XI.

La gita archeologica alla caverna delle Streghe parve stringere

viemmeglio, se pure la cosa era possibile, i vincoli fraterni della

famiglia di San Bruno. Tornati lassù, i miei frati da burla erano più

amici che mai; solo al modo con cui si davano a vicenda il buon giorno

e la buona sera, si sarebbe detto che erano sempre lì lì per

abbracciarsi, non pure all'ombra discreta dei corridoi, ma anche alla

viva luce del sole. I miei frati da burla si muovevano tutti in

un'orbita, di cui Adelindo Ruzzani era il fuoco. Ma che serve più

chiamarlo Adelindo? Diciamo Adele Ruzzani, poichè ognuno di quei frati

aveva indovinata la donna. Per altro, non diremo Adele, quando si sarà

in molti; e ciò per una ragione semplicissima, che i lettori non

devono ignorare. Ognuno degli ospiti di San Bruno aveva, come ho

detto, indovinato la donna; ma nessuno s'era pigliata la briga di

annunziare la sua scoperta al compagno. Tirava ognuno, o cercava di

tirare a sè; la qual cosa è stata espressa dai nostri antichi con la

felicissima immagine del vogare alla galeotta.

Frate Adelindo! Il monachino, il serafino biondo! Tutti erano intorno

a lui, si occupavano tutti di lui, e poco o punto delle varie faccende

in cui per lo passato si spartiva la pacifica operosità del convento.

Il giornale, come potete immaginare, andava per le lunghe; si scriveva

poco e non si meditava affatto, nelle celle solitarie; gli strumenti

dell'osservatorio dormivano sui cavalletti, o nelle buste di velluto;

le storte del laboratorio di chimica giacevano sui fornelli senza

fuoco; i libri della biblioteca non aspettavano più i frati, ma i topi

e le tignuole. Dio mi perdoni se avviene ch'io tenga bordone ad una

voce calunniosa; ma si credeva che lo stesso priore badasse poco agli

uffici della sua carica, e non rivedesse neanche più i conti

all'economo.

Ma che importava tutto ciò, se i frati di San Bruno erano di buon

umore? Gente allegra il ciel l'aiuta, dice il proverbio. Beati i miei

conventuali, che erano ancora nel periodo allegro, per solito il più

breve, nel dramma delle umane passioni. Meno ilare, ad onta del nome,

era fratel Giocondo. E perchè? Voi sapete, o lettori, che il nostro

converso passava una gran parte del giorno all'ingresso del convento,

in capo a quel ponte per cui bisognava passare, quando si voleva

penetrare nell'eremo di San Bruno. Ora, quest'obbligo quotidiano

faceva sì che il bravo converso fosse meno soggetto all'influenza

benefica del serafino biondo, e per contro più esposto alle seccature

che venivano di fuori.

E ne venivano molte, non dubitate. Capitavano a diecine, ogni giorno,

i curiosi che volevano vedere il convento. Qualche volta erano brigate

di buontemponi, o cavalcate di forestieri più o meno autentici;

qualche altra erano signori travestiti, che domandavano di essere

condotti al priore, per presentargli una supplica, un memoriale, e che

so io. Tra gli altri ne venne uno (e fratel Giocondo manifestò il

sospetto che fosse una donna; ma brutta, si affrettò a soggiungere)

che domandava di confessarsi al padre Anacleto.

--Qui non si confessa;--aveva risposto il converso, alzando

sdegnosamente le spalle.--Andate dai frati veri.

--Ma che convento è questo?--aveva ribattuto l'importuno.

