NERONE

76. =La leggenda dell’avvelenamento di Claudio e l’elezione di Nerone

(13 Ottobre 54)=. — Tacito racconta che Agrippina, inquieta perchè

Claudio mostrava da qualche tempo di prediligere Britannico, lo

avvelenò, mescolando veleno ad un piatto di funghi. Ma Claudio, pur

soffrendo, non moriva: essa allora avrebbe fatto chiamare il medico di

Claudio, Senofonte, il quale, fingendo di curarlo, avrebbe cosparso la

gola del malato di un veleno mortale[73].

Questo racconto è così strano, che Tacito stesso, quando giunge a

narrare del medico, ha cura di mettere al riparo la propria buona fede

con un _creditur_. Ma se l’episodio del medico non è sicuro, che resta

di tutto il racconto? Si aggiunga che Tacito stesso afferma come da

parecchio tempo Claudio fosse ammalato, anzi in cura a Sinuessa. Non è

allora più semplice supporne che il vecchio imperatore, già ammalato,

soccombesse improvvisamente al suo male? Tanto più che il motivo del

delitto supposto da Tacito non regge. Che Claudio preferisse il figlio

suo, Britannico, al figliastro Nerone, è naturale. Ma che pericolo era

allora per Agrippina questo amore, anche se essa desiderava che suo

figlio e non Britannico succedesse a Claudio? Avrebbe, anzi, dovuto

desiderare ardentemente, che Claudio vivesse ancora parecchi anni,

Nerone non aveva ancora 17 anni: era quindi troppo giovane, perchè si

potesse già pensare a chiedere per lui quel consentimento del senato,

che era pur necessario alla sua nomina.

Nè più verosimili sono gli intrighi che Agrippina avrebbe fatti,

secondo Tacito, nella notte in cui Claudio morì, per impedire

l’elezione di Britannico a profitto di Nerone. Basti dire — ma nessuno

storico ha pensato a questa circostanza — che Britannico aveva allora

soltanto 12 anni! Britannico era già escluso dalla età. Non si poteva

mettere a capo delle legioni e dell’impero un ragazzo dodicenne.

Invece, quando si tenga presente la età di Britannico e di Nerone,

e se si ammetta che Claudio morì di morte naturale, è possibile

argomentare ciò che avvenne. Britannico e Nerone erano i due soli

maschi della famiglia di Augusto: morendo Claudio, quando il più

adulto, Nerone, aveva soltanto 17 anni, non sarebbe necessario cercare

il successore in un’altra famiglia, come già dopo la morte di Caligola

era stato tentato? Si poteva proporre al senato e imporre alle legioni

un giovinetto, inesperto e timido come Nerone, che era ancora agli

studi? Ma che il successore fosse cercato in un’altra famiglia non

poteva piacer molto — e se ne intende facilmente la ragione — nè ad

Agrippina nè ai liberti, i quali si erano fatti così ricchi e potenti,

con il favore di Claudio. Il trapasso, inoltre, poteva presentare dei

pericoli.... Non c’era dunque che uno scampo: affrontare il senato e

chiedergli di mettere al capo dell’impero e dell’esercito, badando più

al nome che all’età, Nerone.

Par verosimile che queste perplessità angustiassero Agrippina e

i suoi amici, nelle ore che precedettero e seguirono la morte di

Claudio. Le due alternative erano egualmente pericolose. E prevalse

il partito di tentare la sorte con la candidatura di Nerone. Il passo

era audace; perchè c’era da aspettarsi un contrasto fortissimo, se il

senato deliberasse liberamente: onde fu stabilito di ricorrere, per

vincere le esitanze e come si era fatto nell’elezione di Claudio, ai

soldati. Nella notte infatti, per mezzo di Seneca e del comandante

della guardia, Afranio Burro, le coorti pretoriane furono avvertite e

preparate: il gran nome di Nerone — poichè allora era ancora il nome

più illustre e venerato della storia di Roma — i ricordi di Druso e

di Germanico fecero il solito effetto sui soldati; nella mattina del

13, le porte del palazzo imperiale si aprirono, e Nerone, accompagnato

da Afranio e da Burro, si presentò alla coorte di guardia. Questa la

acclamò, lo mise in una lettiga, lo portò al campo dei pretoriani, che

a loro volta lo acclamarono capo. Di lì a poco il senato fu convocato;

e ricevette la notizia ufficiale della morte di Claudio, quando già i

soldati avevano indicato il loro successore. Che fare? Di mala voglia

e brontolando, il senato ratificò la scelta; ma i senatori se ne

andarono a casa, scuotendo tristamente il capo. L’impero affidato a un

ragazzo! Dove si finirebbe di questo passo? A che era ridotta la grande

repubblica di Scipione, di Paolo Emilio, di Silla!

77. =Agrippina e la restaurazione della repubblica.= — Senonchè, subito

dopo i funerali di Claudio, una lieta sorpresa venne a confortare

gli afflitti spiriti dei senatori. Nerone si presentò al senato; e

pronunciò un discorso modesto e forbito, in cui, scusandosi della sua

giovinezza ed inesperienza, chiedeva al senato di volerlo assistere

con l’opera e il consiglio; e dichiarava perciò di rimettere di

nuovo al senato tutti i poteri civili, giudiziari e amministrativi

esercitati dai suoi predecessori, ritenendo egli solo il comando

delle legioni[74]. In altre parole, egli compiva quella quasi totale

restaurazione della repubblica, che i malcontenti del senato da tanti

anni reclamavano; restituiva al senato, tranne i poteri militari,

tutti i poteri, che il senato aveva avuti nei tempi più floridi della

repubblica.

Agrippina e i suoi amici cercavano sagacemente di mitigare nel senato,

con questa concessione, il rancore e malcontento per l’elezione di quel

fanciullo, e per la violenza usatagli dai pretoriani. Un fanciullo di

17 anni non poteva governare, massime nei primi anni, quando dovrebbe

fare il suo tirocinio, senza la benevolenza e l’aiuto del senato. La

mossa abile riuscì. Il senato smise il broncio; e i primi due anni

del nuovo governo furono assai felici. Nerone mantenne la sua parola;

lasciò il senato esercitare liberamente i suoi uffici, mentre egli

si occupava degli eserciti, seguendo i consigli di Seneca, di Burro e

della madre: esempio di moderazione e di modestia, che parve mirabile

in sè e più per la giovane età di chi lo dava.

Ma era una illusione. I contemporanei scambiavano per moderazione e

modestia la pigrizia e l’indifferenza. Le autocrazie sembrano a volte

prese dal bisogno di rinnegare se stesse in certi spiriti ribelli, i

quali vogliono far tutto ciò che la tradizione vieta e non far nulla

di quello che essa impone. Nerone era uno di questi rampolli ribelli di

una antica stirpe; la cui figura e la cui sorte resteranno un mistero,

sinchè non si tenga ben fermo questo punto. Egli lasciava volentieri

al senato la cura di molte pubbliche faccende, non per ossequio alla

costituzione, ma perchè la guerra, il diritto, amministrazione — tutti

gli uffici che la tradizione indicava come i più degni di un nobile

romano — lo annoiavano. Egli amava invece le arti — le arti belle, la

poesia, la musica, il canto, la danza — ben oltre la misura concessa

dalla tradizione ad un nobile romano; e a coltivare queste arti, a

studiar musica e canti, attendeva con zelo maggiore che ad apprendere

la guerra e il governo. Non è difficile argomentare per qual ragione

Nerone venne presto in discordia con la madre. Ligia alla tradizione,

Agrippina avrebbe voluto che Nerone si occupasse di armi e di leggi, e

non di canti e di suoni. Cosicchè se tutti — senato e popolo — erano

in Roma contenti di Nerone, non andò molto invece che incominciò a

non esserne più contenta proprio Agrippina. La ricchezza, il potere,

le adulazioni fomentarono rapidamente nel giovane le sue naturali

inclinazioni, restate sino ad allora nascoste: onde Agrippina vide

ben presto qual figlio, a cui essa aveva con tanta fede impartito una

rude educazione romana, trasformarsi in un effeminato damerino, vago

solo di sollazzi e incline a un capriccioso esotismo! Agrippina cercò

di correggerlo. Ma non si governa un imperatore come un figlio. Ne

nacquero dei dissapori, che circa un anno dopo la elezione, proruppero,

per un incidente, ad aperta discordia.

78. =Prime discordie di famiglia: la morte di Britannico (55).= —

Nerone aveva sposata, come dicemmo, Ottavia, che era una perfetta

matrona romana. Senonchè Nerone non tardò a mostrare le sue

inclinazioni esotiche anche nell’amore; invaghendosi di una bella

liberta orientale di nome Acte, e così perdutamente, che per un

momento pensò di ripudiare Ottavia e di mettere al suo posto Acte.

