Il monachino biondo era assai lungi dallo immaginarsi d'aver fatto
quella grande impressione sull'animo de' suoi compagni. La bellezza è
sempre consapevole, non lo nego; ma una donna che si traveste da uomo
sa anche di perdere il cinquanta per cento delle sue attrattive. E
frate Adelindo non badava punto a quegl'impeti spontanei d'ammirazione
che la sua faccia di serafino destava tra i riformati di San Bruno,
come essi burlescamente si chiamavano qualche volta. Confidava, nella
sua giovanile audacia, di non essere scoperto, e godeva la novità di
quella vita, senza sapere come sarebbe andata a finire.
Ma proprio senza saperlo? S'ha a credere che il biondo monachino non
avesse uno scopo? No, lettori, non lo credete. Ma, per intanto, venite
con me. La miglior maniera per averne l'intiero, è quella di far
procedere il racconto.
Entrati sotto l'atrio della caverna, i conventuali di San Bruno
ammirarono quel saggio architettonico di madre natura e tutte le
fioriture ond'era stato adornato dall'incomparabile artista. Poscia,
come i visitatori d'una casa che vogliono veder tutto fin da
principio, andarono ad esplorare i tenebrosi recessi del luogo. La
caverna si estendeva un mezzo miglio nelle viscere del monte, ora
restringendosi, ora allargandosi da capo, ma tutta d'un filo, come una
grande spaccatura interna del monte. La causa di quella spaccatura?
Forse era da vederci l'ultimo sfiatatoio rimasto al vulcano che aveva
sollevato dal fondo dei mari antichissimi quello strato calcareo;
forse era effetto più modesto e più lento di una erosione delle acque.
Io non mi ci confondo, e lascio la soluzione del problema agli studi
del padre Anacleto.
Qua e là i nostri esploratori si abbattevano in fantastiche vedute,
che sarebbero state una vera fortuna per l'albo di frate Adelindo, se
il nostro serafino pittore ci avesse avuto là dentro un raggio di
sole, scambio del lume incerto d'una torcia di resina. La via in
qualche punto risaliva, stretta fra due ordini di stalagmiti, che si
addensavano le une sulle altre come i colonnini d'un chiostro; altrove
si arrotondava la vôlta in cupolette alabastrine, o si allungava in
peducci e festoni, campati in aria che era una vaghezza a vederli.
Frequentissime occorrevano lungo le scabre pareti le pile dell'acqua
benedetta, esempi illustrativi dell'antico adagio: _gutta cavat
lapidem_. Ma la meraviglia più grande fu una specie di cattedra,
formata su d'un rialzo dello scoglio dal largo tondeggiamento di una
grossa stalagmite, e incoronata in alto da un mezzo cerchio di
stalattiti, che raffiguravano un baldacchino. Il fraticello biondo,
gettato uno de' suoi soliti gridi d'ammirazione ingenua, era corso a
piantarsi su quella cattedra, restando là in piedi, elegante a vedersi
come un santo di Donatello nella sua nicchia di marmo. E il padre
Ottaviano aveva subito proposto di chiamare quel punto della caverna
"il pergamo di frate Adelindo". Gli altri avevano approvato; il
serafino si era fatto rosso come una fravola, e si era affrettato a
saltare da quel tronco di colonna, per timore che a qualcheduno, nel
lodevole intento di agevolargli la calata, venisse il ticchio di
andarlo a pigliare di peso.
La ricreazione era finita e incominciava il lavoro. Vi ho già detto
che il padre Anacleto era andato nella caverna delle Streghe per
trovare qualche saggio d'archeologia preistorica, dei cocci, delle
armi di selce, delle ossa lavorate e via discorrendo. La caverna
doveva essere stata abitata, come tutte le altre degli Appennini, nei
tempi in cui l'uomo non aveva ancora imparato l'arte di fabbricarsi
una casa di pietra, e le capanne non offrivano bastante riparo contro
le fiere dei boschi, o contro gli assalti delle vicine tribù. Le
tracce dell'uomo preistorico erano evidenti anche nella caverna delle
Streghe. A quell'altezza dal suolo coltivabile, in una cavità rocciosa
come quella, lo strato di terriccio appariva profondo, e certamente
non ci si era formato da sè, per l'azione dell'acqua sulla pietra,
poichè questa era troppo salda, e quella filtrava in così poca
quantità, da bastare appena al sostentamento delle felci che
tappezzavano alcune parti della vôlta.
