VIII.

Abbiamo lasciato i nostri novizi al convento di San Bruno; andiamo a

ripigliarli nelle loro celle. Ma non per condurli via, intendiamoci.

Cotesto metterebbe conto al sottoprefetto di Castelnuovo, ma

troncherebbe il filo del nostro racconto.

Frate Adelindo era rimasto un pochettino sconcertato, vedendo che la

sua cella era separata da quella di frate Prospero, suo ottimo zio e

compagno di clausura. Senza formarsi un giusto concetto del suo nuovo

stato, il vezzoso fraticello aveva fatto assegnamento su d'un

quartierino per due, e non si era appunto preparato all'idea di restar

solo in un ritiro di due camerette, come un antico Camaldolese. Ma

infine, ci voleva pazienza. Frate Adelindo voleva esser uomo, e con la

pazienza tirò anche dentro il coraggio. L'uscio, del resto, era di

quercia, salde le sbarre, e una persona sprangata là dentro poteva

dormire tranquilla, specie in un luogo di pace, dov'erano tutti

fratelli.

Padre Prospero batteva le labbra e tentennava la testa. Quella impresa

seguitava a piacergli poco. E non gli piacevano punto punto le

guardate curiose di fratel Giocondo, spartite in giuste proporzioni

tra lui e frate Adelindo, ancora così poco frate all'aspetto, e così

poco uomo per giunta.

A farlo parere più uomo non poteva certamente contribuire la buona

volontà di suo zio. A farlo parere più frate doveva bastare una corsa

di fratel Giocondo in sartoria. Si erano preparate le tonache pei

cinque che si aspettavano in settimana; due potevano essere distratte

da quella loro destinazione, per servire ai primi venuti. E fratel

Giocondo, mentre s'incamminava alla sartoria, andava borbottando tra

sè:--Quel giovinotto! Ma è troppo giovane! Pare una fanciulla.--

Lungo i corridoi, il nostro frate converso s'imbattè nel padre

Bonaventura.

--Or bene, fratel Giocondo;--disse l'astronomo di San Bruno;--che

novità abbiamo? Son venuti i cinque?

--No, padre; sono invece capitati i due, che non appartengono ai

cinque.

--Due nuovi, dunque?

--Nuovi di zecca. Uno, anzi, mi pare fin troppo nuovo, e non capisco

come il priore lo abbia ammesso.

--Fratel Giocondo, non discutiamo l'autorità del priore.

--Oh, non è per discutere. Dico che non capisco. Ma già, io non ho da

capire. Fo il portinaio, io, il cantiniere, il fattorino, e il

cerimoniere a tempo avanzato.

--Questo cumulo di occupazioni servirà a tenervi in esercizio;--disse

il padre Bonaventura ridendo.--Ingrassate troppo, fratel Giocondo!

--I dispiaceri, padre, i dispiaceri!--

E fratel Giocondo se ne andò alla sartoria, per prendere le due

tonache.

La voce dell'arrivo dei due ospiti nuovi si sparse subito per tutto il

convento. Quel giorno, al refettorio, ci doveva essere un gran

movimento di curiosità. I frati del nuovo ordine di San Bruno vivevano

bensì fuori del mondo; ma un piccolo resto della vita passata non

poteva non esserci negli animi loro, come non può non esserci in fondo

al bicchiere quell'ombra di rosso che è indizio del vino da poco tempo

bevuto. E poi, non si è mica detto che quei bravi eremiti

rinunziassero ad ogni consuetudine della vita. Si erano formato il

loro piccolo mondo, ma il piccolo mondo non esclude un movimento di

curiosità; specie quando questa curiosità risguarda le persone che

vengono a far vita con noi.

Alle cinque del pomeriggio la campana del convento suonò l'appello al

refettorio. Tosto sbucarono i frati dalle loro celle, con una

prontezza e con una simultaneità, che facevano credere aver essi

aspettato quel momento con la mano sul saliscendi. C'erano tutti,

presenti; il padre Anacleto, priore, e i padri Anselmo, Bonaventura,

Natale, Restituto, Ottaviano. E tutti, andando lungo le arcate del

portico, mandavano la loro sbirciatina agli usci delle due celle, da

cui dovevano escire i nuovi ospiti del convento di San Bruno.