--Il convento dei matti. Non è questo il nome che gli date voi altri

di Castelnuovo?--replicò fratel Giocondo, che aveva fiutato il

cittadino curioso, sotto le spoglie del penitente.--Andate, andate, ad

arrostire i vostri peccati ad un'altra graticola.--Questi modi burberi

di fratel Giocondo rispondevano ad un ordine severo del padre

Anacleto, che si era annoiato da prima, e quindi impensierito di quel

continuo viavai di curiosi e di facce sospette. Per solito non si

ammettevano forestieri; ma perchè ne capitavano di rado, si usava

anche la cortesia di lasciar visitare il convento a qualche giramondo

riconosciuto per tale. Ma la frequenza delle visite non si spiegava

più con la supposta qualità di viaggiatori. Evidentemente, erano

Castelnovesi indiscreti che venivano a bracare i fatti altrui. E

questa ancora non sarebbe stata che una seccatura, più o meno

tollerabile, secondo i casi e gli umori. Ma il padre Anacleto aveva

sospettato che ci fosse sotto dell'altro, e si era affrettato a

proibire l'ingresso ad ogni genere di persone. I contadini, che

portavano qualche cosa al convento, potevano contentarsi di trattare

col frate converso; e neanche era necessario che capitassero in due,

per portare un canestro di uova, o di frutta. Se poi qualcheduno

voleva parlare con padre Atanasio, o con padre Marcellino, restasse

sul ponte, a prendere una boccata d'aria fresca, fin tanto che il

converso tornasse con la persona chiamata, o con un suo rifiuto di

farsi vedere, come più spesso accadeva.

Una volta, per altro, fu chiamato il padre Prospero; e questi, non che

ricusare di lasciarsi vedere al parlatorio del ponte, non mostrò

nessuna meraviglia d'essere stato chiamato. Che voleva dir ciò? Voleva

dire che la visita non gli giungeva inaspettata; che anzi gli era

stata annunziata in una certa lettera, ricevuta il giorno prima;

lettera da lui meditata a lungo, e non fatta leggere al serafino

biondo. Ci aveva i suoi piccoli segreti, il signor Prospero Gentili! A

dirvela schietta, il brav'uomo incominciava a seccarsi di tutto quel

ronzìo quotidiano di frati apocrifi intorno al monachino biondo, che

era senza fallo il più apocrifo di tutti. E la lettera misteriosa, che

dieci giorni prima lo avrebbe sconturbato quel tanto, gli giunse

invece gratissima, come l'annunzio d'un amico a chi s'annoia in

campagna, anzi meglio, come la voce d'un salvatore a chi è sul punto

d'affogare. Donde si vede chiaro che ogni cosa può tornar utile e

piacevole, purchè giunga a suo tempo.

Seguitiamo il padre Prospero e vedremo anche noi il personaggio che lo

faceva correre con tanta fretta al parlatorio del ponte. Ma già, voi

siete capaci di averlo indovinato, o lettori, e mormorate già il nome

del.... Sicuro, avete indovinato, era lui.

Il signor Prospero entrò risoluto nella stanza del parlatorio. Ma come

fu davanti al suo visitatore, e come si avvide che questi lo guardava

con aria tra curiosa e canzonatoria, rimase lì grullo e confuso. Il

pover'uomo, nell'atto di recarsi al colloquio, non aveva pensato ad

una cosa; vo' dire a quella tonaca di color tabacco, che involgeva la

sua rispettabile circonferenza. E il pensarci allora, sotto l'esame di

quegli occhi indagatori, gli fece sentire quanto fosse ridicolo nella

sua veste da frate.

Quell'altro aspettò che fosse partito il converso e l'uscio del

parlatorio richiuso alle spalle del signor Prospero; indi si lasciò

andare sopra uno dei seggioloni di cuoio che decoravano la sala, e

diede in uno scoppio di risa.

--Ah, signor Prospero.... anzi no, padre Prospero, mi permetta....

voglia compatire.... voglia scusare questo piccolo sfogo d'ilarità. Ma

è proprio Lei? Sogno o son desto? come dicono in tragedia. Dovevo

capitar qua, per vederla in tonaca e cocolla? Quanti voti ha già

pronunziati, di grazia? Vuol permettermi, padre Prospero mio

reverendissimo, che io le baci la santa mano?--

Il signor Prospero lasciò passare quella raffica di motteggi, a cui

non oppose che un malinconico tentennamento del capo.