Restava un dubbio. La caverna aveva servito come abitazione, o
solamente come luogo di sepoltura? Quei poveri rappresentanti della
specie umana, nei primi tempi dell'epoca quaternaria, solevano vivere
nelle caverne donde avevano cacciate le fiere; ma in alcune di esse,
meno accessibili, o più lontane dai luoghi donde traevano il
sostentamento, usavano compiere i riti funebri, dopo averci sepolti i
loro trapassati. Spesso, o perchè i luoghi di rifugio fossero scarsi,
o scarsa la reverenza delle tombe, una medesima caverna era abitazione
e sepolcreto ad un tempo, ed il focolare destinato al banchetto
funebre era lo stesso focolare domestico, che seguitava a dar fiamma
sulla fossa del morto.
Il padre Anacleto si proponeva di chiarire più tardi a quale dei due
generi appartenesse la caverna delle Streghe. Prima di tutto importava
di rinvenire le traccie dell'uomo, di qualunque natura si fossero. E
il nostro esploratore, dato uno sguardo in giro, per argomentare dalla
curva delle pareti da qual lato fosse la maggior profondità del
terreno, deliberò d'incominciare gli scavi poco lontano dal mezzo
dell'atrio, e verso l'interno della montagna. Frattanto, nell'angolo
più lontano, sotto la direzione di fratello Giocondo, e con
l'assistenza del padre Prospero, s'impiantava un focolare posticcio,
per riscaldare le conserve alimentari che doveano servire alla
colazione.
I primi colpi di vanga furono dati alla svelta e con molta confidenza.
Ma come fu scotennato il terreno, l'opera procedette a mano a mano più
riguardosa, volendo il padre Anacleto por mente a tutti gli avanzi che
si sarebbero rinvenuti, e sopratutto riscontrare nel taglio verticale
del terreno la successione degli strati, certamente riconoscibili alla
diversità di colore e di composizione, corrispondenti qualche volta ad
età d'uomini, ma più spesso a gradi e a ricorsi di civiltà, presso
quelle povere genti che in Italia precedettero l'arrivo e la
diffusione della schiatta pelasgica.
Infatti, nei primi strati, s'incominciarono a trovare rottami di
stoviglie, il cui colore rosso carico significava una diligente
cottura, e le sagome tondeggianti, e qualche traccia d'ornato lineare,
accennavano un certo grado di perfezione a cui era giunta l'industria
figulina. E questo poteva denotare che gli abitanti della caverna,
ancora mezzo selvaggi, erano in relazione con gente più civile, o
abitante al piano, o venuta pur dianzi da lontano paese, presso cui le
arti più utili alla vita erano già bastantemente avanzate. Proseguendo
gli scavi, i cocci apparivano di forma più rozza, e di meno diligente
cottura, fino al segno di parere a mala pena riscaldati al fuoco;
indizio evidentissimo d'una industria casalinga, che non conosceva
commerci, nè intendeva nulla di perfezionamento nell'arte. Quanto alle
ossa lavorate e alle armi di selce, non se ne vedeva pur l'ombra. Cosa
naturalissima, fintanto che non si scoprisse una tomba. Infatti, le
armi di pietra e le ossa ridotte ad uso domestico, essendo allora
preziosissime per la difficoltà del loro adattamento, erano più rare,
ed era già molto che se ne mettesse un saggio accanto ai cadaveri,
quasi a non privare i morti di ciò che avevano avuto di più caro e di
più utile in vita.
Il padre Anacleto spiegava ad alta voce tutte queste belle cose,
mentre dava occhio al proseguimento dell'opera. Gli strati del terreno
si succedevano con varia vicenda di chiaro e di scuro. Tutto ad un
tratto, le vanghe diedero un suono sordo, come di cosa asciutta e
consistente che si sfaldi. E venne fuori una sostanza grigia,
lamellare, in cui si riconobbe tosto uno strato di ceneri.
