XIX.

Della contradizione notata dai Documenti dell'Accusa fra la potenza e

la impotenza di resistere alle pretensioni del Partito repubblicano.

Or come, dice l'Accusa, potete voi sostenere a un punto la potenza

e la impotenza a reprimere? Questo suona contradittorio: anzi, deve

dirsi, che siccome a parecchie enormità opponendovi le impediste, così

a tutte le altre successe voi non vi opponeste, nè le voleste impedire.

(Decreti del 10 giugno 1850 § 54, e del 7 gennaio 1851 § 53.)

Due erano, come ho detto, i fini che io pensai essermi affidati, e

mi affidarono certo gli onesti cittadini e il Parlamento: la salute

della società, e questo principalissimo; l'altro di preservare il Paese

da avventurosi esperimenti; o, se si vuole più chiaro, di consultare

con pacatezza i Toscani intorno al modo col quale intendevano essere

governati. Al primo scopo provvidi, e corrisposi, confido almeno, alla

aspettativa universale; ma in questa parte ebbi a compagni anche gli

onesti Repubblicani, i quali pure aborrivano dalle violenze, dalle

rapine, e dal sangue; la coscienza pubblica mi sovvenne con la sua

grande voce; e una tal quale esitanza provavano ancora quelli che

procedevano più rotti, sicchè, comunque aspra lotta durassi, pure,

Dio aiutando, mi venne fatto conservare illesa, anche in mezzo ai

trambusti, l'antica fama di civiltà, di cui, meritamente, godeva, e

dovrebbe continuare a godere il nostro Paese. Ma se a tutto non avessi

potuto riparare, come sarebbe giusto imputarmelo? Se portai le mille

libbre e non potei le due mila, i miei Giudici non solo mi negheranno

la mercede per le mille libbre portate, ma pretenderanno multarmi

per le mille che non ho potuto portare? Egli è invano, che i miei

Giudici rigetterebbero questo paragone e questa conseguenza; i loro

argomenti procedono sempre così. In quanto poi al secondo scopo che mi

era proposto, ecco come riuscii a salvare la somma delle cose. Vuolsi

principalmente avvertire, come principio emesso dai Repubblicani, in

ispecie quando si agitò la questione se la Lombardia dovesse unificarsi

al Piemonte, fu consultare il voto universale, _imperciocchè, abolita

ogni idea di diritto divino, reputino il Popolo origine di tutta

sovranità_. Il quale principio oggi non pure è dei Repubblicani, ma

vi si accostano eziandio quelli che si mostrano caldi promotori delle

regie prerogative. «Io credo che la sovranità, secondo la teoria

costituzionale, risieda esclusivamente nel Popolo, il quale delega

a questo il potere legislativo, a quell'altro il potere esecutivo;»

diceva il Montalembert (il quale, credo che non importi avvertire che

non è Repubblicano) nell'Assemblea di Francia il 10 febbraio 1851.

Il Governatore di Livorno con Dispaccio dell'8 febbraio avvisava,

come Giuseppe Mazzini arrivato (al mal fagli male), su l'alba di

quello stesso giorno, a bordo dell'_Ellesponto_, arringando al Popolo

avesse concluso: «che la Toscana doveva aspettare le determinazioni

della Costituente — e di Roma.»[198] E sue precise parole furono: «La

nazione, per mezzo dei rappresentanti del Popolo, eletti col suffragio

universale e con libero mandato, _farà conoscere le sue volontà, e noi

c'inchineremo al sovrano_.»[199]

Questo stava bene in teoria; ma in pratica non istava più bene; anzi,

secondo le contingenze, aveva ad esser tutto a rovescio. Là dove il

Popolo propende alla Repubblica, si consulti col voto universale; dove

no, cotesto diventa fastidioso puritanismo, e bastano le petizioni dei

Circoli, gl'indirizzi dei Municipii (che oggimai noi conosciamo a prova

di che cosa essi sappiano), e i clamori di piazza. Logica è questa

di ogni Partito di cui lo scopo consiste nel riuscire a qualsivoglia

costo. — In Toscana il Popolo, non ostante la vertigine che lo agitava,

consultato a cose quiete, non avrebbe risposto nella maggioranza

alla Repubblica: questo aveva subodorato Giuseppe Mazzini, ed invero,

informando l'Assemblea romana su le condizioni della Toscana, spiega

chiaro: «che le tendenze della parte più _energica_, più importante

della popolazione, sono altamente unificatrici, e dicendo unificatrici

intendo escludere il dubbio vocabolo di unione. Tutti i Giornali sono

unanimi in questa espressione.... tutti i Circoli, — molti Municipii, —

parecchi Comandi della Guardia Nazionale, dichiararono nella _penultima

domenica del mese scorso_, con una manifestazione solenne seguita da

altre adesioni nei giorni seguenti, che il voto della Toscana era la

forma repubblicana e la unificazione con Roma.»[200] Le quali parole

lasciano pur troppo intendere, che la parte più _energica_ era per

la Repubblica, ma lo stesso non poteva dirsi della più numerosa.

