CAPITOLO II.

»Il cavalier, cui tolse ogni vigore

»La pesante armadura, alfin stramazza,

»E si trascina seco il corridore.»

_I piaceri della speranza._

Dopo gli esercizi militari, che vennero eseguiti quel meglio che poteva

aspettarsi da uomini novizi nell'armi, e da cavalli non addestrati,

molte grida annunziarono aperto l'arringo per meritare il premio del

_Pappagallo_. È questo un uccello di legno, ornato di penne a più

colori, che viene collocato all'estremità d'una picca. Il merito della

gara sta in atterrarlo con un tiro d'archibuso carico a palla, e

tenendosegli ad una distanza di sessanta passi all'incirca. Il vincitore

porta nel rimanente della giornata il glorioso titolo di _Capitano del

Pappagallo_, e vien condotto in trionfo ad una vicina osteria, ove ha il

privilegio di far banchetto agli emuli stati meno avventurosi di lui.

Avvicinatisi per tanto i competitori al bersaglio, riportarono chi risa,

chi applausi dagli spettatori, in proporzione di maggiore o minore

destrezza manifestata. Niuno avea toccato ancora quel simulacro,

allorquando fu veduto accostarsi un giovine in abito verde, di fisonomia

che si conciliava benevolenza, e messo con semplicità non disgiunta da

eleganza, cose tutte che ne additavano non volgare la condizione. Sorse

immantinente un confuso bisbiglio, che non sarebbe stato così facile il

giudicare se fosse un contrassegno di pubblico favore.

»È egli possibile, dicean fra loro alcuni di que' più zelanti Puritani

non venuti che a proprio malgrado a quell'adunata e nei cui cuori era

più invelenito l'astio contra la monarchia, è egli possibile, che il

figlio di un tal padre si frammetta in sollazzi sì riprovevoli?» Altri,

ed era questa la maggior parte, auguravano successo onorevole al figlio

d'un capo antico de' Presbiteriani, senza perdersi nell'indagare se gli

convenisse o no disputare un tal premio.

I voti di questi furono esauditi, perchè il giovane mandò a terra il

pappagallo in mezzo ad applausi pressocchè universali. Ma il trionfo di

lui non era tuttavia assicurato perchè in prima facea mestieri, si

avventurassero allo stesso cimento tutti quelli che non avevano per

anche scaricato il proprio archibuso. Collocato nuovamente sulla picca

il finto augello, due altri concorrenti pervennero ad abbatterlo. L'un

d'essi apparteneva evidentemente all'infima classe, avvolto in grande

mantello, e studiosissimo di nascondere il volto con esso. L'altro era

un giovin signore, che terminata la rassegna non si era mai dipartito

dal fianco di lady Margherita e di miss Bellenden. Avendo la prima

d'esse manifestato rincrescimento che non si presentasse a quella gara

verun campione chiaro per fasti gentilizi, lord Evandale prese il primo

archibuso che gli si offerse ed a sua volta atterrò il pappagallo.

Niun'altro essendosi offerto a contendere il premio, s'aperse

novellamente la lizza fra i tre rivali felici, il che avvivò vieppiù la

curiosità dei circostanti. La pesante carrozza del duca venne, non senza

difficoltà posta in moto, ed avvicinata al luogo che serviva d'arena a

que' lottatori. Le signore si posero in cerchio a qualche distanza, e

gli occhi d'ognuno fisavansi su i concorrenti, e sulla meta proposta

alla loro bravura.

Il caso che doveva risolvere quale degli emuli avrebbe la preferenza del

tiro, favorì il giovine contadino, che voltosi all'altro vestito di

verde: »In coscienza mia, gli disse, sig. Enrico, se ci trovassimo in

tutt'altra circostanza mi studierei di fallire il bersaglio per lasciare

a voi questo onore, ma Ienny Dennison sta osservandoci, e non posso

dispensarmi dal fare tutto quel meglio che so.»

L'effetto però non corrispose al buon desiderio del villanello, e

solamente la palla uscita del suo archibuso trascorse rasente sì al

pappagallo, che ne portò via alcune penne. Immantinente abbassando gli

occhi, e come uom che tema di esser riconosciuto, si ritirò.

Venne la sua volta al giovane dall'abito verde, che avvicinatosi atterrò

nuovamente il pappagallo, onde più numerosi e forti applausi gli

derivarono dal mezzo di quella folla. »Egli è veramente figlio di suo

padre. Viva la buona causa in eterno.»

I Reali in udir tali esclamazioni aggrottavan le ciglia, ma preser

coraggio in veggendo lo stesso buon successo ottenersi da lord Evandale.

