Cause di delinquere.
Toccai sopra di quanta importanza sia investigare le cause per le
quali l'uomo può essersi diretto ad agire, imperciocchè ogni atto che
si parte da mente supposta sana, se manchi di causa proporzionata e
razionale, deve per necessità ritenersi involontario o costretto; i
Giuristi dicono: non informato da dolo. Qui vuolsi considerare come
due motivi soli potessero persuadermi a cospirare per la rivoluzione;
o personali od opinativi. Personali sono, cupidigia di averi e di
onorificenze. Quanto io fossi vago di pecunia lo mostrai, quando
abbandonati floridissimi negozii, consentii a tenere tale carica di cui
l'onorario bastava alla _metà sola_ delle spese del dignitoso vivere
di mia famiglia, e mio. Scrittori no, ma arpie, di cui instituto è
contaminare tutto quello che toccano, non mancarono appormi cupido
ingegno, anzi avaro. I libri della mia domestica economia ricercati,
dimostrarono quanto sia poca cosa la mia sostanza, quali le vie per
acquistarla, quali le spese, e i motivi delle spese. Se coloro che
scrivono facessero studio di onestà come e' professano, porrebbero
cura a bene informarsi prima di asserire cosa che leda la estimazione
altrui; nè a sfuggire la taccia bruttissima di calunniosi, può loro
giovare punto la protesta di ritrattarsi subito che venga dimostrato
lo errore in cui sono caduti, avvegnadio non si comprenda con quale
autorità essi citino al proprio tribunale uomini dabbene, per colpe
che mai non furono, tranne nella loro matta fantasia; tribunale per di
più spregevole, come quello che già si mostrò o leggiero o maligno;
— e finalmente domando io che cosa si penserebbe di un uomo il quale
ti dicesse: lascia che io ti ferisca, nè richiamarti che io ti faccia
torto, perchè tengo in pronto balsamo e fila per medicarti la piaga?
Tali sono quei moderati scrittori, che dopo averti calunniato si
protestano dispostissimi a ritrattarsi. Ipocriti! Il vostro dovere
è quello di bene esaminare prima di gittare la pietra; e di coteste
ipocrisie oggimai logoro è il conio.[195]
In quanto a vaghezza di onori, io prego prima di tutto di non
attribuire a immodestia quanto sono per dire. Io veramente non credo
che ad acquistarmi un po' di fama nel mio paese, mi abbisognasse la
carica ministeriale; nè per uomo travagliato da libidine di ambizione
può bastare il Ministero Toscano, di cui la fatica è pari a qualunque
Ministero del mondo, superiori le ansietà perchè ogni acqua ci bagna, e
ogni vento ci muove; infinitamente minore la fama. — Ma via, posto che
questa febbre ambiziosa mi fosse caduta addosso, o non doveva essere
sazia con la promozione alla carica di Ministro, e forse, in breve,
a quella di Presidente del Consiglio? Lo intento che aveva potuto
proporsi il mio cuore era già conseguito, e consisteva nel fare palese,
col perdono, con la tutela, col beneficio di coloro che non pure mi
erano proceduti avversi, ma nemici, quanto io fossi diverso da quello
che mi avevano dipinto. E se dico questo, non faccio per rimbrottarlo,
no, — o per suscitare memorie oggimai date all'oblio; io lo faccio
costretto a difendermi, perchè la mia vita non è stata altro che
affanno; — compatitemi, e non rimettete della vostra benevolenza che mi
ridonaste. Continuiamo amici, dacchè siamo miseri assai. Intanto corse
un grido che diceva: «Chiunque vuole aver bene dal Guerrazzi, bisogna
che gli faccia del male.» Esagerava questo, ma la esagerazione stessa
prova la verità delle cose. Possano dunque le ambizioni altrui proporsi
sempre uno scopo non diverso dal mio!
Forse, avvertirà l'Accusa sottilissima, v'increbbe il Governo
Costituzionale, perchè vedeste durarvi _instabili_ i Ministeri. Certo,
i Ministeri vi sono instabili e pericolosi, ma nelle Repubbliche
appaiono instabilissimi e pericolosissimi; sicchè il sospetto non
ha luogo. Ma l'Accusa insisterà dicendo: Forse vi prese cupidità di
più alto seggio. — Vennero da Roma, una volta, deputazione di uomini
distinti per natali e per condizione, ed un'altra, di messi speciali
nelle ore più tarde della notte, a offerirmi carica suprema, ed io la
rifiutai; e prova di quanto affermo occorre nel Decreto proposto dal
Principe C. G. Bonaparte all'Assemblea della Repubblica Romana, che
suona così:
«Visto che il Popolo tanto della Toscana quanto della Repubblica
Romana, hanno più che bastantemente dimostrato che vogliono la
unificazione sotto un regime repubblicano; l'Assemblea sovrana della
Repubblica Romana:
«1º Invita i 120 Deputati, componenti la Costituente Toscana, a venire
a sedere fra noi per formare la Costituente della Repubblica della
Italia Centrale.
«2º Offre al Guerrazzi un seggio nel Triumvirato della Repubblica
complessiva ec.»[196]
Dunque nè anche la supposta cupidità mi mosse. — Intorno ai fini
opinativi è chiarito come io, dall'incominciare delle Riforme,
speculando sul genio del Paese, mi scoprissi contrario alla Repubblica.
