unanime adesione alla mente del Governo.»[568]
Ora esaminiamo un po' come cotesto atto venisse commentato dai Faziosi:
«Ecco, dicevano essi, apparecchiarsi il terreno perchè le Assemblee non
pronuncino la Unificazione con Roma, e conseguentemente la decadenza
della famiglia di Lorena, e la Repubblica: questo non può succedere,
nè succederà; ma quando mai per caso inopinato accadesse, noi allora
profitteremo _di ogni mezzo_ ci presentino le circostanze, affine di
salvare il Paese nostro da un giogo aborrito, che imporre si volesse a
nome della legalità e di una servile rappresentanza.»
I Repubblicani non temono che la Guardia Nazionale voglia suscitare
nel Paese la guerra civile, facendo fuoco sopra i suoi fratelli, che
«_traditi_ nei loro voti, e vedute _strozzate_ le loro speranze dal
capestro delle legali formalità, usassero l'estremo loro appiglio, la
suprema loro ragione — _la forza e la violenza_.» E neppure i Settarii
temono che i Deputati possano sopportare l'obbrobrio del rifiuto
delle tre Leggi indicate; ma «dove questo obbrobrio dovesse pesare
su di essi, certo, ad onta di tutte le esortazioni del Guerrazzi, non
peserà su la Toscana l'obbrobrio assai maggiore di avere pazientemente
sopportato il _tradimento_; e la Toscana saprà consumare la sua Unione
con Roma, e saprà subirne tutte le conseguenze, anche ad onta dei suoi
Rappresentanti, e degli uomini del Governo Provvisorio.[569]
I Repubblicani strepitano e minacciano a cagione dell'Assemblea
Costituente _toscana_, dichiarando che la si vuole da me instituita
per decretare la Restaurazione; — il Procuratore Regio Paoli, e
dietro a lui gli Auditori Marrucchi, Bambagini e Ciaccheri, e dietro
a loro i Consiglieri Orsini, Aiazzi e Pieri, e Regio Procuratore
generale Bicchierai, strepitano e accusano a cagione dell'Assemblea
Costituente _toscana_, che la si volle instituita da me per decretare
la Repubblica. I Repubblicani mi chiamano alla scoperta traditore per
volerla convocare; — i Procuratori Regii, Auditori e Consiglieri, gli
uni dietro agli altri, m'incolpano di tradimento per averla convocata.
In verità, sarebbe questa farsa gioconda da rallegrare le genti, se non
l'avessero rappresentata su le lagrimevoli scene di un carcere, che da
29 mesi divora la salute degli uomini e delle famiglie.
I Repubblicani, per quanto venni informato, e i Circoli e i Giornali
manifestavano, tentarono un colpo estremo. La Legge Stataria non era
più da richiamarsi in vigore a Firenze. Il 1º aprile per contenerli
dall'avventurarsi a disperati partiti, mandai fuori la Notificazione,
che già fu da me riportata a pag. 518 di questa _Apologia_.
Premesse queste considerazioni e questi fatti, lascio a quanti fanno
studio di onestà giudicare, se sieno consentanee al vero ed al giusto
le seguenti proposizioni dell'Atto di Accusa, § 85.
«Quanto alla Repubblica ed alla fusione con Roma, non si vuol
conoscere se il Guerrazzi l'ha creduta sempre, od in massima, forma
buona ed accettabile per la Toscana, _quando si sa_, che servì di
elemento disorganizzatore; che in questo senso fu lasciata operare
_liberamente_;[570] che _tutto_ il suo sforzo si ridusse in _qualche_
contingenza a persuadere ed agire perchè non venisse attuata troppo
sollecitamente, o _prima che venisse approvata dal voto nazionale_; e
ad interpellare su la fusione il Consiglio di Stato; e che, sia questa,
sia altra forma di Governo per la Toscana, non che il giudizio sul
Principe e sul Principato, _era ormai abbandonato anche per fatto suo
al potere illimitato dell'Assemblea Costituente Italiana!_»
Sì, certo, pretendere e sostenere che il voto _nazionale toscano_
pronunziasse intorno alle sorti toscane non era piccola impresa, però
che nei miei presagi importasse esclusione di Repubblica, e richiamo
del Principato Costituzionale. Il successo poi dichiara, e lo ardore
dei Repubblicani a impedirlo rivela, come io al vero mi apponessi.
Inoltre, per mostrarvi come i denti dell'Accusa, comecchè mordano, pure
tentennino, avvertano di grazia i miei lettori: l'Accusa afferma, che
io altro non feci che procrastinare la dichiarazione della Repubblica
all'apertura dell'Assemblea. Quel giorno venne; ebbene, fu ella
proclamata la Repubblica? No: nè allora, nè poi. L'Accusa opporrà:
«No, perchè Novara ti aveva messo in cervello.» Nemmeno; nel giorno 25
marzo, imitando lo esempio dato da Roma nell'8 febbraio, dove avessi
voluto, poteva essere decretata la Repubblica per acclamazione. Chi
mai lo avrebbe impedito? L'Accusa da capo obietterà: «Sì, potevi, ma
per quanto?» Questo è un altro discorso: — quanto sarebbe bastato per
sentire qualche Requisitoria contro i perversi perturbatori dell'ordine
repubblicano.....
Il 25 marzo il signor Montanelli apriva l'Assemblea Costituente
Toscana;[571] nel 27 sopraggiunse la notizia lacrimevole della disfatta
del 23 di Novara. Riarse la rabbia dei Repubblicani; ma oggimai credevo
di avere raccolto forze abbastanza per resistere con profitto. Sebbene
non mi fosse riuscito ad allontanare, per virtù di voto, i non Toscani
dall'Assemblea, — nè per ingegno, pubblicando sul _Monitore_ la lettera
del Generale D'Apice. — pure, mercè le pratiche indefesse, era giunto
il Governo ad acquistare una maggiorità al Partito Costituzionale.[572]
Venuto alle strette co' Colleghi, Montanelli domandava allontanarsi,
diviso fra la evidenza dei fatti e il dolore di dovere renunziare
alle visioni dello entusiasmo; Mazzoni, proseguendo nella sua fede,
nonostante i fatti nemici, passa fra gli oppositori del Governo.
Nella notte del 27 al 28 fu proposta all'Assemblea la elezione di un
Capo provvisorio al Potere Esecutivo per curare specialmente le cose
della guerra. — Non era presente il Popolo, mancavano gli stenografi;
ma vivono i Deputati presenti, i quali attesteranno le ingiurie
atrocissime avventate contro di me dal Partito Repubblicano. Non
mancarono accuse aperte di trame ordite per operare la Restaurazione
del Principato; nome e sostanza del tradimento dichiararono.
Montanelli sorse a difendermi sostenendo, che egli rispondeva per me,
e prometteva, che io senza il consenso dell'Assemblea non avrei con
violenza imposta forma governativa allo Stato, _e veramente io pensava
fare così_. Ma le ingiurie repubblicane siffattamente mi commossero,
che ricusai ostinatissimo lunga ora il carico commesso. _I preghi
urgenti, continui, a ributtare impossibili, dei Deputati Costituzionali
formanti la maggiorità, e dell'egregio Presidente Taddei; le rampogne
oltre modo passionate, e veementi degli amici, che, dopo avere tanto
fatto pel Paese, vinto da sdegno lo abbandonassi nel supremo pericolo_;
— e soprattutto la paura di commettere cosa vile, dopo spazio, forse
troppo, di tempo, mi piegarono. Nel _Monitore_ del 28 marzo è riportato
il Decreto dell'Assemblea, che dichiara:
«L'Assemblea Costituente Toscana nella notte de' 27 al 28 marzo 1849 ha
deliberato quanto appresso:
«Art. 1. Che sia immediatamente ricostituito un Potere Esecutivo
provvisorio.
«Art. 2. Che questo Potere Esecutivo sia conferito ad una sola persona.
«Che il Cittadino Deputato F. D. Guerrazzi sia rivestito del Potere
Esecutivo anzidetto.
