Nella _Nuova Antologia_ del 16 giugno 1890 si leggeva questo
articolo di GIOSUÈ CARDUCCI che fu pure riprodotto nel volume
decimo (Studi, Saggi e Discorsi) delle sue Opere complete (edizione
Zanichelli, 1898):
Le donne non è che abbiano più o meno ingegno degli uomini, l'han
differente; e però nella poesia (protesto che intendo parlare soltanto
delle autrici di poesia in versi), quando intendono fare quello stesso
che gli uomini, non riescono. Nè mi si opponga il manco d'istruzione.
Il Rinascimento e il secolo decimosesto in Italia contò donne educate
ed istruite come e da quanto gli uomini, le quali leggevan greco e
latino pur sapendo di musica e disegno. Bene: scorrete un po', se vi dà
il cuore, le rime di quelle madonne; e le troverete non pure inferiori
di molto a' più mediocri canzonieri maschili del tempo, ma spiranti
dal freddo artifizio un senso di miseria che fa pietà. Sola dié rime
comportevoli Gaspara Stampa, perché rimase donna, debole donna, anche
in poesia.
Donna in tutto apparisce, ma debole non vuol parere, almeno a tratti,
la signorina autrice di queste _Liriche_; che sono, diciamolo subito,
un caso assai singolare nella poesia italiana.
Se non che, la giovane autrice è ella proprio italiana? Di padre e
di sentimenti sí, e nella simpatica espressione artistica; ma nacque
da madre tedesca in Londra. A lei bimba la governante anglicana
faceva mandare a memoria di gran capitoli della Bibbia, ma la madre
le insegnava il _Pescatore_ di Goethe e il _Palombaro_ di Schiller
e le raccontava meravigliose _märchen_ piene di nebbie azzurre. Era
una Lindau, cognome di nominanza letteraria in Germania. Rodolfo,
segretario d'ambasciata a Parigi, ebbe l'amicizia di Thiers e in patria
fu segretario intimo di Bismarck: non gli pregiudicò l'avere scritto
romanzi anche inglesi e francesi. A Parigi visse da giovine, carissimo
alla Sand, Paolo Lindau, che ha molta fama di drammaturgo e di critico,
come scrittore nella _Gartenlaube_ e direttore dell'_Ueber Land und
Meer_ e del _Nord und Sud_. Autrice della _Guerra in tempo di pace_ e
del _Ratto delle Sabine_, che pare divertissero tempo a dietro anche
il pubblico italiano, è una nipote di cotesti Lindau. Dei quali era
sorella la signora che fu madre all'Annie Vivanti; signora culta, e
che scriveva versi, in tedesco e in inglese, soavi e calmi. In Londra
andavano a conversazione da lei poeti e critici della patria tedesca.
Tra questi Ferdinando Freiligrath, che, recatasi su le ginocchia
la piccola Annie, soleva recitarle suoi versi. Alla _cavalcata del
lione_ la bambina, sbarrati i grandi occhi, impallidiva; e il poeta
rivoluzionario l'abbracciava e le dicea _Wunder Kind_. Così l'Annie
naturalmente parlò per prime lingue il tedesco e l'inglese, e anche
quasi naturalmente a otto anni faceva versi nell'una e nell'altra; ma
le rimase sempre poi l'impressione che l'inglese fosse la lingua delle
sgridate e il tedesco quella dei sogni.
Di nove anni la condussero in Italia; e un giornale di Milano la
presenta come alunna della scuola normale superiore. Non esatto.
Agli esami di primo anno ella fu bocciata in tutte le materie. Della
sua geografia si raccontano cose meravigliose, che assegnasse per
confini alla Confederazione Svizzera non so quanti mari. Della storia
e dell'antico le manca ogni sentimento. Passando per certo luogo ove
erano ammucchiati e in parte ritti molti informi pilastri di pietra
grigia e greggia per la costruzione d'un magazzino, osservò: — Pare
quella piazza di Roma.... come si chiama? — Voleva dire il Foro
Traiano. Ma la lingua de' suoi canti come l'imparò? Non lo sa. Papà,
un bravo italiano di Mantova che fece a' suoi giorni il dover suo nelle
cospirazioni e nelle battaglie e fu condannato a morte dall'Austria, le
declamava l'_Aristodemo_, e la faceva — è la propria espressione della
fanciulla — rabbrividir di piacere.
