44. =La restaurazione della repubblica (27 a. C.).= — Ultimo superstite
di tanti emuli che avevano gareggiato in tante guerre per il potere,
Ottaviano restava finalmente signore ed arbitro della Repubblica. Tutte
le legioni lo riconoscevano capo; il senato era concorde nell’ammirarlo
e nel porre in suo potere lo Stato; Roma e l’Italia lo acclamavano
salvatore dell’impero; le province gli ubbidivano. Nessun uomo aveva in
Roma goduto di un’autorità maggiore e più sicura. Quale uso ne farebbe
egli?
È dottrina comune a tutte le scuole del secolo XIX che Augusto si
valse di tanta fortuna per fondare in Roma una monarchia, usando
però l’accortezza di vestirla in vecchi panni repubblicani. Ma questa
dottrina non ha fondamento nè nelle fonti nè nella ragione storica.
Bisogna giungere a Dione Cassio, ossia ad uno scrittore orientale e al
terzo secolo dell’impero, per trovare un antico che parli di Augusto
come di un monarca. Degli scrittori più vicini a lui, nessuno sospettò
mai Augusto di aver nascosto una monarchia nelle forme della vecchia
repubblica. Nè è difficile dimostrare che Ottaviano non poteva fondare
una monarchia nè a viso aperto, nè sotto la maschera repubblicana.
Che voleva dire fondare una monarchia? Sostituire l’autorità propria
e della propria famiglia a quella del senato e di quel piccolo gruppo
di grandi famiglie che avevano creato e governato sino ad allora
l’impero; sostituire a queste famiglie e alle magistrature repubblicane
una burocrazia, scelta dal sovrano in tutti gli ordini sociali e in
tutte le parti dell’impero, la quale avrebbe riconosciuto lui solo
come fonte dell’autorità propria. Augusto avrebbe potuto fare questo
rivolgimento soltanto se l’opinione pubblica dell’Italia avesse
acconsentito; perchè il suo potere posava sulla fedeltà delle legioni,
e le legioni erano composte di Italiani. La rovina di Antonio non aveva
forse dimostrato quanto fosse pericoloso far violenza ai sentimenti
e alle idee più tenacemente radicate nel ceto medio e nella plebe
dell’Italia? Ma uno dei sentimenti più forti nell’Italia romanizzata
era appunto la venerazione per il senato, per le secolari istituzioni
della repubblica, per l’aristocrazia di Roma. Per quanto feroci
fossero state le lotte delle fazioni a Roma, esse non avevano fatto
progredire molto quelle che a noi sembrano le vere idee democratiche,
in mezzo alla moltitudine. Il partito popolare era stato capeggiato da
nobili di vecchia famiglia come il partito senatorio; il mezzo ceto
e i poveri avevano cercato con quelle lotte di ottenere pane, terre,
denaro, pensioni, leggi meno aspre e severe, non di conquistare le
alte cariche dello Stato. L’uno e l’altro non ammettevano neppure
che il comando in guerra e le magistrature della repubblica fossero
attribuite ad altri che ai membri della nobiltà senatoria; tanto
è vero che tutte le persone di origine oscura, cui era riuscito di
entrare nel senato in mezzo al disordine delle guerre civili, erano
assai mal viste, quando non avessero i meriti insigni di un Agrippa.
Proprio nell’anno 28, mentre gli storici moderni gli attribuiscono
l’intenzione di fondare una monarchia, Augusto era obbligato, per dare
soddisfazione alla opinione pubblica, a rivedere la lista del senato,
e ad invitare a dimettersi 200 tra i suoi membri più oscuri, proprio
quelli che sarebbero stati gli strumenti più docili della monarchia.
Se la condizione media e la plebe non acconsentivano neppure ad esser
governate dalla propria gente, figurarsi se avrebbero obbedito a
funzionari orientali, o di qualche altra provincia! Ci vorranno più di
tre secoli, perchè l’Italia pieghi il collo al comando dei suoi antichi
sudditi.