Uno di quegli usci si aperse, e ne balzò fuori un coso tondo, un cor

contento in tonaca da frate. Era il signor Prospero. Alcuni secondi

dopo si aperse l'altro e ne usci un bel padrino, su cui si posarono

gli sguardi curiosi di tutta la famiglia fratesca. Dio santo, che

figura d'angelo fatto frate! Angeli, arcangeli, serafini, cherubini,

troni, dominazioni, virtù, potenze, principati, ditelo voi, a quale

dei vostri cori e delle vostre gerarchie appartenesse quel gentile

padrino biondo, con que' labbruzzi vermigli, quelle guance rosse e

quegli occhietti ladri. In verità, io vi dico, se non fosse stato per

quegli occhi, il padrino sarebbe stato preso per una monachina. Lo

avrebbero forse lasciato supporre le guance che si tingevano del

"color di fiamma viva"; ma il padrino, sicuramente, si era fatto

forza, si era armato di coraggio, aveva alzato que' suoi occhietti

pieni di malizia, aperte le labbra ad un sorriso arguto; ed ogni

sospetto era svanito.

--Così giovane e venire a rinchiudersi qui dentro!--esclamarono i

padri, raccolti in osservazione davanti all'uscio del refettorio.

Il priore udì quelle parole, che potevano essere anche un mezzo

rimprovero alla sua condiscendenza soverchia. E, per farla finita con

ogni mormorazione, così prese a parlare, indicando i nuovi venuti:

--Fratelli, vi presento due ospiti, due compagni, il padre Prospero e

il padre Adelindo. È forse un po' troppo giovane, quest'ultimo, ed io

non ho lasciato di osservarglielo. Ma egli a nessun patto vuole restar

diviso da suo zio, e fa nobilmente sue le tristi cagioni che

allontanano il padre Prospero dalle vanità e dalle afflizioni del

mondo.--

Bisognava vedere in quel momento la faccia contenta del signor

Prospero Gentili. Ma andiamo avanti, senza descrivere quello che

ognuno di voi può figurarsi facilmente in cuor suo.

--Non mi sono tuttavia intieramente arreso alla sua

insistenza;--continuò il padre Anacleto.--Dubitando della vocazione

sua, che non può essere accertata finora, come fu accertata quella di

tutti noi, l'ho accolto solamente come novizio; e come novizio, per

conseguenza, ho accettato suo zio, non volendo separare con una troppo

sollecita disparità di promesse due congiunti di sangue. Ho fatto una

cosa nuova, non conforme alle nostre consuetudini, interpretando il

principio che, dove la legge tace, s'intende libera l'azione.

--_In dubiis libertas_;--osservò il padre Bonaventura.

--Grazie, _et in omnibus charitas_;--ripigliò il padre Anacleto.--Io

spero adunque che voi, miei cari fratelli in solitudine, non

disapproverete questa novità, badando alle intenzioni che l'hanno

dettata.

Il padrino guardò in viso i suoi giudici, e comprese che nessuno

avrebbe detto di no.

--Savio consiglio;--mormorò il padre Atanasio.

--Come tutto ciò che esce dalla mente del nostro degno

priore;--aggiunse il padre Restituto.

--Sia dunque così, col volere di Dio;--replicò il padre Anacleto, non

aspettando più altri segni di approvazione.--E adesso, miei fratelli,

andiamo a vedere come ci tratta il cuoco. Vi avverto,--soggiunse,

rivolgendosi ai due novizi,--che qui si mangia male.

--E si beve peggio;---borbottò fratel Giocondo, che chiudeva la

marcia.

Il padre Prospero credette obbligo suo di rispondere che egli e il suo

nepote si sarebbero acconciati volentieri a tutto, pur di essere

ammessi a vivere nella comunità di San Bruno. Povero signor Prospero!

Ci aveva sempre addosso gli occhi del padrino biondo, che quando

voleva una cosa, non c'era più verso di resistergli. Infine non si

trattava più di andare al polo Artico, nè alle sorgenti del Nilo. E

poi, con l'aiuto di Dio, quella pazzia del chiostro non sarebbe mica

durata eternamente! Il padre Anacleto si era dimostrato veramente un

buon diavolo, non accettandoli che in qualità di novizi. Ottimo padre

Anacleto! Il meno che si potesse fare con lui, era di rispondergli a

tono.