Aveva dodici anni che le morí la madre; e perchè non morisse anche
lei la mandarono via. Fu nella Svizzera tedesca due anni; e lesse per
la prima volta Shakspeare in traduzione tedesca, e scriveva poesie e
fiabe più nebbiose delle tedesche. Poi fu a Londra, poi a New-York;
dove prese l'educazione americana e apprese a cantare come una vera
italiana. E dell'Italia aveva la nostalgia, e con la fantasia del
sangue materno la rivedeva tra le azzurre marine, sotto la letizia
del sole attraente a' suoi palagi e alle ville marmoree, in ciò che ne
cantò e ne scrisse Goethe: la nuova Mignon ricordava Premeno sul Lago
Maggiore. Da tre anni è di nuovo in Italia. Ora pubblica questi versi.
Veniamo dunque al libro. Ma già ci sono. Parlare dell'autore e delle
sue condizioni, disposizioni e predisposizioni è un preparare a leggere
e intendere il libro: che è il vero officio del critico.
Dei grandi autori italiani la signorina Vivanti non ha letto, ella
afferma, una sillaba; se bene un giorno le fu sorpreso un vecchio tomo
della Divina Commedia scompagnato, tra più tomi delle opere di Goethe,
ricordo materno. Dei recenti e vivi non so quali e a qual segno siano
stati più fortunati. D'uno ricorda qualche sonetto che le insegnava
la madre: credo amasse per un mese la Contessa Lara: ma certo ha
sentito la melodia dei rispetti più o meno popolari. D'inglese, legge
i romanzi: di francese certa volta uscì a difendere, non so a che
proposito, Coppée. In tedesco conobbe presto Heine, e ne ha tradotto
(chi non ha peccato in Heine?): dice piacerle il Lenau. Ma tracce di
propria e vera imitazione non sono in questo volumetto di Liriche.
Sentesi, per altro, che la prima impressione della poesia, il battesimo
dell'arte, la signorina Vivanti l'ebbe nel verso tedesco. L'anima,
l'ardenza, l'espressione è meridionale e italiana: ma in quelle
liriche, a strofi e a combinazioni di rime non dirò capricciose ma
insolite, pur sempre d'armonia ricorrente e determinata, come fanno i
veri poeti, per i quali il verso è la pulsazione del cuore e la strofe
la circolazione del sangue; in quelle strofi, dico, parmi di ravvisare
qualcosa del movimento tedesco. Né me ne dolgo. I tedeschi hanno
forse la più vera lirica moderna, almeno nel genere e nell'imitazione
popolare. Come in certi occhi, del colore glauco cilestre d'una specie
di giacinti, quali i poeti amano imaginare fossero gli occhi delle
Nereidi, l'ardore forse del sangue d'oriente va lentamente degradando e
non si spegne nel languore ceruleo della fantasticheria settentrionale,
così nelle strofi della signorina Vivanti, e anche più a dentro che
nelle strofi, il canto italiano alcuna volta vaga, e non si perde, in
non so quale ondeggiamento del _lied_ germanico.
Nella sostanza di queste _Liriche_, le più almeno, spira e vive
tuttavia il romanticismo; non il formale, ma quello che, come press'a
poco del paganesimo diceva Sant'Agostino, è naturale ed immortale,
perchè necessità di certe anime e condizione insieme di certa arte:
alle quali necessità e condizione certi mutamenti d'idee e costumi
nella società a certi tempi dànno non solo il campo, ma la spinta
a manifestarsi con particolar rilievo. La nota più sicura a cui
riconoscere il romanticismo quale prevalse dal Rousseau in poi è,
non la malinconia, non il ravvivamento del misticismo religioso più
o meno cristiano, non l'imitazione del medio evo e generalmente della
poesia settentrionale, ma il predominio della personalità, dell'_io_
indipendente da qualcosa più che le regole e le consuetudini nella
mutevole libertà delle impressioni e delle espressioni, l'esaltazione
dell'_io_, la morbosità dell'_io_.