Però Mazzini _intende_, ma non _approva_ più che sia consultato il

Popolo.... «perchè l'unica legalità nelle rivoluzioni sta nello

interrogare.... _nello indovinare_ il volere del Popolo, e nello

attuarlo.»[201] Tra _interrogare_ e _indovinare_ passa divario grande,

quasi quanto tra il _complice_ e lo _impotente_, o tra _tutti_ e

_taluno_ dell'Accusa. Ma egli è così: là dove lo spirito di parte detta

i giudizii, si affacciano sempre le medesime formule di sofisma. Fatto

sta, che si voleva commuovere, rimescolare il Popolo, e, s'era ebbro

d'acqua arzente, dargli a bere olio di vetriolo. Così s'incendiano

gli Stati, non si costituiscono, ed io non ho voluto rovine. E poi

neanche poteva conseguirsi quello a cui tendeva, perchè ai deliranti

non faceva mestieri aumentare delirio, e pei repugnanti ogni argomento

tornava inutile, per la ragione dichiarata poco anzi dello starsi a

vedere e poi chiudere le finestre. — Abbiamo veduto altrove Popoli

interi muoversi e insorgere al nome di Repubblica: ma io credo che

vadano grandemente errati coloro che immaginano le moltitudini si

muovessero unicamente per forma di governo, che neppure intendevano;

parte si mossero per fame, parte per ingiurie patite, parte per odio

di feudali istituti, parte per amore di libertà: altri per altre

cose. La formula delle rivoluzioni somministrano gl'intelligenti,

le passioni, il Popolo: donde avviene che tutte le tendenze unite a

distruggere, disaccordino poi sul modo di fabbricare. La ragione,

per la quale i Partiti compaiono a prova prodigiosamente deboli a

governare, si è questa, che il fascio, stretto durante la battaglia,

si scioglie dopo la vittoria. Or qui in Toscana mancavano (e prego

Dio che abbiano sempre a mancare) ingiurie sanguinose a vendicare,

odii antichi a sbramarsi; solo in molti, ma non nei più, Toscani,

era vaghezza di forme repubblicane; molti ancora, non può negarsi,

si agitavano per cupidigie o per bisogni, e, non frenati, stavano per

partorire deplorabili lutti; piantatrice e spiantatrice degli alberi

della Libertà, per la massima parte, era di questa sorta gente, che

ama le baruffe e le provoca solo per pescare nel torbido; taccio di

quelli che non erano di qui. Ma per amore della Repubblica, per quante

ne sapessero fare, non si muovevano davvero i mezzaioli in campagna,

nè i borghesi in città, i proprietarii grandi, la nobiltà, il clero.

— Agitate, agitate, perchè le minorità vincono le maggiorità; — le

vincono, è vero, o piuttosto le stupefanno, ma per durare ci vogliono

gli annegamenti nella Loira, le mitraglie di Lione; e questi estremi

rendono spaventevole la Libertà, e la fanno precipitare alla tirannide

soldatesca. Tuttavolta, questo volevasi, intendetelo bene, signori

Giudici, e questo sarebbesi fatto: e poichè la vostra coscienza non

ve lo ha saputo dire, vi dica il Paese intero, cui mi giova sperare

non ingrato, chi impedì questo, e a qual prezzo. — Agitate, agitate, e

troveremo cannoni, armi ed armati; — ahimè! la esperienza ha dimostrato

non succedere così; e senza un buon nervo di esercito disciplinato, i

volontarii o fuggono, come i Francesi a _Grand Pré,_ o muoiono, come i

Toscani a Montanara — gloriosamente, sì, ma non vincono....