--Che? Anzi! Più sarà frugale il pasto, meglio sarà per la mia

salute;--rispose il signor Prospero.--Ingrassavo troppo, quantunque

senza mia colpa.

--Del moto, fratello, del moto!--raccomandò uno dei frati, che si

trovava vicino al signor Prospero.--Bisogna combattere in tempo la

polisarcia.

--Poli....--balbettò il signor Prospero, inchinandosi al suo nuovo

interlocutore.

--....sarcìa;--riprese quell'altro, che era il medico della

comunità.--È un composto di due vocaboli greci, polis e sarcos, e

significa abbondanza di carne. Questo non sarebbe, a dir vero, un gran

male; ma la parola si usa impropriamente a significare un eccesso di

pinguedine, il che si esprimerebbe meglio con la parola _polipionìa_,

ugualmente greca, pion volendo per l'appunto dir pingue.

--Vedete mo' che diavoli ci ho in corpo!--mormorò il signor

Prospero.--Polisarcia! Polipionìa! Grazie tante, padre.... Il suo

nome, se è lecito!

--Tranquillo, per servirla. È il nome che ho scelto, entrando qua. E

lo sono davvero, poichè _inveni portum_; e posso aggiungere col poeta:

_spes et fortuna valete; sat me lusistis, ludite nunc alios_.--

Il signor Prospero amò meglio restare nella sua ignoranza, che

domandare la traduzione del distico.

--Son cascato bene;--diss'egli tra sè.--Son tutti sapienti, qui

dentro; ci hanno il greco e il latino sulla punta delle dita. Uno è

astronomo, l'altro è chimico; un terzo archeologo; un quarto

meccanico.... Ma che Iddio mi benedica, o non sono agronomo, io? Un

agronomo.... agrodolce, per verità! Mi ha fatto tale il sottoprefetto

di Castelnuovo. E la mia nepote mi fa frate. Si fermeranno qui l'uno e

l'altra?--

Facendo queste riflessioni, il signor Prospero (anzi, diciamo a

dirittura padre Prospero, per metterlo alla pari con tutti i suoi

colleghi) si trovò seduto a tavola, fra il padre Tranquillo, medico, e

il padre Marcellino, filosofo. Il suo nepote, o fosse caso, o fosse

elezione, si trovò dall'altra parte della tavola, accanto al priore,

con cui si era accompagnato, entrando in refettorio.

La sala era vasta, e lo appariva due cotanti di più, perchè bianca ed

ignuda. I nuovi frati di San Bruno non avevano fatto nessuna spesa

colà, non si erano incaricati di abbellire quella parte della loro

abitazione. Avevano perfino lasciato in piedi un certo pulpito di

fabbrica, destinato alla lettura durante il pasto. Per fortuna, lassù

non si leggeva più nulla, non avendo la nuova regola di San Bruno

reputato necessario di aggravare un cattivo pranzo con una uggiosa

lettura. Gli antichi Camaldolesi andavano a prendere il loro

nutrimento in quel refettorio una volta alla settimana; tutti gli

altri giorni desinavano nelle loro celle, e la broda disciplinare

passava da quelle ruote che ho detto. Poi, bevevano l'acqua in certe

ciotole di terra cotta, che accostavano alla bocca, sostenendole con

tutt'e due le palme. Un modo di bere piuttosto incomodo; ma era di

rito. E i riformati di San Bruno, per accostarsi in qualche modo alle

vecchie costumanze, avevano aboliti i bicchieri, attenendosi a certe

ciotole di maiolica, che non avevano neanche il pregio di escire dalle

fabbriche del Ginori.

Non l'abbiate per una ragazzata, vi prego. Il padre Anacleto,

interrogato su quella stranezza apparente, avrebbe potuto darvene una

ragione plausibilissima. Ciò che fa amar molto la tavola è la

tovaglia, lo sfoggio del vasellame, lo scintillìo dei cristalli. Una

mezza batteria di bicchieri a calice, sfaccettati, smerigliati,

lucidi, opachi, quando spessi come il diamante, quando sottili come la

mussolina, fanno bere tre volte più di quello che porterebbe il vostro

bisogno. Provate in quella vece a bere il Reno o il Borgogna in una

ciotola di terra cotta, rozzamente inverniciata. Quel vino vi parrà

una povera cosa; manderete giù quel che vi occorre, non un centellino

di più. Per contro, il vino cattivo vi parrà semplicemente mediocre,

ed anche di quello berrete come e quanto mangiate, cioè a dire tutto

quello che occorre per le ineluttabili necessità della vita.