Voglio del genio la pazzia sublime,
canta la signorina Vivanti in una poesia che l'editore fece male a
mandare attorno come saggio; essa e due o tre altre che servono per
la presentazione e per il congedo lasciano apparire un po' troppo
d'ostentazione voluta, che non è il difetto delle restanti. Ora così
cantando la signorina Vivanti non sapeva di ripetere il grido dei
romantici del 1830, da' quali il suo fare è del resto tanto diverso.
Ma quell'incoronamento dell'_io_ sopra sé stessa e sopra il mondo —
intendo sempre nella poesia — fu la caricatura barocca di un fatto
necessario al rinnovamento della poesia, e specialmente della lirica,
che è la poesia della poesia. Era un ritorno — chi lo sospettava
allora? — all'antico, all'antico immortale, all'antico eterno. La
lirica eolia fu in questo senso romantica, e Alceo e Saffo poetarono
l'_io_, come di certo non facevano i raciniani, i petrarchisti,
i tassisti, i metastasiani, sciapitamente classici, di Francia e
d'Italia.
Ma Saffo mi riconduce alla signorina Vivanti.
Signorina, non fate smorfie, vi prego, co' vostri ventidue anni:
Saffo non è mica una vecchia. Abbandoniamo pure al melodramma la
figura con la lira in mano e i veli al vento su la rupe di Leucade:
ma Saffo “dalle chiome di viola, dal dolce sorriso sublime„ è la
sorella maggiore d'ogni poetessa vera (scarsa famiglia), è anzi il tipo
ideale, in marmo pario illuminato in lontananza dal sole, della poesia
femminile. C'è tanta passione, tutti lo dicono, nel sospiro angoscioso
della fanciulla antica: — Già tramontò la luna e anche le pleiadi, la
notte è al mezzo, l'ora trapassa, ed io giaccio sola! — Ma perchè non
dirò che nella stessissima verità semplice sollevasi appassionatamente
a più largo infinito (mi si perdoni l'improprietà dei termini) questo
sospiro di questa fanciulla viva?
La lunga notte mi negò ristoro,
Alfin l'alba è risorta.
Nell'orïente il ciel si tinge d'oro,
Ed ogni stella è morta.
Chi sa s'è vero ch'avvi un Dio lassù?
Un Dio ch'ama e conforta!
Io penso a voi che non m'amate più,
Ed a mia mamma, morta.
Perchè non potrò dire che è perfetta, d'una perfezione serena e
profonda, questa intuizione ideale del vero, tanto greca insieme e
tanto popolare?
Sorride ella e dischiude
De' suoi occhi l'azzurra meraviglia,
Chè sulla bocca piccola e vermiglia
Il suo giovane amante l'ha baciata.
Raggian le stelle eterne
Su nel mite fulgor cupo de' cieli.
Ella ride: e con grandi occhi crudeli
La Morte, nell'oscurità, la guata.
Sono due canti (e li ho scelti a punto di manifestazione diversa
soggettiva e oggettiva, e tra i più brevi) che danno la nota
caratteristica e superiore della poesia della signorina Vivanti quando
e dove è più artisticamente determinata e corretta. Non sempre è
cosí: non di rado, o per amor di bizzarria o per esuberanza di vita,
la poetessa si sbriglia a scorrerie che non tutti applaudiranno. Se
non che pur nell'eccesso del sentimento e nell'abbandono dell'arte,
se anche l'elocuzione non è di gusto corretto, c'è la verginità
dell'espressione. Non mai la frase col rossetto, non la polvere di
riso, che tra noi in poesia usano molto anche i maschi.