Era una pazzia: per la _lex de maritandis ordinibus_, i matrimoni tra

senatori e liberte non erano riconosciuti dalla legge. Agrippina si

oppose al ripudio di Ottavia e riuscì ad impedirlo: ma Nerone a sua

volta trascurò Ottavia e visse con Acte pubblicamente come fosse la

sua sposa, non ostante le proteste di Agrippina. Di nuovo, e per un

capriccio d’amore questa volta, la discordia era entrata nella casa

dei Cesari; e come era sempre successo da Augusto in poi, quando nella

famiglia imperiale era scoppiato un dissidio, non mancò neppur questa

volta chi cercò di approfittarne, invelenendolo. Agrippina, come

abbiamo visto, aveva molti nemici. Intorno a Nerone incominciò dunque a

raccogliersi una cricca che, lusingandone la vanità e compiacendone le

passioni, mirava a irritarlo contro la madre e a rovesciare, per mano

sua, la detestata potenza di questa.

Intanto il senato, a cui Nerone aveva restituito i suoi poteri,

aveva ricominciato a governare l’impero: ma quanto debole era la

sua mano! L’assemblea era invecchiata; mancava di capi autorevoli;

mancava di alacrità e di energia. L’autorità di un _princeps_ savio

e forte era ormai necessaria a uno Stato, che senza quella peccava

sempre o per eccesso o per difetto. Nerone invece non pensava che a

divertirsi, a imparar bene la musica e il canto. Agrippina però era

una donna energica; un partito piccolo ma potente, composto, ci dice

Tacito, delle famiglie più antiche dell’aristocrazia, era con lei:

poichè Nerone si ribellava, trascurava i suoi doveri, si distaccava

dai suoi, Agrippina si accostò a Britannico, all’altro maschio della

famiglia, verso il quale si volgevano anche le speranze della nobiltà

più antica e più conservatrice. Ma invano: perchè sul finire del 55,

all’improvviso, Britannico fu colto da malore durante un banchetto;

e poche ore dopo morì. Di veleno propinatogli da Nerone — fu ’detto

subito allora, e ripeterono poi gli storici.

Questa accusa è più credibile di tante altre consimili, che si trovano

negli storici; perchè almeno questa volta si vede chiaro il motivo che

avrebbe spinto Nerone a toglier di mezzo Britannico. Che però l’accusa

sia sicura, non oseremmo dire neppur questa volta, sia perchè delitti

di questa natura sono più facilmente sospettati che perpetrati, sia

perchè certi particolari del racconto possono far nascere dubbi. Certo

è invece che questa voce si diffuse e fu creduta anche da Agrippina;

e quindi, vera o falsa, l’inasprì ancora di più. Per quanto, morto

Britannico, essa non potesse più opporre a Nerone un emulo, Agrippina

non si die’ per vinta; si rivolse alle grandi famiglie; si sforzò di

suscitar in quelle una opposizione che infrenasse Nerone; si agitò

con la consueta energia.... Nerone si spaventò: le tolse le guardie

militari che le erano state assegnate sotto Claudio; la costrinse ad

uscir dal suo palazzo e ad abitare nella casa della nonna, Antonia, la

madre di Germanico; cercò insomma di isolarla. Agrippina a sua volta

resistè.

79. =La politica orientale di Nerone.= — Senonchè se il senato era

inattivo e se Nerone poco si curava dei pubblici affari, intorno

all’imperatore stavano uomini — primi tra costoro Seneca e Burro

— i quali sapevano imprimere alla pubblica cosa quell’impulso, che

avrebbe dovuto procedere dall’imperatore. Ne è prova un vasto piano

di politica orientale, a cui fu dato mano al principio del 55. Gli

ultimi imperatori avevano tenuto d’occhio le province occidentali,

la Gallia, la Germania, la Britannia, e trascurato l’Oriente; dove

di nuovo i Parti si erano fatti avanti, a detrimento della potenza

e del prestigio romano. All’avvento di Nerone, l’Armenia era sotto

il governo di Tiridate, fratello di Vologese, re dei Parti; del che

il pubblico mormorava. Il governo di Nerone — i consiglieri che lo

guidavano — deliberarono perciò di ripigliar subito con mano più

ferma la politica orientale troppo trascurata da Claudio. Poichè il

governatore della Siria, Ummidio Quadrato, aveva fatto cattiva prova,

fu spedito in Oriente con forze considerevoli L. Domizio Corbulone,

che, pochi anni prima s’era illustrato in Germania; e mentre i sovrani

vassalli ricevevano ordine di apprestar contingenti, si iniziavano

trattative con il re dei Parti, perchè sgombrasse l’Armenia. Sorpreso

impreparato da queste minaccie, nel 55, il re dei Parti sembrò

cedere, chiese pace, diede ostaggi ai Romani. Ma Tiridate non lasciò

l’Armenia. D’altra parte, se le truppe che Corbulone aveva trovate in

Siria, erano sufficienti per una dimostrazione militare, non bastavano

ad una guerra. Per questa occorreva restaurare la disciplina nelle

legioni ammollite dall’Oriente e dalla pace; aumentarne gli effettivi,

rifornirle di armi e trasportare in Asia qualcuna delle agguerrite

legioni dell’Occidente. Prevedendo che l’accordo del 55 sarebbe solo

una tregua e volendo definire in modo stabile le cose d’Oriente, gli

uomini che governavano in nome di Nerone, mentre costui veniva in

discordia con la madre, diedero a Corbulone i mezzi per riorganizzare

le legioni d’Oriente.

80. =Poppea Sabina e l’assassinio di Agrippina (marzo del 59).= — Così

tra il 56 e il 58, mentre in Roma, intorno a Nerone e ad Agrippina

discordi, si raggruppano i due partiti che da Augusto in poi avevano

turbato la repubblica — il partito della giovane nobiltà e il partito

tradizionalista — si preparava in Oriente un forte esercito. Pur

troppo però la lotta tra il figlio e la madre diventò mortale, a

partire dall’anno 58, ossia dopochè Nerone, dimenticata Acte, si

innamorò di Poppea Sabina. Poppea apparteneva ad una ricca e cospicua

famiglia romana: era bellissima, colta, piacevole, e come suo marito

Otone, apparteneva alla nobiltà che ammirava ed imitava i modi e

costumi dell’Oriente. Suo marito era il più famoso tra tutti i giovani

aristocratici di Roma per la eleganza e per il lusso[75]. È facile

imaginare quel che successe, quando Nerone si fu innamorato di Poppea.

Essa capì che il giovane imperatore smaniava di darsi tutto a quella

vita di lusso e di piaceri in cui essa viveva; ma che l’impacciavano

i resti della sua rude educazione romana, la soggezione che ancor

gli incuteva Agrippina, e la vecchia aristocrazia in mezzo a cui era

cresciuto e viveva. Incominciò quindi a stuzzicarlo, canzonandolo per

la ineleganza dei suoi modi, delle sue vesti, delle sue feste, delle

sue case; citandogli l’esempio di suo marito. Nerone si accese di un

amore sempre più vivo per Poppea, che lo spingeva là dove egli voleva

andare; e per esser più libero con lei, spedì Otone in Lusitania con

una missione onorifica. Rimasta sola a Roma con Nerone, e vedendo il

suo potere sull’imperatore crescer continuamente, Poppea concepì alla

fine un piano ardito: farsi sposare da lui, dopo aver divorziato da

Otone. Nerone mutò a vista d’occhio d’abitudini, modi e propositi;

non vide più Agrippina che rare volte, appena pochi istanti e alla

presenza di terzi; mostrò perfino, egli che sino ad allora era stato

così indifferente alla politica, una improvvisa smania di lasciar una

sua orma nelle pubbliche cose. Un bel giorno si presentò al senato

e propose nientedimeno che di abolire in tutto l’impero tutti i

_vectigalia_, cioè tutte le imposte indirette. I _vectigalia_ pesavano

assai sulle classi minute, e sul piccolo commercio; non si poteva

dunque imaginare proposta più popolare. Ma i senatori allibirono a

sentirla: perchè, se approvata, l’impero avrebbe fatto bancarotta!

Si ragionò molto, in senato, di questa proposta; e Nerone si persuase

alla fine a desistere; ma pur tuttavia volle fare qualche cosa a favore

del popolo, togliendo via, per mezzo di un _edictum_, molti abusi che

rendevano più gravosa al popolo l’esazione di molti _vectigalia_ ed

esentando dai _vectigalia_ i soldati[76].