Ammiriamo i riformati di San Bruno e lasciamo gridare i gaudenti.

Anche la tavola è tra i piaceri e le vanità del mondo che lasciano

tormento ed afflizione di spirito. Il pensatore è sobrio; il

lavoratore non potrà sempre esser sobrio, ma non avrà mai vizi di

gola.

Frate Adelindo, seduto alla destra del priore, era l'argomento della

curiosità universale. Si voleva non averne l'aria, ma gli occhi

correvano di tanto in tanto dal piatto a quella bionda testina, a quel

collo di cigno che sbucava dall'orlo della cocolla color di tabacco.

--È molto giovane, il vostro nepote;--disse il padre Tranquillo

all'orecchio del padre Prospero.--Non si adatterà alla nostra vita

rinchiusa.

--Perchè?--disse di rimando il padre Prospero, che sentiva la

necessità di nascondere il suo giuoco.--Sono appunto i giovani che

possono adattarsi a certi sacrifizi. Ai panni vecchi non è facile far

perdere le pieghe.

--Questo è vero per molti;--replicò il padre Tranquillo;--ma poichè

qui ci si viene in forza di una vera e profonda vocazione, bisogna

ammettere che la nuova piega sia già fatta prima d'entrare.

--Ah sì, la vocazione!--mormorò il padre Prospero.--Una gran cosa, la

vocazione. Scusate, padre, la mia indiscretezza. Qual è stata la

vostra vocazione?

--Seccato;--rispose il padre Tranquillo;--seccato del mondo; seccato

in un modo da non dirsi. Facevo il medico, per utile del mio simile.

Ed io avrò fatto male a lui; ma egli di certo ha fatto male a me. L'ho

abbandonato come vedete, e me ne trovo bene. Auguro a lui altrettanto.

Già, fratello mio, che serve il nasconderlo? Neanche la scienza medica

può pretendere all'infallibilità. Richiede atti di fede continui; è

teologia, o poco ci manca. Una cosa è certa, che la natura ha rimedi

efficaci, e forze vive nell'organismo per farli operare. Noi, studiosi

dell'arte salutare, non possiamo vantarci che di un po' d'accortezza

nell'accomodare certi rimedi ai bisogni dell'uomo. Audacia somma

nell'esperimento, audacia immensa nella dichiarazione della malattia,

audacia infinita nell'attribuire alla natura gli errori dell'arte

nostra e all'arte nostra i benefizi della natura; eccovi, padre

Prospero, la medicina, da Ippocrate fino a Boerhaave, e da Boerhaave

fino a me. Dico a me, per non far torto a nessuno;--soggiunse il padre

Tranquillo, ridendo.--Empirismo che qualche volta riesce; dottrina che

qualche volta azzecca giusto; dissidio quasi sempre tra la teorica e

la pratica; questa è la scienza nostra. Seccato, vi dico io, padre

Prospero, seccato dell'arte, seccato del mondo, seccato del resto.--

Evidentemente il padre Tranquillo non diceva tutto. Anzi, pensandoci

bene, era facile di scorgere che non aveva detto nulla. Ma è questa

l'arte degli uomini bene educati, che vogliono nascondere il loro

pensiero, aver l'aria di prendervi a confidente e di spiattellarvi

ogni cosa. Il padre Prospero fu grato di quelle confidenze al suo

vicino di tavola, e gli giurò lì per lì un'amicizia eterna.

--Che bravo giovinotto!--diceva egli tra sè.--Col suo ingegno, poteva

diventare un altro Galeno. Ed eccolo qua, invece, tra i giubilati,

contento di averne cavato i piedi, come un altro lo sarebbe di

averceli messi. In verità, non ho torto io a dolermi di essere uscito

dalla via degli onori?--

Leggiadro collare della Corona d'Italia, tu danzavi sempre, immagine

cara, davanti agli occhi del signor Prospero Gentili.

Di tanto in tanto quegli occhi si volgevano con paterna sollecitudine

a quel biondo novizio che sedeva a fianco del priore, sostenendo

abbastanza bene la sua parte di fraticello. Non arrossiva più, il

serafino; continuava in quella vece a parlar poco, e quel poco con un

suo accento particolare, come se le parole gli si formassero in gola,

anzi che nella classica chiostra dei denti.

