ch'ella riconosce; mentre GIOCONDA DIANTI si mostra fra le pieghe della
cortina, ancora velata, con l'attitudine di chi abbia ucciso e cerchi lo
scampo.=
FRANCESCA DONI.
Assassina! Assassina!
=Ella si piega a soccorrere la sorella, mentre l'altra fugge.=
Silvia, Silvia, sorella mia, sorella mia! Che t'ha fatto? che t'ha
fatto? Ah! le mani, le mani....
=La sua voce esprime l'orrore di chi vede una cosa raccapricciante.=
SILVIA SETTALA.
Portami via! Portami via!
Francesca Doni.
Mio Dio! Mio Dio! Ti son rimaste sotto? Mio Dio! Ti si sono
schiacciate.... L'acqua! L'acqua! Non c'è nulla qui.... Aspetta!
SILVIA SETTALA.
Ah che spasimo! Non reggo; muoio. Portami via!
=Ella appare, uscendo di tra le pieghe rosse, col viso indicibilmente
convulso dallo spasimo; mentre la sorella curva le sostiene le due mani
avvolte in un pezzo di tela umida--tolta di su la creta--che
s'insanguina.=
Che spasimo! Non reggo più.
=Ella sta per venir meno; quand'ecco si precipita nella stanza LUCIO
SETTALA come un forsennato. Ella trasale, fissando su di lui i suoi gran
di occhi lacrimanti ove l'anima disperata muore.=
Tu, tu, tu!
FRANCESCA DONI, =sostenendo sempre le due povere mani schiacciate che
inzuppano di sangue la tela in cui è nascosto lo sfacelo immedicabile.=
Reggetela! Reggetela! Ora cade...
=LUCIO SETTALA regge tra le sua braccia la dolce creatura sanguinosa, che
sta per perdere la conoscenza. Ma, prima di mancare, ella volge lo
sguardo semispento verso la cortina come per accennare alla statua.=
SILVIA SETTALA, =con la voce morente.=
È.... salva.
ATTO QUARTO.
=Una stanza terrena, tutta bianca, semplice, con due pareti--che fanno
angolo--quasi interamente aperte alla luce per un ordine di vetrate, al
modo di un tepidario. Le stoie sono alzate: a traverso i cristalli si
vedono gli oleandri, le tamerici, i giunchi, i pini, le arene d'oro
sparse d'alghe morte, il mare in calma sparso di vele latine, la foce
pacifica dell'Arno, di là dal fiume le macchie selvagge del Gombo, le
Cascine di San Rossore, le lontane montagne di Carrara marmifera.=
=Una porta, che conduce all'interno, è nella terza parete. Da un lato
della porta, su una mensola, è la Donna dal mazzolino--la nota figura di
Andrea del Verrocchio--ospite nuova, venuta dall'altra casa come una
compagna fedele, le cui belle mani sono pur sempre intatte, atteggiate
di grazia verso il cuore. Dall'altro lato è una vecchia spinetta--del
tempo di Elisa Baciocchi duchessa di Lucca--con la cassa di legno scuro
intarsiata di legno chiaro, sorretta da piccole cariatidi dorate nello
stile dell'Impero, con i suoi quattro pedali riuniti in forma di una
cetra.=
=È un pomeriggio di settembre. Il sorriso dell'Estate sparente sembra
incantare tutte le cose. Nella stanza solitaria è sensibile la presenza
dell'anima musicale che dorme in fondo allo strumento abbandonato, come
se anch'esse le corde rinchiuse fossero tocche dal ritmo che misura la
calma del mare vicino.=
SCENA PRIMA.
SILVIA SETTALA =appare su la soglia, venendo dall'interno; si sofferma;
fa qualche passo verso le vetrate; guarda la lontananza, guarda intorno
a sè, con occhi infinitamente tristi. V'è nella sua movenza qualche cosa
di manchevole, che suscita un'imagine vaga d'ali tarpate, che dà il
sentimento vago d'una forza umiliata e tronca, d'una nobiltà avvilita,
d'un'armonia rotta. Ella porta una veste cinerizia alla cui estremità
corre un piccolo orlo nero, come un filo di lutto. Le maniche lunghe
nascondono i moncherini, ch'ella tiene distesi giù pe' fianchi e
talvolta serrati contro, un po' in dietro, come per nasconderli nelle
pieghe, con un moto doloroso di pudore.=
=Di fuori, tra gli oleandri folti, appare una figura feminina--LA
SIRENETTA--che ha la sembianza di una fata e di una mendicante, in atto
di chi spia. Ella s'insinua verso le vetrate con un passo furtivo,
reggendo in una mano il lembo del grembiule ripieno di alghe, di nicchi
e di stelle marine.=
SILVIA SETTALA, =scorgendola e andandole in contro con un sorriso
spontaneo impreveduto.=
Oh, la Sirenetta! Vieni, vieni.
