Rimangono di questo rimatore due canzoni, una delle quali: «Della fera
inferta e angosciosa», è d'argomento politico e pare riferirsi al
dominio della parte ghibellina in Pisa nel 1285. Sembra quindi
che anche questa canzone si debba annoverare fra quelle poesie dei
guelfi pisani che in quel tempo si lagnarono del mal governo dei
ghibellini e del conte Ugolino della Gherardesca. Le due canzoni sono
conservate soltanto da L.
Canzone I, v. 15: «cèra». L «chaira».
v. 17: «deviso». Intendi: Non v'è donna né uomo cosí fermo
nell'operare che non abbia divisa (= distratta) la sua
attenzione a riguardare lá dove sente che ella apparisce.
v. 32. Intendi: Ha per ispecchio la strada («ruga»), ossia ha
gli occhi bassi a terra.
v. 60. L ha «che 'l saggio conta voglia opassione». Per me è
evidente che il copista non vide il segno dell'abbreviazione nel
«p» di «opassione», oppure, copiando, dimenticò di scriverlo. Il
senso è, come dice il VALERIANI: Ché il saggio pone in conto
(anche al v. 49 il rimatore ha usato «conto» per «tengo in
conto»), cioè a merito, la buona voglia che si ha d'operare.
Canzone II. Questa canzone ha nelle singole strofe lo stesso
schema metrico della canzone che in L segue immediatamente a
questa: «Magna medela a grave e perigliosa» di Panuccio del
Bagno. È assai probabile che Lotto la indirizzasse a Panuccio e
che questi gli rispondesse, cercando di confortarlo delle
sventure della patria e della sua parte.
v. 17: «l'èe». L ha «lei».
v. 18. Intendi: Che, dopoché Dio ebbe fatto lei («quella cosa»
cioè l'uomo), gli fu («fuli») cosí amorosa, cosí cara, che le
die' libertá di fare il bene e il male.
v. 29. Intendi: Conforto a questo avremmo soltanto il
«trapassamento» (la morte), parola che è qui nello stesso senso
del «trapassare» del v. 34.
vv. 37-39. Intendi: Se non fosse che sappiamo che le nostre
anime terrebbero («terren'») tal via, che girerebbero («giréno»)
a perdizione senza aver mai redenzione».