In quegli anni invece tutta l’Italia era agitata da una specie di
fervore tradizionalista, di cui sono rimasti i documenti più solenni
nella letteratura. Le guerre civili avevano fatto rinsavire gli uomini,
e risospinto gli animi spaventati verso il passato. È questo il tempo
in cui Tito Livio, che doveva diventare un grande amico di Ottaviano,
incomincia a scrivere la sua storia di Roma, per glorificare l’antico
governo repubblicano e gli uomini, che, come Pompeo, erano stati vinti
nella guerra civile, per rimpicciolire i capi del partito vittorioso,
Cesare non escluso[37]. È il tempo in cui, agli scrittori più illustri
dell’età precedente, si preferiscono quelli antichi: Livio Andronico,
Pacuvio, Ennio, Plauto, Terenzio. Il tempo in cui l’epicureismo, così
in favore nella generazione precedente, perde terreno, scacciato dal
pitagorismo e dallo stoicismo. Il tempo, in cui Virgilio si accinge
a vergare il maggior poema morale e religioso della romanità, e già
si è formato, e diventerà numeroso e minaccioso, un partito che vuole
bandire da Roma a furia di leggi ciò ch’esso definisce la «corruzione»,
i vizi, portati dalla conquista, dall’orientalismo, dalla ricchezza:
l’impudicizia delle donne, la compiacenza dei mariti, il lusso, l’amore
dei piaceri.
In tempi simili nemmeno un nuovo Cesare sarebbe riuscito a fondare
una monarchia. Immaginarsi se ci poteva neppure pensare un uomo come
Ottaviano, che non era nè un gran generale nè un grande ambizioso, ma
un amministratore probo ed accorto, un politico abile e prudente, e che
aveva sposato da poco Livia, la madre del futuro imperatore Tiberio e
la consorte divorziata del fuggiasco Claudio Tiberio Nerone: una donna
di alto ingegno, di grande abilità, ma che incarnava lo spirito e le
tradizioni della vecchia nobiltà romana!
Il disegno di Ottaviano era dunque più modesto e più semplice di quello
che gli storici moderni gli hanno attribuito: restaurare, quanto e
meglio che si potesse, l’antica repubblica aristocratica, rendere alle
istituzioni l’autorità di cui il triumvirato le aveva spogliate, ma
correggendo i difetti che avevano generato prima l’anarchia e poi le
guerre civili, la dittatura di Cesare, e il triumvirato[38]. Tra questi
i due difetti di maggior pericolo erano lo spezzettamento dei comandi
militari e l’annualità e la collegialità delle magistrature. Dividendo
l’esercito tra molti generali, ognuno indipendente dall’altro, e
tutti dipendenti dal senato lontano, spesso debole e discorde perchè
parteggiante per l’uno o l’altro dei generali, era accaduto che molti
generali si erano serviti degli eserciti per le loro ambizioni,
movendo persino in guerra contro il senato. Lo sdoppiare tutte le
magistrature in due colleghi di egual potere e il rinnovarli tutti gli
anni, se aveva garantito i cittadini contro gli abusi dell’autorità,
aveva anche diminuito la continuità del governo e posto uno strumento
pericolosissimo di disordine nelle mani dei partiti; perchè troppo
spesso accadeva che i due colleghi appartenessero a partito differente
e che ciascuno cercasse di intralciare ciò che faceva il collega. Se
dunque era necessario ricostituire la repubblica, riconvocare i comizi,
ridare gli antichi poteri alle magistrature, occorreva pure stabilire
un’autorità forte abbastanza da contenere le fazioni, le magistrature,
i comandi militari (le promagistrature), per modo che non abusassero
del loro potere, non si intralciassero a vicenda o non trascurassero il
proprio dovere. Cicerone aveva già dimostrato nel suo _De Republica_,
svolgendo un’idea attinta a Polibio e ad Aristotele, che negli Stati in
discordia occorre un magistrato supremo e unico, soggetto alle leggi
comuni, e di conseguenza repubblicano, ma investito di un potere più
duraturo e più ampio che i magistrati ordinari, il quale possa e sappia
costringere questi a non fare nè più nè meno del proprio ufficio.
