Esposizione dei fatti generali composta dall'Accusa.
I documenti dell'Accusa ben possono andare contenti Di questa
digression, che a lor non tocca!...
Onde non cadesse dubbio intorno al modo, ecco che il Decreto del 7
gennaio 1851 apertamente intitola _la sua rete lunga strascinata per
largo spazio di mare_ ESPOSIZIONE DEL FATTO IN GENERE (p. 2). e poi
passa agli _Addebiti speciali_ (p. 19). E, perchè il fatto risponda
alle parole, così racconta: «La Toscana non andò del tutto esente
dalle commozioni che negli anni 1820, 1821, 1832 agitarono alcune
provincie italiane, ma dalle riforme introdotte negli Stati Romani
dopo l'assunzione al pontificato di _Pio Nono_, molti Toscani presero
argomento per desiderare che si convenisse in _diritto_ il _fatto_
delle libertà toscane. Il Principe, mosso da considerazioni generali
e speciali, largiva al paese la rappresentanza nazionale; ma la
rivoluzione francese del 24 febbraio 1848 suscitò smoderate voglie in
coloro che reputavano impossibile conseguire la indipendenza nazionale
senza accettare la _forma repubblicana_; le quali voglie sempre
più si accesero dopo lo infortunio delle armi italiane, e allora si
dette opera a congreghe politiche per superare ogni ostacolo che alla
instituzione della _Repubblica_ si opponesse. I maggiori sforzi in
Toscana si manifestarono nel 1848; _giunsero al sommo dopo la sconfitta
di Novara_. Però fino _sul cadere_ del 1848 una grave e profonda
agitazione fra noi turbò _la pace e la floridezza toscane_, e ne
condusse sotto il dominio di _fazione cospirante contro la Monarchia_;
e la plebe spinta dalla fazione irrompeva allora ogni momento nelle
piazze, resisteva alle leggi, disprezzava le Autorità. I circoli si
facevano _centri di violenze_ e disordini. La stampa, tranne poche
eccezioni, travolgeva i più santi principii dell'onesto vivere civile.
Il ministero Capponi, per _ricondurre in calma la sconvolta Livorno_,
vi mandava governatore Montanelli, reputato in cotesti tempi uomo
di fede candida, e conciliatore; se non che Montanelli, _obliando
il mandato_, cresceva legna al fuoco col pubblicare la Costituente
italiana. Il ministero Capponi ebbe a dimettersi, e incaricato il
Montanelli di formare un nuovo ministero, mentre protestava devozione
alla Monarchia Costituzionale, e prometteva tenere lontano dal governo
il Guerrazzi (_creduto autore principale dei moti livornesi_),
propose tosto a suo collega quel Guerrazzi di cui _poco addietro
aveva consigliato lo arresto per fatti delittuosi, che asseriva a
lui noti, e che aveva schernito e vilipeso nei suoi scritti_. La
fazione esulta del nuovo ministero appellato _democratico_. Animata
principalmente dal Programma ministeriale del 28 ottobre 1848, che
dichiarava _preferire al silenzio per paura il trasmodamento per
licenza_, l'anarchia si fa _sempre più temuta e irresistibile_, come
ne somministrano testimonianza la violenta occupazione dei forti di
Portoferraio; la barbara orgia di Livorno per la strage del conte
Rossi, assistente il Governatore; le violenze elettorali; le offese
contro alcuni giornalisti e deputati avversi, o tali creduti, al
Ministero; la invasione del palazzo dello Arcivescovo di Firenze
costretto a esulare; le furie di una stampa empia e sovvertitrice.