Finchè pertanto i Repubblicani si stavano ai ragionamenti, che erano:

inutile consultare il Popolo, dacchè per le petizioni dei Circoli,

dei Municipii, della Guardia Civica, e per le acclamazioni delle

genti, il voto si dimostrava patente; io rispondeva: tanto meglio: s'è

vero come supponete, apparirà solennemente manifesta la propensione

dell'universale per la Repubblica; ma non falsiamo il principio del

suffragio da voi stessi predicato: guardate a non comparire apostoli

bugiardi: parmi, ed è indegno di uomini che si vantano creatori di

nuovo ordine di cose, incominciare con la menzogna, ch'è vizio della

viltà. Così non ho mai veduto incominciare i reggimenti gagliardi.

Romolo inizia il suo regno con un atto di ferocia, ma non di bassezza.

Ora con quale fronte vorrete adoperare voi le medesime arti, che più

diceste aborrire negli avversarii vostri? Voi sostiene la opinione

di lealtà; di amici sinceri del Popolo, voi diventate sopraffattori

e tiranni. Voi, Mazzini, avversaste Vincenzo Gioberti, quando, prima

che la vittoria decidesse le fortune italiane, voleva che Lombardia si

aggiungesse al Piemonte, e dicevate non essere quello il momento di

sturbare con importune trattative il pensiero dei Popoli, che unico

doveva concentrarsi nella guerra della Indipendenza; ed io vi detti

ragione.[202] Ed ora quello ch'era buono per Lombardia e Piemonte,

non è più vero per Toscana e per Roma? Ma lasciamo questo da parte:

come potete pretendere onestamente proclamata la Repubblica a tumulto,

mentre l'aria dura commossa dalla vibrazione della vostra voce, che

diceva: «che la nazione deve dichiarare la sua volontà per mezzo

dei rappresentanti eletti col suffragio universale?...» E fino dal

16 febbraio a Mazzini opponeva Mazzini, gittandogli in volto le sue

dichiarazioni predicate a Livorno; «ecco le parole piene di fede, e di

senno, che Mazzini rispondeva al Popolo di Livorno, che saputa la fuga

del Granduca domandava ad alte grida la Repubblica: — Io repubblicano

per tutta la mia vita, vi esorto ad attenderne la iniziativa da Roma;

sono là i veri rappresentanti del Popolo, e noi dobbiamo inchinarci

a quel potere sovrano.»[203] — L'Accusa io qui l'ascolto esultare

dicendo: dunque, vedi, anche tu accennavi aderire all'Assemblea

Costituente di Roma, — ed io le rispondo: tu non capisci niente; —

allora importava non irrompesse la Repubblica a furia, e non era a

guardarsi la natura del rimedio, purchè salvasse dal male presente:

poi cosa fa cosa, e tempo la governa. Mazzini pertanto, ed i seguaci

suoi non potevano replicarmi in viso senza inverecondia, _imperciocchè

adoperava a combatterli le loro stesse parole_. Allora furono tentate

altre vie.

Imitate, dicevano i Repubblicani, il Governo Provvisorio di Francia;

ordinate provvisoriamente la Repubblica, salva la sanzione del Popolo,

come fece Lamartine. Per questo modo, proseguivano essi giovandosi

degli argomenti di lui, farete cosa a un punto rivoluzionaria, e

conservatrice; imperciocchè da un lato lo sperimento della Repubblica,

durante certo spazio più o meno lungo di tempo, sarà sempre tanto

guadagno fatto pei governi liberali, e pei vantaggi del Popolo;

dall'altro, dove anche più tardi l'Assemblea disfacesse la Repubblica,

partorirà adesso entusiasmo nel Popolo, soddisfazione agli animi

agitati, maraviglia alla Europa, impulso e forza per traversare lo

abisso senza fine cupo della rivoluzione.[204]

