PAOLO LANFRANCHI

Un Paolo Lanfranchi da Pistoia, che è certamente il rimatore, perché

nessun altro di questo nome apparisce in documenti pistoiesi, fu dal

febbraio all'ottobre del 1282 a Bologna; vi era ancora il 21 gennaio

del 1283 (v. il mio art. cit. nel _Libro e la stampa_, p. 144). Di lá,

molto probabilmente, visitò insieme con Guiraut Riquier e Folquet de

Lunel la corte di Pietro III d'Aragona nel 1283 o nel 1284. Alla corte

di quel re, e precisamente fra il 1283 e il 1285, anno in cui morí

Pietro III, scrisse il sonetto in provenzale: _Valentz segneur_. Piú

tardi, dalla Spagna fece ritorno in Pistoia, donde fu bandito per

violenze private nel 1291 (v. i miei citt. _Studi e ricerche_,

estr. dal _Bull. stor. pist._, XII, 44). Pare che fosse ancora a

Bologna nel 1295 (v. nel _Libro e la stampa_, nell'_Appendice_).

Appartenne a una famiglia di mercanti.

Degno di particolare attenzione è il suo sonetto provenzale, perché

esso e i due di Dante da Maiano, sono i soli che si abbiano in quella

lingua.

Nelle poesie italiane rifugge dagli artifici, e fa versi facili e

talvolta anche armoniosi. Nel son. «Un nobel e gentile imaginare» si

sente sincero, sebbene crudo, il realismo della poesia popolare.

Qualche sonetto è di argomento politico: pare che vi si alluda alla

caduta della fortuna di Carlo d'Angiò: cosicché da questi suoi versi

sembrerebbe che il Lanfranchi fosse stato di parte ghibellina.

Il sonetto provenzale è nel Laurenziano XLI, 42 (L), i sonetti

italiani sono nel Barberiniano XLV, 47 (oggi Vaticano 3953) (B) e due

nell'Estense X, B, 10 (E).

Son. II, v. 2: «gira e volge». Correggo cosí la mia antica

ediz., mantenendomi fedele a B.

v. 5. Credo bene attenermi a B, abbandonando la lezione data dal

BAUDI DE VESME, che per il primo stampò questi sonetti: soltanto

tolgo il «che» di B dinanzi a «tu 'l sai», e pongo «ora» e non

«or» per necessità di verso.

v. 7. Anche qui mi attengo a B, che dá un senso piú chiaro della

lezione da me seguita nella precedente edizione.

Son. III, v. 8. Veramente B ha «fa de mio amore, eo»: ma credo

che, dividendo opportunamente, si debba leggere «de mi, o

amore», e, correggendo la forma veneta «de mi» in «di me», venga

fuori la lezione semplice e chiara «fa' di me, o Amor, ciò».

Son. IV, v. 10. Come è nel ms., il verso manca d'una sillaba:

per compierlo v'aggiungo il «si» innanzi a «sta».

Son. VI, v. 2. Tolgo il «de», che avevo creduto di aggiungere in

principio del verso, come non necessario.

v. 12: «con te». Veramente B ha «cum ti», che è forma veneta (si

ricordi che quel codice fu scritto da Niccolò de Rossi

trivigiano), la quale agevolmente si può correggere in «con te».

Son. VII, v. 3: «no el ghiaccio». Cosí mi permetto di correggere

leggermente B, per ottenere la misura del verso.

v. 11: «transformormi». Cosí correggo, accettando la proposta

fatta nella sua recensione alla mia ediz. dal DE GERONIMO;

intendendo come egli dice: «Dio e la natura erano irati, quando

mi crearono e mi fecer diverso da ogni creatura».

v. 12. Anche qui accetto la spiegazione del DE GERONIMO: «Il

rimatore, indispettito che Dio e la natura l'abbiano forse

creato, in un momento d'ira — Il loro — ei dice — quel

ch'essi poteano non gittarono in egual misura di quel ch'io

possa gettar via, e l'anima, che mi dettero chiara e pura, non

la riavranno essi giammai». —

Son. VIII, v. 4: «nota». Sospetto che debba dire «rota», cioè

s'affatica seguendo il girare della ruota per arrivare al sommo

di essa.

V

Rimatori siculo-toscani del dugento. Serie prima - Pistoiesi-Lucchesi-Pisani · 第 54 / 272 题