LA SIRENETTA, =avanzandosi fino ai cristalli.=
Mi riconosci?
=Rimane di fuori, in modo che la sua figura appare tra il luccichio dei
cristalli, i quali sembrano continuare intorno a lei il tremito
raggiante e incessante delle grandi acque. È giovine, sottile,
pieghevole; ha i capelli fulvi e scarmigliati, il volto d'un color d'oro
olivigno, i denti candidi come l'osso della seppia, gli occhi umidi e
glauchi, il collo esile e lungo, ornato d'una collana di conchiglie, in
tutta la persona qualcosa d'indicibilmente fresco e guizzante che fa
pensare a una creatura impregnata di salsedine, emersa dalla mobilità
dei flutti, proveniente dai nascondigli d'una scogliera. La sua gonna di
bordato bianco e turchino, lacera e scolorita, scende poco più giù dei
ginocchi, lasciando scoperte le gambe ignude; il suo grembiule
azzurrognolo stilla e odora di salmastro come una nassa; i suoi piedi
scalzi, a contrasto dal color bruno che le ha dato il sole, sono
singolarmente pallidi come le radici delle piante acquatiche. E la sua
voce è limpida e puerile; e taluna delle parole ch'ella proferisce
sembra rischiarare d'una misteriosa felicità il suo volto ingenuo.=
Mi riconosci, signora bella?
SILVIA SETTALA.
Ti riconosco, ti riconosco.
LA SIRENETTA.
Mi riconosci? Chi sono io?
SILVIA SETTALA.
Non sei la Sirenetta?
LA SIRENETTA.
Sì, tu m'hai riconosciuta. Quant'è che sei rivenuta?
SILVIA SETTALA.
È poco.
LA SIRENETTA.
Tu rimani?
SILVIA SETTALA.
Per molto tempo ancora.
LA SIRENETTA.
Sino all'inverno, forse.
SILVIA SETTALA.
Forse.
LA SIRENETTA.
E la tua figliuola?
SILVIA SETTALA.
Oggi l'aspetto. Verrà.
LA SIRENETTA.
Beata! Non si chiama Beata?
SILVIA SETTALA.
Sì, Beata.
LA SIRENETTA.
Tu le hai messo quel nome? Beata, non Beatrice. Quand'era qui, voleva da
me ogni giorno le stelle: le stelle di mare. Te l'ha detto? Voleva
sentirmi cantare. Te l'ha detto?
SILVIA SETTALA.
Sì, me l'ha detto. Si ricorda di te. Ti vuol bene.
LA SIRENETTA.
Mi vuol bene? Lo so. Mi dava ogni giorno il suo pane.
SILVIA SETTALA.
Tu l'avrai ogni giorno, se vuoi. Pane e companatico, Sirenetta, mattina
e sera, quando ti piace. Ricordati.
LA SIRENETTA.
Mattina e sera ti porterò una stella. Ne vuoi una? una bella? più grande
di una mano?
=SILVIA SETTALA, turbata, con un moto istintivo trae in dietro le
braccia.=
SILVIA SETTALA.
No, no! Serbala a Beata.
LA SIRENETTA., =attonita.=
Non la vuoi?
SILVIA SETTALA.
Dimmi piuttosto quel che fai della tua vita; dimmi la tua giornata. È
vero che tu parli con le sirene del mare? Dimmi, racconta, Sirenetta.
LA SIRENETTA.
Eravamo sette sorelle.
Ci specchiammo alle fontane:
eravamo tutte belle.
--Fiore di giunco non fa pane,
mora di macchia non fa vino,
filo d'erba non fa panno lino--
la madre disse alle sorelle.
