La gita archeologica alla caverna delle Streghe parve stringere
viemmeglio, se pure la cosa era possibile, i vincoli fraterni della
famiglia di San Bruno. Tornati lassù, i miei frati da burla erano più
amici che mai; solo al modo con cui si davano a vicenda il buon giorno
e la buona sera, si sarebbe detto che erano sempre lì lì per
abbracciarsi, non pure all'ombra discreta dei corridoi, ma anche alla
viva luce del sole. I miei frati da burla si muovevano tutti in
un'orbita, di cui Adelindo Ruzzani era il fuoco. Ma che serve più
chiamarlo Adelindo? Diciamo Adele Ruzzani, poichè ognuno di quei frati
aveva indovinata la donna. Per altro, non diremo Adele, quando si sarà
in molti; e ciò per una ragione semplicissima, che i lettori non
devono ignorare. Ognuno degli ospiti di San Bruno aveva, come ho
detto, indovinato la donna; ma nessuno s'era pigliata la briga di
annunziare la sua scoperta al compagno. Tirava ognuno, o cercava di
tirare a sè; la qual cosa è stata espressa dai nostri antichi con la
felicissima immagine del vogare alla galeotta.
Frate Adelindo! Il monachino, il serafino biondo! Tutti erano intorno
a lui, si occupavano tutti di lui, e poco o punto delle varie faccende
in cui per lo passato si spartiva la pacifica operosità del convento.
Il giornale, come potete immaginare, andava per le lunghe; si scriveva
poco e non si meditava affatto, nelle celle solitarie; gli strumenti
dell'osservatorio dormivano sui cavalletti, o nelle buste di velluto;
le storte del laboratorio di chimica giacevano sui fornelli senza
fuoco; i libri della biblioteca non aspettavano più i frati, ma i topi
e le tignuole. Dio mi perdoni se avviene ch'io tenga bordone ad una
voce calunniosa; ma si credeva che lo stesso priore badasse poco agli
uffici della sua carica, e non rivedesse neanche più i conti
all'economo.
Ma che importava tutto ciò, se i frati di San Bruno erano di buon
umore? Gente allegra il ciel l'aiuta, dice il proverbio. Beati i miei
conventuali, che erano ancora nel periodo allegro, per solito il più
breve, nel dramma delle umane passioni. Meno ilare, ad onta del nome,
era fratel Giocondo. E perchè? Voi sapete, o lettori, che il nostro
converso passava una gran parte del giorno all'ingresso del convento,
in capo a quel ponte per cui bisognava passare, quando si voleva
penetrare nell'eremo di San Bruno. Ora, quest'obbligo quotidiano
faceva sì che il bravo converso fosse meno soggetto all'influenza
benefica del serafino biondo, e per contro più esposto alle seccature
che venivano di fuori.
E ne venivano molte, non dubitate. Capitavano a diecine, ogni giorno,
i curiosi che volevano vedere il convento. Qualche volta erano brigate
di buontemponi, o cavalcate di forestieri più o meno autentici;
qualche altra erano signori travestiti, che domandavano di essere
condotti al priore, per presentargli una supplica, un memoriale, e che
so io. Tra gli altri ne venne uno (e fratel Giocondo manifestò il
sospetto che fosse una donna; ma brutta, si affrettò a soggiungere)
che domandava di confessarsi al padre Anacleto.
--Qui non si confessa;--aveva risposto il converso, alzando
sdegnosamente le spalle.--Andate dai frati veri.
--Ma che convento è questo?--aveva ribattuto l'importuno.