«Che questo Potere abbia facoltà straordinarie per provvedere ai
bisogni della guerra e alla salvezza della Patria, e che queste facoltà
continueranno in esso, finchè ne durerà la necessità.»
Nel No del 29 successivo si legge il mio Proclama, il quale stampato a
pagine 220 di questa _Apologia_, in nota, rende testimonianza manifesta
del _mio forte rifiutare_, e del _pauroso quanto esiziale sospettare_
dei Repubblicani, che i pieni poteri io adoperassi per restaurare
_violentemente il Governo Costituzionale_.
Malgrado le mio promesse, o fosse diffidenza di me, o le suggestioni
calorose che venivano da Roma, le quali accertavano dei soccorsi
inglesi e francesi, solo che trovassero il Paese costituito a
determinato reggimento, esporrò brevemente quello che per loro si
tentasse.
A ben significare le scosse che camminando pel dirotto sentiero io
pativa, non meno che la necessità delle dichiarazioni vie via emesse
come scudo a riparare me ed altrui dal flagello delle lingue dolose,
importa riprendere e proseguire la serie delle calunnie di traditore,
che copertamenie o scopertamente i Settarii andavano insinuando contro
di me. Quando pensai cavare di Livorno la Guardia Municipale livornese
sostituendole parte della fiorentina, mentre i Faziosi Reazionarii
davano ad intendere in Firenze che io chiamava i Livornesi per
formarmene un corpo di Pretoriani, i Faziosi Repubblicani a Livorno
dicevano che io vi mandavo a opprimere la Libertà; ed allorchè,
consigliando il Colonnello Tommi, il reggimento del Colonnello Reghini
s'indirizzava a Livorno, secondo che ho esposto a pag. 373 di questa
Apologia, con Dispaccio del 9 marzo eravamo avvisati: «ad arte essersi
sparso fra il Popolo che il Comandante era incaricato di fare fuoco sul
Popolo, come già dicevasi aveva fatto sul Popolo Pistoiese.»
Nel 17 marzo 1849 si fa credere a Livorno, che io tramo di consegnare
la Toscana al Piemonte; a parare la insidia scrivo a Livorno, e induco
Montanelli ad accompagnare con la sua firma (poichè in lui riponevano
fede i Settarii) il Dispaccio del medesimo dì inviato al Governatore:
«Al Governatore di Livorno.
«Scrive il signor Demi, che si sparge voce come noi vogliamo consegnare
la Toscana al Piemonte. Quantunque noi crediamo che queste voci non
sussistano, pure vi autorizziamo a dichiarare, che il Governo crede,
e lo ha detto, che la Unione con Roma sarà proclamata come necessità.
Guardatevi dalle mene dei nemici, che si vestono in ogni maniera per
guastare la santa impresa.
«GUERRAZZI. — MONTANELLI.»
L'Accusa s'impadronisce di cotesto Dispaccio, e intende ritenerlo
per dimostrazione di animo: come se all'uomo politico posto a duro
partito non deva nè anche essere concesso con parole schermirsi. Le
quali parole poi, in confronto delle opere, spariscono; e considerate
tritamente, non esprimono cosa che valga: però che la opinione di un
fatto deva cedere davanti alla evidenza del fatto contrario.
Ma io potrei dire di più, se non mi ritenesse _la reverenza delle
somme chiavi_; potrei dire, che prima di accusare uno scritto, hassi a
conoscere la lingua nella quale e' fu dettato; e se la non si conosce,
allora tutte le Procedure ammaestrano ricorrere al Dragomanno. L'Accusa
pensa che la parola _Unione_ spieghi il rimescolare di due cose, per
modo che vengano a formare uno impasto solo; ed anche qui l'Accusa
s'inganna. Altro è _unire_, ed altro _unificare_; _unire_ significa, in
lingua italiana (che nei tempi antichi si chiamava fiorentina, perchè
sapevano parlare e scrivere egregiamente in Firenze tutti, compresi
anche Giudici), congiungere due cose in guisa che ognuna ritenga la
propria specialità: _unificare_ importa ridurre due cose ad unità per
modo, che, ognuna di loro perdendo la propria specialità, compongano
un tutto. Dove l'Accusa obiettasse che sono queste sottigliezze
filologiche, e che le parole voglionsi intendere pel senso politico,
che il tempo loro partecipa, nemmeno avrebbe ragione. Di ciò gli
faccia testimonianza primieramente il Farini, che io qui le richiamo
alla memoria: «Il Mazzini era giunto (in Toscana) il dì stesso che il
Granduca partiva da Siena, e vi era stato accolto con grande festa.
Egli si era dato a predicare la _Unificazione_ con Roma, che non voleva
chiamare _Fusione_, parola a lui ed ai suoi esosa, la quale voleva
dire lo stesso...... ma il Guerrazzi non voleva la _Unificazione_
ec.»[573] Più espresso poi il _Conciliatore_: «Colla parola _Unione_
intendemmo sempre stabilire un vincolo di federazione negl'interessi
politici, militari e commerciali, dei varii Stati d'Italia.»[574] E
poco oltre: «Quindi o si parla di _Unione_, e noi diciamo: si proclami
pure la Unione con Roma, ma si proclami al tempo stesso la Unione
col Piemonte.» Nella Seduta del 29 marzo 1849 il proponente la Legge
che aveva in iscopo la _confusione_ degli Stati Romano e Toscano, non
riputando la sola parola _Unione_ esprimesse il suo concetto, la chiamò
Legge per la _Unione assoluta con Roma_. Per le quali spiegazioni
filologiche e politiche, io vorrei che si persuadesse l'Accusa potersi
desiderare la _Unione_ degli Stati Italiani senza bisogno ch'ella
scappasse fuori con una Requisitoria di _Lesa Maestà_.
L'Accusa sa, o dovrebbe sapere, poichè nel suo Volume lo registra
a pagine 828, come io, favellando nel 12 febbraio dalla terrazza di
Palazzo Vecchio al Popolo ragunato per piantare l'Albero, dicessi, che
_forse_ cotesto atto di _unirsi_ con Roma sarebbe stato consentito
da tutta Toscana; per ora essere _prepotenza_ che le presumevano
imporre: — donde era agevole quanto onesto dedurre, anche senza porre
mente ai successi del tempo, che una legge suprema costringeva ad
usare cosiffatti ripari. Nel _Popolano_ del 18 marzo abbiamo veduto
appormi alla scoperta l'accusa di tradimento, e tradimento con
tremanti labbra i Settarii fremevano, e tradimento ogni ora nelle
oscure carte stampavano. Ad ogni caso inopinato, non solo in Firenze
ma nelle Provincie si gridava: tradimento.[575] Tradimento per Novara,
tradimento per Genova. Nel 29 marzo a Lucca, a Pisa e a Pescia spargono
la voce essere io partito per Gaeta a prendere il Granduca,[576] con
altre più strane novelle, — e trovano fede;[577] quindi la necessità
di stampare nel _Monitore_ del 30 marzo la Nota seguente, ma senza
pro: «Siamo autorizzati a smentire la voce che si va spargendo dello
invio, per la parte del Governo, di una Deputazione a Gaeta.» L'Accusa
non manca di acciuffare cotesto avviso; lo separa dalle circostanze
che conosce accompagnarlo (anzi le sopprime), lo appunta, lo arruota,
lo affila, e me lo scaglia addosso, come se spontaneo egli fosse,
e pubblicato solo per vaghezza di mostrarmi avverso al Granduca. Se
questa sia fede, conosca il Paese intero, e giudichi; e se a tale siamo
noi che possano per esercizio lodevole di professione usarsi arti, che
nel cittadino si rimprovererebbero come iniquissime, io incomincierò a
dubitare davvero, se la vita salvatica debba anteporsi a questo tanto
commendato nostro civile consorzio.
