Abbiamo lasciato i nostri novizi al convento di San Bruno; andiamo a
ripigliarli nelle loro celle. Ma non per condurli via, intendiamoci.
Cotesto metterebbe conto al sottoprefetto di Castelnuovo, ma
troncherebbe il filo del nostro racconto.
Frate Adelindo era rimasto un pochettino sconcertato, vedendo che la
sua cella era separata da quella di frate Prospero, suo ottimo zio e
compagno di clausura. Senza formarsi un giusto concetto del suo nuovo
stato, il vezzoso fraticello aveva fatto assegnamento su d'un
quartierino per due, e non si era appunto preparato all'idea di restar
solo in un ritiro di due camerette, come un antico Camaldolese. Ma
infine, ci voleva pazienza. Frate Adelindo voleva esser uomo, e con la
pazienza tirò anche dentro il coraggio. L'uscio, del resto, era di
quercia, salde le sbarre, e una persona sprangata là dentro poteva
dormire tranquilla, specie in un luogo di pace, dov'erano tutti
fratelli.
Padre Prospero batteva le labbra e tentennava la testa. Quella impresa
seguitava a piacergli poco. E non gli piacevano punto punto le
guardate curiose di fratel Giocondo, spartite in giuste proporzioni
tra lui e frate Adelindo, ancora così poco frate all'aspetto, e così
poco uomo per giunta.
A farlo parere più uomo non poteva certamente contribuire la buona
volontà di suo zio. A farlo parere più frate doveva bastare una corsa
di fratel Giocondo in sartoria. Si erano preparate le tonache pei
cinque che si aspettavano in settimana; due potevano essere distratte
da quella loro destinazione, per servire ai primi venuti. E fratel
Giocondo, mentre s'incamminava alla sartoria, andava borbottando tra
sè:--Quel giovinotto! Ma è troppo giovane! Pare una fanciulla.--
Lungo i corridoi, il nostro frate converso s'imbattè nel padre
Bonaventura.
--Or bene, fratel Giocondo;--disse l'astronomo di San Bruno;--che
novità abbiamo? Son venuti i cinque?
--No, padre; sono invece capitati i due, che non appartengono ai
cinque.
--Due nuovi, dunque?
--Nuovi di zecca. Uno, anzi, mi pare fin troppo nuovo, e non capisco
come il priore lo abbia ammesso.
--Fratel Giocondo, non discutiamo l'autorità del priore.
--Oh, non è per discutere. Dico che non capisco. Ma già, io non ho da
capire. Fo il portinaio, io, il cantiniere, il fattorino, e il
cerimoniere a tempo avanzato.
--Questo cumulo di occupazioni servirà a tenervi in esercizio;--disse
il padre Bonaventura ridendo.--Ingrassate troppo, fratel Giocondo!
--I dispiaceri, padre, i dispiaceri!--
E fratel Giocondo se ne andò alla sartoria, per prendere le due
tonache.
La voce dell'arrivo dei due ospiti nuovi si sparse subito per tutto il
convento. Quel giorno, al refettorio, ci doveva essere un gran
movimento di curiosità. I frati del nuovo ordine di San Bruno vivevano
bensì fuori del mondo; ma un piccolo resto della vita passata non
poteva non esserci negli animi loro, come non può non esserci in fondo
al bicchiere quell'ombra di rosso che è indizio del vino da poco tempo
bevuto. E poi, non si è mica detto che quei bravi eremiti
rinunziassero ad ogni consuetudine della vita. Si erano formato il
loro piccolo mondo, ma il piccolo mondo non esclude un movimento di
curiosità; specie quando questa curiosità risguarda le persone che
vengono a far vita con noi.
Alle cinque del pomeriggio la campana del convento suonò l'appello al
refettorio. Tosto sbucarono i frati dalle loro celle, con una
prontezza e con una simultaneità, che facevano credere aver essi
aspettato quel momento con la mano sul saliscendi. C'erano tutti,
presenti; il padre Anacleto, priore, e i padri Anselmo, Bonaventura,
Natale, Restituto, Ottaviano. E tutti, andando lungo le arcate del
portico, mandavano la loro sbirciatina agli usci delle due celle, da
cui dovevano escire i nuovi ospiti del convento di San Bruno.