Ci specchiammo alle fontane:
eravamo tutte belle.
La prima per filare
e voleva i fusi d'oro;
la seconda per tramare
e voleva le spole d'oro;
la terza por cucire
e voleva gli aghi d'oro;
la quarta per imbandire
e voleva le coppe d'oro;
la quinta per dormire
e voleva le coltri d'oro;
la sesta per sognare
e voleva i sogni d'oro;
l'ultima per cantare,
per cantare solamente,
e non voleva niente.
=Ella ride d'un breve riso nitido che sembra tintinnire su i suoi denti
splendenti.=
Ti piace questa storia?
SILVIA SETTALA, =presa dalla grazia di quella semplice.=
È già finita? Perchè non seguiti?
LA SIRENETTA.
Se tu ti siedi qui, io t'addormento come addormentavo la tua figliuola
su l'arena. Non hai sonno a quest'ora? È buono il sonno, di settembre.
Settembre dall'altura
porta al piano la frescura
e l'Estate in sepoltura.
Amen.
SILVIA SETTALA.
No. Seguita la tua storia, Sirenetta
LA SIRENETTA.
L'oliva si fa scura
e la doglia si matura:
olio e pianto alla pressura.
Amen.
SILVIA SETTALA.
Seguita la tua storia, Sirenetta.
LA SIRENETTA.
Dove siamo rimaste?
SILVIA SETTALA.
"E non voleva niente!"
=Una pausa.=
LA SIRENETTA.
Ah, ecco:
--Fiore di giunco non fa pane,
mora di macchia non fa vino,
filo d'erba non fa panno lino--
la madre disse alle sorelle.
Ci specchiammo alle fontane:
eravamo tutte belle.
E la prima filò
torcendo il suo fuso e il suo cuore,
e la seconda tramò
una tela di dolore,
e la terza cucì
una camicia attossicata,
e la quarta imbandì
una mensa affatturata,
e la quinta dormì
nella coltre della morte,
e la sesta sognò
nelle braccia della morte.
Pianse la madre dolente,
pianse la mala sorte.
Ma l'ultima, che cantò
per cantare per cantare
per cantare solamente,
ebbe la sorte bella.
=Ella abbassa la voce, la fa segreta e remota.=
Le sirene del mare
la vollero per sorella.
=Una pausa.=
SILVIA SETTALA.
Dunque è vero che tu parli con le sirene?
LA SIRENETTA, =ponendosi l'indice su la bocca.=
Non dimandare!
SILVIA SETTALA.
È vero che nessuno sa dove tu dorma la notte?
LA SIRENETTA, =col medesimo gesto.=
Non dimandare.
SILVIA SETTALA.
Vuoi tu che io ti dia ricetto, qui nella casa?
LA SIRENETTA, =fissandola in viso, come se non avesse udita la domanda.=
Tu hai gli occhi afflitti. Non sapevo che fosse la mia pena, quando mi
guardavi. Ora vedo: hai negli occhi un gran dolore. Qualcuno t'è morto.
SILVIA SETTALA.
Tu sola mi consolerai!
LA SIRENETTA.
Chi t'è morto?
SILVIA SETTALA.
Non dimandare!
LA SIRENETTA.
Ora ti vedo: tu non sei più quella. Ho pensato a una rondine dell'altro
settembre, che non aveva più le sue penne maestre e stava per annegarsi
nel mare. Che t'hanno fatto? Qualche cosa di male t'è stato fatto.
SILVIA SETTALA.
Non dimandare!
=Istintivamente ella nasconde nelle pieghe della veste i suoi moncherini,
con un moto doloroso che non sfugge all'indagine della creatura
incantevole. La quale, d'improvviso, come per un accorgimento, lascia il
lembo del grembiule in modo che il suo piccolo tesoro marino cade e si
sparge sul terreno.=
LA SIRENETTA, =inclinandosi e scegliendo.=
Vuoi una stella? una bella? più grande di una mano? Guarda!
=Ella mostra alla mutilata una grande asteria a cinque raggi.=
Prendila! Te la dono.
=La mutilata scuote il capo in segno di diniego, serrando le labbra come
per ricacciare in giù il nodo che le chiude la gola.=
Non puoi? Hai le mani malate? fasciate?