Nel 1º aprile i Settarii, i quali si affaticavano a screditarmi presso
lo universale, insinuando che, se avversavo la Repubblica, già non
intendevo a questo per amore che portassi al Paese, bensì per turpe
interesse, e per cagione di accordi già stabiliti col Principe,
ordiscono fra loro di muovermene improvvisa domanda; avvisato per
tempo, entrando all'Assemblea, preoccupo il passo e distruggo lo
artifizio, dicendo: «Domando la parola per un fatto personale. Innanzi
che io mi recassi in seno di questa onorevole Assemblea, ho appreso
come qualche Deputato ha proposto all'Assemblea stessa di fare una
interpellazione al Potere Esecutivo sopra la verità del supposto
invio di una Deputazione o che altro di simile a Gaeta, per ricondurre
quaggiù il fuggitivo nostro Principe. Debbo dichiarare che una simile
domanda è tanto trista per chi la fa, quanto è stupida per chi la
crede.»
Si levarono voci minaccievoli; di grida, di gesti rabbiosi non fu
penuria, ma per quel giorno squarciai la male composta trama. Intanto,
mentre in mezzo al fortunoso mareggiare di Fazioni smanianti la
mia fama preservo e la mia vita, del combattuto potere mi valgo a
difendere pertinacemente l'Assemblea dagli estremi conati della Setta,
promulgando il Proclama del 1º aprile 1849 già riportato a pag. 579-580
di questa _Apologia_.
Me ne valgo per richiamare l'Arcivescovo, e per resistere alle
crescenti e continue calunnie. L'Accusa rammenta e adopera contro me,
come subietto di Accusa, la dichiarazione del 5 aprile, che io con
tutti i Ministri firmai; ma non ricorda o non sa del cartello mantenuto
affisso, dopo il 3 aprile, all'Albero su la Piazza del Duomo; non sa o
non ricorda la congiura allo scopo di tôrmi di mezzo come traditore che
ha venduto Patria e coscienza; non ricorda, e si dovrebbe rammentare
come in piena Assemblea mi rinfacciassero nel 3 aprile di apparecchiare
le feste della Restaurazione con i due milioni stanziati per le spese
della guerra; non si ricorda, e lo dovrebbe sapere, che a motivo dei
veementi sospetti nella deliberazione dell'Assemblea Costituente fu
apposto il vincolo solenne di non risolvere intorno alle sorti della
Toscana senza il concorso e l'annuenza dell'Assemblea, a pena di
nullità, e di essere punito come traditore della Patria. Crescendo
pertanto il perseguire infestissimo, irrequieto, dei Settarii, per
tutela di vita, e per condurre a compimento il concepito disegno, feci
e consigliai gli altri a fare la dichiarazione seguente:
«Il Capo del Potere Esecutivo e il Ministero dichiarano sopra l'anima e
onore loro, essere calunnioso, che per essi siasi operato o si operi,
direttamente o indirettamente, pratica, trattato, insinuazione, ed
anche principio alcuno o preliminare di proposta, parlato o scritto,
tendente alla Restaurazione in Toscana della Dinastia della Casa
di Lorena. Il Potere Esecutivo sente e ricorda l'ordine imposto
dall'Assemblea, e l'obbligo da sè medesimo assunto, che non si possa
in verun modo mutare la forma politica della Patria nostra senza
consultare l'Assemblea Costituente. — Firenze, 5 aprile 1849.»
Dei firmati, ne fecero colpa allo egregio amico P. A. Adami; e
questi non tacque averla sottoscritta, perchè la conobbe provvidenza
necessaria a salvarmi e a salvarsi da pericolo imminentissimo; e fu
reputato sincero: così che la porta del carcere gli venne dischiusa;
— certo non avranno ommesso di rampognare il defunto Colonnello
Manganaro, uomo di molta virtù; ma egli sembra che avesse la fortuna,
la quale a me non arrise finora, di trovare orecchie alla persuasione
non disperatamente impenetrabili, conciossiachè i giorni che visse
ultimi della vita onorata non gli furono fatti amari con lo squallore
del carcere infame.[578]
La Seduta del 29 marzo si apre con le dimostrazioni del Partito
Repubblicano avverse al voto della notte del 28: voglionsi pubblicati
i nomi dei consenzienti e dei dissidenti, per esporli alla popolare
indignazione. Il Deputato Manganaro[579] contradice la proposta, ma
dichiara: «Frattanto ho _il coraggio_ di asserire, che io votai per il
Potere Esecutivo conferito al Cittadino Guerrazzi; _e nulla temo avere
opinato_ in tal modo.» Così eravamo arrivati a tal punto col Partito
Repubblicano, che era _pericolo_ procedermi amico, e per dichiararlo vi
abbisognava _coraggio_; e questo avrebbe dovuto avvertire chi giudica.
Un Deputato propone la Legge di cui lo scopo è la _Unione assoluta
con Roma_, e però implicitamente la dichiarazione della Repubblica
e la decadenza del Principe. Nella Seduta del 30 marzo il Deputato
Marinelli riassume la interpellazione mossa nel 29 dal Deputato Giotti
per sapere da me se avessi mandato _una Deputazione a Gaeta_: intende
che vi risponda pubblicamente, _perchè simile notizia si va insinuando
fra il Popolo_! Altri v'insiste. Lo scopo di questa interpellazione
era di diffidare sul mio contegno i Repubblicani fanatici, e spingerli
a qualche estremità. A me parve necessario riparare alla insidia,
dichiarando a voce e in iscritto, non essere vero, sì perchè lo invio
della Deputazione a Gaeta fosse veramente menzogna, sì perchè, come
altrove ho detto e qui ripeto, e di ripetere mi giova, volevo condurre
con la persuasione i dissidenti ad aderire alla Restaurazione; non
già per via di trame, nè per violenza, o per basso motivo di privato
interesse. — Il Deputato Venturucci troppo presto avventura la
proposta: «Gettiamo uno sguardo sopra gli avvenimenti che occasionarono
la esistenza di questa Assemblea. Mancò uno dei Poteri; il Governo si
trovò incompleto; fu interrogato con suffragio universale il Paese come
intendeva provvedere al suo avvenire. Ebbene! Ora non possiamo, che
rispondere: il Paese, di cui siamo i Rappresentanti, accetta la Carta
del 1848. Così avremo una Costituzione concessa, ma consentita. Noi non
avremo fatto una Rivoluzione, saremo in terreno legale, o _almeno la
Rivoluzione non sarà colpa nostra_. Non nasceranno interni dissidii,
si eviteranno gli esterni nemici, avremo serbato le nostre forze per
un migliore avvenire, e daremo il nobile esempio, giusta la sentenza
di Sallustio, di avere voluto seguire la ragione piuttosto che la
fantasia.»
Questo era il concetto del Rappresentante del Potere Esecutivo. Ma
Venturucci col suo affrettarsi indisciplinato l'ebbe a mettere in
repentaglio gravissimo.[580] — Si levarono grida di disapprovazione,
nelle tribune alte in ispecie. Un Deputato del Partito contrario
obietta la proposta di dichiarare l'Assemblea solidale della
Rivoluzione. Un altro afferma che l'Assemblea ha ricevuto mandato
ristretto dal Popolo, vale a dire determinato a proclamare la
Repubblica e la Unione con Roma. — Dannata sentenza era questa,
imperciocchè con siffatto mandato imperativo non faceva mestieri
discussione, e l'adunanza compariva simulacro inane.
Il Deputato Nespoli, ad evitare che il partito Busi fosse approvato
per acclamazione, fa la proposta che prima si provveda al modo di
resistere; penseremo dopo alla forma del Governo. Venturucci protesta
contro qualunque voto per acclamazione; Nespoli gagliardamente
lo appoggia; Palmi nota, che il proponimento della patria difesa
votato dall'Assemblea è nullo, se non venga seguíto dallo effetto;
per conoscere questo, bisogna consultare il Popolo intero; e quindi
propone lo invio di Commissarii in provincia. Turchetti si unisce a
questi oratori, concludendo perchè il voto nella quistione agitata si
sospendesse. Questi tutti formavano parte della maggiorità creata dal
Governo, ma _andavano disseminando, e anche anticipando incautamente_
i varii partiti discorsi nelle conferenze: invero i Repubblicani,
prevalendosi di cotesta sconnessità, si sforzano a far discutere
il partito Busi come pregiudiciale. Turchetti, e principalmente il
Deputato Sestini che muove dubbio se possa deliberarsi così grave
negozio, senza il concorso dei 120 Deputati, vengono derisi. I
Settarii, sparsi nelle tribune alte, prorompono in grida di minaccia.