Poppea non fu forse estranea a questo improvviso amore del principe

per il popolo. Nerone sempre più inclinava all’idea di sposarla: ma

per sposarla doveva ripudiare Ottavia. Ora l’opinione pubblica non

avrebbe lasciato senza scandalo e proteste ripudiare Ottavia, che era

un esempio di virtù romane, per sposare una donna frivola, leggiera,

prodiga come Poppea. Per la forza che ancora conservavano, se non

nella vita dei singoli, nell’opinione comune del pubblico i principî

del puritanismo tradizionale, un simile divorzio era un passo ardito

e pericoloso. Bisognava adunque che Nerone si preparasse a farlo,

rendendosi caro e accetto ai soldati, al popolo, alle masse. Senonchè

Nerone e Poppea non tardarono ad accorgersi che un altro ostacolo si

presentava: Agrippina. Agrippina aveva fatto il matrimonio di Nerone

e di Ottavia; Agrippina proteggeva Ottavia; Agrippina aveva dichiarato

che, lei viva, Nerone non ripudierebbe Ottavia.

E Agrippina aveva ancora volontà, potere e prestigio quanto bastava

per incutere terrore al figlio, in una questione in cui aveva dalla

sua l’opinione pubblica. Nerone poi era pauroso, debole, incerto. Non

è quindi meraviglia se egli si spaventasse di questa opposizione della

madre; ed esitasse. Che cosa successe allora? Noi siamo qui al punto

mortale della vita di Nerone: quando il giovane imperatore fa il passo

irrevocabile sulla via, che doveva condurlo alla rovina e all’infamia.

Poppea esercitò tutte le seduzioni per persuaderlo al matricidio? Fu

l’opera di Poppea aiutata dai molti nemici, che Agrippina aveva in Roma

e nella casa imperiale? Nerone stesso si persuase alla fine che solo

ove la madre mancasse, egli potrebbe godersi liberamente l’impero, nel

quale sempre più vedeva uno strumento di piacere e di lusso? Noi non

possiamo rispondere sicuramente a questi quesiti. Certo è invece che

nel 59 Nerone si indusse a far uccidere la madre, dopochè il comandante

della flotta, il liberto Aniceto, gli ebbe preparato un progetto,

che doveva assicurare il segreto. Nerone non era così stolto da non

sapere che neppure ad un imperatore era lecito, in Roma, macchiarsi

impunemente le mani con il sangue della madre. Perciò Aniceto aveva

pensato di fabbricare una nave con una botola segreta: se a Nerone

riuscisse di far salire la madre su quella nave, dei marinai fidati

potrebbero in mezzo al mare calarla a fondo e seppellire nelle acque

Agrippina e il segreto della sua morte.

Il racconto, con cui Tacito ha descritto questo famoso assassinio,

è troppo noto, perchè occorra ripeterlo a lungo. Nella primavera

del 59 Nerone, che era a Baia, finse di voler riconciliarsi con la

madre; l’invitò da Anzio, ove si trovava, alla sua villa; la accolse

con rispetto e tenerezza. Quando Agrippina, lieta e riconfortata,

si accinse a ritornare sulla nave preparata da Aniceto, Nerone

l’accompagnò a bordo, abbracciandola teneramente.... E la nave partì,

in una bella sera di primavera, con un mare placido e tranquillo che

non minacciava naufragi. Agrippina, stesa sopra un letto, si godeva la

bella sera. Ma quando i marinai aprirono la botola, fosse difetto del

congegno o imperizia e trepidazione dei sicari, la nave non affondò

così presto come si era creduto; piegò invece da un lato; e Agrippina

ebbe il tempo di gettarsi in mare mentre i sicari, nella confusione,

uccidevano una sua compagna di viaggio, credendo di uccidere lei.

Ma all’alba, poco dopo che i sicari avevano portato a Nerone la

notizia che Agrippina era sparita in fondo al mare, giunse alla villa

dell’imperatore un liberto di Agrippina, ad annunciare a Nerone che la

nave, per un accidente, aveva fatto naufragio, ma che essa aveva potuto

salvarsi a nuoto, raggiunger la costa e quindi una sua villa vicina.

Agrippina aveva certamente capito la vera ragione di quello strano

naufragio in piena calma, ma faceva le viste di non aver capito, il

che era l’ultimo ed unico scampo. Che cosa poteva essa fare, contro un

principe, che non indietreggiava neppur innanzi al matricidio?

Ma Nerone invece sbigottì; temè che Agrippina correrebbe a sollevare

le legioni, denunciando il delitto. Che cosa accadrebbe, quando queste

sapessero che egli aveva tentato di trucidare la figlia di Germanico?

Fuori di sè per lo spavento, Nerone mandò a chiamare Seneca e Burro,

che certo non avevan saputo nulla dell’infame progetto, e raccontata

tutta la verità, chiese loro consiglio ed aiuto. Pare, almeno se Tacito

non ha messo del suo troppo colore nel descrivere questo episodio, che

dapprima i due consiglieri non sapessero che consigliare: poi Seneca

avrebbe chiesto a Burro che cosa succederebbe se si ordinasse ai

pretoriani di compiere l’opera incominciata: avrebbe dato, con mezze

parole e in forma di domanda, il consiglio di far uccidere Agrippina.

Ma Burro, che non voleva prendersi una tal responsabilità avrebbe

risposto subito che i pretoriani non avrebbero mai uccisa la figlia

di Germanico. Poi aggiunse che, se si veniva a tale idea, Aniceto e

i marinai della flotta potevano forse, poichè ci avevano posto mano,

condurre a termine l’impresa.... Anche egli dava lo stesso consiglio

di Seneca, ma con mezze parole e lasciando la responsabilità a Nerone.

Nerone mandò a chiamare Aniceto, lo supplicò di salvarlo e di ridargli

una seconda volta l’impero. E Aniceto che, se Agrippina viveva, correva

il rischio di pagare il fio di tutto questo sanguinoso imbroglio,

non esitò. Con un manipolo di marinai corse alla villa di Agrippina e

l’uccise.

81. =La guerra armeno-partica (58-60).= — L’irrevocabile era compiuto.

Ma la morte di Agrippina era tale avvenimento, che non si poteva

pensare di nasconderla. Bisognava dunque raccontarla in modo da

sviare i sospetti. Nerone e i suoi consiglieri spedirono al senato

una relazione, secondo la quale Agrippina, scoperta ad ordire una

congiura contro l’imperatore, si sarebbe uccisa. Ma Agrippina aveva

amici fedeli; ma in questa versione la congiura e il suicidio eran

stati collegati troppo goffamente con quello straordinario naufragio,

a cui nel racconto era pur stato necessario di alludere, perchè ormai

tutti ne avevano avuto notizia. La versione ufficiale non fu creduta;

delle dicerie strane non tardarono a circolare; e in mezzo a molti

particolari fantastici il pubblico indovinò il vero. Un improvviso

orrore agghiacciò Roma e l’Italia. Certo il popolo di Roma e d’Italia

si era molto corrotto: ma non al punto, da non sentir ribrezzo di un

matricidio, amiche se commesso da un imperatore. Nerone si spaventò,

rimandò a miglior tempo il divorzio e il matrimonio con Poppea; e per

parecchi mesi non osò tornare a Roma.

Ma non successe nulla. L’orrore che il pubblico aveva sentito non si

manifestò con nessun atto irreparabile; le legioni non si mossero; il

senato finse di creder al racconto ufficiale della morte di Agrippina.

Se Agrippina, che negli ultimi suoi anni era stata tanto odiata,

diveniva ora l’oggetto della commiserazione universale, Roma non seppe

andare oltre il rimpianto sterile. Le notizie dell’Oriente aiutarono

Nerone a superare il primo sdegno, che era il più pericoloso. Nella

primavera del 58, come abbiamo visto, Corbulone aveva iniziato la

riconquista dell’Armenia. Suscitandogli difficoltà interne, il generale

romano era riuscito a impedire al Re dei Parti di soccorrere Tiridate.

Ma non per questo l’impresa dell’Armenia gli era riuscita facile.

Al numeroso esercito romano Tiridate aveva saputo opporre un’agile e

implacabile guerriglia, costringendo così l’avversario a suddividere

le sue forze. Alla fine del 58 Corbulone era riuscito ad occupare e ad

incendiare Artaxata, ma non a distruggere le forze di Tiridate, che

ricomparve nella primavera successiva a ostacolare la nuova avanzata

di Corbulone da Artaxata a Tigranocerta. Di nuovo la guerriglia

ricominciò. Tuttavia, e sia pure a prezzo di grandi sofferenze,

l’esercito romano riuscì, nell’autunno del 59, a occupare Tigranocerta;

e poco dopo Corbulone metteva sul trono dell’Armenia Tigrane,

discendente di Erode il grande e del re Archelao, che da lungo tempo

viveva in Roma. Parte dei territori furono dati invece a Farasmane re

degli Iberi, a Polemone re del Ponto, ad Aristobulo re dell’Armenia

minore e ad Antioco re della Commagene[77].