Questa è l’idea — schiettamente latina e repubblicana — che ispirò
la riforma costituzionale, discussa tra Ottaviano e gli uomini più
eminenti del Senato durante il 28 a. C. e solennemente sancita il 13
gennaio del 27. Per la nuova riforma Ottaviano consentiva, assumendo il
proconsolato di tutte le province nelle quali erano stanziati eserciti,
a prendere il comando di tutte le legioni, in modo che i soldati e gli
ufficiali dipendessero da lui e a lui rispondessero, anzichè a quella
anonima, intermittente e fiacca autorità, che era il senato. Queste
province, di cui Ottaviano assumeva il proconsolato, erano, nel 27,
tre soltanto: la Siria, con Cipro, la Gallia Transalpina, la Spagna. Le
altre invece, come per l’innanzi, sarebbero amministrate dai proconsoli
e dai propretori. D’altra, parte, occorrendo anche in Roma un’alta
autorità per sorvegliare i magistrati urbani, stimolare e riunire il
senato, Ottaviano consentiva ad assumersi egli stesso questo incarico,
ponendo ogni anno la sua candidatura al consolato. Egli sarebbe stato
dunque al tempo stesso console e proconsole; avrebbe da Roma, per mezzo
di luogotenenti, governato le sue province; o, quando si fosse recato
colà, avrebbe continuato a governare Roma nella sua qualità di console.
L’unione delle due magistrature — la consolare e la proconsolare —
era più una rivoluzione che una riforma della antica costituzione:
ma non era del tutto nuova, chè già Pompeo nel 52 aveva cumulato le
due cariche; ma Ottaviano riceveva l’una e l’altra, dai legittimi
poteri costituenti; e solo per meglio far operare le restaurate
istituzioni della repubblica. Insomma si poneva a capo della repubblica
Ottaviano come _primo magistrato o presidente_ (_princeps_), ma con
poteri legali e determinati, e per un decennio, proprio come Cicerone
aveva consigliato nel _De officiis_. Nel tempo stesso Ottaviano
restituiva tutti i poteri, di cui la legge _Titia_ l’aveva investito
come triumviro. Cosicchè anche quel cumulo di poteri eccezionali
sulla persona del nuovo presidente appariva ai contemporanei, ignari
dell’avvenire, come un ordinamento provvisorio, che sarebbe durato
fino al giorno in cui la repubblica potesse essere ripristinata nella
genuina sua forma antica.
Il vincitore non poteva essere più modesto, e il 16 gennaio era
degnamente ricompensato. Quasi a imprimere il suggello di un carattere
sacro alla magistratura, creata pochi giorni innanzi, il popolo e il
senato gli conferivano quel titolo onorifico di _Augustus_, con cui
egli passerà nella storia.