=La mutilata accenna di sì col capo. Le parole dell'altra si fanno
tremule di pietà.=
Sei caduta nel fuoco? te le sei bruciate? Ti dolgono ancora? o stanno
per guarire?
SILVIA SETTALA, =con una voce appena udibile.=
Non le ho più.
LA SIRENETTA, =sollevandosi sbigottita.=
Non le hai più! Te le hanno tagliate? Sei monca?
=La mutilata accenna di sì col capo, spaventevolmente pallida. L'altra
rabbrividisce d'orrore.=
No, no, no! Non è vero.
=Ella tiene gli occhi fissi alle pieghe della veste ove la mutilata
nasconde i suoi moncherini.=
Dimmi che non è vero.
SILVIA SETTALA.
Non le ho più.
LA SIRENETTA.
Perchè? perchè?
SILVIA SETTALA.
Non dimandare!
LA SIRENETTA.
Ah, che cosa crudele!
SILVIA SETTALA.
Le ho donate.
LA SIRENETTA.
Le hai donate? A chi?
SILVIA SETTALA.
Al mio amore.
LA SIRENETTA.
Ah, che crudele amore! Com'erano belle, com'erano belle! Credi tu che io
non me ne ricordi? Te le ho baciate; tante tante volte te le ho baciate
con questa bocca. Mi davano il pane, una melagrana, una tazza di
latte.... Erano belle come se te le avesse fatte l'Alba con un fiato,
bianche come il fiore della maretta, più fini di quei ricami che fa il
vento nell'arena; si movevano come il sole nell'acqua, favellavano
meglio della lingua e delle pupille, quello che dicevano era come una
parola benigna, quello che prendevano per donare doventava tutt'oro. Me
ne ricordo: le vedo, le vedo. Un giorno giocavano con l'arena tiepida:
l'arena passava tra le dita come in un vaglietto e si piacevano nel
gioco; e la Beata le guardava e rideva; e io, che le guardavo, avevo il
medesimo piacere. Un giorno sbucciavano un'arancia: e ne fecero tanti
spicchi, e a me ne toccò uno ed era dolce come un fiale. Un giorno
mettevano una fasciolina intorno a un piede della piccola, che piangeva
perchè l'aveva pinzata un gamberello; e il dolore súbito cessò, e la
piccola si mise a correre per la riva. Un giorno giocavano con que' bei
riccioli, e d'ogni ricciolo si facevano un anello per ogni dito, e poi
ricominciavano, e poi ricominciavano ancora; e la Beata si addormentò
con la rugiada in bocca....
SILVIA SETTALA, =soffocatamente.=
Non dir più! Non dir più!
LA SIRENETTA.
Ah, che crudele amore!
=Una pausa. Ella resta pensosa.=
E dove saranno? Lontane da te, sole, nella terra, in fondo.... Le hanno
seppellite? Dove? In un bel giardino?
=Una pausa. La mutilata tiene le palpebre chiuse e appoggia il capo al
cristallo ove si riflette il tremolio del mare.=
Le hai vedute portar via? Com'erano bianche! Le hanno intrise in un
balsamo forte. E gli anelli? Con tutti gli anelli? Ne avevi uno con una
pietra verde, e uno con tre perle, e uno intrecciato d'oro e di ferro, e
uno liscio, un cerchietto lucente, e quello solo era all'anulare.
=Una pausa. Un'espressione indefinibile appare sul volto della mutilata,
mentre ella abbandona le braccia lungo i fianchi allentando la
contrattura.=
Ci pensi? Le sogni? Se ti rifiorissero calde....
=La mutilata apre gli occhi e sobbalza, come chi si sveglia
all'improvviso. Le sue braccia sussultano.=
Che hai?
SILVIA SETTALA.
È strano: veramente qualche volta mi par di riaverle, mi par di sentire
il sangue scendere alla punta delle dita. Quando tu parlavi, le
avevo.... erano più belle, Sirenetta.
LA SIRENETTA.
Più belle?
SILVIA SETTALA.
Tu mi consolerai, Sirenetta. Io non posso prendere la tua stella, ma
posso guardare i tuoi occhi e udire la tua voce. Stammi vicina, ora che
t'ho ritrovata. Anch'io ti vorrei per sorella.
LA SIRENETTA.