82. =La insurrezione della Britannia (60).= — Le notizie di questa

guerra e di queste vittorie suscitarono a Roma un gran giubilo. Da

Augusto in poi non si era compiuta in Oriente un’impresa così felice;

i tempi del grande Pompeo sembravano tornati; feste ed onori a Nerone

furono decretati senza parsimonia, come se gli affari dell’Oriente

fossero stati assestati per sempre e non soltanto per pochi mesi. Ma

insomma quella gioia, anche se passeggera, giovava a Nerone; e non

valsero a turbarla le notizie meno liete, che di lì a poco giunsero

dalla Britannia. Mentre il governatore, Svetonio Paolino, il miglior

generale dell’impero dopo Corbulone, attendeva ad allargare le

conquiste romane nella parte occidentale dell’isola, e a impadronirsi

dell’isoletta di Mona (Anglesey), venerato santuario del druidismo,

tutta la provincia romana gli insorgeva alle spalle (anno 60). Le

imposte, le leve, l’affluire dei mercanti italiani, le perturbazioni

della conquista, avevano provocato questa prima rappresaglia. Rivolta

grossa, che Svetonio Paolino potè padroneggiare nel corso dell’anno

soltanto con rapide e vigorose mosse.

83. =Nerone e l’orientalismo: crescenti eccessi (60-62).= — Intanto

a Roma Nerone, ormai non più in soggezione della madre, rassicurato

dall’oblio che scendeva sul suo misfatto, faceva un più ardito passo

nelle vie dell’orientalismo. La inclinazione personale e la ragione

politica lo spingevano insieme su questa via. Egli voleva aiutare il

pubblico a dimenticare Agrippina, dando a Roma e all’Italia il governo

facile, splendido, generoso, che corrispondeva alle aspirazioni delle

classi più numerose e meno ricche. Nel 60 istituì in Roma, a carico

dello Stato, i giuochi Neroniani, qualcosa come gli antichi _Ludi

Olimpici_, da celebrarsi, come questi, di cinque in cinque anni, nei

quali, così pare almeno, insieme alle gare di atletica e alle corse

dei carri, si tenevano per la prima volta a Roma gare di musica, di

canto, di eloquenza, di poesia. A tutte queste prove partecipava

l’imperatore, accompagnato dal corteggio di quelli, che ora si

dissero i suoi _augustani_, scelti tra i giovani della nobiltà romana

sull’esempio delle Corti ellenistiche dei successori di Alessandro

Magno; ma dovevano anche parteciparvi, e vi parteciparono di fatto,

tutti gli ordini sociali, tutta la «gioventù dorata» della capitale,

mentre l’_élite_ degli spettatori assisteva al grande agone, vestito

alla greca. I _collegia iuvenum_, che Augusto aveva istituiti in Roma e

in Italia, perchè fossero scuole di civismo e di religione nazionale,

diventano per Nerone scuole di giochi e di arte alla greca[78].

Nerone profuse il denaro, le largizioni, gli spettacoli; iniziò grandi

lavori in Roma; aprì la sua casa ai giovani più eleganti e dissipati

della nobiltà e volle essere il loro capo e maestro; ogni giorno

erano festini, ora nella casa dell’uno, ora nei giardini dell’altro;

e in quelli gli ultimi discendenti delle famiglie, che avevano

conquistato il mondo, gareggiavano a chi canterebbe o danzerebbe

o guiderebbe meglio un cocchio alla corsa. Non che si trattasse di

cose nuovissime per i Romani. Roma e l’Italia conoscevano da gran

tempo tutto quello, che Nerone voleva ora porre in sommo onore: e

gli sciami interminabili dei domestici, e le mule ferrate d’argento e

d’oro, e i mulattieri vestiti di lana canusina, e i corrieri adorni di

collane e di braccialetti, e le reti d’oro per le partite di pesca,

e i profumi orientali pei bagni, e le mille vetture pei viaggi, e

i mobili intarsiati di madreperla, e le vesti di seta e d’oro, e

le liberalità prodigate ai musici, agli attori, ai gladiatori, e i

banchetti sontuosi e le portate ricchissime, e le case splendenti d’oro

e di marmi, ricche di bronzi e di dipinti, e i laghi prosciugati, e

i mari colmati, e i moniti spianati pel diletto dei grandi. L’ultimo

secolo della repubblica e i primi settant’anni dell’impero avevano

veduto tutti questi splendori. Non mai però quelle inclinazioni e

quei costumi, così sospetti all’Occidente latino, avevano ricevuto

incoraggiamento dall’autorità. Perciò questo primo favore, in quell’età

esitante tra due avviamenti, sortì un grande effetto. Una smania folle

di rinnegare le tradizioni, gli obblighi e i pregiudizi del loro rango,

parve impadronirsi dei giovani nelle grandi famiglie; il saper danzare

fu merito maggiore che il comandare le legioni; Nerone non ebbe più

ritegno alcuno: non aspirò più che a essere ammirato come cantore,

e le glorie della terra gli parvero insipide e piccole a paragone di

quelle della scena. L’esempio di Nerone, insomma, precipitò in Roma,

nelle alte classi, quel rivolgimento dei costumi, che da due secoli

veniva lentamente maturando: la diga delle antiche tradizioni puritane

parve ad un tratto sopraffatta da una marea di lusso, di piaceri, di

dissipazioni, di cui l’imperatore dava l’esempio.

84. =Nuove difficoltà in Oriente: l’accordo definitivo con i Parti per

l’Armenia.= — Ma la tradizione era ancora troppo forte; e non bastava

la volontà di Nerone e quella dei suoi giovani amici per distruggerla

in pochi anni. In alto e in basso, in tutti gli ordini sociali, molti

disapprovavano il nuovo indirizzo e mormoravano. Sono di questi anni,

tra il 60 e il 62, i primi libelli contro l’imperatore e la sua Corte,

e i primi, sia pur blandi, processi di lesa maestà. La morte di Burro,

avvenuta nel 62, guastò maggiormente le cose. Al suo posto era assunto

un uomo, Tigellino, con il quale la storia è stata forse severa, ma

che ad ogni modo fu uomo ligio e fedelissimo a Nerone. La nuova nomina

diceva chiaro che l’imperatore voleva ora governare con uomini suoi e

a modo suo. L’autorità di Seneca infatti declina, e, nella prima metà

di quest’anno medesimo (62), Nerone divorzia, finalmente, da Ottavia,

per sposare Poppea. Siccome però il preferire un’altra donna non

era ancora, per l’opinione pubblica, un motivo adeguato di ripudio,

almeno per un imperatore, si macchinò contro l’infelice un’accusa

di adulterio. Ma ne nacquero agitazioni e tumulti, perchè il popolo

parteggiò apertamente per Ottavia, che era una discendente di Druso,

contro Poppea, che pareva un’intrusa. Nerone, aizzato da Poppea, tenne

duro; Ottavia fu condannata all’esilio e poi uccisa; Poppea ne prese il

posto: ma il popolo conservò di Ottavia un vivo e affettuoso ricordo,

che doveva servire ai nemici di Nerone, ogni giorno più numerosi.

Mentre il governo di Nerone si faceva a Roma odiare ed amare, lodare

e biasimare, grossi avvenimenti accadevano nelle province. I lauri

di Armenia appassivano di già. Nel 61 il re dei Parti tentava la

rivincita. Alleatosi con il re dell’Adiabene, spediva costui, con

una parte del suo esercito, ad invadere l’Armenia, mentre egli si

disponeva ad attaccare la Siria, ripetendo la doppia mossa, che

tante volte i re dei Parti avevano tentata nelle loro guerre contro

Roma. Ma questa volta la mossa sembrò a Corbulone così minacciosa,

che, lasciate a Tigrane solo due legioni, raccolse tutto il resto

dell’esercito in Siria; scrisse a Roma di mandare un esercito con un

nuovo generale in Armenia, poichè egli bastava appena a difendere la

Siria; e aprì negoziati con il re dei Parti per indurlo a sospender la

guerra e a trattare con Roma, lasciandogli capire che sarebbe facile

intendersi. Siccome il re dell’Adiabene aveva fallito in un suo attacco

su Tigranocerta, il re dei Parti accolse il consiglio di Corbulone e

mandò gli ambasciatori. Così la guerra era stata sospesa. Ma a Roma

la prudenza di Corbulone, la sua richiesta di un nuovo esercito per

l’Armenia, le sue trattative con il re dei Parti, erano state assai

male accolte. Come tante volte è successo ai generali prudenti e

assennati, toccò a Corbulone di esser trattato di pauroso e di incapace

da quelli che facevano sicuri e tranquilli la guerra sulle rive del

Tevere. L’ambasciata del re dei Parti fu rimandata senza risposta; e in

Armenia fu spedito un altro generale, come Corbulone aveva consigliato;

ma in persona di un certo Cesennio Peto, che si vantava a gran voce di

voler insegnare a Corbulone la risolutezza e l’audacia. La nomina di

Peto era un biasimo a Corbulone, il quale però fu lasciato in Siria.