Uno di quegli usci si aperse, e ne balzò fuori un coso tondo, un cor
contento in tonaca da frate. Era il signor Prospero. Alcuni secondi
dopo si aperse l'altro e ne usci un bel padrino, su cui si posarono
gli sguardi curiosi di tutta la famiglia fratesca. Dio santo, che
figura d'angelo fatto frate! Angeli, arcangeli, serafini, cherubini,
troni, dominazioni, virtù, potenze, principati, ditelo voi, a quale
dei vostri cori e delle vostre gerarchie appartenesse quel gentile
padrino biondo, con que' labbruzzi vermigli, quelle guance rosse e
quegli occhietti ladri. In verità, io vi dico, se non fosse stato per
quegli occhi, il padrino sarebbe stato preso per una monachina. Lo
avrebbero forse lasciato supporre le guance che si tingevano del
"color di fiamma viva"; ma il padrino, sicuramente, si era fatto
forza, si era armato di coraggio, aveva alzato que' suoi occhietti
pieni di malizia, aperte le labbra ad un sorriso arguto; ed ogni
sospetto era svanito.
--Così giovane e venire a rinchiudersi qui dentro!--esclamarono i
padri, raccolti in osservazione davanti all'uscio del refettorio.
Il priore udì quelle parole, che potevano essere anche un mezzo
rimprovero alla sua condiscendenza soverchia. E, per farla finita con
ogni mormorazione, così prese a parlare, indicando i nuovi venuti:
--Fratelli, vi presento due ospiti, due compagni, il padre Prospero e
il padre Adelindo. È forse un po' troppo giovane, quest'ultimo, ed io
non ho lasciato di osservarglielo. Ma egli a nessun patto vuole restar
diviso da suo zio, e fa nobilmente sue le tristi cagioni che
allontanano il padre Prospero dalle vanità e dalle afflizioni del
mondo.--
Bisognava vedere in quel momento la faccia contenta del signor
Prospero Gentili. Ma andiamo avanti, senza descrivere quello che
ognuno di voi può figurarsi facilmente in cuor suo.
--Non mi sono tuttavia intieramente arreso alla sua
insistenza;--continuò il padre Anacleto.--Dubitando della vocazione
sua, che non può essere accertata finora, come fu accertata quella di
tutti noi, l'ho accolto solamente come novizio; e come novizio, per
conseguenza, ho accettato suo zio, non volendo separare con una troppo
sollecita disparità di promesse due congiunti di sangue. Ho fatto una
cosa nuova, non conforme alle nostre consuetudini, interpretando il
principio che, dove la legge tace, s'intende libera l'azione.
--_In dubiis libertas_;--osservò il padre Bonaventura.
--Grazie, _et in omnibus charitas_;--ripigliò il padre Anacleto.--Io
spero adunque che voi, miei cari fratelli in solitudine, non
disapproverete questa novità, badando alle intenzioni che l'hanno
dettata.
Il padrino guardò in viso i suoi giudici, e comprese che nessuno
avrebbe detto di no.
--Savio consiglio;--mormorò il padre Atanasio.
--Come tutto ciò che esce dalla mente del nostro degno
priore;--aggiunse il padre Restituto.
--Sia dunque così, col volere di Dio;--replicò il padre Anacleto, non
aspettando più altri segni di approvazione.--E adesso, miei fratelli,
andiamo a vedere come ci tratta il cuoco. Vi avverto,--soggiunse,
rivolgendosi ai due novizi,--che qui si mangia male.
--E si beve peggio;---borbottò fratel Giocondo, che chiudeva la
marcia.
Il padre Prospero credette obbligo suo di rispondere che egli e il suo
nepote si sarebbero acconciati volentieri a tutto, pur di essere
ammessi a vivere nella comunità di San Bruno. Povero signor Prospero!
Ci aveva sempre addosso gli occhi del padrino biondo, che quando
voleva una cosa, non c'era più verso di resistergli. Infine non si
trattava più di andare al polo Artico, nè alle sorgenti del Nilo. E
poi, con l'aiuto di Dio, quella pazzia del chiostro non sarebbe mica
durata eternamente! Il padre Anacleto si era dimostrato veramente un
buon diavolo, non accettandoli che in qualità di novizi. Ottimo padre
Anacleto! Il meno che si potesse fare con lui, era di rispondergli a
tono.