— In tanto sconvolgimento, il Governo, _o complice, o impotente_, se
non rimaneva affatto inoperoso, restringeva la sua azione a _parole
e provvidenze ingannevoli_; quindi il presagio della prossima rovina
della Monarchia e dello Statuto appena se ne fosse presentata la
occasione. La Costituente proclamata dal Montanelli dava la pinta,
perigliosa com'era pel suo indefinito concetto alle Monarchie
italiane, sicchè la demagogia della Penisola l'accolse esultando e
mescendo l'acclamazione della Costituente alla strage del Rossi, e
alle violenze esercitate contro il Pontefice costretto ad abbandonare
i suoi Stati. Al quale successo deplorabile non rimase estraneo il
Ministero democratico, e particolarmente Montanelli, il quale favorì
esecrabili articoli sul _Papato_, mentre domandava affettuoso la
benedizione dal _Papa_, e spediva La Cecilia a Roma per tenere accordi
con parte repubblicana, e sovvertire la pontificale monarchia. I
faziosi, udita la notizia della romana Costituente, si commuovono e
si agitano perchè _il Ministero ne ricavi argomento_ per chiedere,
ed ottenere dal Principe l'approvazione al progetto di legge della
Costituente. Invero, nel 21 gennaio 1849 il Circolo fiorentino sotto le
Logge dell'Orgagna proclama la necessità della Costituente instituita
mercè il suffragio universale; e tumultuante trae alla Cattedrale, e
al Palazzo Arcivescovile, dove, dolenti i buoni, _inerte il Governo_,
accaddero le violenze esaltate a cielo dai giornali del tempo; nel
successivo giorno lo stesso Circolo presentava al Consiglio indirizzo
col quale chiedevasi _minacciosamente_, che per via di suffragio
universale i deputati _alla Costituente italiana_ sollecitamente
si eleggessero; e ad arte si sparsero per la città rumori, che il
Consiglio avrebbe patito violenza se la proposta del Circolo non fosse
stata senza porre tempo di mezzo discussa ed accolta. Così disposte le
cose, alcuni ministri _si condussero_ presso il Principe, e _adducendo
(arte del tempo) il pericolo d'imminenti subbugli_, e dopo molte _ore
di combattimento_, ottennero l'assenso sovrano per la presentazione
della legge del 22 gennaio 1849; nè però lo assenso fu dato assoluto,
_sibbene con riserva_ circa allo esercizio del _veto_, come si ricava
dalla lettera del Principe scritta in Siena il 7 febbraio 1849, dove
dice, che egli manifestò il dubbio del pericolo della censura, la
quale sarebbe dipesa principalmente dal mandato da conferirsi ai
deputati della Costituente. La legge fu presentata per urgenza: la
Commissione proponeva l'ammenda — che le attribuzioni dei deputati
alla Costituente italiana, e il luogo, e il tempo della convocazione
dovessero determinarsi per via di una legge successiva, — _ammenda che
se fosse stata accettata salvava i dubbii dal Principe manifestati ai
Ministri_, ma conflittata gagliardamente dal Montanelli, sostenuto _dal
tumulto delle tribune, che quasi soffocarono la discussione_, riuscì
ad ottenere il mandato illimitato sopra le cose e le persone. _La
Camera dei Senatori approva anch'essa la legge_. Il Granduca partiva
per Siena, dove la sua famiglia reale godeva _ospizio affettuoso e
fedele_, e quivi egli avrebbe potuto esercitare la regia prerogativa,
se i faziosi _non ne avessero turbata la quiete_, mal sofferendo le
accoglienze e i plausi fatti al Principe, non disgiunti da gridi contro
la Costituente. _In quei giorni la demagogia macchinava la distruzione
del Principato_, come si ricava da certa lettera del Mordini, la quale
dichiara: avrebbe provocata la dimissione del Ministero toscano tra il
_primo_ e il _cinque febbraio_, proclamato la dittatura nelle persone
di Montanelli, Mazzini, e Guerrazzi, e inviatili a Roma per _domandare
la immediata unificazione_ di fatto fra gli Stati Romani, Veneziani, e
Toscani; e quindi i Faziosi e i Partigiani della rivoluzione per mezzo
dei loro giornali, _non escluso il Monitore_, presero a prorompere in
obbrobrii e minaccie contro la fedele città: il Circolo di Grosseto
denunzia le dimostranze di affetto dei Senesi al Granduca come mene
aristocratiche, e chiede l'abolizione dell'Articolo 70 dello Statuto:
quello di Arezzo dice deplorabili i casi di Siena, impreca la vendetta
del cielo contro il partito degli Aristocratici, _propone sostenere
armata mano i liberali di cotesta città_: l'altro di Firenze per le
notizie di Siena _si dichiara in permanenza_, nomina Commissarii per
opporsi alle mene dei Retrogradi, scrive al Circolo di Siena chiedente