Peto arrivò con un esercito in Armenia, a quanto pare, nella seconda

metà del 61; subito si buttò alle offese, mentre Corbulone fortificava

poderosamente l’Eufrate. Ma nella primavera dell’anno seguente, Peto

sembra essersi lasciato sorprendere da poderose forze nemiche, con una

parte delle sue forze, presso Randeia sul fiume Arsaniade, affluente

dell’Eufrate. Dopo aver costretto con una abile finta Corbulone a

raccogliere le maggiori forze sull’Eufrate, i Parti attaccavano in

Armenia. Corbulone accorse in aiuto di Peto, assediato in Randeia:

ma già Peto, prima del suo arrivo, aveva capitolato, impegnandosi

per salvare l’esercito a sgombrare l’Armenia, che tornava dunque

nelle mani dei Parti. Peto avrebbe voluto, a dispetto della promessa,

invadere l’Armenia con le forze unite, le sue e quelle di Corbulone:

ma Corbulone non volle. E siccome il re dei Parti aveva chiesto che

ritirasse i presidi posti al di là dell’Eufrate, ricominciò a trattare

e fu convenuto alla fine che le forze romane si ritirerebbero di qua

dell’Eufrate, e che il re dei Parti sgombrerebbe l’Armenia.

L’Armenia era libera così dall’autorità romana come dalla partica. Ma

invano si cercò di far passare questo accordo come una vittoria di

Roma. Era chiaro che lo sforzo fatto per prendere piede in Armenia

aveva fallito. Nerone consultò tutti i personaggi eminenti, e fu

deliberato di ritentare l’impresa. Peto fu richiamato; Corbulone solo

messo a capo di un forte esercito. Ma Corbulone non mutò stile, e si

servì nel 63 del poderoso esercito affidatogli, come di una minaccia

per venire a trattato. Roma e i Parti essendo egualmente deboli

in Armenia, l’accordo fu conchiuso. Tigrane fu messo in disparte

per sempre; Vologese ottenne quello che già aveva chiesto nel 61,

l’investitura del regno d’Armenia per il proprio fratello Tiridate;

ma il fratello del Gran Re dovette acconsentire a ricevere dalle mani

stesse di Nerone il diadema regale, recandosi a Roma. Un principe

partico sederebbe sul trono d’Armenia come vassallo di Roma: questa la

faticosa transazione.

Intanto la rivolta della Britannia non si era spenta. Lo stesso vigore,

con cui Svetonio la reprimeva, sembrava riattizzarla. Onde era stato

necessario che il principe ordinasse un’inchiesta sul luogo, e poi

finalmente affidasse la provincia ad un nuovo governatore (a. 62). Ma

mentre occorreva spedire in Britannia rinforzi dalla Germania e indire

leve per reintegrare le legioni decimate, sulla linea del Danubio,

l’impero doveva resistere a una interrotta serie di piccoli attacchi

di popolazioni stanziate al di là del fiume, e dar principio a vere e

proprie spedizioni contro Sarmati e contro Sciti[79] che, felicemente

riuscendo, avrebbero fatto pensare ad una grande spedizione caucasica.

85. =L’incendio di Roma (luglio 64).= — Frattanto a Roma Nerone pareva

compiacersi a sfidare sempre più audacemente quella parte dell’opinione

pubblica, che era più fedele alla tradizione. Fu in questo tempo,

nell’anno 64, che Nerone comparve sul teatro di Napoli, dinanzi a un

vero pubblico, e cantò: la maggiore follia, forse, commessa da lui,

dopo l’assassinio della madre. Non per caso egli aveva scelto Napoli,

che era allora una città greca. Ma è facile imaginare come trasalirono

l’Italia e Roma! La scena era per i Romani una professione infame,

per quanto necessaria al piacere degli uomini: che un Claudio, che il

discendente della più antica e illustre famiglia della nobiltà romana,

che il capo dell’impero avesse voluto comparire in un teatro, in veste

di istrione, a sollecitare l’applauso di un pubblico di Greci, era

uno scandalo, per un verso peggiore anche di un delitto! Perchè un

delitto poteva incutere orrore, e questo atto suscitava invece riso e

disprezzo. Ora per gli uomini che devono comandare ai loro simili, è

bene che non ispirino nè orrore, nè riso, nè disprezzo; ma tra i due

mali, è meglio che ispirino orrore, anzichè riso e disprezzo.

Ma di questo capriccio non si videro subito gli effetti, perchè

una grande calamità sopraggiunse di lì a poco a distrarre le menti:

l’incendio di Roma, famoso tra tutti nella storia, che nel luglio del

64 devastò per dieci giorni la città, distruggendone quasi interamente

dieci delle quattordici regioni, in cui Augusto aveva diviso la città.

Alla prima notizia, Nerone volò a Roma, ove non potè neanche impedire

la distruzione della propria casa. Ma egli fece tutto quanto era in suo

potere per lenire il danno irreparabile. Aperse agli abitanti, rimasti

senza tetto, gli edifizi pubblici e i suoi stessi giardini; fece venire

dai municipi vicini tutto il necessario perchè essi fossero alla meno

peggio riparati ed equipaggiati; adottò provvedimenti per risparmiare

agli afflitti dal fuoco il secondo flagello di una carestia.

Ma tutto lo zelo dell’imperatore non impedì che in pochi giorni

nascesse e si divulgasse in Roma una strana leggenda. Sulle cause

dell’incendio si sono scritti quanti volumi basterebbero a riempire

una piccola biblioteca, tante sono le congetture che si sono volute

provare o confutare; e con altrettanto ingegno quanto con poco

resultato, perchè non c’è modo di provare nè che Roma sia stata

bruciata da Nerone, nè che le abbiano dato fuoco i Cristiani o gli

amici di Pisone, di cui dovremo tra poco occuparci. D’altra parte

la congettura più semplice e più verosimile sarà sempre quella che

Roma sia bruciata per accidente, come tante altre città. È noto che

città intere bruciano spesso, quando sono ancora per la maggior parte

costruite di legno; e tale era il caso di Roma allora, massime nei

quartieri popolari. D’altra parte è molto più semplice e verosimile

congetturare che, nella stagione calda, un fuoco appiccatosi a

poche case per accidente siasi dilatato e abbia incenerito quartieri

interi, massime se il servizio dei pompieri era manchevole, anzichè il

supporre che un uomo o una setta abbiano imaginato lo straordinario

piano di far di una città intera un bel falò e che siano riesciti ad

eseguirlo! Ma gli uomini, quando sono oppressi da una grande sventura,

vogliono sempre attribuirla alla malizia dei loro simili: la carestia,

agli incettatori; l’epidemia, agli avvelenatori; la sconfitta, al

tradimento. Così allora il popolo si persuase che Roma era stata

malignamente incendiata: ma da chi? Non bisogna dimenticare che Nerone,

con i suoi eccessi, con le sue prodigalità, con i suoi delitti, con il

suo governo molle e generoso, attirava e spaventava nel tempo stesso

l’anima popolare. Non è meraviglia che l’incendio di Roma sembrasse

alle masse una punizione divina per i piaceri inconsueti ed illeciti,

che da due lustri il principe e il popolo insieme godevano. Da questo

scrupolo a credere al primo malintenzionato, il quale assicurasse che

Roma era perita per volontà del principe, il passo era corto. In breve

si sparse la voce che Roma era stata incendiata per ordine di Nerone;

e per quanto la voce fosse assurda — Tacito stesso lo riconosce — fu

creduta da molti.