45. =Le finanze.= — Incomincia la nuova storia di Ottaviano e della
repubblica romana: una storia, piccola nelle apparenze, grande nella
sostanza. Un fermo proposito la domina tutta: soddisfare quanto
più si possa le nuove aspirazioni tradizionaliste, che volevano
ristabilire l’ordine nello Stato, nella famiglia, nelle idee, nei
costumi, rinnovando i tempi più gloriosi della aristocrazia, il loro
zelo civico, la loro concordia, la loro devozione, la loro semplicità
di costumi, la loro disciplina; governare insomma con il nome e
all’opposto di Cesare. Già nel 28, prima che la nuova costituzione
repubblicana fosse approvata, Ottaviano aveva ridotto l’esercito a
sole 23 legioni, e dato mano a ristabilire la disciplina, escludendo
gli stranieri, i liberti e i provinciali, e ristabilendo le pene
e le ricompense d’altri tempi. Nello stesso anno si era accinto
a ricostituire per via di donativi la fortuna di molte famiglie
senatorie, cadute in povertà. Diventato Augusto, fece approvare
una legge che abbassava l’età legale per le magistrature affinchè
i giovani potessero incominciare di buon’ora la carriera politica,
come s’era fatto nell’età più gloriosa dell’aristocrazia, nel terzo e
secondo secolo a. C.; e come era necessario fare, ora che il numero
delle famiglie aristocratiche era così sminuito[39]. Fece approvare
una legge, già imaginata da Cesare, che assegnava degli stipendi ai
governatori provinciali e a tutti i magistrati di nuova creazione:
riforma necessaria, perchè una parte della aristocrazia era troppo
povera per poter far le spese delle cariche pubbliche, ma che
contradiceva un principio della vecchia repubblica: la gratuità delle
funzioni. Infine e soprattutto attese a riordinare le finanze.
Dopo tante dilapidazioni, rapine e malversazioni, la riforma
delle finanze era il primo farmaco di cui aveva bisogno l’ammalata
repubblica. Senza denaro Augusto non avrebbe potuto nè intraprendere
guerre, nè rimettere in buon assetto l’amministrazione, nè dare mano
a lavori pubblici. Per ciò egli volse le sue prime e maggiori cure
all’erario. Quali erano le entrate e le spese della repubblica? Per
saperlo, Augusto organizzò presso di sè — per suo uso privato — una
vera e propria contabilità di Stato, scegliendo all’uopo, tra i suoi
numerosi schiavi e liberti, i più colti ed intelligenti. Come capo
del senato, come console, come proconsole di tre grandi province,
egli poteva avere in mano tutti i conti dello Stato e compilare un
bilancio o almeno uno schema del bilancio[40]. Questo schema era anche
più preciso e più particolareggiato che quello dei magistrati; e senza
esautorare il senato e i _praefecti aerarii Saturni_ che dell’erario
avevano cura, Augusto si sarebbe servito di questo schema per studiare
le nuove misure fiscali, per ammonire e biasimare, o far ammonire
o biasimare dal senato, i magistrati che facessero spese inutili o
negligessero le province, per far fruttare le proprietà dello Stato.
Ma conoscere le entrate non bastava; occorreva accrescerle.
Ripigliando un disegno di Cesare, Augusto fece l’inventario del
gigantesco patrimonio che la repubblica possedeva in tutto l’impero,
e che aveva in ogni tempo sfruttato con profitto, ma anche con
grandissimo disordine e sperpero. Si applicò inoltre ad accrescere i
tributi di talune province, che negli ultimi anni erano state memo
devastate, e che, al confronto di mezzo secolo innanzi, offrivano
segni di palese prosperità, come la Gallia Transalpina, forse anche
le province illiriche e taluni paesi alpini. Si sforzò pure di
mettere in circolazione una più grande quantità di numerario. Durante
il triumvirato, grandi quantità di oro e d’argento, spaventate
dall’anarchia, erano sparite in tutto l’impero; cosicchè i triumviri
avevano dovuto coniar monete di cattiva lega. Per rimediare alla
scarsezza del medio circolante, Augusto pensò di conquistare dei
territori auriferi, e con questo pensiero preparò le prime guerre
del suo principato: la guerra contro i Cantabri e gli Asturi, nella
penisola iberica, le cui miniere d’oro, nell’anarchia dell’ultimo
secolo, erano state abbandonate, dopo una rivolta degli indigeni: e,
insieme, la conquista della valle dei Salassi (Val d’Aosta) altrettanto
preziosa, e per le stesse ragioni. Anzi la riorganizzazione delle
finanze gli stava tanto a cuore, che nel 27 stesso deliberò di fare
un lungo viaggio e di recarsi prima in Gallia a organizzare i nuovi
tributi e in Spagna a riconquistare le miniere d’oro dei Cantabri e
degli Asturi: non prima però di aver deliberato di fare a sue spese, e
con il concorso dei senatori più ricchi e volenterosi, grandi lavori
pubblici in Italia, come riparare parecchie strade, molti templi e
monumenti pubblici, e costruire altri ex novo. Compiute rapidamente
queste riforme, negli ultimi mesi del 27, egli partiva alla volta della
Gallia e della Spagna.