E questo era intoppo duro davvero. Se non che, ripreso animo, io

rispondeva: di grazia, ascoltatemi; voi altri sapete come il Cormenin,

favellando del Lamartine, abbia detto che un castaldo avvezzo alle

faccende di villa mostrerebbe facilmente a prova, anche in quelle

della politica, più giudizio del Lamartine; ed io del Lamartine, del

Cormenin, e degli altri uomini di Stato francesi non ripeterò, chè

non sarebbe giusto, quello che già scrisse il Machiavelli di loro,

cioè, che i mali orditi del cervello sanno rinforzare con le mani; e

nè anche quello che ei disse al Cardinale di Ambosa: «di Stato, voi

altri Francesi, non intendete niente;» ma è certo, che tutti quelli

i quali in Francia fanno professione di politica, non intendono

troppo. Però posto questo da parte, e stringendoci a ragionare del

Lamartine, vi pare egli discorso cotesto suo di mettere in cimento la

Repubblica, come si farebbe, a modo di esempio, nelle scuole, di un

calcolo, o di una dimostrazione geometrica? A questo ufficio bastano

una lavagna e un pezzo di pietra da sarto; e se il calcolo non riesce,

si strofina col ruotolo della cimosa, e da capo. Volendo sperimentare

la Repubblica, se ti attieni al metterne fuori unicamente il nome,

converti il Governo in bersaglio, onde tutti i Partiti contrarii

gli tirino addosso di punto in bianco; ma al nome solo non puoi

attenerti, nè devi; quindi per durare anche una settimana ti trovi

condotto a imprimere nel Governo e nel Popolo un moto corrispondente

al fine proposto, accomodarvi i provvedimenti e le leggi, scansare gli

uomini disadatti o contrarii, altri sostituirne amorevoli e acconci,

distruggere antichi interessi, altri crearne,... e tutto questo per

prova? E tutto questo, incerti se la Repubblica possa sostenersi?

Bel giudizio davvero, moltiplicare le cause di perturbazioni e di

contrasti, allorchè vi proponete ricomporre l'ordine sociale sconvolto!

Poi, Francia è Francia, e Toscana è Toscana: la Repubblica in Francia

può dare argomento di maraviglia alla Europa; in Toscana, di riso:

costà fra 36 milioni di uomini, qualche milione può sorgere a sostenere

con le armi la opinione del Governo, e propria; ma qui fra noi conviene

starci contenti alle migliaia, ed anche poche. Nè mi parlate di Roma,

di Sicilia e di Venezia: queste ultime due, male si reggono in vita; e

invece di trasmettere altrui, chiedono forza per loro. Roma e Toscana,

sommate insieme fanno una debolezza, perchè non possiedono armi, nè

pecunia, nè eserciti addestrati, i quali da un punto all'altro non si

arriva a formare. Ancora: Francia, per lunghi anni educata nella vita

politica, per avventura potè credersi giunta al grado convenevole di

maturità per adattarsi alla nuova forma di Governo, quantunque voi

sappiate come grave sia il subuglio dei Partiti colà, perfidiandosi

intorno alla libera scelta della Repubblica, con danno inestimabile

alla reputazione di questa: ma Toscana si leva adesso, e non ha ben

desti gli occhi; gli animi vi sono rimessi, inerti a molti gli spiriti,

i partiti estremi impossibili; speculatori arguti sono per la più

parte i Toscani, e più facili a fare per consiglio della mente che per

subitezza del cuore; anzi quel continuo rombo di parole superlative, e

di concetti esorbitanti, gl'inquieta come api che fuggono dai bugni,

se odano rumore di lebeti percossi; e sopra tutto vi raccomando a

considerare, che la Toscana delle libertà costituzionali si chiamava

non ha guari soddisfatta; nè ella operò rivoluzione alcuna; nè credo

che la voglia operare: lo scettro è in mano al Popolo, non perchè ei

volesse strapparlo, o lo strappasse, ma perchè gli fu lasciato. Questo

abisso di mandare in perdizione la Società, noi da vicino non minaccia;