Nessuno, tranne il padre Prospero, doveva capire che quel vezzoso

padrino si studiava d'ingrossare la voce, nel lodevole intento di

parere tutt'altro da quel ch'egli era veramente. Riusciva egli nel suo

tentativo? Non so. Forse ne dubitiamo noi, che siamo nel segreto, non

potendo immaginare che altri non lo indovini alla prima. Comunque

fosse, quello sforzo del leggiadro novizio dava al suo discorso una

certa velatura di suoni gutturali, che non dispiaceva punto, anzi

poteva parere una grazia di più.

--Gran diavola!--esclamava mentalmente il padre Prospero.--Che cosa si

ripromette da questa sua impresa arrischiata? Spero bene che fra

cinque o sei giorni si annoierà, e noi torneremo a Castelnuovo.--

Il pranzo finì e la comitiva andò a fare il chilo sotto una loggia che

guardava la campagna. Il sole era già tramontato, e le ombre del

crepuscolo incominciavano a salire dal burrone, nel cui fondo

romoreggiavano le acque del torrente. I profili delle colline

s'infoscavano sul primo piano del quadro; più lungi si tingevano di

violetto e d'azzurro le vette digradanti dell'Appennino. Non gruppo di

case, non traccia di campi coltivati, si vedeva d'intorno; la

solitudine regnava sovrana, e nella solitudine si espandeva

liberamente il pensiero.

Tutti i giorni, dopo il pranzo, i frati di San Bruno solevano

dividersi in piccole brigate, ed anche in semplici coppie, per andare

a diporto di qua o di là, assorti in familiari colloquii, che mutavano

indirizzo secondo la composizione dei crocchi e gli umori del momento.

Quel giorno, invece, dovevano raccogliersi tutti quanti sotto la

loggia e star seduti a chiacchiera, come una società di buontemponi

che metta in pratica il _post prandium stabis_ della vecchia scuola di

Salerno.

Il padre Adelindo, che aveva preso un pochettino di confidenza co'

suoi compagni di tavola, notò una cert'aria di somiglianza che

traspariva da tutte quelle fisonomie. Forse era da vederci un effetto

della convivenza, essendo noto che ogni persona, come ogni cosa al

mondo, assume il colore dell'ambiente in cui sia rimasta a lungo, e

che certi modi di essere, di atteggiarsi, di discorrere, si copiano

facilmente e quasi inavvertitamente gli uni dagli altri. Tutti i frati

di San Bruno avevano poi, nella loro medesima apparenza di gioventù,

una balìa, una padronanza, e vorrei dir quasi un possesso di scena,

che accennava ad una età più matura. E questo forse era da attribuirsi

in parte alle gravità dell'abito che indossavano, in parte alle

burrasche per cui erano passati, prima di giungere a quel porto di

rifugio.

Perchè si fossero raccolti in quella solitudine, mi pare di averlo già

detto. Ma perchè avevano adottata quella foggia di vestire? Non

potevano vivere in comunità, ed anche con una certa regola fratesca,

senza l'impaccio della tonaca?

Lettori miei, il vecchio entra per una gran parte nella composizione

del nuovo. Si rinunzia mal volentieri a certe anticaglie, quando si

vogliono rinnovate le sensazioni che solevano accompagnarsi a quelle

immagini del tempo trascorso. Si direbbe quasi che l'intima virtù di

certe cose è tutta nella forma di cui erano rivestite. Gli Ebrei

continuarono sempre, anche dopo l'uso comunemente invalso del ferro, a

sacrificare con coltelli di selce. Dite ai Liberi Muratori di

rinunziare ai loro simbolici riti, che rammentano i Templarii da una

parte, e le compagnie artigiane medievali dall'altra, e vi diranno che

appunto in quei riti è la forza loro, perchè c'è la poesia del loro

istituto. Che più? Un amico mio ha giurato fede alle staffe, fermate

in fondo ai calzoni, perchè questi non salgano su. Egli dice e

sostiene che ciò gli è indispensabile, per creder sempre di avere

vent'anni. Ora, se ciò basta a mantenere la sua illusione, vorremo noi

lesinargli le staffe?

L'undecimo comandamento: Romanzo · 第 16 / 32 题