Di donne, nella lirica moderna europea io ne ammiro due: la Marcellina
Desbordes Valmore, per l'elegia, dirò cosí della devozione nell'amore,
la Elisabetta Browning, per l'inno, dirò cosí, dell'estasi nell'amore.
E ora, francamente, per altre ragioni, sotto altri rispetti, io ammiro
anche questa italiana, per il ditirambo, mi sia lecito dir cosí, della
femminilità artistica. La signorina Vivanti non avrà, anzi non ha
di certo, la purità angelicamente elegante della Browning (sonetti
dal Portoghese); è tutt'altra natura; ma non ha il morbido della
Valmore, che qualche volta risente, poveretta, del suo mestiere di
attrice francese. La signorina Vivanti è quel che è: un temperamento
femminilmente ma potentemente lirico, portato insieme fisiologico del
sangue misto, e morale della tradizione domestica e dell'educazione
americana. Come è arrivata a scrivere cosí francamente e quasi sempre
corretta — i difetti sono di elocuzione e di stile — non avendo
studiato nulla? Meglio cosí. Pur troppo in Italia la preparazione allo
scrivere, sia di prosa sia di versi, è tuttavia di maniera; maniera
antica o moderna, maniera classica o romantica, maniera signorile o
popolare: leopardiani o manzoniani, lombardi o fiorentini o napoletani,
son tutti a un modo. La sincerità dell'alacre ingegno, spiegatasi da
prima nell'esercizio di due lingue, l'una logicamente pratica, l'altra
naturalmente poetica, e la felicità della forte ignoranza di tante cose
false e appiccicaticce, han dato alla signorina Vivanti la possibilità
d'una rappresentazione assolutamente immediata.
Potrei citare più passi; ma preferisco che il lettore cerchi il libro
e si fermi, se crede, ai canti intitolati _Destino_, _Sull'Atlantico_,
_Non sarà mai_: che forza! Seguitando, non si faccia caso di certe
monellerie; volti pagina, e scorgerà tra i versi gli occhi della
poetessa inondati di lacrime vere, come nel canto _Via_: che dolcezza!
Volti altre pagine, e tra le lagrime ancora scorrenti udrà scoppi di
risa argentine, ed esultanza come d'una bambina che sente la gioia
dell'esistere: _Dio, siete buono_.
Specialmente nella rappresentazione oggettiva, questa giovine donna ha
l'arte forte. Quante Maddalene nei colori e nei versi, nel marmo e su
la scena! Ecco una Maddalena nova, e, nell'arditezza castigatissima:
In bionde anella il folto crin piovente
Sovra gli omeri ignudi, insino a terra
Ne sparge la dovizia rilucente
Inginocchiata innanzi al suo Signore.
(Leggere il resto a pagine 29, 30 e 31).
E ha il genio buono. Chi tra noi italiani cantò mai la santa miseria,
così teneramente e religiosamente, come l'autrice di questi versi?
Crebbe tra le bestemmie e le percosse
Quella gracile bimba spaventata:
Morì a vent'anni, mite ed innocente,
Quella piccola martire affamata.
Or van per le stellate vie del cielo
I poveri piedini ignudi e stanchi,
E la tremula man coglie beata
— Gigli d'argento! — i fulgidi astri bianchi.
E gli angeli, stupiti e riverenti,
Chinan gli alteri luminosi rai,
Mirando in quel pallido viso stanco
La bocca che non fu baciata mai!
La giovine donna che scrisse tali versi sa e sente che di libri come
questo suo primo non se ne fa che uno, ma bisogna farne altri diversi,
più varii almeno in parte e più alti e più ampi, e non bisogna, come
troppi oramai, seguitare e finire imitando sé stessi. Ma che fare e
come? Io odio la critica de' merli. Cioè: quando leggo certa critica
de' criticanti italiani, m'immagino i merli, in gabbia, che pretendano
rassettare i becchi agli usignoli e insegnar volare alle aquile.
Aspetto, e confido.