--Che? Anzi! Più sarà frugale il pasto, meglio sarà per la mia
salute;--rispose il signor Prospero.--Ingrassavo troppo, quantunque
senza mia colpa.
--Del moto, fratello, del moto!--raccomandò uno dei frati, che si
trovava vicino al signor Prospero.--Bisogna combattere in tempo la
polisarcia.
--Poli....--balbettò il signor Prospero, inchinandosi al suo nuovo
interlocutore.
--....sarcìa;--riprese quell'altro, che era il medico della
comunità.--È un composto di due vocaboli greci, polis e sarcos, e
significa abbondanza di carne. Questo non sarebbe, a dir vero, un gran
male; ma la parola si usa impropriamente a significare un eccesso di
pinguedine, il che si esprimerebbe meglio con la parola _polipionìa_,
ugualmente greca, pion volendo per l'appunto dir pingue.
--Vedete mo' che diavoli ci ho in corpo!--mormorò il signor
Prospero.--Polisarcia! Polipionìa! Grazie tante, padre.... Il suo
nome, se è lecito!
--Tranquillo, per servirla. È il nome che ho scelto, entrando qua. E
lo sono davvero, poichè _inveni portum_; e posso aggiungere col poeta:
_spes et fortuna valete; sat me lusistis, ludite nunc alios_.--
Il signor Prospero amò meglio restare nella sua ignoranza, che
domandare la traduzione del distico.
--Son cascato bene;--diss'egli tra sè.--Son tutti sapienti, qui
dentro; ci hanno il greco e il latino sulla punta delle dita. Uno è
astronomo, l'altro è chimico; un terzo archeologo; un quarto
meccanico.... Ma che Iddio mi benedica, o non sono agronomo, io? Un
agronomo.... agrodolce, per verità! Mi ha fatto tale il sottoprefetto
di Castelnuovo. E la mia nepote mi fa frate. Si fermeranno qui l'uno e
l'altra?--
Facendo queste riflessioni, il signor Prospero (anzi, diciamo a
dirittura padre Prospero, per metterlo alla pari con tutti i suoi
colleghi) si trovò seduto a tavola, fra il padre Tranquillo, medico, e
il padre Marcellino, filosofo. Il suo nepote, o fosse caso, o fosse
elezione, si trovò dall'altra parte della tavola, accanto al priore,
con cui si era accompagnato, entrando in refettorio.
La sala era vasta, e lo appariva due cotanti di più, perchè bianca ed
ignuda. I nuovi frati di San Bruno non avevano fatto nessuna spesa
colà, non si erano incaricati di abbellire quella parte della loro
abitazione. Avevano perfino lasciato in piedi un certo pulpito di
fabbrica, destinato alla lettura durante il pasto. Per fortuna, lassù
non si leggeva più nulla, non avendo la nuova regola di San Bruno
reputato necessario di aggravare un cattivo pranzo con una uggiosa
lettura. Gli antichi Camaldolesi andavano a prendere il loro
nutrimento in quel refettorio una volta alla settimana; tutti gli
altri giorni desinavano nelle loro celle, e la broda disciplinare
passava da quelle ruote che ho detto. Poi, bevevano l'acqua in certe
ciotole di terra cotta, che accostavano alla bocca, sostenendole con
tutt'e due le palme. Un modo di bere piuttosto incomodo; ma era di
rito. E i riformati di San Bruno, per accostarsi in qualche modo alle
vecchie costumanze, avevano aboliti i bicchieri, attenendosi a certe
ciotole di maiolica, che non avevano neanche il pregio di escire dalle
fabbriche del Ginori.
Non l'abbiate per una ragazzata, vi prego. Il padre Anacleto,
interrogato su quella stranezza apparente, avrebbe potuto darvene una
ragione plausibilissima. Ciò che fa amar molto la tavola è la
tovaglia, lo sfoggio del vasellame, lo scintillìo dei cristalli. Una
mezza batteria di bicchieri a calice, sfaccettati, smerigliati,
lucidi, opachi, quando spessi come il diamante, quando sottili come la
mussolina, fanno bere tre volte più di quello che porterebbe il vostro
bisogno. Provate in quella vece a bere il Reno o il Borgogna in una
ciotola di terra cotta, rozzamente inverniciata. Quel vino vi parrà
una povera cosa; manderete giù quel che vi occorre, non un centellino
di più. Per contro, il vino cattivo vi parrà semplicemente mediocre,
ed anche di quello berrete come e quanto mangiate, cioè a dire tutto
quello che occorre per le ineluttabili necessità della vita.