86. =I Cristiani e la «prima persecuzione».= — Che l’incendio fosse

opera maliziosa era persuasione così generale, che l’autorità dovè

procedere ad una inchiesta, per trovare i colpevoli. E l’inchiesta

conchiuse, attribuendo la responsabilità della catastrofe a una setta

religiosa, il cui nome fu pubblicamente pronunciato per la prima volta

in questa occasione, e che doveva diventare poi ben altrimenti famoso:

i Cristiani. Questa setta era nata circa quarant’anni prima in Giudea,

nel seno del giudaismo. Da secoli gli Israeliti attendevano che Dio

inviasse loro il Messia, il quale riscattasse il popolo dalla servitù

e lo riconducesse alla pristina gloria ed indipendenza; che lo facesse

anzi, come premio della legge divina osservata, il popolo eletto

sulla terra. Ma negli ultimi lustri della seconda metà dell’ottavo

secolo, dopochè Roma era stata fondata, nei borghi e nella cittadina

della Giudea il Messia era apparso, dichiarandosi figliuolo di Dio,

ad annunciare non già la risurrezione nazionale, ma la prossima

palingenesi del mondo, il prossimo avvento del regno di Dio. Al gran

giorno, il Messia apparirebbe sulle nuvole, circondato di angeli;

i suoi discepoli sederebbero intorno a lui su dei troni; i morti

risusciterebbero al grande giudizio; i buoni, gli eletti, vestiti di

luce, si sederebbero all’eterno festino preparato da Abramo; i reprobi

andrebbero alle Gehenne. All’imminente regno di Dio gli uomini dovevano

prepararsi ascoltando il Messia; liberando la religione da tutte le

forme e i vincoli esteriori, di cui il giudaismo l’aveva impastoiata,

praticando una morale di una sublime altezza e purezza. Suprema legge

delle anime doveva essere l’amore, la fraternità, la pace tra il servo

e il padrone, tra la donna e l’uomo, tra il giudeo e il romano, tra il

cittadino e lo straniero, e l’odio contro quanto negava tutte queste

cose, l’ipocrisia del fariseo, l’avarizia del ricco, l’orgoglio dei

soprastanti. L’odio spirituale, non la violenza della ribellione: chè

il regno di Dio doveva incominciare ad esistere nell’animo degli uomini

convertiti.

L’annunciatore del regno di Dio aveva trovato in Giudea un certo numero

di discepoli devoti: ma l’opera sua era stata presto troncata dalla

persecuzione del Giudaismo decadente. Senonchè, dopo la morte di Gesù,

la nuova setta, perseguitata in Giudea, aveva varcato i confini per

opera dei primi e più fedeli discepoli; si era diffusa a poco a poco

in tutto l’impero, tra i Giudei ed i pagani, moltiplicando in molte

città, grandi e piccole, minuscole comunità di cristiani; all’annuncio

originario del Regno di Dio, della palingenesi e del giudizio degli

uomini, che doveva seguire la apparizione del Messia, aveva sostituito

— e molto ci aveva contribuito un grande uomo convertito alla setta

dopo la morte di Gesù, Paolo di Tarso — la dottrina della redenzione

dell’uomo dal peccato originale e dal male, che il figlio di Dio, Gesù

Cristo, aveva fatta con il suo sangue, immolandosi sulla croce: alla

morale di Gesù, che inculcava soprattutto l’amore e la fratellanza,

aveva aggiunto — e anche questo in parte per opera di Paolo — una

morale che per amor di Cristo domandava agli uomini di vincere le

cattive passioni, che avevano maggiormente guasta e corrotta la società

greco-romana, come la sensualità e la cupidigia. Così la nuova setta

cristiana si era staccata dal giudaismo, di cui aveva abbandonato

anche uno dei riti più antichi e venerati, la circoncisione; e da

trenta anni lentamente si diffondeva nell’impero. Era anche entrata in

Roma, e aveva fatto seguaci, specie tra il popolino: schiavi, liberti,

stranieri d’origine orientale. Forse, anzi, la nuova setta era già così

numerosa al tempo di Claudio, che i Giudei, anch’essi numerosi nella

metropoli, l’avevano molestata[80].

Come l’autorità romana fosse condotta ad accusare questa setta

dell’incendio è un mistero. Può darsi che a molti cristiani i folli

eccessi di Nerone e l’incendio di Roma sembrassero proprio le calamità

dalle quali, secondo Gesù, la palingenesi del mondo e l’avvento del

regno di Dio dovevano essere annunciati. Si aggiunga che tra i pagani

in Roma c’era molta diffidenza per le cerimonie segrete e per i costumi

così singolari dei cristiani; che, peggio ancora, ebrei e cristiani in

Roma, come dappertutto, erano tra loro nemicissimi. Non è inverosimile

che l’indifferenza o anche la gioia dei cristiani per l’incendio, per

quell’inizio, finalmente avveratosi, della palingenesi universale,

fossero senz’altro scambiate per indizio di colpevolezza; che questo

vago sospetto fosse subito raccolto dal principe, il quale aveva

bisogno di un responsabile; e che fosse confermato dalle delazioni

e calunnie degli ebrei e dalle confessioni, che le torture avranno

strappate ai più deboli tra i primi accusati[81]. Così cominciò quella

che fu detta la prima persecuzione cristiana: ma impropriamente,

perchè i cristiani, se furono le vittime della persecuzione, non furono

perseguitati perchè cristiani[82].

87. =La ricostruzione di Roma e la grande crisi finanziaria

dell’impero.= — L’incendio era stato una calamità, ma non irreparabile.

Toccava a Nerone tramutarlo in una iattura peggiore, per l’ambizione

di ricostruire sulle rovine dell’antica, una città di bellezza

insuperabile.

L’incendio di Roma sembra avere offerto alle smanie orientali

dell’imperatore un’occasione nel tempo stesso grandiosa e pericolosa.

La città incenerita era ancora la vecchia città ricostruita

tumultuariamente sulle ruine dell’incendio gallico, cresciuta di

secolo in secolo a caso, rabbellita alla meglio da Agrippa e da

Augusto: nell’insieme una città brutta, in paragone delle grandi

metropoli dell’Oriente. Nerone volle dare all’Impero una capitale,

la cui bellezza e magnificenza fosse pari alla potenza. Il disegno

non era privo di grandezza e di nobiltà: ma per attuarlo rapidamente

occorrevano somme immense; e per aver questo denaro Nerone dovè

ricorrere ai più pericolosi espedienti. La maggior parte delle

improvvisate condanne e confische nei processi di lesa maestà, le

ammende per reati nuovi e bizzarri, tutta la lunga lista delle sanzioni

pecuniarie, che i contemporanei e i posteri attribuirono alla inaudita

ferocia del principe e dei suoi ministri, ebbero la prima ragione

in questo bisogno di danaro. Ma poichè cotesti mezzi non bastavano,

l’impero fu spremuto a sangue. Dai santuari più celebri, dagli edifici

pubblici, dalle case private sono strappate le offerte preziose dei

fedeli, le immagini degli Dei, le statue più pregiate. Le cariche e

gli impieghi pubblici sono di nuovo messi all’asta, e i magistrati, di

nuovo, costretti a rifarsene sui sudditi. Si accrescono le imposte e si

inaspriscono le esazioni. Nemmeno l’Italia va immune da tanto flagello.

Subito dopo l’incendio Nerone ordina una contribuzione generale per

provvedere ai bisogni urgenti della metropoli. Per giunta, in questo

anno incomincia ad alterare le monete, coniandole di minor peso:

l’_aureus_, quasi purissimo, coniato da Augusto, discende, da una media

di gr. 7,64 ad una di gr. 7,34; e il bel denario argenteo dei primi

anni dell’impero è ridotto da gr. 3,90 a 3,40, mentre la sua lega sale

dal 5 al 10%.

88. =La congiura di Pisone (65).= — Queste disgrazie, questi errori

e questi eccessi spiegano a sufficienza come i due anni, seguiti

all’incendio di Roma, siano stati i più difficili del governo di

Nerone; e come nel 65 si tentasse nella aristocrazia una grande

congiura contro l’imperatore. Il suo capo apparteneva a una delle

più aristocratiche famiglie romane, C. Calpurnio Pisone. Con lui

partecipavano al complotto senatori, cavalieri, plebei e repubblicani

puri, ufficiali del pretorio, tra cui addirittura uno dei due prefetti,

il collega di Tigellino, Fenio Rufo; un poeta, come Lucano; perfino

Seneca, l’ex-precettore di Nerone[83]. Par che scopo della congiura

fosse uccidere Nerone ed innalzare all’Impero Pisone. La congiura fu

scoperta per mero caso; e, come è facile intendere, repressa con un

furore spietato. I processi e le condanne durarono tutto l’anno 65

e parte del successivo. Lucano, Seneca, quel C. Petronio che l’arte

contemporanea ha tanto prediletto, un gran numero di senatori e

di ufficiali, caddero vittime. E repressa la congiura, come spesso

succede, Nerone, invece di ravvedersi, fece di peggio: sia che il

potere lo ubbriacasse, sia che la paura lo avesse esasperato, si

abbandonò interamente alla sua natura sfrenata; procedè di eccesso in

eccesso.