soccorso; stesse di buono animo, recarsi costà Montanelli, Marmocchi,
e Niccolini, i quali avrebbero posto il capo a partito ai malvagi e
agli stolti; e Montanelli infatti partiva in compagnia degli altri
mentovati, recando seco lire 1400, e Siena per la infausta presenza
loro, improvvisamente mutata, tumultuava, sicchè il Principe temendo
gravi calamità dall'approvazione della Legge, e diffidando in tanta
esaltazione del libero esercizio del veto nella Capitale e in Siena,
si allontana da questo luogo cercando altrove un asilo contro alle
violenze, protestando però di non volere abbandonare il suo diletto
paese, come apparisce dalle sue lettere ai ministri. Niccolini torna
frettoloso a Firenze a recare notizia del caso al Guerrazzi, e seco lui
si rimane _gran parte della notte_; poco dopo sopraggiunge Montanelli
_lieto in vista_, e, convocati i Ministri, deliberano adunare per
urgenza il Consiglio generale, e rassegnare lo ufficio; nè i soli
Ministri convennero nella notte del 7 all'8 febbraio in Palazzo
Vecchio, ma, invitati, ancora, Mordini, Dragomanni, e i fratelli
Mori, che usciti di là col Niccolini si conducono al convento di Santa
Trinita, e adunano il Circolo, il quale _in preferenza delle Camere
riceveva primo le partecipazioni ministeriali_; agli adunati i Faziosi
palesano la partenza del Principe, e lo vituperano; invitano il popolo,
promettendo pagamento, a intervenire pel giorno successivo a pubblica
adunanza sotto le Logge dell'Orgagna. A tutte queste operazioni non
dovè rimanere estraneo il Ministero, o _almeno alcuni di coloro i quali
lo componevano_, sì perchè lo allontanamento del Principe da Siena,
qualificato abbandono, presentava opportunità a operare la rivoluzione
per cupide o ambiziose voglie meditata da tempo remoto; sì perchè
Niccolini disse a Montazio, intenzione di Montanelli e Mazzoni essere
che il Circolo prendesse la iniziativa per la formazione del Governo
provvisorio; sì perchè il Mazzoni dichiarò, che la riunione dei Circoli
venne provocata dal Governo; sì perchè gli agitatori del Circolo
furono dal Governo confessati suoi commessi, e pagati, secondo che si
ricava dal biglietto del Mazzoni dell'8 febbraio 1849. — Gli Agitatori
per mandare a compimento i disegni macchinati nella notte, traggono
tumultuanti sotto le Logge dell'Orgagna; Mordini apre la seduta con
apparato di bandiere e di cartelli, in mezzo a curiosi e tristi pagati
poi coi danari dello Stato; quivi notificano la partenza del Principe,
la sua condotta calunniano, il suo nome vituperano, _la sua decadenza
decretano_, il Governo provvisorio proclamano, una mano di plebe
è spinta contro l'Assemblea per imporle la sua volontà. In questa
i Deputati si adunavano per udire le comunicazioni del Ministero.
Invano il Presidente Vanni, avvertito poche ore innanzi, prevedendo
saviamente i pericoli della seduta, propose la riunione del Comitato
segreto; Guerrazzi si oppone, _dicendo volere seduta pubblica; non
temesse il Presidente, perchè le disposizioni erano prese per tutelare
la libertà della discussione_; invano alcuni Deputati la proposta del
Vanni rinnuovano; invano il Presidente torna ad invitare il Ministero
a condursi nella sala delle Conferenze per tenere _tranquillamente_
una discussione preparatoria; Guerrazzi e Montanelli vi si ricusano
pertinaci. Si apre alfine la seduta pubblica. Montanelli salito
in tribuna annunzia la partenza del Principe da Siena, e legge le
granducali lettere. Non era terminata la lettura, quando il _Popolo_
da un lato irrompe _minaccioso e fremente_ nelle tribune, dall'altro
13 o 20 forsennati invadono l'emiciclo, preceduti da un cartello, dove
a grandi caratteri stava scritto: _Governo provvisorio — Guerrazzi
— Mazzoni — Montanelli_. Niccolini antesignano degl'invasori presa
la parola bandisce: _decaduto_ il Principe, le Camere _sciolte_, il
Governo provvisorio deliberato dal popolo padrone; _l'Assemblea vi
aggiunga per formalità il suo voto_: altramente guai! — Il Presidente
alla strana intimazione risponde: vietata la parola ai non Deputati;
se il popolo ha petizioni da presentare, le depositi, la Camera si
ritirerebbe, e le prenderebbe in considerazione; al che fieramente
Niccolini soggiunge: non essere quella petizione, ma comando del popolo
al quale la Camera deve obbedire. Plaudono i tristi con minaccie e con
urli; il Presidente seguito da alcuni Deputati si ritira nella sala
delle Conferenze; il tumulto continua; Niccolini salito in tribuna
legge il decreto del Circolo intorno alla decadenza del Principe.