di comunismo per ora, se spruzzate, non paionmi contaminate le

moltitudini; la Repubblica, anzichè diminuire le perturbazioni, avrebbe

virtù di aumentarle, e rendere forse disperato un male di per sè stesso

gravissimo. Ad ogni modo, che il Popolo universo a decidere delle sue

sorti consentisse, questo prometteste, questo promisi, e questo hassi

a mantenere: leali vi chiamaste, e leali perdurate, chè bene v'incorrà

della conservata rettitudine. — E alle ragioni, che procrastinando

si sfiduciavano gli animi, i malfermi alienavansi, sfocavansi gli

ardenti, e si dava luogo a insinuare che il Governo procedesse

avverso alla Repubblica, io replicava: questo non essere da temersi,

imperciocchè il Governo fino dai suoi primordii aveva dichiarato, che

per pronunziare la decadenza del Principe e la Repubblica, dovesse

aspettarsi che lo universo Popolo toscano emettesse liberissimo

il voto. La _requisitoria_ del Pubblico Ministero Regio dichiara

francamente,_ che tutto il mio sforzo si ridusse a persuadere, ed agire

in qualche contingenza, perchè non venisse la Repubblica attuata troppo

sollecitamente_: la _requisitoria_ del Pubblico Ministero Repubblicano,

rappresentato dal sig. Carlo Rusconi, mi accusa: «Che giunto al Potere,

ebbi modo di fare proclamare la Repubblica, e non volli. — Che quando

mi fu dato unificare due provincie _assecondando_ i voti del Popolo,

comecchè unitario ed entusiasta del Popolo mi fossi detto, bramai

persistere in una disunione _insensata_. — Il dottore Maestri inviato

da Roma instava perchè — il desiderio di unificazione, che _nel Popolo

si manifestava_, fosse appagato. _Lottando quotidianamente_ col toscano

Triumviro, a cui tutti quegli argomenti adduceva che sogliono far

forza in chi non ha preconcetta opinione ec.» Chi ci era, racconta

che _quotidiane_ erano le istanze, (e istanze di gente arrabbiata,

fanatica, e forte su le armi, si sa che cosa vogliano dire); chi non ci

era sostiene che furono rade; chi ci era mi accusa che procrastinando

rovinai il concetto repubblicano, chi non ci era, sprezza cotesta

opera come di piccolo momento. I Repubblicani, i quali di rivoluzioni

s'intendono più assai del Regio Procuratore Generale (e spero che

questi non me lo vorrà contrastare) dicono, che _occasione passata è

occasione perduta_; ed hanno ragione: la Repubblica poteva instituirsi

in Toscana, ma nel modo che nelle antecedenti carte ho avvertito; ed

io ripeto, fui tutore del Paese, non capo delirante di fazione. Anche

quando fosse vero, come non è, che il mio sforzo tendesse unicamente

a procrastinare, l'Accusa dovrebbe sapere che ciò sarebbe più che non

bisogna nelle rivoluzioni. Una notte di pensiero cangia le tendenze

dell'animo, il quale senza impulso veemente ed attuale schiva, almeno

nei più, precipitare a partiti disperati.

Devo confessare come fra le infinite umiliazioni con le quali fu

saziato il mio cuore, nessuna tanto profondamente mi tocca quanto

quella del trovarmi condotto a esporre la mia ragione a tale, che le

verità volgarissime della Storia s'infinge ignorare; e dico s'infinge,

conciossiachè riesca duro a credere, che abbia animo per giudicare di

politica chi di politica si senta siffattamente inesperto. Il sig.

De Barante, uomo di senno antico, e per pratica di negozii pubblici

rinomato assai, dettando il suo libro della _Storia della Convenzione

di Francia_, assicura che tutto il male della Rivoluzione venne dal non

trovarsi persona capace a resistere allo impeto dei primi moti, onde

si componesse una opinione giusta delle cose, una bandiera sorgesse

dove i cittadini sbigottiti si assembrassero; — all'opposto, persuasi

fino dai primi giorni che ogni Governo era cessato, si trovarono in

balía di tutte le autorità imposte di mano in mano dalla violenza, _le

quali comandavano in virtù del meccanismo delle sètte, mentre l'ordine

nella Società era venuto meno. — Tutto il mio sforzo si ridusse ad

agire perchè la Repubblica non venisse attuata troppo sollecitamente_!

— Fatto sta, che la non venne proclamata mai; pur sia come vuole

lo Accusatore: ma sa egli, che cosa importi un giorno, una notte

nelle rivoluzioni? Lo vuole egli sapere? Se di una notte sola avesse

potuto ottenere indugio il virtuoso Malesherbes, per presentare le

sue osservazioni sul modo di contare i voti, la vita di Luigi XVI era

salva; e certamente poi, se nella giornata del 19 gennaio fosse stato

vinto il partito dello aggiornamento alla esecuzione della sentenza:

«car (nota Thiers) _un délai était pour Louis XVI_ la vie mème.[205]»

Vuol egli sapere, che cosa giovi un'ora? La mattina dell'_8 termidoro_

cadde reciso il gentil capo di Andrea Chènier, a cui, poveretto! doleva

morire così giovane, e con tanta potenza di poesia nell'anima... Un

poco più tardi, nel sangue che aveva fatto versare, affoga Robespierre,

e seco va disperso il regno del terrore.[206]

Infatti il _Regio_ Procuratore _Repubblicano_ afferma, che non mi

mancavano gli avvertimenti: «come nulla vi fosse di peggio in politica,

specialmente in tempi di rivoluzione, che il non far nulla, e lo

aspettare gli avvenimenti con la stolta lusinga di dominarli.»[207]

Ma i condottieri della fazione repubblicana erano oltre ogni credere

tenacissimi, e vedendo che le parole non bastavano, fecero prova di

operare una nuova rivoluzione nel giorno 18 febbraio. Nel giorno 18

febbraio una immensa moltitudine conveniva in Piazza; nel 18 febbraio

Niccolini arringando diceva con parole aperte: «Il Popolo ingannarsi

sul conto mio, avversare io la Repubblica, intendermela col Granduca;

entrasse il Popolo in palazzo, mi costringesse a proclamare la

Repubblica: se assentissi, bene; se no, giù dai balconi!»