--Il convento dei matti. Non è questo il nome che gli date voi altri
di Castelnuovo?--replicò fratel Giocondo, che aveva fiutato il
cittadino curioso, sotto le spoglie del penitente.--Andate, andate, ad
arrostire i vostri peccati ad un'altra graticola.--Questi modi burberi
di fratel Giocondo rispondevano ad un ordine severo del padre
Anacleto, che si era annoiato da prima, e quindi impensierito di quel
continuo viavai di curiosi e di facce sospette. Per solito non si
ammettevano forestieri; ma perchè ne capitavano di rado, si usava
anche la cortesia di lasciar visitare il convento a qualche giramondo
riconosciuto per tale. Ma la frequenza delle visite non si spiegava
più con la supposta qualità di viaggiatori. Evidentemente, erano
Castelnovesi indiscreti che venivano a bracare i fatti altrui. E
questa ancora non sarebbe stata che una seccatura, più o meno
tollerabile, secondo i casi e gli umori. Ma il padre Anacleto aveva
sospettato che ci fosse sotto dell'altro, e si era affrettato a
proibire l'ingresso ad ogni genere di persone. I contadini, che
portavano qualche cosa al convento, potevano contentarsi di trattare
col frate converso; e neanche era necessario che capitassero in due,
per portare un canestro di uova, o di frutta. Se poi qualcheduno
voleva parlare con padre Atanasio, o con padre Marcellino, restasse
sul ponte, a prendere una boccata d'aria fresca, fin tanto che il
converso tornasse con la persona chiamata, o con un suo rifiuto di
farsi vedere, come più spesso accadeva.
Una volta, per altro, fu chiamato il padre Prospero; e questi, non che
ricusare di lasciarsi vedere al parlatorio del ponte, non mostrò
nessuna meraviglia d'essere stato chiamato. Che voleva dir ciò? Voleva
dire che la visita non gli giungeva inaspettata; che anzi gli era
stata annunziata in una certa lettera, ricevuta il giorno prima;
lettera da lui meditata a lungo, e non fatta leggere al serafino
biondo. Ci aveva i suoi piccoli segreti, il signor Prospero Gentili! A
dirvela schietta, il brav'uomo incominciava a seccarsi di tutto quel
ronzìo quotidiano di frati apocrifi intorno al monachino biondo, che
era senza fallo il più apocrifo di tutti. E la lettera misteriosa, che
dieci giorni prima lo avrebbe sconturbato quel tanto, gli giunse
invece gratissima, come l'annunzio d'un amico a chi s'annoia in
campagna, anzi meglio, come la voce d'un salvatore a chi è sul punto
d'affogare. Donde si vede chiaro che ogni cosa può tornar utile e
piacevole, purchè giunga a suo tempo.
Seguitiamo il padre Prospero e vedremo anche noi il personaggio che lo
faceva correre con tanta fretta al parlatorio del ponte. Ma già, voi
siete capaci di averlo indovinato, o lettori, e mormorate già il nome
del.... Sicuro, avete indovinato, era lui.
Il signor Prospero entrò risoluto nella stanza del parlatorio. Ma come
fu davanti al suo visitatore, e come si avvide che questi lo guardava
con aria tra curiosa e canzonatoria, rimase lì grullo e confuso. Il
pover'uomo, nell'atto di recarsi al colloquio, non aveva pensato ad
una cosa; vo' dire a quella tonaca di color tabacco, che involgeva la
sua rispettabile circonferenza. E il pensarci allora, sotto l'esame di
quegli occhi indagatori, gli fece sentire quanto fosse ridicolo nella
sua veste da frate.
Quell'altro aspettò che fosse partito il converso e l'uscio del
parlatorio richiuso alle spalle del signor Prospero; indi si lasciò
andare sopra uno dei seggioloni di cuoio che decoravano la sala, e
diede in uno scoppio di risa.
--Ah, signor Prospero.... anzi no, padre Prospero, mi permetta....
voglia compatire.... voglia scusare questo piccolo sfogo d'ilarità. Ma
è proprio Lei? Sogno o son desto? come dicono in tragedia. Dovevo
capitar qua, per vederla in tonaca e cocolla? Quanti voti ha già
pronunziati, di grazia? Vuol permettermi, padre Prospero mio
reverendissimo, che io le baci la santa mano?--
Il signor Prospero lasciò passare quella raffica di motteggi, a cui
non oppose che un malinconico tentennamento del capo.