--Forza maggiore, signor cavaliere, forza maggiore!--diss'egli poscia,

con aria contrita.--Potevo provarmi a far diverso da ciò che voleva

quella birichina?

--Eh via! Un tutore, un uomo grave come Lei.... quasi un commendatore!

Non trovare in sè quel tanto di forza che bastasse a farle vincere un

capriccio di ragazza! Sopra tutto, poi, non avvertirmi di nulla!

--Sì, sì, Lei ne parla a suo comodo!--rispose il signor Prospero.--Ma

dovrebbe mettersi un po' ne' miei panni.... Ne' miei panni d'allora,

non in questi!--soggiunse, con una bonarietà che sapeva quasi di

arguzia.--Dovrebbe considerare, signor cavaliere, che non era più

tempo di oppormi, di far trionfare la mia volontà. Si figuri! Ero

scapolo, e mi son conservato tale, perchè volevo troppo bene alla

figliuola di mia sorella. Era il mio occhio destro, quel caro

demonietto; e dal sinistro ci ho sempre veduto poco. L'Adelina aveva

sei mesi, che io incominciavo già a fare tutto quello che voleva lei.

Appena mi conobbe, mi tirò i baffi, ed io non l'ebbi per male. Poi,

fatta più grandicella, prendeva un gusto matto a darmi noia, a

stracciarmi il giornale, per farne gli uccellini e i cappelli da

generale, a scompigliarmi lo scrittoio, a rovesciarmi la boccetta

dell'inchiostro, per dipingere le sue signorine vestite all'ultima

moda, a rubarmi il mio berretto da notte, per far la cuccia al suo

gatto. Ma, siamo giusti, mi voleva un gran bene, e mi diceva "caro

zio" in un certo modo! Era lei che ricamava le mie babbucce; la

custodia dell'orologio appesa accanto al mio letto, l'ha fatta lei,

come la mia papalina di velluto, con la nappina d'oro. Volevo

ammogliarmi.... Sì, anche questa idea stramba m'è passata per la

testa. Adelina aveva allora undici anni. Domandai il suo riverito

parere: ed ella me lo diede negativo. "Zio Prospero, mi disse, che

bisogno hai tu di prender moglie? Non ci sono io, per aver cura delle

cose tue, per ricamare le tue babbucce, e per badare che non ti manchi

nulla, nè l'acqua fresca nella boccia di cristallo, nè il mazzo di

rose nel vaso di porcellana?" Ella deve sapere, signor cavaliere, che

amo molto le rose, e mi piace di averne in camera tutto l'anno. Mi

sono adattato a non prender moglie; ho fatto allora, ho fatto sempre

quel che voleva la mia cara prepotente. Insomma, signor cavaliere, mi

dica un po' Lei; quando s'è preso il verso di obbedire, come si fa a

comandare?

--Buon per Lei, che non ha preso moglie, perchè sarebbe caduto di

Scilla in Cariddi!--osservò con l'usata profondità di giudizio il

signor cavaliere.--Ma basta, cosa fatta capo ha. Ora bisogna vedere di

uscir fuori da questo imbroglio.

--Dica Lei, proponga Lei; non domando altro.

--La cosa non è facile. In città si è mormorato assai, come può

immaginarsi. Io l'ho saputo.... subito. Io so tutto, ho l'obbligo di

saper tutto. Non lo volevo credere, da principio; ma dovetti

arrendermi alla certezza delle mie informazioni. Ho taciuto fin che ho

potuto, quasi a rischio di passare per male informato. Ma infine,

anche non ammettendo, non ho potuto negare troppo recisamente. La voce

è corsa, signor Prospero; le Gamberini me l'hanno riferita, con un

piacere da non dirsi. E adesso sarà un bel guaio, dover rimediare agli

effetti.--

Il signor Prospero vide allora tutta la gravità della cosa, e ne

rimase atterrato.

--Se si potesse negarlo!--esclamò.