La più parte dei Costituzionali balena. Fu allora che io, domandata
la parola, uscii in quella proposta, di cui, elogiando così, faceva
la storia il _Conciliatore_ del 1º aprile 1849: «Alle parole degli
opponenti alla _fusione immediata_ con Roma strepitando le tribune,
e togliendo così ai Deputati la libertà delle loro opinioni, il
deputato Guerrazzi si è alzato, e rivoltosi con _nobile fierezza_ al
Presidente della Camera, disse: _Signor Presidente, io domando che
sia a me data la forza di cui ella dispone; ed io come capo del Potere
Esecutivo andrò a fare sgombrare le tribune a tutti questi scellerati
ed iniqui perturbatori._ Queste parole sono state accolte co' più vivi
applausi.»[581]
I Deputati della maggiorità, e il Popolo non educato dal Circolo,
m'interruppero con applausi di conforto. Palmi e Venturucci, ripreso
coraggio, orano per la sospensione del partito Busi, fino a mutate
condizioni politiche. Modena, e altri Deputati, conflittano la
sospensione, e intendono si deliberi sopra la Unione, e subito. Si
va ai voti. Sessantasei Deputati si trovano presenti: 42 votano pel
Governo, 24 per la parte repubblicana. La maggiorità governativa
sommava quasi a due terzi.
Quanto è vero dunque ciò che afferma l'Accusa, che io avversassi la
Repubblica, solo per farla proclamare dall'Assemblea? Gl'idi di marzo
erano venuti; dunque perchè non la feci dichiarare, non la favorii
io? Anzi, perchè l'avversai? — La notizia della disfatta novarese ti
aveva sopito nell'animo il genio repubblicano, — oppone l'Accusa; ma
io ripeto che nel 25 marzo questa mai sempre dolente novella non era
arrivata, anzi in quel giorno inebbriava, piena nel suo bel fiore, la
speranza.
I Repubblicani, secondo che vedevano inclinare le cose alla
restaurazione dello Statuto, s'inviperivano a sospingere il Paese
nella Repubblica. Urgeva contenerli, e affrettarmi a sgombrare le
vie, affinchè il voto universale, nelle vicende che precipitavano, si
manifestasse solenne e trionfante: a questo intento mando Montanelli,
che lo chiedeva, in Francia; pubblico il Proclama del 1º aprile, e
alla fine dichiaro non potersi provvedere alla salute della patria: 1º
Se non si proroghi l'Assemblea, con obbligo nel Potere Esecutivo di
non risolvere intorno alle sorti del Paese senza consultarla; 2º Si
sospenda ogni questione intorno alla forma del Governo; 3º Rimangano
i Deputati a Firenze per condursi, a richiesta del Capo del Potere
Esecutivo, in qualità di Commissarii per la guerra nelle Provincie, o
_sovvenirlo in altra maniera_.
Prima che per me si manifesti il motivo di cosiffatta proposta, vedasi
come l'accogliessero i Repubblicani. Essi tornano passionatamente su le
cose decise, — perchè, come il Popolo avrà coraggio, essi dicevano, per
prendere le armi, se l'Assemblea non l'ha per proclamare la Repubblica?
— I Settarii fremono nelle tribune; il Deputato Del Sarto procura
placarli con accomodate parole, ma cresce il rumore. Il Deputato
Manganaro valorosamente dichiara: «Che Popolo e non Popolo? Nessuno
ha diritto di chiamarsi Popolo nel nostro cospetto. _È una frazione
del Popolo che ce ne vorrebbe imporre._ Noi soli, eletti dal suffragio
universale, possiamo parlare in nome del Popolo, e provvedere alla
salute di lui.»
Il tumulto a queste parole scoppia per modo violento e scandaloso,
che il Ministro dello Interno dichiara: la dignità dei Ministri non
consentire che rimanessero. _Biondi esclama che i Deputati avranno
il coraggio di morire; e nessuno abbandoni il posto_ (e questo si
chiama sapere sostenere le parti di Deputato). Turchetti corre a dare
ordini per isgombrare le tribune. Il Ministro dello Interno grida al
Presidente: «Io le ho mandato 180 uomini, che ne fa ella?»
Nel 3 aprile si tornò a discutere intorno alla mia proposta. Il
Deputato Pigli, sempre nello intento d'indurre l'Assemblea a riporsi
dalle cose decise, si oppone che il partito del Capo del Potere
Esecutivo venga preso in considerazione, finchè non sia decretato
intorno alla forma di reggimento: egli vota per la Repubblica. «Il
Partito Repubblicano» prosegue l'oratore «dicono poco numeroso in
Toscana: _gli uomini si pesano, non si contano_. Gli uomini della
Rivoluzione vincono con la Rivoluzione. Prudenza e opportunità
essere istrumenti da tiranni. Voi dite non vedere il Popolo invaso
da entusiasmo; e sia: ma dovete dirmi, che _avete fatto tutto per
eccitarlo_, che _tutto avete fatto perchè non andasse spento e
distrutto_. I principi sono fuggiti, _i troni sono restati_. Voi
chiamate il Popolo a difendere le frontiere, _ma non gli date armi, nè
danaro e divise_. Volete che il Popolo risponda davvero? proclamate
la Repubblica.» Protesta contro le parole del Deputato Venturucci,
che dichiarò la _Toscana soddisfatta dello Statuto del 1848_. Così, a
sentire il Pigli, la Repubblica era _di Elena il nepente_, che avrebbe
somministrato non solo uomini, ma danari, armi, cannoni e cavalli,
_anche quando il Governo non gli avesse somministrati_; ed egli
ignorava quello, che altrove ho narrato, che richiesto dai Repubblicani
Romani a mandare a Bologna per instituirvi una Commissione di reciproca
difesa, vi aveva spedito Manganaro e Araldi, i quali, _poichè ebbero
atteso più giorni indarno_, si ridussero non so se più sconfortati,
o incolleriti, per non avere potuto vedere in faccia un Commissario
Romano!!![582]
Le opinioni di Carlo Pigli udivo, in quei tempi, andare su le
bocche degli uomini accesi da inestimabile entusiasmo, ed anche
oggi leggo ripetute nei libri che essi stampano. La dura esperienza
dovrebbe averli sgannati; ma non è così. Io ho sempre tenuto come
perniciosissima la invasione della fantasia nel dominio della ragione;
e tanto le volli anche materialmente separate, che, in casa mia (quando
la ebbi!), tenni due stanze: in una delle quali scriveva quanto mi
dettava la immaginazione, e in un'altra trattava negozii. La Repubblica
è una voce; niente più, niente meno; nè le voci a un tratto, meno
quelle di Dio, operano prodigii. In quanto a spirito pubblico, non
vogliono intendere i Repubblicani che essi non operarono rivoluzione
in Toscana, ma andarono oltre perchè trovarono sgombra la via; se il
Principe teneva fermo, il Partito Repubblicano non avrebbe allora mai,
nè anche un momento, prevalso; e in quanto agli ordini militari, ci
vogliono tempo, concordia e sapere. Le armi, i danari, e le assise non
difettavano; mancavano chi le volesse e sapesse maneggiare e vestire;
e le cose affermate in questo proposito, a carico del Governo, erano
sfrontatezze, e niente altro. Deh! non ci nuoccia perpetuamente la
nostra matta prosunzione; e di più non dico.
A Pigli subentra il Deputato Mazzoni; egli pone essere stata
intendimento universale la Repubblica; venire tardi i consigli della
paura. Il Popolo avere conferito ai Deputati mandato imperativo. Adesso
trattarsi di Repubblica, o di Restaurazione. Per richiamare il Principe
Costituzionale, mancare l'Assemblea di facoltà. — Si obietta il Popolo
restío allo appello del Governo; l'Assemblea faccia il suo dovere:
se il Popolo non farà il suo, peggio per lui. La proposta del Potere
Esecutivo non somministrare veruno vantaggio, anzi recare danno. Con la
Restaurazione non può trattare l'Assemblea.