89. =Il viaggio di Nerone in Grecia e la rivolta della Giudea.= — Sullo

scorcio del 66 l’imperatore partì alla volta della Grecia, accompagnato

da un nugolo di _Augustani_, di ammiratori, di _claqueurs_, quanti

forse — si disse esagerando — sarebbero stati bastevoli a muovere

contro al gran Re. Nerone intendeva partecipare alle gare dei giochi

periodici della Grecia, che tutte aveva voluto si celebrassero insieme

in un anno solo! I Romani non avevano visto mai un principe avvilire a

quel modo la maestà dell’impero ai piedi dei sudditi orientali. Chè un

principe cantore ed attore era per i romani l’ignominia suprema.

Ma Nerone era appena giunto in Grecia che grossi avvenimenti accaddero

in Giudea. La Giudea era travagliata da una irrequietezza insanabile,

sin dal tempo nel quale, in quest’angusta contrada, si erano incontrati

faccia a faccia l’ellenismo siriaco dei coloni greco-macedoni con le

sue tendenze cosmopolite, col suo scetticismo, col suo materialismo,

con il suo sensualismo, e il mosaismo indigeno, che era nel tempo

stesso la più viva e esclusiva delle religioni orientali: un corpo di

riti e di regole — regole di pietà, di purezza, di condotta pratica —

che avvolgevano, come nella maglia di una corazza, la vita di ciascun

israelita e della comunità tutta intera. Lo spirito esclusivo della

religione aveva rinforzato l’avversione per il governo straniero,

e reciprocamente, come l’aveva provato la monarchia dei Seleucidi,

a cui questa doppia ostilità era stata così funesta. Di questa

discordia incomponibile Roma aveva profittato, per agguantare il

paese; ma impadronitasene, si era trovata alle prese con le stesse

difficoltà, costretta a governare un popolo nel quale la religione

fomentava l’odio della signoria straniera, e quest’odio rinfocolava

il fanatismo religioso. Si aggiunga che Roma aveva dissanguato il

paese con le imposte e che la Giudea era stata invasa da italici e

da greci, i quali, aiutati dal governo, cercavano di arricchire sul

paese. Per tutte queste ragioni l’intransigenza religiosa delle masse

si era esacerbata; di nuovo gli annunzi dell’arrivo prossimo del

Messia, che questa volta avrebbe liberato la Giudea e non stabilito

il regno di Dio, avevano esaltato gli spiriti. Si era formato nel

paese un partito antiromano, così implacabile contro gli stranieri

come contro i tepidi dell’interno, i così detti _Zelanti_ o _Zeloti_,

come allora si denominavano, che avevano inaugurato in Giudea un vero

e proprio terrore, giustificando con la religione e l’amor patrio il

brigantaggio di parecchie popolazioni della Palestina. Da molti anni

la Giudea era insanguinata, nelle città e nelle campagne, da eccidi,

da combattimenti, da assassinî, in cui il fanatismo religioso e l’odio

contro lo straniero avido e prepotente si sfogavano insieme con gli

istinti anarchici, che sonnecchiano nel cuore di tanti uomini e popoli.

Le cose peggiorarono negli anni 65 e 66, quando nacque la difficoltà

dell’amministrazione di Cesarea, che gli ebrei volevano fosse giudaica,

i greci greca; e dopo molti disordini, zuffe, trattative, verso la

metà del 66 la rivolta scoppiò aperta. Alla fine del settembre del 66

la piccola guarnigione romana, rinchiusasi in tre castelli dominanti

Gerusalemme, capitolava ed era trucidata; e l’agitazione dalla Giudea

traboccava in tutta la Siria meridionale, fino all’Egitto, ove nelle

città grandi e piccole gli Ebrei tentarono movimenti rivoluzionari.

Il governatore della Siria, Cestio Gallo, aveva radunato in fretta

un esercito e invaso risolutamente la Palestina, deliberato ad

annientare di un sol colpo l’insurrezione. A prezzo di gravi perdite

era riuscito a entrare in Gerusalemme; ma non a prendere il Tempio,

entro le cui mura l’esercito ribelle si era fortificato. Non potendo

rimanere nella città ostile, egli deliberò di uscir da Gerusalemme e di

accamparsi nelle vicinanze: ma nella ritirata fu assalito dalle truppe

rivoluzionarie, subì gravissime perdite, e dovè ritirarsi sino ad

Antipatris.

90. =Tito Flavio Vespasiano.= — Quel che avvenne in Roma a queste

notizie, facilmente si immagina. A questo dunque ci si ritrovava,

dopo tanti trionfi vantati dagli amici dell’imperatore? In Oriente

si era accettato alla fine un trattato, che rinunciava per sempre

all’Armenia[84]. In Britannia la pace era stata comperata a prezzo di

concessioni[85]. Le guerre con le popolazioni transdanubiane e con le

popolazioni Caucasiche non s’interrompevano mai. Ora sopraggiungeva

la rivolta della Giudea! Ma l’imperatore — è forza riconoscerlo —

provvide al pericolo con prontezza e vigore, trovando l’uomo che ci

voleva, e non tra gli illustri discendenti delle antiche famiglie. Era

costui T. Flavio Vespasiano, un senatore la cui nobiltà aveva origine

molto recente, perchè suo nonno Tito Flavio Petronio era un reatino,

un modesto plebeo, che aveva combattuto a Farsaglia come centurione

tra i Pompeiani, e poi era stato amnistiato da Cesare. Il figlio del

centurione, Flavio Sabino, s’era arricchito, quale pubblicano, prima

in Asia e poi tra gli Elvezi; e da lui erano nati due figliuoli,

che ambedue si erano dati — e furono i primi della famiglia — alla

carriera politica, entrando a far parte del senato. Vespasiano era il

secondo; aveva percorso tutto il curricolo delle magistrature fino al

consolato, e preso parte alla conquista della Britannia sotto Claudio,

ma senza segnalarsi in modo particolare; e senza esporsi troppo in

mezzo alle lotte che infuriavano in Roma, tenendosi insomma in disparte

e al sicuro. A questo senatore oscuro Nerone affidava ora il comando

della guerra in Giudea, con ingenti forze raccolte da tutte le parti

dell’impero.

91. =La guerra di Giudea (67).= — Ma la scelta era buona. La guerra

di Giudea doveva essere asprissima. Certamente agli Ebrei mancavano

la concordia e l’organizzazione che sole possono guerreggiare contro

uno Stato potente e forte di poderosi eserciti. Le classi alte, pur

desiderando l’indipendenza, credevano i Romani invincibili, e avevano

orrore di quel fanatismo religioso e nazionale, da cui la insurrezione

era nata e nel quale ribollivano confusamente le aspirazioni a una

rivoluzione sociale. L’insurrezione non poteva dunque trovare, in

queste classi che sole avrebbero potuto somministrarli, tutti i capi

di cui aveva bisogno. Ma il fanatismo era così grande, ed era così

vigorosamente stimolato dagli Zeloti, che anche senza menti che la

dirigessero, senza alcun concerto degli sforzi, e pur frantumandosi in

un grande numero di centri, la Giudea oppose una resistenza terribile.

Quando, nel 67, Vespasiano entrò nella provincia ribelle, alla testa di

60.000 uomini, dovette riconquistare città per città, borgo per borgo,

tra stragi inaudite. Tutto l’anno fu necessario per riconquistare

la Galilea, e solo nel 68 il generale romano potè entrare nella

Giudea, ma non per marciare diritto su Gerusalemme, acropoli della

rivoluzione, bensì per debellare prima le minori resistenze, che erano

ancora numerose. Sebbene fosse scoppiata una lotta fra gli Zelanti e

i Moderati, che ormai, usciti di speranza, volevano venire a patti coi

Romani, Vespasiano ebbe a sostenere una vivissima lotta, specialmente

sotto le mura di Gerico. Ma quando, alla fine di maggio, Gerico

cadde, e Vespasiano ebbe aperta innanzi a sè la via di Gerusalemme,

grossi eventi in Occidente sopraggiunsero a mettere di nuovo tutto in

pericolo.

