Ben poco sappiamo di questo rimatore, e nulla possiamo ricavare
dall'unica poesia che ci ha lasciata. Una famiglia di questo nome era
in Pisa sui primi del secolo XIV, ed ebbe qualche potenza, perché un
Bindo Mettefuoco è notaro degli anziani pel gennaio e il febbraio del
1303 (v. nella cit. _Chronica antiqua conventus Sanctae Catharinae de
Pisis_).
Fortunatamente questa canzone è assai meno oscura e artificiosa di
quelle di Panuccio, e quindi riesce piú facile darne un'edizione
soddisfacente.
È in L e in V; ma nel primo è mutila (non ve ne sono che tre strofe):
la terza strofa è invece la seconda in V.
v. 13: «'nde temo». V ha «ne dotto», che pare in parte
correzione di L.
v. 14: «e paur'». V ha «che paura». Troppi «che» si susseguono;
mi pare quindi preferibile la lezione di L.
v. 15: «no le». Cosí V: L ha «a lei non».
v. 17: «Se vo' vegno, e non veggo». L ha «se vo veggio non
vegho», ove evidentemente è errato quel «veggio»; V «s'eo vengno
e non vegio». Prendo da V «vegno», correggendo per tal modo
l'errore manifesto di L.
v. 18: «sprendiente». Cosí L: V ha «splendiente». Preferisco la
forma data da L, perché piú corrispondente all'uso antico
pisano.
vv. 19-20: «sguardi... parli». Cosí L, laddove V ha «sguarda» e
«parla». Il senso e la grammatica richiedono che qui ci sia il
congiuntivo: Se io vengo da voi, e non vedo che il vostro
splendente viso guardi con pietà e parli con dolcezza....
L'incompiutezza della canzone in L non detrae totalmente, a me
pare, alla grande autorevolezza del codice.
v. 21: «reggo». Cosí L, ed è miglior lezione che il «tegno» di
V, il quale non rima con «veggo».
v. 23: «vivendo». Cosí in L: V ha «servendo»: l'idea di servire
è espressa nel verso seguente.
v. 30: «mi pare». Cosí in L: V ha «mi piace», che non può
ammettersi in questo luogo, essendo «piace» proprio nel verso
seguente.
v. 33: «or dunqua». Cosí in V: L ha «dumque».
v. 35: «non oso». Cosí in L: V ha «no' l'auso».
v. 37: «Ben so». Cosí in L: V ha «ben credo ne moragio».
v. 39: «nonde porò». Cosi in L, in forma certo piú antica e
quindi piú genuina. V ha «e non credo campare». Si sente qui,
come in parecchi altri punti, che lo scrittore di V ha
rabberciato il testo che aveva dinanzi.
v. 40: «grazioso». V ha «lazioso».
v. 44: «eo». Non è in V.
v. 45: «possa». Cosí in L: V ha «e poi». Anche qui è evidente
l'intenzione dell'amanuense di V di correggere il testo.
vv. 46-47: «Sire Deo». L ha «sire o Deo», e V «oi sire Deo».
v. 52: «de montagna». V ha un «la» fra «de» e «montagna», che
guasterebbe la misura del verso.
v. 59: «e fái». V ha «falli»; ma l'ordine grammaticale richiede
qui un «e», e mi pare allora naturale la forma antica «fái», i
fa, gli fa.
v. 67: «e'». È indispensabile aggiungerlo per la misura del
verso, sebbene non sia in V.
V