Allora Enrico montando a cavallo, e avuta cura di ben assicurarne la

sella, si diede al galoppo, e passando innanzi al bersaglio trasse e lo

abbattè per la terza volta. Tutti quelli che stavano intorno a lord

Evandale gli dipinsero la condotta tenuta dall'altro siccome una

innovazione alle antiche consuetudini, nè quindi esservi alcun obbligo

d'imitarla. Diverso però d'avviso il giovane cavaliere, volle seguir

l'esempio additatogli dal competitore; ma intanto che egli scaricava

l'arme mancò un piede al suo cavallo, onde la palla non giunse allo

scopo.

Se prima meritò lodi dovute alla sua destrezza il giovine vestito di

verde, in quel momento si fece ammirar per cortesia; poichè movendo

verso lord Evandale, gli manifestò le proprie intenzioni, di non

vantaggiare di un caso accaduto a Milord per colpa del suo cavallo, e

gli propose un secondo cimento a piedi.

»Lo accetterei più volentieri a cavallo, se al pari di voi avessi un

palafreno bene addestrato.»

»Volete voi farmi l'onor di salirvi e di prestare a me il vostro?»

rispose il giovine.

Lord Evandale vergognava quasi di accettare simile offerta, che gli

avrebbe scemato il merito della vittoria, quando anche l'avesse

riportata. Per altra parte desiderava ricuperare la fama della propria

bravura. Rispose quindi al cortese emulo, cedergli ei di buon grado la

gloria della giornata, su di cui avea dimessa qualsisia pretensione, ma

accettar volentieri il partito d'un nuovo cimento, cui s'avvierebbero,

ciascun ad onore della sovrana del proprio cuore.

Così favellando, lanciò uno sguardo appassionato sopra miss Bellenden, e

porta la tradizione, che gli sguardi del giovine antagonista prendessero

la stessa dirittura. Ma la conchiusione di questa ultima prova non fu

diversa dalla precedente. Lord Evandale, lungi dal mostrare quella

gelosia, che suol essere l'appannaggio delle picciole anime, si

congratulò egli stesso col suo vincitore. »Vi ringrazio, gli disse,

d'aver restituito nella buona opinione ch'io n'ebbi il mio palafreno.

Stava per dargli colpa di quanto mal mi tornò; vedo ora di non dovere

accusar che me stesso.» Dette le quali cose, rimontò a cavallo

allontanandosi dall'assemblea.

Giusta il costume, solito in tai circostanze, coloro stessi che erano

propensi a lord Evandale, divennero larghi d'applausi al suo fortunato

rivale, verso di cui finalmente l'intera attenzione de' circostanti fu

volta.

»Chi è egli? come si chiama?» si domandavano l'uno all'altro coloro che

nol conoscevano. Ma il suo nome non rimase ignoto gran tempo; e appena

si seppe appartenere egli a tal'ordine di società, cui le alte persone

poteano usare riguardi senza troppo abbassarsi, quattro amici del duca

vennero invitandolo a presentarsegli innanzi. Nell'andar con essi che il

colmavano di congratulazioni ed attraversando la folla, si trovò un

istante rimpetto a lady Bellenden. Le guance gli si tinsero d'un

vermiglio più carico nel salutare miss Editta, la quale non arrossì meno

di lui nel restituirgli il saluto.

»Voi dunque conoscete quel giovine?» disse lady Margherita alla nipote.

»Io..... sì..... L'ho veduto in casa di mio zio, e..... anche in altri

luoghi..... qualche volta..... a caso.»

»Il suo cognome, a quanto ascolto è Milnwood.»

»Sì: (soggiunse allora sir Gilbert Cleugh che stava a cavallo presso

lady Margherita). Egli è figlio del defunto colonnello Morton di

Milnwood, che alla giornata di Dunbar comandava un reggimento di

cavalleria in difesa del re.»

»E che ha combattuto contro di lui nelle giornate di Marston-Moor e di

Philiphaugh (soggiunse lady Margherita, mettendo un caricato sospiro):

fu in quest'ultima battaglia che mio marito perdè la vita».

»La vostra memoria vi serve bene, o Milady, ma in questo momento è

meglio dimenticare il passato.»

»Non se ne dovea però dimenticare quel giovine, sir Gilbert! e avrebbe

fatto bene a non mettersi nella società di persone, alle quali il suo

nome può destare sgradevoli rimembranze.»

»Ma non pensate, o Milady, ch'è qui, perchè il dovere vel chiama? egli

fa parte del contingente prescritto a suo zio. Vorrei bene che il mio

contingente fosse composto di giovani pari a lui.»

»Lo zio di questo Milnwood, sarà mi figuro un presbiteriano, come lo è

stato lungo tempo suo padre!»