46. =Le prime difficoltà del nuovo regime e la crisi del 23.= —
Augusto fece la prima tappa del suo viaggio a Narbona. Quivi egli
aveva appositamente convocato i notabili della Gallia Transalpina,
probabilmente per annunziar loro le misure, che dovevano preparare
la riforma dei tributi, tra le altre, un censimento generale inteso
ad accertare le nuove fortune della Gallia. Non a caso Augusto aveva
messo gli occhi, per accrescere i tributi, sulla provincia conquistata
da Cesare. Dopo la morte di Cesare, l’autorità romana era stata
troppo debole in Gallia, da potere sfruttare tanto crudelmente il
paese. Aveva soltanto potuto imporre un certo ordine e la pace, di
cui il paese aveva largamente approfittato. Non più devastato dalle
periodiche guerre civili; pagando alla potenza dominante pochi tributi,
e forse nessuno; sbarazzato dalla nobiltà turbolenta e dalle bande
dei cavalieri e dei clienti, che erano stati la sua piaga durante
l’indipendenza, la Gallia si era arricchita, nel volgere di una
generazione. Molti Galli erano divenuti artigiani, altri agricoltori,
altri infine si erano arruolati negli eserciti dei triumviri ed avevano
preso parte al saccheggio dell’impero, riportando in patria l’oro
rapinato ovunque. In un paese come la Gallia, allora come oggi assai
fertile, ben irrigato, coperto di foreste, ricco di minerali, gli
effetti del nuovo regime apparivano ovunque dopo trenta anni. Già si
cominciavano a scavare da per tutto delle miniere, si cercava l’oro
sotterra e tra le sabbie dei fiumi: si scoprivano miniere d’argento;
si mettevano a coltura nuove terre e si cominciava a piantare il lino,
fino allora coltivato soltanto in Oriente. Incominciavano a fiorire
persino delle industrie: la tessitura, la ceramica, la vetreria. I
Galli cercavano di imitare gli oggetti fabbricati in Oriente e si
studiavano di farne delle copie più rozze, ma di minor prezzo. Roma,
dunque, poteva chiedere alla Gallia un tributo maggiore di quello
che essa aveva pagato fino ad allora. Dopo essersi trattenuto in
Gallia per predisporre il necessario a questo aumento di tributi[41],
Augusto andò in Spagna per far guerra agli Asturi e ai Cantabri,
mentre un suo legato conquistava la valle dei Salassi. Nella seconda
metà del 25 egli era nuovamente di ritorno ai Roma. Neppur due anni
erano trascorsi dalla solenne restaurazione repubblicana, e già
se ne vedevano i difetti. Nel 25 non si erano trovati candidati in
numero sufficiente per i 20 posti di questori; i servizi pubblici,
in Roma e fuori, continuavano a procedere male come prima; lo stesso
senato preferiva rimettere a Augusto tutte le decisioni, limitandosi
soltanto ad approvarle e a ratificarle. Se tutti ammiravano a
discorsi la repubblica aristocratica del buon tempo antico, pochi
erano disposti a farla rivivere con sacrificio proprio. Le famiglie
storiche dell’aristocrazia non erano più nè così numerose, nè così
ricche, nè così devote alla cosa pubblica, da sobbarcarsi a tutta
l’amministrazione di un così immenso impero. Nell’ordine dei cavalieri
e nella plebe c’erano uomini che avevano ricchezze e voglia di
servirsene per la pubblica cosa: ma a costoro mancava la preparazione e