Ammiriamo i riformati di San Bruno e lasciamo gridare i gaudenti.
Anche la tavola è tra i piaceri e le vanità del mondo che lasciano
tormento ed afflizione di spirito. Il pensatore è sobrio; il
lavoratore non potrà sempre esser sobrio, ma non avrà mai vizi di
gola.
Frate Adelindo, seduto alla destra del priore, era l'argomento della
curiosità universale. Si voleva non averne l'aria, ma gli occhi
correvano di tanto in tanto dal piatto a quella bionda testina, a quel
collo di cigno che sbucava dall'orlo della cocolla color di tabacco.
--È molto giovane, il vostro nepote;--disse il padre Tranquillo
all'orecchio del padre Prospero.--Non si adatterà alla nostra vita
rinchiusa.
--Perchè?--disse di rimando il padre Prospero, che sentiva la
necessità di nascondere il suo giuoco.--Sono appunto i giovani che
possono adattarsi a certi sacrifizi. Ai panni vecchi non è facile far
perdere le pieghe.
--Questo è vero per molti;--replicò il padre Tranquillo;--ma poichè
qui ci si viene in forza di una vera e profonda vocazione, bisogna
ammettere che la nuova piega sia già fatta prima d'entrare.
--Ah sì, la vocazione!--mormorò il padre Prospero.--Una gran cosa, la
vocazione. Scusate, padre, la mia indiscretezza. Qual è stata la
vostra vocazione?
--Seccato;--rispose il padre Tranquillo;--seccato del mondo; seccato
in un modo da non dirsi. Facevo il medico, per utile del mio simile.
Ed io avrò fatto male a lui; ma egli di certo ha fatto male a me. L'ho
abbandonato come vedete, e me ne trovo bene. Auguro a lui altrettanto.
Già, fratello mio, che serve il nasconderlo? Neanche la scienza medica
può pretendere all'infallibilità. Richiede atti di fede continui; è
teologia, o poco ci manca. Una cosa è certa, che la natura ha rimedi
efficaci, e forze vive nell'organismo per farli operare. Noi, studiosi
dell'arte salutare, non possiamo vantarci che di un po' d'accortezza
nell'accomodare certi rimedi ai bisogni dell'uomo. Audacia somma
nell'esperimento, audacia immensa nella dichiarazione della malattia,
audacia infinita nell'attribuire alla natura gli errori dell'arte
nostra e all'arte nostra i benefizi della natura; eccovi, padre
Prospero, la medicina, da Ippocrate fino a Boerhaave, e da Boerhaave
fino a me. Dico a me, per non far torto a nessuno;--soggiunse il padre
Tranquillo, ridendo.--Empirismo che qualche volta riesce; dottrina che
qualche volta azzecca giusto; dissidio quasi sempre tra la teorica e
la pratica; questa è la scienza nostra. Seccato, vi dico io, padre
Prospero, seccato dell'arte, seccato del mondo, seccato del resto.--
Evidentemente il padre Tranquillo non diceva tutto. Anzi, pensandoci
bene, era facile di scorgere che non aveva detto nulla. Ma è questa
l'arte degli uomini bene educati, che vogliono nascondere il loro
pensiero, aver l'aria di prendervi a confidente e di spiattellarvi
ogni cosa. Il padre Prospero fu grato di quelle confidenze al suo
vicino di tavola, e gli giurò lì per lì un'amicizia eterna.
--Che bravo giovinotto!--diceva egli tra sè.--Col suo ingegno, poteva
diventare un altro Galeno. Ed eccolo qua, invece, tra i giubilati,
contento di averne cavato i piedi, come un altro lo sarebbe di
averceli messi. In verità, non ho torto io a dolermi di essere uscito
dalla via degli onori?--
Leggiadro collare della Corona d'Italia, tu danzavi sempre, immagine
cara, davanti agli occhi del signor Prospero Gentili.
Di tanto in tanto quegli occhi si volgevano con paterna sollecitudine
a quel biondo novizio che sedeva a fianco del priore, sostenendo
abbastanza bene la sua parte di fraticello. Non arrossiva più, il
serafino; continuava in quella vece a parlar poco, e quel poco con un
suo accento particolare, come se le parole gli si formassero in gola,
anzi che nella classica chiostra dei denti.