Il Deputato Mazzoni erra manifestamente su la natura del mandato,
il quale era impressionato dalla formula proposta dal Decreto del 6
marzo: _se, e come Toscana deva unirsi a Roma_. Aveva ragione trattarsi
adesso di Repubblica o di Restaurazione; non aveva ragione a credere
i Deputati propensi alla Repubblica prima dello infortunio novarese,
mutati dopo; perchè prima di allora erasi dato opera ad agitare fra
i Deputati i concetti, che verrò esponendo. Rigidi i suoi principii,
non giusti. E quando anche veri e giusti, vi ha qualche cosa nel
mondo, davanti alla quale ha da cedere il rigore del raziocinio, ed
è la carità della Patria. Perano piuttosto venti sillogismi, che un
uomo solo! La carità del luogo natío persuade a procurare al Popolo
il maggior bene possibile anche a carico della propria reputazione.
Pur troppo col Deputato Mazzoni, uomo d'altronde per integrità di
vita santissimo, procedevo diverso. Questo motivo mi costrinse a non
partecipargli i miei consigli: sarebbe stato lo stesso che persuadere
il David di Michelangiolo. Propugnarono pel concetto repubblicano
i Deputati Modena, Bichi, Giotti, Menichelli, Vannucci, Trinci
Bartolommeo, Cipriani; lo avversarono i Deputati Carrara, Palmi,
Micciarelli, e Socci. Gli oratori favorevoli al Governo, e contrarii
alla immediata proclamazione della Repubblica, vennero vilmente
oltraggiati dal Popolo tuttora parteggiante pei Circoli. Più volte fu
ordinato lo arresto dei perturbatori, e lo sgombro delle tribune.
Pigli, per confondere le cose e ritardare la votazione, dichiara
volere interpellare il Governo: non gli riesce, e si passa ai voti.
Quarantatrè sono per la sospensione, 29 contro; il Deputato Taddei si
astiene dal votare perchè non aveva assistito alla discussione.
La parte del Governo in questo nuovo sperimento acquista un voto,
quella dei Repubblicani cinque; _e ciò perchè il Partito dei pretesi
ortodossi costituzionali di Firenze, invece di venire a rafforzare il
nostro concetto, disertava la causa; e non fu bene_.
I Repubblicani dell'Assemblea non si sgomentarono per questo,
ed insisterono perchè le interpellazioni del Deputato Pigli si
ammettessero: il Ministero o il Capo del Potere Esecutivo vi
rispondessero pubblicamente. Io pure gli avevo _più volte_ nei giorni
antecedenti, ed anche poche ore avanti, ragguagliati con coscienza di
quanto volevano adesso sapere di nuovo.[583] Ora perchè questo? Non
senza astuzia era il trovato. Il Ministero repugnerà, essi pensavano,
per prudenza a manifestare le condizioni nostre di fronte alle Potenze
estere, e, per pudore della Patria, la fiacchezza dei Toscani; allora
scompariranno le cause della oppugnata proclamazione della Repubblica,
e discutendo gli articoli potrà essere rigettata la Legge proposta dal
Potere Esecutivo. Ultimo tentativo per l'agognata Repubblica. Essi
s'ingannarono; i Ministri Marmocchi e Mordini risposero in modo da
tôrre loro ogni baldanza. Quivi Marmocchi non dubitò di posporre tutto
alla verità, e dichiarò pochi i Repubblicani, contrario lo spirito
del Paese a cotesta forma di Governo, arduo eccitare i Popoli alla
difesa delle frontiere; allegò fatti, confermò la sua sentenza con
raziocinii. Il Ministro degli Esteri _smentì i conforti di Francia
e d'Inghilterra asseriti falsamente dal signor Rusconi_. Il Deputato
Pigli comprendendo quanta e quale impressione avrebbero fatto coteste
solenni dichiarazioni nell'universale, dopo averle provocate, si
oppose perchè fossero pubblicate; — e così presumono illuminare
il Popolo, e servire agl'interessi di lui! Questi paionmi, e sono
tranelli di Settario, non concetti, non ispiriti di uomo di Stato. Ai
giorni nostri, se lo inchiodino bene nella mente gli uomini di tutte
le condizioni e di tutti i Partiti, _colui che cammina con maggiore
probità riporterà vittoria su gli altri_. — Allora io sorsi, e dissi:
«Poichè lo avete voluto, io intendo, al contrario, che abbiano intera
pubblicità; e questo per due motivi del pari importanti: primieramente
perchè non si concede sopprimere nel ragguaglio della Seduta una parte,
che il Pubblico ha diritto di sapere; secondariamente perchè tutti i
Toscani sieno informati per loro governo dello stato del Paese.»[584]
La mia proposta fu vinta.
«L'Assemblea Costituente Toscana
«Decreta:
«1º Doversi nel momento attuale sospendere ogni deliberazione intorno
alla forma del Governo ed alla Unificazione della Toscana con Roma.
«2º Doversi prorogare, siccome proroga, la prossima futura di lei
Tornata al dì 15 aprile corrente.
«3º I Deputati non pertanto dovranno restare in Firenze.
«4º Il Capo del Potere Esecutivo non potrà risolvere intorno alle
sorti della Toscana senza il soccorso e l'annuenza dell'Assemblea,
non solo a pena di nullità, ma di essere punito come traditore della
Patria. Potrà bensì provvedere alle necessità dello Stato con la
emissione di tanti Buoni del Tesoro, fino alla concorrenza di 2,000,000
di lire, ipotecando i medesimi unitamente all'imprestito volontario
decretato con la legge del 5 aprile 1848 per sostenere la guerra della
Indipendenza, sopra i Beni dello Scrittoio delle Rendite.
«Li 3 aprile 1849.»
Fu vinta, ma combattuta dalla diffidenza. La proroga era concessa per
soli dodici giorni; ed anche a me piacque che fosse così; e m'imposero,
sotto solenne religione, l'obbligo di non risolvere intorno alle sorti
della Toscana; e due milioni assegnarono per limitare le facoltà che
aborrivano, e pur si dovevano, in tanta urgenza, lasciare liberissime.
Però gli Avversarii non rifinivano di sussurrare menzognero ed
esagerato il rapporto; i fatti non veri; vero soltanto l'accordo del
Potere Esecutivo col Principe a Gaeta.
Avrei potuto allora chiudere violentemente l'Assemblea, e operare
qualche giorno innanzi quanto successe il 12 aprile. _Nol feci, e
non lo volli fare_. Considerai, che avventurandomi a cotesto passo
avrei potuto incontrare resistenze di città, di provincie, od anche
d'individui; e questo verosimilmente accadendo, bisognava ricorrere
alla forza. Simile partito poi non era sicuro che riuscisse, con
le milizie che possedevamo allora: dato che riuscisse, era mestieri
venire a contesa; ed io diligentemente procurava, che non insorgesse
dissidio di sorta da nessuna parte, perchè lo universale consenso
rallegrasse la Corona, e la persuadesse, che i casi passati dovessero
ritenersi come que' brevi scompigli, che pur talvolta si levano anche
fra persone dilette, e da obbliarsi facilmente; nessuno nella solennità
del reintegrato Statuto avesse a piangere: dall'altra perchè non fosse
somministrato _pretesto_ agli stranieri d'intervenire nelle faccende
nostre con la loro diplomazia, e peggio con le loro armi. — Inoltre,
dal partito violento mi dissuadeva _la mala compagnia reazionaria od
anarchica_, che in queste occasioni sempre ribolle, e ti spinge fuori
dei limiti del tuo disegno. Nè _anarchici_, nè _reazionarii_; estremi
entrambi. _Siffatta maniera di gente servendo piuttosto alle passioni
proprie, che al bene dello Stato, sono fastidio sempre, vergogna
spesso, qualche volta rovina della parte a cui si attaccano; sozzi in
vista, nè meno in effetto dannosi de' serpenti di Laocoonte_.