Vorrei darti le mie mani, se non fossero tanto ruvide e scure.
SILVIA SETTALA.
Sono felici le tue mani: toccano le foglie, i fiori, l'arena, l'acqua,
le pietre, i fanciulli, gli animali, tutte le cose innocenti. Tu sei
felice, Sirenetta: la tua anima nasce ogni mattina; ora è piccola come
una perla e ora è grande come il mare. Tu non hai nulla e hai tutto; non
sai nulla e sai tutto....
LA SIRENETTA, =volgendosi a un tratto e interrompendola.=
Hai sentito la folata? Guarda, guarda quante rondini sul mare! Sono più
di mille: una nuvola viva. Guarda come brillano! Ora partono, vanno a un
gran viaggio, in una terra distante; l'ombra cammina su l'acqua con
loro; qualche piuma cade; si farà sera; incontreranno le barche in alto
mare; vedranno i fuochi, udranno i canti dei marinai; i marinai le
guarderanno passare; passeranno rasente alle vele; qualcuna urterà,
cadrà sul ponte stanca. Una sera, una nuvola di rondini stanche
s'abbatterà su una barca come un passo di storni su le paretelle e tutta
la ricoprirà. I marinai non le toccheranno. Non si moveranno, per non
spaventarle; non parleranno, per lasciarle dormire. E, come ce ne sarà
anche sul ceppo dell'àncora e su la barra del timone, per quella notte
la barca andrà alla ventura sotto la luna. Ma all'alba.... Ah! Chi ti
chiama?
=Interrompe il sogno, udendo una voce estranea tra gli oleandri; fa
l'atto di fuggire.=
Addio, addio.
SILVIA SETTALA, =ansiosamente.=
È mia sorella. Non fuggire, non te n'andare, Sirenetta! Rimani qui
d'intorno. Viene Beata.
LA SIRENETTA.
Addio, addio. Tornerò.
=Fugge verso il mare, si dilegua nell'azzurro e nel sole.=
SCENA SECONDA.
=Appare tra gli oleandri FRANCESCA DONI seguita da LORENZO GADDI il
vecchio.=
FRANCESCA DONI.
Vedi chi ti conduco?
SILVIA SETTALA, =ansiosamente.=
E Beata? E Beata?
FRANCESCA DONI.
Verrà fra poco. L'ho lasciata con Faustina. Son venuta innanzi perchè
non t'arrivasse all'improvviso....
SILVIA SETTALA.
Caro maestro, come vi sono grata!
=Il vecchio fa l'atto istintivo di tendere le mani verso di lei. Ella
s'inchina leggermente e gli offre la fronte, ch'egli sfiora con le
labbra.=
LORENZO GADDI, =dissimulando la sua commozione.=
Come sono felice io di rivedervi, cara Silvia, e di rivedervi già
sollevata e sana! Il mare vi giova. Il mare è pur sempre il gran
consolatore. Laggiù, al Forte dei Marmi, si pensava molto a voi.
SILVIA SETTALA.
Non è tanto lontano di qui il Forte dei Marmi.
LORENZO GADDI, =indicando i lidi remoti.=
È laggiù, sotto Serravezza, di qua da Massa.
=Guardano per le vetrate la lontananza.=
FRANCESCA DONI.
Come si vedono bene oggi le montagne di Carrara! Si possono contare le
punte a una a una. Non mi ricordo una giornata più limpida di questa.
Chi era con te, Silvia? La Sirenetta? M'è parso di vederla fuggire verso
il mare. E poi, ecco la sua traccia: alghe, nicchi, stelle marine.
=Ella indica il tesoro puerile sparso a terra.=
SILVIA SETTALA.
Sì, era qui con me, dianzi.
LORENZO GADDI.
Chi è la Sirenetta?
FRANCESCA DONI.
Una piccola pazza errante.
SILVIA SETTALA.
Una veggente, che ha il dono del canto; una creatura di sogno e di
verità, che sembra uno spirito del mare. La conoscerete e l'amerete con
me. Conoscendola, udendola parlare, si comprendono molte cose profonde.
Certo, vi parrà perfetta: ella dà sempre e non chiede mai.
LORENZO GADDI.
Vi somiglia in questo.
SILVIA SETTALA.