--Forza maggiore, signor cavaliere, forza maggiore!--diss'egli poscia,
con aria contrita.--Potevo provarmi a far diverso da ciò che voleva
quella birichina?
--Eh via! Un tutore, un uomo grave come Lei.... quasi un commendatore!
Non trovare in sè quel tanto di forza che bastasse a farle vincere un
capriccio di ragazza! Sopra tutto, poi, non avvertirmi di nulla!
--Sì, sì, Lei ne parla a suo comodo!--rispose il signor Prospero.--Ma
dovrebbe mettersi un po' ne' miei panni.... Ne' miei panni d'allora,
non in questi!--soggiunse, con una bonarietà che sapeva quasi di
arguzia.--Dovrebbe considerare, signor cavaliere, che non era più
tempo di oppormi, di far trionfare la mia volontà. Si figuri! Ero
scapolo, e mi son conservato tale, perchè volevo troppo bene alla
figliuola di mia sorella. Era il mio occhio destro, quel caro
demonietto; e dal sinistro ci ho sempre veduto poco. L'Adelina aveva
sei mesi, che io incominciavo già a fare tutto quello che voleva lei.
Appena mi conobbe, mi tirò i baffi, ed io non l'ebbi per male. Poi,
fatta più grandicella, prendeva un gusto matto a darmi noia, a
stracciarmi il giornale, per farne gli uccellini e i cappelli da
generale, a scompigliarmi lo scrittoio, a rovesciarmi la boccetta
dell'inchiostro, per dipingere le sue signorine vestite all'ultima
moda, a rubarmi il mio berretto da notte, per far la cuccia al suo
gatto. Ma, siamo giusti, mi voleva un gran bene, e mi diceva "caro
zio" in un certo modo! Era lei che ricamava le mie babbucce; la
custodia dell'orologio appesa accanto al mio letto, l'ha fatta lei,
come la mia papalina di velluto, con la nappina d'oro. Volevo
ammogliarmi.... Sì, anche questa idea stramba m'è passata per la
testa. Adelina aveva allora undici anni. Domandai il suo riverito
parere: ed ella me lo diede negativo. "Zio Prospero, mi disse, che
bisogno hai tu di prender moglie? Non ci sono io, per aver cura delle
cose tue, per ricamare le tue babbucce, e per badare che non ti manchi
nulla, nè l'acqua fresca nella boccia di cristallo, nè il mazzo di
rose nel vaso di porcellana?" Ella deve sapere, signor cavaliere, che
amo molto le rose, e mi piace di averne in camera tutto l'anno. Mi
sono adattato a non prender moglie; ho fatto allora, ho fatto sempre
quel che voleva la mia cara prepotente. Insomma, signor cavaliere, mi
dica un po' Lei; quando s'è preso il verso di obbedire, come si fa a
comandare?
--Buon per Lei, che non ha preso moglie, perchè sarebbe caduto di
Scilla in Cariddi!--osservò con l'usata profondità di giudizio il
signor cavaliere.--Ma basta, cosa fatta capo ha. Ora bisogna vedere di
uscir fuori da questo imbroglio.
--Dica Lei, proponga Lei; non domando altro.
--La cosa non è facile. In città si è mormorato assai, come può
immaginarsi. Io l'ho saputo.... subito. Io so tutto, ho l'obbligo di
saper tutto. Non lo volevo credere, da principio; ma dovetti
arrendermi alla certezza delle mie informazioni. Ho taciuto fin che ho
potuto, quasi a rischio di passare per male informato. Ma infine,
anche non ammettendo, non ho potuto negare troppo recisamente. La voce
è corsa, signor Prospero; le Gamberini me l'hanno riferita, con un
piacere da non dirsi. E adesso sarà un bel guaio, dover rimediare agli
effetti.--
Il signor Prospero vide allora tutta la gravità della cosa, e ne
rimase atterrato.