Io intesi fare così. Ottenuta la proroga dell'Assemblea mandai
Deputati di qualunque Partito, purchè probi, nelle Provincie, affinchè,
investigato lo spirito e le tendenze delle Popolazioni, sopra l'anima
e coscienza loro ne riferissero dentro breve spazio di tempo. Al punto
stesso, io con ogni conato, e sinceramente, mi adoperai nel negozio
dello adunare milizie. Mi volsi a tutti i Partiti, parlai a tutti
gl'interessi, eccitai tutte le passioni. Feci comprendere agli amici
della Restaurazione correre loro dovere di conservare intero lo Stato
alla Corona; non prendessero il desiderio del richiamo del Principe
a _pretesto di codardia_, imperciocchè io non indicassi loro nemici
nuovi, sibbene antichi, tali dichiarati dallo stesso Sovrano, già
combattuti, e certamente acerbi per le recenti offese sopra i campi
lombardi. Serbare lo Stato intero, e respingere, s'era possibile, ogni
aggressione straniera, formava il dovere primo di ogni cittadino; o
almeno tentarlo. Altra causa ad operare lealmente consisteva per me
nella promessa solenne data dalla Toscana ai Popoli Lunensi e della
Garfagnana di difenderli, per quanto forza umana bastasse; e delle
altre ragioni altrove indicate non parlo, avvegnadio quando ti lega la
religione della promessa tra gente onesta più lungo discorso non abbia
luogo.
Però io devo confessare, che da tutti questi sforzi sperava potesse
ottenersi tanto da provvedere all'_onore_ prima, e poi al benefizio
delle sorti della Patria, non però quanto bastasse a giusta _difesa_,
se l'Austria si fosse avventata con grosso sforzo di gente contro di
noi. Onde era ordine al Generale D'Apice, che dove i nemici si fossero
affacciati _grossi così da non poterli per qualsivoglia estremo di
virtù impedire_, anzichè sprecare senza prò sangue umano, si ritirasse
protestando: in ogni altro evento proteggesse la Garfagnana, e Massa e
Carrara. La disperata difesa, che andavano immaginando i Repubblicani,
_non poteva farsi_, e quel seppellirci sotto le rovine delle città
è partito che il Paese civile repudia. Queste deliberazioni, è vero,
salvano all'ultimo i paesi, ma sul momento li guastano, e noi non li
possiamo patire sciupati. Quando le palle nemiche avessero a bucherare
i nostri palazzi, ohimè! non vi parrebbero eglino malconci dal vaiolo?
Ed a chi mai di noi basterebbe il cuore di vedere il suo palazzo col
vaiolo? Siffatte enormezze si hanno da lasciare ai Barbari, che non
vogliono sopportare dominio straniero in casa, come sarebbero il russo
Rostopchin a Mosca, o il vescovo Germanos a Missolungi; una volta
avemmo ancora noi un Biagio del Melano.... ma, come Barbaro, lo abbiamo
dato all'oblio, così che io giocherei Roma contro uno scudo che neanche
venti dei miei civilissimi lettori ne conoscono il nome.[585] Chè se
i Toscani un giorno, per volontà dei cieli, e per virtù propria mi
chiariranno bugiardo, pensino che io faccio _capo saldo_ a tutto _12
Aprile 1849_; e se non vorranno pensare a questo, io domanderò perdono,
se pure i miei occhi saranno aperti, e sarà incerto se con maggiore
esultanza me lo concederanno essi, o lo domanderò io. Fino a quel
giorno la evidenza mi dà la ragione e l'angoscia di averla.
La frontiera toscana, com'era allora, a giudizio degl'Ingegneri, non
si presta agevolmente alle scarse difese: lunga si sprolunga la linea,
ed abbisogna copia di gente, e apparecchio immenso. Le milizie nostre,
poche a tanto uopo, e in condizione di disciplina deplorabile; e ciò
sia detto, salvo il debito onore di quelli che mostrarono cuore ed
ingegno per sostenere le difese estreme. La gente raccogliticcia, e
giova qui rammentarlo anche una volta, non fa frutto: di questo non
vogliono persuadersi gli Entusiasti, ed è verità vecchia, e lo abbiamo
sperimentato a nostre spese di nuovo.
Oltrechè poi anche di gente siffatta non era il novero grandissimo, o
almeno corrispondente allo assorgere di Popolo come un uomo solo che
intende difendere disperatamente i suoi lari; avvegnachè, per lungo
disuso e per mansuetudine antica, i Toscani repugnassero dalle zuffe;
e sebbene abbiamo visto, come condotti una volta al campo riescano
soldati a nessuna milizia secondi, pure sradicare dall'animo dei
Popoli la infame repugnanza tutto a un tratto non puossi. Nel Ducato
di Lucca, per concessione della Principessa Elisa, i Lucchesi si
reputavano immuni dalla milizia. Privilegio esercitato con ragione,
quando si trattava andare in remote contrade a combattere guerre di
conquista; stolto, empio, iniquamente preteso, quando chiama la Patria.
Per la qual cosa vedemmo, maraviglioso a dirsi! nel contado lucchese i
rustici armati a sostenere la guerra per non andare alla guerra.... Le
campagne toscane poi poco alla milizia disposte per le cause referite,
e per altre, che sarà bello tacere. La gioventù cittadina, diversa, ma
meno adatta alla sobrietà e alle fatiche, alla virtù insomma, — senza
la quale armati si hanno, soldati non già, — difficile a governarsi,
apportatrice nelle armi delle scapigliature di piazza, non osservatrice
di altri ordini che dei suoi, e questi ogni ora mutati; non obbediente
ad altri capi che agli eletti da lei, impedimento sempre, difesa nulla
o scarsissima.
Da Firenze dopo molte istanze ottenemmo 80, credo, soldati civici, i
quali ancora non partirono per la Frontiera, ma rilevarono il presidio
di Orbetello.
Più tardi partirono mille, e generosissimi tutti, senza badare a
Repubblica o non Repubblica; chè nei cuori accesi di carità patria
davvero, quando si tratta di difendere il suolo natio, si guarda dove
e perchè si va, non a chi ci manda.
I padri empivano di querele il Palazzo, perchè il Ministro della Guerra
rendesse loro i figli.
«Firenze 2 aprile. — Il Ministro della Guerra è assediato da continue
dimande di molti cittadini, i quali reclamano perchè i loro figli
siensi arruolati Volontarii. — Non può egli fare a meno di rammaricarsi
nello scorgere nei genitori dei coscritti tanto dolore per atto così
eminentemente patriottico, e che onora la Gioventù toscana. La Patria
versa in sommo periglio, nè mai ha avuto tanto bisogno quant'oggi
dell'opera dei suoi figli: essa attende però, ed esige da tutti
quelli che nudrono in seno amore del proprio Paese, sagrifizio di
ciò ch'è più caro all'uomo. Senza di che mai Italia si affrancherà
dal dominio straniero, sorgente dei nostri mali. Il Ministro della
Guerra, al tempo medesimo che si congratula co' giovani soldati, non
può non rammentare ai loro genitori il dovere sacrosanto, che ad ogni
cittadino incombe di rispondere allo appello della Patria: che, in
luogo di lamenti, egli si attende dai genitori un incitamento ai figli
ad essere buoni e virtuosi soldati; non può infine non richiamare
alla loro memoria lo esempio delle madri spartane, le quali non solo
volonterose consentivano ai figli di prendere le armi, ma eziandio
con le loro mani ne gli rivestivano, e gli accompagnavano al luogo del
generale convegno, e prima di lasciarli gli ammonivano a combattere da
eroi, o gli consigliavano a volere perdere meglio la vita che serbare
un contegno del quale la patria dovesse arrossire. Nudre pertanto
fiducia il Ministro della Guerra, che tutti i Toscani i quali abbiano
figli ricovreranno più generosi sentimenti, e che, invece di muliebri
lagnanze, verranno ad allegrargli le orecchie parole di patria carità.