Ahimè, no. Avrei voluto e dovuto somigliarle in questo; ma la luce mi
venne meno e cedetti all'inganno della vita. Quale accecamento! Tanto
chiesi che, per ottenere, mi ridussi perfino a mentire: io! Ne esco
mutilata, stroncata, per ammenda della menzogna. Avevo tese le mani
troppo violentemente verso un bene che m'era vietato dal destino. Non mi
lagno, non gemo. Poichè bisogna vivere, vivrò. Forse un giorno la mia
anima sarà pacificata. Sentivo nascere in me questa speranza, ascoltando
la voce di quella creatura semplice e candida che può insegnare le cose
eterne. M'ha detto che mi porterà una stella ogni mattina.
=Ella tenta di sorridere. La sorella è rimasta presso le vetrate e sembra
intenta a guardare le montagne lontane; ma l'ombra della tristezza
occupa il suo viso mite.=
Guardate là, maestro, la Donna dal mazzolino. È venuta meco. Ora, se la
guardo, ha qualche cosa di funebre per me: tuttavia non ho saputo
distaccarmene. Vi ricordate, maestro, di quel giorno d'aprile? e della
testa inghirlandata?
LORENZO GADDI.
Mi ricordo, mi ricordo....
SILVIA SETTALA.
La vita nuova!
LORENZO GADDI.
In ogni cosa era un augurio.
SILVIA SETTALA.
Quando vedo passare i cammelli carichi di fascine, là, oltr'Arno, nelle
macchie del Gombo, ripenso all'arrivo di Cosimo Dalbo, all'allegrezza di
quella sera, allo scarabeo che io misi in mezzo a un fascio di rose
colte da Beata....
=Si volge verso la sorella.=
Oh, Francesca, io parlo e il cuore intanto mi fa così male che non
resisto più. Dov'è Beata?
FRANCESCA DONI, =stretta dalla pena.=
Vuoi dunque vederla ora? Sei forte?
SILVIA SETTALA.
Sì, sì, sono forte, sono pronta. L'indugio è peggiore.
FRANCESCA DONI.
Allora vado, e te la conduco.
SILVIA SETTALA, =non riuscendo a contenere l'ansietà.=
Aspetta un minuto. Non rimanete con noi qui, stasera, maestro? Sarei
contenta.
LORENZO GADDI.
Ebbene, sì, rimango.
SILVIA SETTALA.
Possiamo ospitarvi. Faccio preparare la vostra stanza. Aspetta,
Francesca, un minuto.
=Ella è convulsa, non potendo più dominare la sua ambascia. Va verso la
porta con l'atto di chi corra a nascondere un pianto che sia per
irrompere.=
FRANCESCA DONI.
Vuoi ch'io venga, Silvia?
SILVIA SETTALA, =con la voce soffocata.=
No, no.
=Scompare.=
FRANCESCA DONI.
Ah, che maledizione, che maledizione! La vedete? Finchè era nel suo
letto, sotto le sue coperte, fasciata, esangue, tutto l'orrore della
cosa non appariva. Ma ora che è in piedi, ora che si muove, cammina,
rivede le persone amiche, ritrova le abitudini d'un tempo, si dispone ai
gesti che le erano famigliari.... Pensate!
LORENZO GADDI.
Sì, è una sorte troppo atroce. Mi ricordo ancora di quel che diceste
tanto teneramente, guardandola, in quel giorno d'aprile. "Sembra che
abbia le ali!" La bellezza e la leggerezza delle sue mani le davano
quell'aspetto di creatura alata. V'era in lei una specie di fremito
incessante. Ora sembra che si trascini....
FRANCESCA DONI.
Ed è stato un sacrifizio inutile come gli altri, non è valso a nulla,
non ha mutato nulla: ecco l'atrocità della sorte. Se Lucio le fosse
rimasto, credo ch'ella sarebbe contenta di avergli potuto dare
quest'ultima prova, d'avergli potuto fare anche il sacrifizio delle sue
mani vive. Ma ella conosce ormai tutta la verità, nella sua crudezza....
Ah che infamia! Avreste mai potuto credere che Lucio fosse capace di
tanto? Dite.
LORENZO GADDI.