92. =La preparazione di una grande guerra Caucasica e la rivolta

dell’Occidente (67-68).= — Nerone aveva passato in Grecia l’anno 67,

profondendo il denaro, cercando di rinnovare i costumi e le tradizioni

del passato, occupandosi di giuochi e di feste, ma non di queste

soltanto, come si ripete troppo sovente. Nerone, cui talora non mancava

una certa grandezza di vedute nelle cose dello Stato, pensava a tagliar

l’istmo di Corinto, e preparava un’altra spedizione agli estremi

confini orientali d’Europa, che solo Pompeo, nell’inseguimento faticoso

di Mitridate, aveva visti e conosciuti: una spedizione verso quelle

che si dicevano le _Portae Caspiae_, nella regione del Caucaso. La

spedizione era certamente diretta ad arginare per sempre le insistenti

e fastidiose scorrerie delle popolazioni scitiche e sarmatiche nelle

più orientali province europee. L’imperatore la meditava da anni, e

solo ora, più volte interrotto a mezzo, contava di condurla finalmente

ad effetto. Egli aveva preso all’uopo importanti disposizioni: erano

state create due nuove legioni; numerosi corpi di milizia erano stati

distaccati da tutte le legioni dell’Occidente e dell’Oriente; gli

arrolamenti fra i cittadini delle province erano stati accresciuti;

l’Italia stessa aveva dovuto fornire un nuovo contingente suo proprio,

una _legio Italica_, che fu denominata _Phalanx Alexandri_, e sarebbe

stata posta agli Ordini del nuovo Alessandro Magno[86]. Ma in mezza a

questi progetti e sogni, in mezzo alle feste, ai viaggi e alle pazzie

a cui si abbandonava in Grecia, nell’inverno del 67-68, l’imperatore

apprendeva che in Italia le cose andavano molto male; onde al principio

del 68 ritornò in Italia proprio a tempo, per apprendere che una

insurrezione era scoppiata in Gallia.

Il governatore della Gallia Lugdunense, che aveva preso l’iniziativa

di questa rivolta, era un nobile Gallo, un Aquitano romanizzato: C.

Giulio Vindice. Che un romano di fresca data come questo Aquitano,

i cui antenati erano stati dei celti barbari, fosse il primo a

sentire il dovere di insorgere contro lo sfrenato orientalismo di

Nerone, non è un semplice caso. È prima prova di un fenomeno, cui

dovremo tra poco ritornare; ossia della forza con cui le idee e

i sentimenti del romanesimo avevano attecchito nelle classi alte

delle province occidentali. Nell’Italia settentrionale, in Spagna,

in Gallia c’erano delle ricche famiglie che, per quanto romanizzate

da poche generazioni, erano più fervide nel loro attaccamento alle

tradizioni della repubblica aristocratica, che le vecchie famiglie

della nobiltà di Roma. Tuttavia il tentativo di Vindice non parve

lì per lì pericoloso. Non avendo un esercito, egli aveva cercato di

raccoglierne uno segretamente tra i Galli, nel tempo stesso in cui si

era sforzato di muovere parecchi generali romani, che egli credeva

contrari all’imperatore. Ma uno solo aveva prestato orecchio alle

sue sollecitazioni: Servio Sulpicio Galba, governatore della Spagna

Tarraconese: uomo serio, energico, ricco, di nobilissimo lignaggio,

per tradizione di famiglia poco incline ai Giulio-Claudî, e come

tutta la nobiltà seria disgustato dallo sgoverno di Nerone. Alla

morte di Caligola, si era parlato anche di lui, come di un possibile

imperatore. Cosicchè, quando Vindice aveva levato lo stendardo della

rivolta, si era trovato solo; e Nerone potè, senza troppo inquietarsi,

ordinare al governatore della Germania superiore, L. Virginio Rufo, di

reprimere la tentata insurrezione. Virginio infatti vinse a _Vesontium_

(Besançon), in una corta battaglia, Vindice, che si uccise. Ma Nerone

non potè molto rallegrarsi della vittoria: chè l’esercito vincitore

avea proclamato sul campo Virginio imperatore e a questa rivolta seguì

subito quella di Galba e delle legioni di Spagna.

93. =La fine di Nerone e la caduta dei Giulio-Claudii (giugno 68).=

— Nerone tentò di resistere: fece dal senato dichiarar Galba nemico

pubblico; ordinò che le milizie, le quali si avviavano alle Porte

Caspie, tornassero indietro, e che i marinai della flotta di Miseno

fossero ordinati a legione e si tenessero pronti per uno sbarco

nelle Spagne; spedì corrieri alle legioni dell’Illiria con l’ordine

di radunarsi ad Aquileia; emise un’ordinanza per una speciale

contribuzione di guerra; armò schiavi pubblici e privati; quindi,

fatto più audace dalla gravità del caso, destituì i consoli, di cui

non si fidava, e dichiarò che egli stesso sarebbe partito alla testa

delle legioni contro i ribelli. Ma la sua sorte dipendeva dalla

fedeltà dell’esercito, specie della guardia; e con i suoi delitti,

i suoi eccessi, le sue stravaganze, Nerone si era troppo screditato

anche nell’opinione delle masse e quindi dei soldati. Fatti arditi dal

visibile crollare dell’autorità di Nerone, i senatori avversi a lui

e quelli amici di Galba si industriarono per scuotere questa fedeltà.

Sembra certo ch’essi riuscirono ad accordarsi con uno dei due prefetti

del pretorio, Ninfidio Sabino, il collega di Tigellino, e per suo

mezzo con una parte dei pretoriani — ufficiali e soldati — nonchè di

una coorte germanica, addetta alla guardia personale dell’imperatore.

Ma quando Nerone apprese che si stava tramando, e su scala più vasta,

la congiura di Pisone; allorchè udì che i suoi stessi pretoriani lo

tradivano, perdette la testa, e con pochi amici e con pochi soldati

ch’egli reputava fedeli a tutta prova, corse a rifugiarsi nei _giardini

Serviliani_ sulla via Ostiense, che appunto l’avevano ospitato altra

volta, durante la congiura di Pisone. Scomparso il principe, il

governo ritornava al senato; ma la maggioranza dei nemici di Nerone

non era concorde. Chi voleva restaurare senz’altro la repubblica,

chi affidare la difesa dello stato a Galba, chi elevare all’impero

Virginio Rufo. Invece i capi dei pretoriani ribelli, se erano disposti

a deporre Nerone, erano risoluti a non perdere nessuno dei privilegi,

che l’impero avea loro procurati, a batter moneta, anzi, con il

nuovo trapasso imperiale. Ninfidio Sabino tagliò il nodo di queste

incertezze: convocò i pretoriani e li persuase che, scomparso Nerone,

non restava loro altro a fare che unirsi alle legioni di Spagna, e

proclamare Galba imperatore.

L’energia dei soldati sopraffaceva ancora una volta le esitanze e le

discordie del senato. Il senato oramai non era più libero nella sua

scelta. Opinando in senso diverso, si sarebbe opposto alle milizie

della Spagna e di Roma, avrebbe rialzato le sorti dei pochi amici di

Nerone; facendo sua la deliberazione dei pretoriani, abdicava alla

propria volontà. Tuttavia la discussione e la lotta in senato non

furono brevi. Se la opposizione riuscì facilmente a deliberare la

decadenza del principe e a dichiararlo nemico dello Stato (_hostis

publicus_), non per questo si potè, in una prima seduta, scegliere il

nuovo imperatore. Il pubblico, anzi, credette che la repubblica era

senz’altro restaurata e si abbandonò a grandi dimostrazioni di giubilo,

quali Bruto e Cassio avevano invano sperate centododici anni prima,

nelle fatali idi di marzo. Ma la repubblica non poteva reggersi senza

la forza; il senato era disarmato, e i generali, ch’esso credeva più

fedeli alla repubblica, Virginio Rufo, ad esempio, lontani. Una seconda

seduta decise delle sorti dello Stato: anche il senato elesse S.

Sulpicio Galba[87].

L’impero era salvo, ma Nerone era perduto. Questi, uscito dal suo

rifugio, che aveva giudicato malsicuro, si era, di notte, recato

fuori porta Nomentana, in una villa di un suo fedele liberto. Per via

aveva udito le grida dei pretoriani acclamanti a Galba e imprecanti

al suo nome; colà aveva vissuto parecchi giorni, finchè la mattina

del 9 giugno 68 — la data è congetturata con verosimiglianza, ma

non sicurissima — mentre sopravvenivano i soldati per ghermirlo e

trascinarlo all’estremo supplizio, con l’aiuto di uno dei suoi fedeli

liberti, si era finalmente suicidato. Non aveva ancora 31 anni!

La famiglia dei Giulio-Claudii era estinta. L’ultimo suo membro

spariva, infamando per l’eternità quel nome di Nerone, che dalla

seconda guerra punica in poi era stato il più glorioso di Roma.

Roma antica, Vol. 2/3 · 第 39 / 45 题