--Si potrebbe, anche a rischio di non esser creduti. Ma già, quando

non ci sono prove, tanto vale il nostro no, quanto il sì di mezzo

mondo. Per altro, non bisognerebbe perder tempo. Vadano subito via,

partano per Torino e ci restino un mese; questo mi sembra il meglio

che possano fare. Io frattanto, avrei modo di preparare il terreno,

dissiperei i sospetti, opporrei la certezza alla chiacchiere senza

fondamento. Quanto all'andar via di qui, non ci pensino, me ne

incarico io. Mando una carrozza, con persona fidatissima, che li

conduca alla seconda stazione, dopo Castelnuovo. Partiranno di notte e

nessuno li avrà veduti. Che gliene pare?

--Oh, essa non accetterà!--rispose il signor Prospero.--Quando s'è

fitta in capo una cosa!...

--Ma di grazia signor Prospero, si potrebbe sapere che cosa si sia

fitta in capo, la sua bella nepote? Vuol vivere in un chiostro? Lo

cerchi di monache, almeno! E questi sciocchi di frati non si sono

accorti di nulla?

--Che cosa vuole che le dica? Li ha stregati tutti, come ha stregato

me. La chiamano il padrino. Padrino di qua, padrino di là, è sempre in

ballo lei, non la lasciano un minuto. Nelle ore di ricreazione ella

dipinge, all'aria aperta, sotto gli archi del porticato. E ci son

tutti, a starla a vedere; uno le tiene i pennelli, un altro le porge i

colori, un altro si mette in azione, un altro loda, un altro va in

visibilio. Par d'essere in una casa dove ci sia un bambino, che tutti

diventano bambini come lui, e più di lui, se occorre.

--E il priore?

--Il priore? è l'unico che non abbia persa la testa. Almeno, è il più

grave di tutti.

--Dica il più pericoloso, signor Prospero.

--Perchè? Lo conosce forse?

--Non di persona; ma ho avuta la sua fotografia.... ed anche parecchie

informazioni sul conto suo. È un ferrarese....

--Ah, lo avrei dovuto indovinare all'accento.

--Ma più ancora alla stranezza della sua fantasia. Questo suo convento

di frati che non son frati, è degno di quel capo balzano dell'Ariosto.

Era un ufficiale di cavalleria. Ha lasciato il servizio militare per

gettarsi nella politica, di cui si è presto annoiato. Ha avuto amori a

bizeffe. Un bel giorno gli è saltata la manìa di riformare il mondo. E

qui doveva finire in una specie di manicomio. Un bell'uomo, non lo

nego; ma tanto più pericoloso; ne conviene?

--Se fosse ricco!...--scappò detto al signor Prospero.

--Non tanto da poter pretendere alla mano della sua nepote; e non

possiede neanche un titolo di nobiltà, che in questi casi vale

ricchezza. Ma poi, ritenga, signor Prospero, quello è un matto

tranquillo, che è come dire insanabile. C'è forse più da sperare che

egli lasci la sua utopia, per prender moglie? Questi filosofi, questi

riformatori, son tutti ostinati. Anche quando nel loro interno siano

persuasi d'aver dato in ciampanelle, l'amor proprio li consiglia a

tener duro. Badi, io le fo una profezia, se rimangono qua dentro; sua

nepote, con quella sua testolina bizzarra, s'innamorerà di questo

priore, o d'un altro della comunità. L'occasione fa l'uomo ladro, e

Lei, signor Prospero....

--Non mi spaventi, per carità;--interruppe il povero zio, mettendosi

le mani ai capegli.--Forse è un timore esagerato, il suo. Questi

signori sono molto gentili, cavalieri compiti, ed anche quando

s'immaginassero.... o già si fossero immaginati....

--Mi piace la correzione, che le è venuta così spontanea;--ripigliò

quell'altro.--Senza pensarci, Ella ha trovata la verità. Or dunque,

signor Prospero, metta il cervello a partito. Che crede, che quando

abbiano riconosciuta la donna nel suo finto nepote, glielo verranno a

dire a Lei, perchè abbia tempo a provvedere?