--Se si potesse negarlo!--esclamò.
--Si potrebbe, anche a rischio di non esser creduti. Ma già, quando
non ci sono prove, tanto vale il nostro no, quanto il sì di mezzo
mondo. Per altro, non bisognerebbe perder tempo. Vadano subito via,
partano per Torino e ci restino un mese; questo mi sembra il meglio
che possano fare. Io frattanto, avrei modo di preparare il terreno,
dissiperei i sospetti, opporrei la certezza alla chiacchiere senza
fondamento. Quanto all'andar via di qui, non ci pensino, me ne
incarico io. Mando una carrozza, con persona fidatissima, che li
conduca alla seconda stazione, dopo Castelnuovo. Partiranno di notte e
nessuno li avrà veduti. Che gliene pare?
--Oh, essa non accetterà!--rispose il signor Prospero.--Quando s'è
fitta in capo una cosa!...
--Ma di grazia signor Prospero, si potrebbe sapere che cosa si sia
fitta in capo, la sua bella nepote? Vuol vivere in un chiostro? Lo
cerchi di monache, almeno! E questi sciocchi di frati non si sono
accorti di nulla?
--Che cosa vuole che le dica? Li ha stregati tutti, come ha stregato
me. La chiamano il padrino. Padrino di qua, padrino di là, è sempre in
ballo lei, non la lasciano un minuto. Nelle ore di ricreazione ella
dipinge, all'aria aperta, sotto gli archi del porticato. E ci son
tutti, a starla a vedere; uno le tiene i pennelli, un altro le porge i
colori, un altro si mette in azione, un altro loda, un altro va in
visibilio. Par d'essere in una casa dove ci sia un bambino, che tutti
diventano bambini come lui, e più di lui, se occorre.
--E il priore?
--Il priore? è l'unico che non abbia persa la testa. Almeno, è il più
grave di tutti.
--Dica il più pericoloso, signor Prospero.
--Perchè? Lo conosce forse?
--Non di persona; ma ho avuta la sua fotografia.... ed anche parecchie
informazioni sul conto suo. È un ferrarese....
--Ah, lo avrei dovuto indovinare all'accento.
--Ma più ancora alla stranezza della sua fantasia. Questo suo convento
di frati che non son frati, è degno di quel capo balzano dell'Ariosto.
Era un ufficiale di cavalleria. Ha lasciato il servizio militare per
gettarsi nella politica, di cui si è presto annoiato. Ha avuto amori a
bizeffe. Un bel giorno gli è saltata la manìa di riformare il mondo. E
qui doveva finire in una specie di manicomio. Un bell'uomo, non lo
nego; ma tanto più pericoloso; ne conviene?
--Se fosse ricco!...--scappò detto al signor Prospero.
--Non tanto da poter pretendere alla mano della sua nepote; e non
possiede neanche un titolo di nobiltà, che in questi casi vale
ricchezza. Ma poi, ritenga, signor Prospero, quello è un matto
tranquillo, che è come dire insanabile. C'è forse più da sperare che
egli lasci la sua utopia, per prender moglie? Questi filosofi, questi
riformatori, son tutti ostinati. Anche quando nel loro interno siano
persuasi d'aver dato in ciampanelle, l'amor proprio li consiglia a
tener duro. Badi, io le fo una profezia, se rimangono qua dentro; sua
nepote, con quella sua testolina bizzarra, s'innamorerà di questo
priore, o d'un altro della comunità. L'occasione fa l'uomo ladro, e
Lei, signor Prospero....
--Non mi spaventi, per carità;--interruppe il povero zio, mettendosi
le mani ai capegli.--Forse è un timore esagerato, il suo. Questi
signori sono molto gentili, cavalieri compiti, ed anche quando
s'immaginassero.... o già si fossero immaginati....