Guerrazzi invitato per la terza volta a recarsi nella sala delle
Conferenze risponde: «_Io non mi muovo di qui perchè non ho paura
del Popolo_.» Montanelli pregato dal Tabarrini a sedare il tumulto
replica: «non è più in mia mano farlo.» Si sentono minaccie di morte
ai Deputati che si assentassero. Vanni ritorna nella pubblica sala
cedendo al timore, incussogli dal Montanelli, di guerra civile e di
strage. — Riapertasi la seduta, Guerrazzi legge il Processo verbale
dettato nella notte dai Ministri, concludendo deporre il potere _per
lasciare il paese a sè stesso_. Incomincia un simulacro di discussione
alla presenza degl'Invasori e dei Tumultuanti, dopo la quale, _sotto
la coazione evidente della forza maggiore_, la Camera delibera un
Governo provvisorio, senza determinarne lo scopo nè le attribuzioni,
nominando a comporlo le persone indicate dagli agitatori che lo
avevano imposto, e finalmente si scioglie al grido del Montanelli:
«Se Leopoldo di Austria ci ha abbandonato, Dio non ci abbandonerà!» I
Faziosi, conseguito lo intento, _conducono_ gli eletti sotto le Logge
dell'Orgagna, dove, per attestare fiducia al popolo, e confermarlo
nella presa deliberazione, arringando dicono: — fuggito il Principe,
— falso pretesto lo scrupolo di coscienza allegato, — motivo vero
il desiderio di dare luogo all'anarchia e alla guerra civile.... —
rammentasse il Popolo i suoi diritti.... Dio avere scritto sotto i
merli del ballatoio di Palazzo Vecchio la parola _Libertas_, perchè il
Popolo dopo tanti secoli vi rientrasse padrone. Ciò fatto, i Triumviri
salgono in palazzo, il Circolo _si ritira_ a Santa Trinita imprecando
a Leopoldo secondo, e _acclamando la repubblica_. Il Governo, per
mostrarsi grato ai suoi partigiani, invita per mezzo del Guerrazzi
il Circolo a tenere la sua adunanza nel salone del Palazzo Vecchio
nella sera del 9 febbraio, come di fatto avvenne, e a spese dello
Erario vi fu festeggiata la partenza del Principe, vilipeso il nome,
applaudito il Governo provvisorio, preparata la instituzione della
Repubblica; nè qui si ristette, chè, ricompensando coloro che avevano
violentato il Consiglio generale, promosse Mordini a ministro degli
Esteri, Ciofi gestatore del cartello nell'emiciclo mandato a Siena,
Dragomanni cancelliere della legazione toscana a Costantinopoli;
Niccolini ricompensato con danari (da Guerrazzi ebbe _dieci scudi_!).
Da questi fatti emergono fino di ora bastanti argomenti a convincere,
che il Governo dell'8 febbraio ed i suoi principali aderenti avevano
artificiosamente _preparata_, o per _lo meno accettata_ coi suoi
criminosi caratteri la rivoluzione, considerando abolito lo Statuto
da essi giurato, e reputandosi commessi non già a mantenere il potere
conferito alla persona del Principe secondo il _diritto universale in
casi analoghi_, ma sì a consolidare le basi della Rivoluzione.» —
Per ora basti fin qui, chè il rimanente sarà tema doloroso della
speciale Difesa.