--Capisco, capisco;--mormorò il signor Prospero.--Ma come si fa, ora?

Io non so che pesci pigliare.

--Accetti il mio consiglio, parli alla signorina, veda di persuaderla.

Se poi Ella farà un buco nell'acqua, provvederò io.

--Lei, signor cavaliere?

--Sì, io. Qualcheduno ha pur da trovarla, una via per uscirne.

--Ah, signor cavaliere, Ella mi rende la vita. Provveda Lei, trovi Lei

questa via benedetta.

--Ma intendiamoci, ad un patto.

--Un patto?

--Sicuramente. E vorrebbe che io mi stillassi il cervello, che io

giuocassi in questo affare la dignità del governo, senza un giusto

compenso?

--Si spieghi.

--La contento subito. Cominci dal rispondere ad una mia domanda. Come

vede lei il matrimonio che s'era combinato?

--Ma.... io lo vedo ora come prima. Dubiterebbe di me?

--Eh, se così fosse, non ci dovrebbe vedere nulla di strano. Dopo

essere fuggito da Castelnuovo a quel modo, senza avvertirmi di nulla!

Non mi venga fuori con le scuse; non potrei fargliele buone. Con tutta

la sua debolezza di zio, Ella non poteva ignorare che io mi sarei

trovato negli impicci, e che quel povero duca mi avrebbe chiesto

spiegazioni. È l'unico discendente di una delle prime famiglie

d'Italia, e possiamo dire di Europa, non lo dimentichi. Non si può

trattare con lui come col primo venuto. Che cosa dovevo rispondergli?

Come colorire la loro partenza, anzi peggio, la loro fuga? Ho fatto

come potevo; ho battuta la campagna. Dio guardi se avesse saputo....

--Ah sì, dice bene; se avesse saputo!...

--Capisco che un rimedio ci sarebbe sempre stato. Non c'era lei, in

compagnia della sua nepote?

--Benissimo! Infatti, che cosa le dicevo dianzi? Essendoci io, colla

mia nepote, mi pare....

--Sì, ma badi, signor Prospero; queste ragioni hanno valore con una

persona di spirito. Non potrebbe farle valere coi signori di

Castelnuovo. A questi bisognerà sempre poter dire che la cosa non è

vera. Crederanno, non crederanno, padroni. Non avranno mica da

sposarla loro! E quando la sua nepote sarà duchessa di Francavilla,

voglio vedere a che cosa servirà loro il sostenere che è stata in un

convento di frati. Ma torniamo a noi. Ella dunque mi assicura che è

sempre dello stesso parere?

--Ma sì, cavaliere, ma sì! Creda che non desidero altro.

--E la signorina? Sa nulla ancora? Ha forse manifestato un desiderio

diverso?

--No, non sa nulla, e non ha manifestato nulla. Ha voluto venir qua

per un capriccio, una curiosità repentina.... Ella sa, signor

cavaliere, quando le donne vogliono una cosa....

--E quando hanno degli zii che non sanno volerne un'altra.... Ho

capito, signor Prospero, ho capito. Dunque, stringiamo il discorso.

Lei parli alla sua nepote e veda di persuaderla. Lo faccia; è

necessario, come preliminare. Essa dirà di non voler partire? E Lei mi

manderà due righe di biglietto, che un mio fidato verrà a prendere

domani. Al resto penserò io, appena ricevuti i suoi pregiati

caratteri. Ah signor Prospero, signor Prospero! Quante noie, per Lei!

--Abbia pazienza, signor cavaliere!--

Il cavaliere Tiraquelli non fece altre parole. Diede con un gesto

dignitoso la sua assoluzione al signor Prospero, ed usci dal

parlatorio, per riprendere la via di Castelnuovo Bedonia.

L'undecimo comandamento: Romanzo · 第 19 / 32 题