Nessuno, tranne il padre Prospero, doveva capire che quel vezzoso
padrino si studiava d'ingrossare la voce, nel lodevole intento di
parere tutt'altro da quel ch'egli era veramente. Riusciva egli nel suo
tentativo? Non so. Forse ne dubitiamo noi, che siamo nel segreto, non
potendo immaginare che altri non lo indovini alla prima. Comunque
fosse, quello sforzo del leggiadro novizio dava al suo discorso una
certa velatura di suoni gutturali, che non dispiaceva punto, anzi
poteva parere una grazia di più.
--Gran diavola!--esclamava mentalmente il padre Prospero.--Che cosa si
ripromette da questa sua impresa arrischiata? Spero bene che fra
cinque o sei giorni si annoierà, e noi torneremo a Castelnuovo.--
Il pranzo finì e la comitiva andò a fare il chilo sotto una loggia che
guardava la campagna. Il sole era già tramontato, e le ombre del
crepuscolo incominciavano a salire dal burrone, nel cui fondo
romoreggiavano le acque del torrente. I profili delle colline
s'infoscavano sul primo piano del quadro; più lungi si tingevano di
violetto e d'azzurro le vette digradanti dell'Appennino. Non gruppo di
case, non traccia di campi coltivati, si vedeva d'intorno; la
solitudine regnava sovrana, e nella solitudine si espandeva
liberamente il pensiero.
Tutti i giorni, dopo il pranzo, i frati di San Bruno solevano
dividersi in piccole brigate, ed anche in semplici coppie, per andare
a diporto di qua o di là, assorti in familiari colloquii, che mutavano
indirizzo secondo la composizione dei crocchi e gli umori del momento.
Quel giorno, invece, dovevano raccogliersi tutti quanti sotto la
loggia e star seduti a chiacchiera, come una società di buontemponi
che metta in pratica il _post prandium stabis_ della vecchia scuola di
Salerno.
Il padre Adelindo, che aveva preso un pochettino di confidenza co'
suoi compagni di tavola, notò una cert'aria di somiglianza che
traspariva da tutte quelle fisonomie. Forse era da vederci un effetto
della convivenza, essendo noto che ogni persona, come ogni cosa al
mondo, assume il colore dell'ambiente in cui sia rimasta a lungo, e
che certi modi di essere, di atteggiarsi, di discorrere, si copiano
facilmente e quasi inavvertitamente gli uni dagli altri. Tutti i frati
di San Bruno avevano poi, nella loro medesima apparenza di gioventù,
una balìa, una padronanza, e vorrei dir quasi un possesso di scena,
che accennava ad una età più matura. E questo forse era da attribuirsi
in parte alle gravità dell'abito che indossavano, in parte alle
burrasche per cui erano passati, prima di giungere a quel porto di
rifugio.
Perchè si fossero raccolti in quella solitudine, mi pare di averlo già
detto. Ma perchè avevano adottata quella foggia di vestire? Non
potevano vivere in comunità, ed anche con una certa regola fratesca,
senza l'impaccio della tonaca?
Lettori miei, il vecchio entra per una gran parte nella composizione
del nuovo. Si rinunzia mal volentieri a certe anticaglie, quando si
vogliono rinnovate le sensazioni che solevano accompagnarsi a quelle
immagini del tempo trascorso. Si direbbe quasi che l'intima virtù di
certe cose è tutta nella forma di cui erano rivestite. Gli Ebrei
continuarono sempre, anche dopo l'uso comunemente invalso del ferro, a
sacrificare con coltelli di selce. Dite ai Liberi Muratori di
rinunziare ai loro simbolici riti, che rammentano i Templarii da una
parte, e le compagnie artigiane medievali dall'altra, e vi diranno che
appunto in quei riti è la forza loro, perchè c'è la poesia del loro
istituto. Che più? Un amico mio ha giurato fede alle staffe, fermate
in fondo ai calzoni, perchè questi non salgano su. Egli dice e
sostiene che ciò gli è indispensabile, per creder sempre di avere
vent'anni. Ora, se ciò basta a mantenere la sua illusione, vorremo noi
lesinargli le staffe?