Qui per l'appunto cascava il dubbio. Erano quelle ceneri un avanzo di
banchetto funebre, o indizi d'un focolare domestico? Il padre
Anacleto, interrogato dal serafino biondo, che prendeva tanto diletto
in quella esplorazione quanto suo zio ne prendeva negli apparecchi
della colazione, mostrò di credere al banchetto funebre, anzichè al
focolare domestico. E ne disse anche le ragioni; verbigrazia la
postura del deposito, che non corrispondeva alla naturale collocazione
d'un focolare. La caverna essendo abitata da una famiglia, o da un
aggregato di famiglie consanguinee sotto l'autorità d'un capo, non era
da credersi che il focolare fosse posto quasi nel mezzo, per dar noia
a tutti; laddove la presenza delle ceneri, intesa come avanzo d'un
banchetto funebre, si spiegava benissimo colà, portando la
consuetudine che il fuoco si accendesse sulla tomba del congiunto, a
cui si facevano i funerali.
Accanto a quell'ammasso di cenere si scopersero altri cocci ed ossa di
animali domestici, ma rotte irregolarmente, e qua e là intaccate da
solchi poco profondi. I banchettanti ci avevano di sicuro lavorato
attorno coi denti.
L'attenzione degli esploratori andava a mano a mano crescendo. Ma essa
arrivò al colmo, quando, a forse un metro e mezzo di profondità, le
vanghe diedero un suono metallico, scoprendo la grigia e scabra
superficie di una falda di sasso.
Il priore non volle che il lastrone fosse subito alzato; ma fece
scavare torno torno il terreno ed allargare la buca. Mercè questa
operazione, fu posto in chiaro che quel lastrone orizzontale posava su
altri quattro, verticalmente piantati.
Un silenzio religioso regnava nella caverna. Qualche cosa di sepolto
cinque o diecimil'anni addietro stava per ritornare alla luce.
--A voi, fratello Adelindo,--disse il priore,--copiate questa forma di
sepoltura, prima che sia scoperchiata.--
Il serafino biondo mise mano al suo albo e segnò con pochi tratti
sulla carta il fondo della buca, sul cui orlo si era seduto. Com'ebbe
date le ultime ombreggiature al disegno, si tirò da banda e fu rimosso
il lastrone.
Apparve prima di tutto.... Cioè, diciamo le cose come stanno, non
apparve niente; che non poteva dirsi qualche cosa, almeno per gli
occhi, il terriccio nerastro di cui era piena la buca. Ma rimuovendolo
con garbo, incominciarono a presentarsi al tatto, quindi alla vista,
alcuni frammenti d'ossa, in cui, e per la forma loro, e per la
collocazione che avevano, il padre Anacleto ravvisò le coste di uno
scheletro umano. Mescolati a questo si rinvennero parecchi ossicini di
forma irregolare e di grandezze diverse, che potevano appartenere al
carpo e al metacarpo delle mani. Così era difatti, e si trovarono
anche le falangi delle dita; segno che il cadavere era stato composto
là dentro con le mani incrociate sul petto. Proseguendo l'opera con
ogni diligenza maggiore, per non iscompigliare la disposizione
anatomica delle parti, si scopersero i radii e gli omeri, indi il
teschio, e via via tutte le membra in quella postura di persona
raggomitolata, a cui era stato costretto il cadavere, per farlo capire
in quella piccola buca.
Il serafino biondo aveva ripigliato il suo albo. E quegli avanzi d'un
corpo raccolto nel sonno eterno furono ritratti dalla matita sulla
carta; dopo di che, pezzo per pezzo, lo scheletro fu levato dalla
fossa e collocato in un canestro. Il teschio era benissimo conservato,
e la bianchezza e la porosità del tessuto osseo facevano fede di molta
antichità, non meno che della asciuttezza del suolo. Del resto, la sua
superficie allappava la lingua; cioè a dire vi lasciava quella
impressione, accompagnata da un cotale asciugamento, che fanno sulle
labbra, e sul palato, certe sostanze acerbe od amare. Voi qui, lettori
umanissimi, farete le maraviglie, ed anche qualche gesto di orrore,
pensando che se quelle ossa allappavano la lingua, bisogna dire che
qualche lingua ci si fosse accostata. Ma che volete farci? I dotti son
fabbricati così, e non c'è verso di mutarli. Sanno che quel gusto
d'asciutto ed acerbo nella superficie delle ossa è indizio
d'antichità, e l'accertamento d'un fatto così importante val pure un
piccolo sacrifizio. Del resto, o non avete mai veduto nei quadri santa
Maria Maddalena al deserto? Anche lei bacia un teschio, e senza averci
la scusa nell'amore della scienza. Pure, nessuno di voi inorridisce,
vedendo una cosa simile. Non inorridite dunque, vi prego, se vedete il
padre Anacleto accostare la lingua all'osso frontale, o al parietale
d'un povero sepolto di cinquanta o cento secoli fa.