il nome. Il popolo non li avrebbe facilmente tollerati e obbediti, nè
l’aristocrazia storica, ritornata in auge, era disposta ad accogliere
in troppo numero degli uomini nuovi nelle sue file. Cosicchè, tra
quelli che avrebbero potuto governare e non volevano, e quelli che
avrebbero voluto e non potevano, l’amministrazione della repubblica
procedeva alla meglio; e di ogni difficoltà tutti si scaricavano sopra
Augusto. Augusto doveva pensare e provvedere a tutto. Il lavoro che
ricadeva sulle sue spalle era tanto, che verso il giugno del 24 ammalò
gravemente; e, guarito, ebbe una ricaduta più grave nella primavera
del 23. Un brutto giorno Roma apprese che Augusto era morente, che
egli aveva già lasciato ad Agrippa e al console collega, C. Calpurnio
Pisone, tutte le sue disposizioni testamentarie. Tutta Roma agghiacciò
di terrore: quali non sarebbero le ripercussioni politiche di quella
morte?
Fortunatamente, Augusto guarì; ma rimessosi dichiarò di aver bisogno di
riposo e di volersi ritirare a vita privata. Lo sbigottimento di Roma
fu immenso. Tutti temettero che, partito Augusto, si ricomincerebbe da
capo con le guerre civili. Si insistè dunque e supplicò perchè restasse
al governo. Augusto si arrese alla fine — e forse a questo voleva
venire — quando il senato acconsentì ad approvare una nuova riforma
costituzionale, che, pur lasciandogli una immensa autorità, avrebbe,
nel suo pensiero, dovuto alleggerire la soma di lavoro che pesava su
lui. Il _princeps_ rinuncerebbe al consolato annuo, disinteressandosi
così delle faccende di Roma, e dell’Italia, le più gravose e difficili,
per attendere alle province. In queste egli riceverebbe un potere
supremo di vigilanza e di controllo. Senonchè, se era possibile
che le classi alte si rassegnassero a rinunziare a un console così
autorevole e così benevolo, come Augusto, era ben difficile che le
classi medie e minori di Roma e d’Italia fossero contente di vedere
Augusto disinteressarsi interamente delle cose italiane. Dovette essere
questa la grave ragione per cui Augusto, pur rinunziando al consolato,
consentì ad accettare un nuovo potere o meglio un’astrazione di
potere: la _potestà tribunicia_ a vita, cioè tutti gli antichi diritti
tribunicî — quello del veto, quello di far proposte in senato, di
proporre leggi al popolo: potestà generica, sconfinata, e indefinita al
tempo stesso, ma che gli avrebbe dato mezzo di intervenire, o piuttosto
di mostrare, all’occasione, d’intervenire negli affari d’Italia[42].
Questa riforma fu approvata verso la metà dell’anno; e incominciò a
confondere il concetto, in principio così chiaro, della restaurazione
del 27. Ma nello stesso anno, poco dopo che la riforma era stata
approvata, due avvenimenti vennero a dimostrare anche meglio che la
repubblica aristocratica, non ostante gli sforzi di Augusto e degli
altri per farla rivivere, agonizzava. Prima, un’ambasceria partica
che giunse a Roma. Da circa un decennio, i Parti e Roma non avevano
avuto più nessun rapporto tra loro. Era però accaduto che, in una
guerra dinastica di quell’impero, il figlio maggiore di Fraate fosse
stato fatto prigioniero e consegnato ai Romani, e che a Roma si
fosse rifugiato il ribelle competitore del re dei Parti, Tiridate.