Anch'egli ha il suo fato, e gli obbedisce. Come non fu padrone della sua
morte, così non è padrone della sua vita. Lo vidi ieri. M'aveva scritto
al Forte dei Marmi per pregarmi di salire alle Cave e di spedirgli un
masso. Lo vidi ieri, nel suo studio. Il suo viso è così scarno che
sembra debba divorarglielo il fuoco degli occhi. Quando parla, si eccita
stranamente. Ne rimasi turbato. Lavora, lavora, lavora, con una
terribile furia: forse cerca di sottrarsi a un pensiero che lo rode.
FRANCESCA DONI.
La statua è ancora là?
LORENZO GADDI.
È ancora là, senza braccia. L'ha lasciata così: non ha voluto
restaurarla. Così, sul piedestallo, sembra veramente un marmo antico,
disseppellito in una delle Cicladi. Ha qualche cosa di sacro e di
tragico, dopo la divina immolazione.
FRANCESCA DONI, =a bassa voce.=
E quella donna, la Gioconda, era là?
LORENZO GADDI.
Era là, silenziosa. Quando uno la guarda, e pensa ch'ella è causa di
tanto male, veramente non può imprecare contro di lei nel suo
cuore;--no, non può, quando uno la guarda.... Io non ho mai veduto in
carne mortale un così grande mistero.
=Una pausa. Il vecchio e la mite sorella rimangono in pensiero, per
qualche attimo, chinato il capo.
FRANCESCA DONI, sospirando per l'angoscia che l'opprime.=
Mio Dio, mio Dio! E intanto ora dovrò condurre Beata alla madre, e si
rivedranno, dopo tanto; e la piccola capirà la verità, saprà la cosa
orrenda.... Come nascondere, a lei che si ricorda di tutte le carezze e
ne è folle! L'avete veduta, l'avete udita, dianzi....
=SILVIA SETTALA riappare su la soglia. I suoi occhi sono arsi e tutta la
sua persona è contratta da uno sforzo spasimoso.=
SILVIA SETTALA.
Eccomi, Francesca; sono pronta. La stanza è già preparata, maestro, se
volete salire.
LORENZO GADDI, =andando verso di lei con la voce tremante di commozione.=
Coraggio! È l'ultima prova.
=Esce per la porta. La mutilata si avanza verso la sorella, anelante.=
SILVIA SETTALA.
Ora va, va! Conducila. Aspetto qui.
=La sorella le cinge con le braccia il collo e la bacia, in silenzio. Poi
esce dalla parte del mare, si allontana rapidamente tra gli oleandri.=
SCENA TERZA.
SILVIA SETTALA, =anelante, guarda per mezzo ai rami che il sole obliquo
accende. È l'ora estatica. Il giorno è più limpido che i cristalli della
stanza bianca; il mare è soave come il fiore del lino, immobile così che
le lunghe imagini delle vele rispecchiate sembrano toccarne il fondo; il
fiume sembra generare quel gran riposo, versandovi l'onda perenne della
sua pace; i boschi salubri, tutti penetrati di fluido oro, si
alleggeriscono meravigliosamente, quasi che perdano le radici per
nuotare nella delizia del loro aroma; le Alpi marmifere in lontananza
segnano nel cielo una linea di bellezza, in cui si rivela il sogno che
sorge dal loro chiuso popolo di statue addormentate.=
=Riappare in quel silenzio LA SIRENETTA e s'ode la sua voce pura.=
LA SIRENETTA.
Sei sola?
SILVIA SETTALA, =affannata.=
Sì, attendo.
LA SIRENETTA, =accostandosi.=
Hai pianto?
SILVIA SETTALA.
Sì, un poco.
LA SIRENETTA, =con infinita pietà.=
Sembra che tu abbia pianto un anno. Hai gli occhi bruciati. Troppo ti
duole il cuore.
SILVIA SETTALA.
Taci. Non posso premermi il cuore.
=Ella si stringe contro il tronco dell'oleandro più vicino, convulsa, non
potendo più sostenere lo spasimo dell'attesa.=
Ora viene, ora viene.
=Ella si distacca dal tronco e rientra nella stanza, come presa dal
terrore, con l'atto di chi cerchi un rifugio.=
LA VOCE DI BEATA, =tra gli oleandri.=
Mamma! Mamma!
=La madre sussulta, si volge, spaventosamente pallida.=
Mamma!