Se per me si fosse voluta, nell'8 febbraio sarebbe stata proclamata in
Toscana, come si vedrà più largamente in seguito; se con giudizio o no,
se per durare o passare a modo di spettro, se a sostegno o a rovina del
Paese, è diversa ricerca: nessuno si opponeva; i dissidenti vi erano,
ma non avevano coraggio di fiatare; anzi si spenzolavano, smaniosi più
degli altri, a proclamare la Repubblica; mani e piedi pestavano per
volerla, e subito: per poco me non accusavano di traditore opponendomi
ai legittimi voti del Popolo, al _desiderio eterno riposto nell'intimo
del loro cuore repubblicano_. Io contemplava la nuova viltà, e
sorrideva. Udite un po' come si esprimeva il _Conciliatore_ del 28
febbraio 1849: «Che cosa possiamo sperare da coloro che s'inchinano
a tutti i poteri, che stancarono le anticamere delle Corti e dei
Ministeri, e che _oggi proclamano svisceratissimi la Repubblica? O
Libertà.... quando il tuo culto era proscritto, tu conoscevi a nome i
tuoi addetti; oggi, che hai altari su le piazze e su i trivii, anche
i tuoi_ più crudeli ed antichi nemici _ti portano pubbliche offerte
fra le acclamazioni delle immemori turbe_.» Non ti pare quasi sentire
un lamento del _Conciliatore_ che altri gli abbia vinta la mano, e
possa essere reputato più amante della Repubblica di lui? Bassa voglia
poi sarebbe indicare chi questi svisceratissimi della Repubblica si
fossero: la morale pubblica ne scapiterebbe; e poi picchiandosi il
petto, essi si confessarono pentiti e dichiararono di non peccare
mai più.... fino alla prima occasione. Io non mi prevalsi nè della
ebbrezza, nè del furore, nè della pazienza, nè della viltà. Eletto
tutore del Popolo, e consapevole dei suoi veri desiderii, mi sarebbe
parso fare opera di ladro, che carpisce la firma ad una cambiale
dall'uomo preso dal vino, sospingendolo al Partito della Repubblica.
I Repubblicani in questo fanno appunto consistere la mia colpa;
io la mia probità. A me piace proporre al Popolo, dopo pranzo, le
risoluzioni ch'egli confermerà anche la mattina a digiuno: perfida mi
è parsa sempre la dottrina di mettere a repentaglio così moltitudini,
come individui: più tardi, risensati, lacerano lo ingannatore, ne
maledicono la fama. Io di altri Popoli nè so, nè parlo; ma affermo,
che non ostante la ebbrezza e il furore di molti, gli eccitamenti
interni ed esterni, la viltà e la pazienza, — la grande maggioranza
dei Toscani, finchè vissi nel mondo politico, non era repubblicana;
il Partito compariva, più che non bisognava, gagliardo a violentare
e a distruggere, ma per creare cosa durevole, non sarebbe bastato.
Questa gente, infervorata nella sua idea, non vuole comprendere come
con uomini, che al vedere bandiere, udire tamburi, gridi e simili
altre diavolerie, guardano trasognati, poi si ritirano in casa
chiudendo le finestre, non si può creare Repubbliche. La grandissima
maggioranza delle persone educate in Toscana, stando al Ministero e
prima, conobbi appassionata delle vere libertà costituzionali, e non
delle bugiarde che si gittano alle genti come un osso da rodere, e poi
non si vogliono o non si possono mantenere; agli altri, in ispecie ai
campagnuoli, bisognava dare ad intendere la Libertà come la dottrina
cristiana. Io certa volta dissi alla Corona, che il Governo doveva
essere educatore di libertà in Toscana, e mi parve dire bene; se i
tempi sono mutati dopo due e più anni di carcere, non so, nè m'importa
conoscere; ma allora era così. Intanto i Repubblicani mi regalano il
titolo di _stolto_, e sarò; mi basta quello di onesto: ma quello che
parrà più strano a credersi, si è che mentre i miei Giudici mi tengono
in prigione per avere cospirato contro il Principato, e promossa la
Repubblica, i Repubblicani protestano che mi ci avrebbero messo eglino
medesimi, per averla attraversata: «La Repubblica Romana era divenuta
per esso come uno spino, e quello spino vie più gli era infesto,
allorchè gli si parlava di Unione.»[197] E poco oltre, a pagina 174,
così si esprime il signor Rusconi: «Una Commissione fu istituita,
che disse governare in nome del Principe, e gli amici del Principato
toscano cominciarono dal retribuire Guerrazzi dei servigi fatti loro,
con quella _carcere che da tutti altri che da essi avrebbe dovuto
meritare_.»
Sicchè, a quanto pare, non ci è rimedio; io nacqui proprio nel mondo
sotto la costellazione della prigione!!! — _Pericula in mare, pericula
in terra_, — diceva S. Paolo.
Sembra pertanto che io non avessi motivo alcuno a sovvertire il
Principato Costituzionale; all'opposto lo avessi grandissimo a
mantenerlo.