L’ambasceria del Gran Re veniva ora a chiedere la consegna dell’uno e
dell’altro: grossa difficoltà, perchè quella domanda riapriva la più
pericolosa delle questioni orientali. Gli ambasciatori si rivolsero ad
Augusto; Augusto, zelante osservatore della costituzione, li rinviò al
senato, cui spettavano, secondo la costituzione, le questioni estere;
ma il senato, dopo matura riflessione, rimandò gli ambasciatori ad
Augusto, riconoscendo che Augusto potrebbe e saprebbe sciogliere
quel difficile nodo meglio del supremo consesso della repubblica.
L’altro avvenimento fu una carestia e una inondazione del Tevere.
Subito il popolo senza pane e senza tetto insorse contro l’incuria
dei magistrati, reclamò che Augusto riassumesse il consolato, o che,
fornito di poteri dittatoriali, come Pompeo nel 57, s’incaricasse
del vettovagliamento della città. Il clamore popolare fu tale, che
Augusto dovette assumere i pieni poteri dell’annona. Ma il popolo non
fu contento: la sua fiducia in Augusto era così grande, così vivo il
desiderio di un’amministrazione più forte, che subito reclamò che
Augusto assumesse subito o il consolato a vita, o la censura, o la
dittatura; insomma, sotto qual si voglia forma, un’autorità rapida,
energica ed assoluta. Augusto riluttava, sapendo per esperienza quanto
le dittature fossero pericolose: ma gli animi erano così accesi, che fu
forza venire ad un accordo. Il senato, pur non parlando di censure o di
dittature, accordò ad Augusto il potere di emanare degli editti, come
se fosse console, quando l’avesse creduto, in vista del bene pubblico.
In altre parole, Augusto riceveva, ora, e per Roma e per l’Italia, quel
potere discrezionale di sorveglianza, che poco prima aveva ricevuto
per le province. La vecchia aristocrazia non reggeva più al peso del
governo; un ordine sociale nuovo che la sostituisse non esisteva;
tutto il peso dell’impero ricascava su Augusto, che, volente o nolente,
doveva sobbarcarsi. Un solo anno — il 23 — aveva visto — e pochi mesi
dopo che Augusto aveva fatto uno sforzo serio per ritirarsi a vita
privata — il senato abdicare i proprii poteri sulla politica estera e
concedergli quella facoltà di emettere editti, che sarà il germe da cui
germoglierà il dispotismo monarchico[43].
47. =Il viaggio di Augusto in Oriente (21-19 a. C.).= — L’anno
successivo Augusto, quasi a dimostrare con un fatto che il governo
delle province, assunto nel 27, era provvisorio e che egli voleva
restituirle, man mano che fossero pacificate, restituiva al senato
Cipro e la Gallia Narbonese. Nel tempo stesso si preparava a fare un
primo viaggio nelle province asiatiche, che erano ancora considerate
come la parte più florida dell’impero.
L’Italia sperava da questo viaggio nientemeno che la conquista
dell’Armenia e della Parzia, ma Augusto, più positivo, pensava che il
suo viaggio avrebbe avuto scopi assai più modesti sebbene più utili:
risolvere definitivamente la vertenza con il re dei Parti, con il
quale aveva, fin dall’arrivo dei suoi ambasciatori a Roma, iniziato
trattative per una transazione onorevole; e affermare l’autorità
dell’impero, anche sugli Stati indipendenti della regione. Partì nella
primavera del 21, si fermò in Grecia, e cercò di portar soccorso
ai suoi mali più antichi e profondi. Separò di nuovo, per dare una
soddisfazione al sentimento nazionale, la Grecia dalla provincia
della Macedonia, decorandola del nome di Acaia, e delimitando il suo
territorio in modo da comprendere la Tessaglia, l’Epiro, le isole
Ionie, l’Eubea e alcune altre isole dell’Arcipelago con capoluogo
Corinto; riorganizzò l’antico _Consiglio Anfizionico_, che si adunava
ogni anno a Delfo; si sforzò di stabilire una dieta con assemblee
annue — imagine rinnovellata e ingrandita dalla lega achea, alla
quale tutte le città greche inviassero un rappresentante; dette la
libertà a parecchie città elleniche. Indi passò nell’Asia minore,
dove trovò la provincia d’Asia affaccendata ad innalzare in Pergamo un
gran tempio in suo onore e a fondare il culto del nuovo Dio vivente,
Augusto. Era avvenuto qualcosa di simile ad Antonio in Alessandria.