Questa minaccia fu ripetuta più volte: si aizzava il Popolo a

trucidarmi. Quanti tremavano allora per la mia vita, che ora non

dirò lieti, ma in parte certo profondamente indifferenti, del mio

non degno infortunio! Ma allora ero una trincera dietro la quale

riparavano sbigottiti; adesso sono diventato documento increscioso

d'ingratitudine. Però fu detto dei nostri vecchi: mala bestia è quella,

che dà di calcio al vaglio dopo avere mangiato la biada...

Poco dopo, il fatto tenne dietro alla minaccia. Il Popolo allagò

imperante e furioso. Che cosa fare? A qual Santo votarmi? In mezzo al

tumulto era difficile farmi intendere, e folle il parlare quello che

sentivo; ridotto allo estremo, dicevo: «Ora via, Cittadini, dacchè

volete la Repubblica ad ogni costo, e Repubblica sia; a patto però,

che mi mostriate domani duemila giovani fiorentini armati, e disposti

a combattere per la Repubblica.» Risposero urlando: «trentamila

ne condurremo!» Ed io di nuovo: «Bastano duemila.» Era cotesto un

ripiego che il mio buon genio mi suggeriva per ischermirmi dalla

tremenda violenza che faceva una moltitudine capace d'ingombrare sale,

scale e piazza; e al punto stesso era prova, con la quale intendevo

certificare il Partito repubblicano della vanità dei suoi conati a

strascinare il Popolo intero. Firenze non ebbe i duemila soldati per

la Repubblica, mentre gli aveva avuti, e generosissimi, per la guerra

della Indipendenza italiana, bandita dal Principe Costituzionale.

Così preservai in quello accidente il Paese, la opinione del Partito

repubblicano fu indebolita, e _cresciuta a dismisura la sua rabbia

contro di me_. Questo io operava con pericolo mio contro la moltitudine

arrabbiata il 18 febbraio, _non già dopo la disfatta di Novara_, come

con offesa manifesta del vero non aborrisce affermare l'Accusa.[208]

Nè per questo i Repubblicani si davano punto per vinti: mediante il

Ministro romano sig. Maestri presentano una Nota contenente diversi

articoli per approvarsi subito dal Governo toscano. Se le cose

richieste fossero state ammesse, non lasciavano più il Paese in potestà

di deliberare. Io mi professai incapace a discernere la importanza

della proposta, e dissi, il mio dovere impormi mandarla al Consiglio di

Stato; sperare che il Consiglio l'accoglierebbe; lo avrei sollecitato

a rimettermi il suo parere. — Nello inviarla al Consiglio, gli commisi

scevrasse nelle cose richieste quelle che avrebbero pregiudicato

la libera votazione, dalle altre che la lasciavano illesa. Così

fece il Consiglio: grandissimi si elevarono i clamori per questo, e

tuttavia durano. Io giunsi appena a sedarli, facendo notare, che la

imminente votazione dell'Assemblea avrebbe reso inutile qualunque

restrizione.[209]

Ecco in qual modo pervenni a impedire le urgenti molestie per la

proclamazione della Repubblica, e gli attentati contro la sicurezza

dei cittadini. Le altre improntitudini, per la loro natura non

somministravano uguali rimedii; non pativano dimora; erano cose da

farsi su l'atto; non potevo dei loro stessi principii comporre un

freno per ritenerle; e non avevo meco la opinione pubblica, che mi

sorreggesse: tacevano, tremavano i dabbene cittadini, e si contentavano

a pregare Dio che mi desse forza a resistere. Riguardo a destrezze, nè

sempre giovano, nè sempre si affacciano alla mente nella subitaneità

dei casi che succedono. —

Ora, senza distinguere il modo della resistenza, e confondendo la

ragione delle cose, ricavare dai conati riusciti a bene argomento

per accusare dei fatti che non poterono ripararsi l'uomo che si

sagrificò alla salvezza comune, parmi tanto crudelmente assurdo, quanto

iniquamente ingrato.

Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi · 第 27 / 82 题