«MANGANARO.»
Credono eglino i Repubblicani, che, gridando dentro coteste leprine
orecchie: _Repubblica!_ avrebbero camminato i padri più accesi nelle
cose della guerra? Immaginino come vogliono, noi vediamo com'è. Nè
meglio Livorno di Firenze, anzi peggio; e Toscana tutta alla medesima
stregua. Se questa dolente pagina fosse scritta per mia difesa
soltanto, ci verserei sopra tutto lo inchiostro del calamaio, e ci
strofinerei sopra lo stoppaccio settantasette volte sette; ma la
lascio, perchè leggendola si abbiano a vergognare i miei conterranei.
E perchè le madri slave non piangono quando i loro figli vanno a
combattere, ma esultano, riesce ai Croati vincere noi, che ci vantiamo
così civili, e presumiamo tanto!...
Udii, che gli Ufficiali (intendo i pessimi) sotto pretesti varii
sollecitavano congedi, o allegavano infermità per non andare alle
frontiere: infermità che in taluni forse erano vere, ma dedotte
insieme, e in mal punto, erano da sospettarsi tutte false!
Pertanto prevedevo sicurissimo, che i Deputati i quali percorrevano
le provincie, muniti di mie facoltà per eccitare la milizia civica
alla patria difesa, sarebbero tornati, non dirò senza costrutto, —
chè tanto non credevo allora, nè credo abbia maledetto il Signore
la nostra contrada, — ma con rapporti capaci a fare mettere giù la
speranza di vedere le moltitudini correre armate alla frontiera, molto
più per opinioni politiche allora invise allo universale. Io aspettava
il ritorno di questi Deputati, e mi consigliava a parlare in questo
modo nell'Assemblea, indirizzando il discorso ai Partigiani della
Repubblica:
«Voi non avete creduto alle mie parole mai: ecco persone di fiducia
vi riferiscono, come nelle provincie non ferva lo entusiasmo di
combattere, che voi immaginaste. Se pertanto non comparisce universale
il moto di correre alla difesa delle frontiere per amore della Patria,
la quale contiene le cose che per modi diversi tornano a tutto uomo
più care, come vorreste voi che vi si precipitassero i Popoli per
una forma di governo, che molti ignorano, moltissimi aborriscono? Se
non si levano per cagioni, che tutti i cuori sentono, come presumete
eccitarli per via di astrattezze che la mente non comprende o
rigetta? Voi mi avete rampognato di avere omesso i mezzi capaci a
tenere desti gli spiriti del Popolo. Se intendete degli _onesti_,
io gli ho praticati tutti; se mai (lo che io non voglio credere)
accennaste ai modi della Rivoluzione di Francia del 1793, sappiate
ch'essi fecero paurosa la libertà ed infame; sicchè vi volle mezzo
secolo a riassicurare gli animi sbigottiti. I sacri argenti tolti
alle Chiese avrebbero gittato forse 15 o 20 mila scudi, sussidio
insufficiente a tanto uopo, e avrebbero partorito esecrazione infinita
contro il Governo. Il tôrre a forza fa sparire la moneta, e dare al
capestro il collo dei repugnanti vi farà ricchi di delitti, non di
moneta.[586] Spingere uomini incontro al cannone con la scure dietro,
nè lo potevate domandare voi, nè lo potevo eseguire io. Solo posso
precederli, e questo, se mi è dato, farò. Voi vi ingannate intorno
alla virtù dello entusiasmo; egli esalta, non crea le forze. Con lo
entusiasmo voi non formate la scienza degli artiglieri, la disciplina
negli eserciti, gli esercizii della cavalleria, non gli apparecchi
di guerra, e per di più da un punto all'altro, di faccia al nemico.
Non invocate gli antichi esempii di Francia, perchè l'anima trema
rammentando le necessità dei pochi, che vogliono dominare su i molti.
Queste necessità sono i _Settembrizzatori_ a Parigi, le _Mitragliate_
a Lione, gli _Annegamenti_ a Nantes. — La Libertà non si nudrisce,
si avvelena, col sangue; nè ho mai sentito dire, che rovistando pei
sepolcri si trovino argomenti al prospero vivere degli uomini, bensì
vermi; ed io per me non voglio prendere gli esempii da altro Paese, che
da quello che mi citate. Dove mise capo la convulsione dei Francesi
così atrocemente eccitata? Dove andarono a terminare le quattordici
armate rivoluzionarie? Nella perdita di tutta la Italia, nel confine
del Reno minacciato. Dove si quietarono gli esaltati spiriti della
Libertà? Nelle turpitudini del Direttorio. Se lo ingegno, e la fortuna
di un uomo, cui si piegarono tutti ad adorare despota, non erano, — la
Francia sarebbe stata invasa, e divisa. Ecco quali immensi abbattimenti
succedono a immensi furori. Ora la fortuna vi para davanti due vie
da seguitare: la prima sta nel precipitarvi con grandissimo pericolo,
anzi con esizio certo, nella Unificazione con Roma e nella Repubblica,
contro gl'interessi e il sentimento universali; la seconda, compiacendo
al genio e alle necessità della Patria, nel restaurare lo Statuto
Costituzionale. Il primo partito, oltrechè voi non potrete sostenere,
vi divide dentro, chiama certamente il nemico di fuori, ed apparecchia
sventure, che nemmeno potranno sostenersi con onore: il secondo vi
unisce in pace; chiude il campo alle contese tra partiti nemici, nelle
quali essi sempre trasmodano, e, se per impeto di passione, feroci, —
se per ingordigia di comodi, ferocissimi e spietati; toglie adito ai
pravi disegni _dei reazionarii_, e _pretesto_ agli stranieri d'invadere
le nostre terre. Il suffragio universale del Popolo torrà via ogni
amarezza dall'animo del Principe, per indole facilmente oblioso; il
quale, considerato la qualità dei tempi, gli eccitamenti straordinarii
e la potenza di uomini repubblicani qui da ogni parte convenuti, e gli
errori in cui tutti di leggieri trascorriamo quando la mente è commossa
da súbita passione, o turbata da inopinate vicende, troverà più che
non bisognano motivi per l'animo suo a dimenticare il successo come
un sogno di febbre. Preservate la Patria dalla occupazione straniera,
e mantenete le libertà costituzionali, che dirittamente esercitate
bastano ai Toscani. Frattanto permettete, che io mi congratuli meco, e
con voi, che il sentiero a questo partito non sia stato mai chiuso, e
che la nostra Patria in così impetuoso turbinío non abbia a deplorare
fatti scellerati, nè perduta la fama della sua vera civiltà. Questo
consiglio io vi do di coscienza, non per fine di privato interesse,
non per obbligo d'impegno assunto, non per patto convenuto, non per
altro meno onesto motivo; ma sì, come a dabbene uomo si addice, mosso
unicamente dallo amore di Patria, e di voi; e perchè voi ne andiate
nel profondo dell'animo persuasi vi confermo, che nessuna pratica
fu da me iniziata in proposito col Principe assente, — veruna. Se io
abbia operato con lealtà quanto mi parve che fosse bene della Patria
e non per basso intento, voi vel conoscete a prova. Voi trovate il
terreno delle trattative vergine; provvedete voi. Brevi le condizioni,
e facili. Lo Statuto si mantenga, duri indipendente il Paese. _La
Inghilterra da me consultata si profferisce mediatrice di questo: farà
lo stesso la Francia._ Di oblio non parlo; conciossiachè, se male io
non conobbi, mi paia più agevole al Principe nostro concederlo, che a
voi domandarlo; e a me giammai, quante volte per altri lo chiesi, disse
di no. Se ho commesso errori (e ne avrò commessi di certo) perdonateli
alla bontà della intenzione, alla infermità del giudizio.[587] E quando
non mi sia meritata alcuna lode, deh! concedetemi almeno che senza
detrimento di buona fama io _vada a riposare in terra lontana, ma
sempre italiana, l'animo e il corpo affaticati_.»