»Lo zio di questo Milnwood non è altra cosa se non se un vecchio avaro,

che per una moneta d'oro cambierebbe d'opinioni politiche tutti i

giorni. Anzi sarebbe una quistione difficile da risolvere, s'egli abbia

mandato il nipote per una conseguenza delle presenti sue massime, o per

timore di pagare un'ammenda. Io direi pel secondo motivo. Ma comunque

siasi è stata per quel giovane una circostanza felice onde sottrarsi un

dì almeno alla noia di stare in quel vecchio castello di Milnwood, ove

non vede altra compagnia fuor di quella d'un zio ipocondriaco e d'una

vecchia donna di casa.»

»Sapete voi a quanti uomini ammonti il contingente di cui è tassata la

terra di Milnwood?»

»A quattro cavalieri armati di tutto punto.»

»La signoria di Tillietudlem (soggiunse lady Margherita, rizzandosi con

aria di dignità) ne ha sempre forniti dodici, e spesse volte lo zelo de'

proprietarj ha triplicato un tal numero. Mi ricordo che sua maestà, il

re Carlo II, quando mi fece l'onore di accettare una colezione in mia

casa, s'informò d'una maniera affatto particolare...»

»La carrozza del duca s'incammina, o Milady (s'affrettò ad interromperla

sir Gilbert, partecipando in quel momento del brivido che prendea tutti

gli amici di lady Margherita ogni qualvolta le correva alla lingua

quella benedetta visita del re a Tillietudlem) ell'è ora di prendere il

luogo che vi compete fra le persone del corteggio. Mi permetterete di

scortarvi sino a casa vostra? Perchè diverse bande di Presbiteriani sono

sparse per la campagna e si dice che insultino i Reali.»

»Vi ringrazio, sir Gilbert, rispose lady Bellenden; ma la scorta de'

miei lancieri ne protegge abbastanza. Piuttosto vorreste avere la

compiacenza di dire ad Harrison che faccia marciar più presto la sua

brigata? Par che accompagni un funerale!»

Harrison tenea le sue buone ragioni per non credere troppo salutare un

tal ordine, ma lo aveva ricevuto, e gli fu forza adempirlo. Si mise

dunque ad un leggiero galoppo, seguito dal bellicoso cantiniere, il

quale sul suo palafreno, stavasi in atteggiamento d'uomo che avea

militato sotto Montrose, e pompeggiava d'una fierezza fatta in esso

maggior dai fumi dell'acquavite, chè la sua parte ne aveva egli

tracannata tra una fazione e l'altra, or facendo brindisi al re, or

bevendo all'esterminio di tutti i Presbiteriani. Sfortunatamente questa

dose di refrigerio un po' caricata lo fe' dimentico di tener l'occhio

sopra Gibby che gli stava a fianco, e a cui per lo innanzi fu

soccorrevole di avvenimenti, risparmiandogli molti sinistri incontri che

facea temere la goffaggine del guardiano dell'oche, trasformato in

armigero. Appena il cavallo di questo tapino ebbe preso il galoppo,

sentì la molestia degli stivaloni che gli battevano aspramente i

fianchi, tanto più perchè i ridetti stivali erano armati di buoni

speroni le cui punture misero finalmente a tal prova la pazienza della

povera bestia, che tolta la mano al cavaliere, lo trasse fuor delle

file, e ben presto lo portò ad urtare nella enorme carrozza del duca,

avvenimento di cui non poco risero le circostanti brigate.

Il nostro Gibby, poco avvezzo a scosse di simil natura, erasi attaccato

colle mani alla criniera del cavallo, talchè vi era, può dirsi, coricato

sopra, positura che diede una situazione quasi orizzontale alla picca,

di cui non sapea più di essere armato, e la quale sporgea in tal

dirittura fuor della testa del corridore. Quest'arme così collocata

stava dunque per entrar nella carrozza fracassando i cristalli ed una

portiera, allorchè le acute grida delle persone di dentro, portaron

nuovo spavento al palafreno, che con un ultimo sbalzo fe' perder

l'arcione al mal'abile cavaliere, gettato di lì a pochi passi sull'erba.

Il peggio di tutto si fu che giugneva a quella volta lady Bellenden, la

quale ignorava tuttavia essere un de' suoi guerrieri quel gramo, che

facea tal mostra di sè all'adunata; e giugneva Milady in quell'istante

che avendo costui perduto l'elmo per la forza della caduta, ella dovè

ravvisare nello scavallato armigero il suo custode dei polli, Guddy;

metamorfosi di cui nessuno l'aveva innanzi avvertita. L'intendente e il

cantiniere ben si sfiatavano a spiegarle i motivi che rendettero

necessario un tale espediente, ma non quindi ne calmarono lo sdegno.

Ella si tolse di lì imprecando contra gli audaci che osavano ridere

sopra sventura accaduta a uno de' suoi lancieri, e ardente d'ira, e

giurando vendicarsi in modo esemplare contra il refrattario giardiniere

che l'aveva avventurata ad affronto sì rilevante.

I Puritani di Scozia, vol. 1 · 第 4 / 19 题