--Mi piace la correzione, che le è venuta così spontanea;--ripigliò
quell'altro.--Senza pensarci, Ella ha trovata la verità. Or dunque,
signor Prospero, metta il cervello a partito. Che crede, che quando
abbiano riconosciuta la donna nel suo finto nepote, glielo verranno a
dire a Lei, perchè abbia tempo a provvedere?
--Capisco, capisco;--mormorò il signor Prospero.--Ma come si fa, ora?
Io non so che pesci pigliare.
--Accetti il mio consiglio, parli alla signorina, veda di persuaderla.
Se poi Ella farà un buco nell'acqua, provvederò io.
--Lei, signor cavaliere?
--Sì, io. Qualcheduno ha pur da trovarla, una via per uscirne.
--Ah, signor cavaliere, Ella mi rende la vita. Provveda Lei, trovi Lei
questa via benedetta.
--Ma intendiamoci, ad un patto.
--Un patto?
--Sicuramente. E vorrebbe che io mi stillassi il cervello, che io
giuocassi in questo affare la dignità del governo, senza un giusto
compenso?
--Si spieghi.
--La contento subito. Cominci dal rispondere ad una mia domanda. Come
vede lei il matrimonio che s'era combinato?
--Ma.... io lo vedo ora come prima. Dubiterebbe di me?
--Eh, se così fosse, non ci dovrebbe vedere nulla di strano. Dopo
essere fuggito da Castelnuovo a quel modo, senza avvertirmi di nulla!
Non mi venga fuori con le scuse; non potrei fargliele buone. Con tutta
la sua debolezza di zio, Ella non poteva ignorare che io mi sarei
trovato negli impicci, e che quel povero duca mi avrebbe chiesto
spiegazioni. È l'unico discendente di una delle prime famiglie
d'Italia, e possiamo dire di Europa, non lo dimentichi. Non si può
trattare con lui come col primo venuto. Che cosa dovevo rispondergli?
Come colorire la loro partenza, anzi peggio, la loro fuga? Ho fatto
come potevo; ho battuta la campagna. Dio guardi se avesse saputo....
--Ah sì, dice bene; se avesse saputo!...
--Capisco che un rimedio ci sarebbe sempre stato. Non c'era lei, in
compagnia della sua nepote?
--Benissimo! Infatti, che cosa le dicevo dianzi? Essendoci io, colla
mia nepote, mi pare....
--Sì, ma badi, signor Prospero; queste ragioni hanno valore con una
persona di spirito. Non potrebbe farle valere coi signori di
Castelnuovo. A questi bisognerà sempre poter dire che la cosa non è
vera. Crederanno, non crederanno, padroni. Non avranno mica da
sposarla loro! E quando la sua nepote sarà duchessa di Francavilla,
voglio vedere a che cosa servirà loro il sostenere che è stata in un
convento di frati. Ma torniamo a noi. Ella dunque mi assicura che è
sempre dello stesso parere?
--Ma sì, cavaliere, ma sì! Creda che non desidero altro.
--E la signorina? Sa nulla ancora? Ha forse manifestato un desiderio
diverso?
--No, non sa nulla, e non ha manifestato nulla. Ha voluto venir qua
per un capriccio, una curiosità repentina.... Ella sa, signor
cavaliere, quando le donne vogliono una cosa....
--E quando hanno degli zii che non sanno volerne un'altra.... Ho
capito, signor Prospero, ho capito. Dunque, stringiamo il discorso.
Lei parli alla sua nepote e veda di persuaderla. Lo faccia; è
necessario, come preliminare. Essa dirà di non voler partire? E Lei mi
manderà due righe di biglietto, che un mio fidato verrà a prendere
domani. Al resto penserò io, appena ricevuti i suoi pregiati
caratteri. Ah signor Prospero, signor Prospero! Quante noie, per Lei!
--Abbia pazienza, signor cavaliere!--
Il cavaliere Tiraquelli non fece altre parole. Diede con un gesto
dignitoso la sua assoluzione al signor Prospero, ed usci dal
parlatorio, per riprendere la via di Castelnuovo Bedonia.