Io per me non dubito punto affermare, e ritenere per certissimo,
che le parole aperte, i modi schietti e legali, la lealtà, ed anche
(non mi sia conteso dirlo) la generosità del procedere, la urgenza
finalmente dei casi, avrebbero sciolto la durezza dei più pervicaci,
e (lo soffrano in pace gl'interessati a negarlo) partorito assai più
prosperevoli sorti alla Patria comune, di quelle che le vennero, dal
costoro operato, nel 12 aprile 1849. Il consenso universale di tutta
la Toscana sarebbe stato istantaneo come lo spandersi della luce
al sorgere del Sole; dopo quindici e più giorni non avremmo veduto
condotti ad aderire al Municipio di Firenze alcuni Municipii toscani
nella guisa stessa con la quale i Romani traevano i testimonii in
giudizio, dando ai malevoli argomento per calunniarli avversi alla
cosa, mentre erano offesi del modo. La livornese resistenza non
sarebbe accaduta, e con essa, se non la volontà, veniva almeno tolta
la occasione alle armi straniere di scendere quaggiù, del pari che
il motivo a chiamarle; donde poi era dato campo larghissimo alle
potenze mediatrici a interporsi con frutto. E forse oggi anche noi
ci consoleremmo della non acquistata indipendenza italiana con la
indipendenza toscana mantenuta, con lo esercizio effettuale delle
libertà sanzionate nello Statuto, di cui la conservazione fra noi mi
pare che assai si rassomigli alla mostra del diamante _Koh-i-noor_
(montagna di luce) nella Esposizione di Londra, dove tutti lo
possono vedere in gabbia, ma sparirebbe con la gabbia, lo zoccolo, il
guanciale, _et reliqua_, se qualcheduno si attentasse a toccarlo.
A questo punto io mi rinnuovo l'obietto, che per deliberarmi io
aspettassi la occasione. Se si dirà che la occasione mi facilitasse il
cammino a mandare a compimento il concetto prestabilito, si parlerà con
rettitudine; se poi all'opposto si sosterrà che l'occasione generasse
il concetto, questo ormai fu dimostrato falso da quanto sono venuto
esponendo in questa scrittura fin qui, ed aggiungerò in breve per
conclusione. — Nè penso che alcuno vorrà appuntarmi per avere colto il
destro propizio, avvegnachè l'uomo non possa creare gli eventi: questi
sono di Dio. L'uomo può qualche volta impadronirsene, e indirizzarli
per forza o per ingegno a fine determinato. Ricordo che Madama Staël
per istudio di scemare la fama a Napoleone soleva chiamarlo _homme
des circonstances_, della quale sentenza punto ei si offendeva, per i
motivi che ho poco anzi discorsi. Sicchè su questo particolare penso,
che sarà savio arrestarmi.
Però io voglio esporre quello che avessi considerato nello evento di
fortuna prosperevole alle armi piemontesi. Vinta una battaglia, non
sempre si vince la guerra. Poniamo vinta la guerra con una battaglia
sola, come accadde a Marengo nel 1800, e ultimamente a Novara; allora
si presentavano subito al pensiero molte e gravi contingenze, così
nello interno, come di fuori. Incomincio dalle ultime. Il re Carlo
Alberto sarebbe cresciuto di reputazione e di forza, per virtù sua e
per decadenza della Fazione repubblicana. — Bisogna ritenere che la
massima parte dei Lombardi procedeva sviscerata della Repubblica, non
già per fine politico, quanto per riputarla mezzo sicuro a ricuperare
la patria. Una fatale persuasione, che durò anche dopo lo infortunio
novarese, e compose il martirio doloroso di Carlo Alberto (principe,
il quale se trova molti superiori in grandezza, nessuno, a parer mio,
lo uguaglia nella sventura), si radicò nella mente dei Lombardi e di
parecchi fra gli altri Italiani, che il Re non camminasse sicuro in
questa bisogna, ed in segreto se la intendesse co' nemici d'Italia.
Assurdità, e peggio; ma la disgrazia è persuaditrice tristissima
degli uomini, e chi da lontano conosce per relazione le cose udendo
il veemente narrare, e i giuramenti smaniosi, e i pianti, e tutto
quanto insomma ha maggiore virtù di commuovere l'animo umano, si
trova conturbato nello intelletto e nella fede. In questo travedimento
gli esuli tennero per fermo, che ormai non più il Principato, ma la
Repubblica avrebbe loro riaperte le porte della patria: di qui il
correre a sollevare Italia tutta a parte repubblicana; di qui l'opera
ardente e indefessa, impresa a danno della Monarchia Piemontese, che
fu parte non piccola fra le cause della disfatta di Novara. Della
verità del mio concetto porge argomento il considerare che prima
degl'infortunii di Custoza i Repubblicani si fossero sottomessi,
dichiarando non volere con importune contese disturbare la opera
della Indipendenza italiana. — Ora, se la sorte delle armi, arridendo
al Re, avesse non pure quietati, ma distrutti, i fatali sospetti;
se al Re fosse stato concesso di schiudere ai Lombardi il varco
pel ritorno in patria, mentre la Repubblica non si era mai mostrata
capace di tanto, non veniva tolto ad un tratto il motivo negli esuli
di parteggiare per la Repubblica? Certo che sì. Cresciuta l'autorità
del Principato, non poteva supporsi che Piemonte consentisse tenere
quello stecco su gli occhi di una Repubblica della Italia Centrale,
e l'avrebbe avversata con tutti i modi: dalla parte di Napoli, non
importa dimostrarlo. Conquista da Torino non temevo, chè se di volere
non avesse patito difetto, gli mancava il potere. La Francia, la quale
come abbiamo letto dichiarato da Lamartine, non avrebbe sofferto
che il Regno Sardo si ampliasse col Lombardo-Veneto e co' Ducati,
pensiamo un po' se gli avrebbe consentito stendere la mano anche sopra
Toscana! Dalla conquista in fuori, la Repubblica della Italia Centrale
doveva aspettarsi dal Piemonte pessimi ufficii. La vittoria delle
armi italiane avrebbe richiamato l'attenzione della Francia e della
Inghilterra, rimaste quasi arbitre dei destini d'Italia, ad assettare
le cose nostre; diversamente invero da quello che appaiono adesso, ma
pure in modo contrario alla Repubblica. La Inghilterra, tenerissima
della sua Costituzione, non ama le Repubbliche, e la Francia
repubblicana le odia. Però Napoli sarebbe stato costretto a procedere
dirittamente nelle vie costituzionali, e ad accogliere con onore gli
esuli cittadini. Dal quale successo erano a prevedersi verosimili due
conseguenze: la prima, che anche in questa parte l'autorità regia
costituzionale acquisterebbe aumento; la seconda, che i napolitani
esuli, reduci in patria, sarebbero rimasti di affaticarsi per la
Repubblica nel modo stesso, e per le medesime ragioni che ho esposto
testè discorrendo degli esuli lombardi. La Toscana e Roma pertanto
si vuotavano di questi arnesi potentissimi di Rivoluzione. Così tra
le cause scemate per desiderare la Repubblica, la cresciuta autorità
costituzionale, le pratiche di Potenze primarie, la pressura da due
lati, la debolezza comparativa dello Stato, il difetto di frontiere
validissime, e la necessità di non isconcordare per costituirsi con
solidità, avrebbero costretto questi due Stati a piegarsi alla forma
costituzionale. Cosa sarebbe avvenuto del potere temporale del Papa,
non è facile prevedersi: solo lo evento è bastato a persuadere che
lo avrebbero restaurato le armi repubblicane di Francia: ad ogni modo
faceva mestieri accomodare anche il Papa degnamente, come a Capo della
Chiesa Cattolica si addice.
E questo per ciò che riguarda di fuori. Nello interno poi, a cagione
di quanto venne dichiarato superiormente, opera perduta sarebbe
mettere parole intorno al successo della aggiunzione al Piemonte, come
quella che pareva ad accadere impossibile. Consideriamo piuttosto la
Unificazione con gli Stati Romani.