E tiriamo innanzi. Le suture del cranio, molto visibili nella loro
indentatura, indicavano una persona giovane; l'altezza mediocre dello
scheletro e la forma del pelvi lasciavano argomentare che fosse lo
scheletro d'una donna. I denti erano piccoli, bianchi perlati, e lo
smalto era integro; fatto maraviglioso, quantunque abbastanza comune
in simili scoperte. Accanto al teschio, e proprio all'altezza
dell'orecchio, era una piccola coppa d'argilla nera, in cui si
rinvenne una sostanza grumosa e rossiccia. Era la terra d'ocra, di cui
gli antichissimi nostri progenitori, non dissimilmente dai moderni
selvaggi d'America, usavano tingersi le membra. Un'altra particolarità
indicava che quello scheletro apparteneva ad una donna, ed era la
mancanza d'armi nel sepolcro, mentre c'erano in quella vece parecchi
aghi e punteruoli d'osso di cervo, quelli riconoscibili dalla cruna,
questi dal capo tondeggiante. Una cinquantina di conchiglie bucate,
che si raccolsero nel terriccio a poca distanza dalle prime vertebre,
dimostrava che la donna era stata sepolta con la sua collana, e che
essa era certamente di condizione non povera, poichè aveva un monile
di quella fatta, composto di tal materia che doveva esser cavata da
luogo lontano. Rammentate infatti che la caverna era sull'Appennino, e
distante parecchie giornate dal mare.
Tutti quegli avanzi, raccolti con diligenza dal fondo della buca,
erano a mano a mano deposti in un canestro. Il padre Anacleto ci
vedeva il principio d'un museo preistorico di San Bruno. La caverna
delle Streghe, vasta com'era, poteva dar tesori alla scienza;
verbigrazia una cinquantina di scheletri, che, tenuti ritti con
acconcie legature di fil di ferro, e disposti in bell'ordine, con
tutti gli utensili, armi, amuleti ed ornamenti rinvenuti nelle tombe,
avrebbero raccontata una bella pagina di storia delle prime genti
italiche, e dati gli elementi ad ingegnose induzioni. Sarebbe riuscito
in verità un museo da attirare molti curiosi al monastero di San
Bruno. Ma, come sapete, quei bizzarri conventuali non gradivano le
visite del prossimo, e la loro scienza amavano tenersela tutta per sè.
Frattanto, il monachino biondo avrebbe ricavati i disegni di tutta
quella ricca collezione scientifica. Udendo i discorsi del padre
Anacleto, egli si rallegrava in cuor suo di possedere quel piccolo
talento del disegno, un talento che non faceva chiasso, ma che per
contro era altrettanto più utile, e che tramutava lui, adolescente
accettato per grazia al convento, in un personaggio necessario.
Bisognava vederlo, il nostro serafino, seduto sulla proda del fosso
col suo ginocchio piegato, l'albo sul ginocchio e la matita in aria.
Il soggetto dei suoi disegni era malinconico. Per la prima volta in
sua vita, Adelindo Ruzzani adoperava la matita a copiare gli
scheletri. Ma che cosa non si farebbe per l'amore della scienza?
E i frati gli erano tutti intorno, un po' per vedere i suoi tratti di
matita, un po' per contemplare quel grazioso profilo di monachino, che
somigliava tanto a quello d'una bella ragazza.--Bene, bravo,
stupendo!--erano le parole con cui essi incoraggiavano il pittore.
Metto pegno che Raffaello d'Urbino non ebbe tante lodi dai personaggi
che andavano nel suo studio, a vederlo lavorare. Ma sono anche
disposto ad ammettere che Raffaello ne avrebbe avuto altrettante, se,
scambio di esser lui, fosse stato, ad esempio.... la Fornarina.