L’adorazione dei monarchi defunti in Asia e dei monarchi viventi
in Egitto, era stato uno dei tanti strumenti di dominazione, di cui
l’ellenismo si era servito per imperare sulle razze indigene dell’Asia
e dell’Africa. Ora l’Oriente incominciava timidamente ad estendere
quel culto al nuovo magistrato supremo, che sorgeva in Roma tra tante
contradizioni, volendo essere ancora, e non potendo più essere, un
magistrato repubblicano; come se l’Oriente volesse dire a Roma che era
suo destino cadere sotto quelle stesse istituzioni monarchiche, che per
tanti secoli lo avevano retto. Augusto accettò il tempio, a condizione
che Roma fosse associata nel culto alla sua persona. Quindi si volse a
risolvere la questione partica e la armena.
L’Armenia, che Antonio aveva conquistata, era tornata sotto il governo
di un re nazionale, ostile a Roma e soggetto all’influenza partica.
Ora giungeva Augusto, deliberato a riconquistare la perduta egemonia,
con grandi forze. Ma mentre, nell’inverno tra il 21 ed il 20, le
forze romane e alleate si concentravano ai confini dell’Armenia, una
rivoluzione rovesciava e trucidava il re, e gli insorti dichiaravano
di accettare la supremazia romana. Augusto tuttavia non annesse
l’Armenia, e diede il paese ad un re amico, al fratello del monarca
deposto, Tigrane, che egli aveva fatto prigioniero dopo Azio, ad
Alessandria, e poscia educato regalmente a Roma. Poco dopo il re dei
Parti, Fraate, poneva ad effetto l’accordo, laboriosamente conchiuso
dopo lunghe trattative; e mandava al campo romano le insegne e i
prigionieri catturati al tempo della spedizione di Crasso, insieme con
ambasciatori, incaricati di concludere definitivamente il trattato
di pace con Roma. Questo trattato era altra cosa della conquista
della Parzia, che molti sognavano a Roma: era un ragionevole e saggio
compromesso, per il quale i Parti si disinteressavano definitivamente
della politica mediterranea, abbandonando a Roma l’Anatolia e la Siria,
e Roma, dal canto suo, abbandonava il programma di Alessandro, di
Cesare, di Antonio, e s’impegnava a non entrare nell’Asia centrale.
Ma i vantaggi per Roma erano grandi, poichè con quel trattato, che le
assicurava un secolo di pace in Oriente, Roma ricuperava la libertà
d’azione in Europa; e sarebbe libera di intraprendere in Gallia quella
politica di romanizzazione, da cui nascerà la civiltà europea. Onde
questo trattato va annoverato tra i grandi servizi resi da Augusto a
Roma.
48. =Le grandi leggi sociali dell’anno 18.= — Augusto tornò in Roma,
nella seconda metà del 19: e trovò la grande città piena di agitazioni,
di discordie, di dispute; le vecchie famiglie più nemiche che mai
della gente nuova; i servizi pubblici trascurati come sempre; il popolo
malcontento e cresciuto moltissimo nel favore pubblico quel movimento
tradizionalista e puritano, che abbiamo visto incominciare negli
ultimi tempi del triumvirato. Fatto più ardito, questo movimento, che
era favorito insieme dai vecchi nobili e da una parte delle classi
medie, chiedeva ora l’epurazione del senato da tutti gli intrusi,
che la rivoluzione vi aveva introdotti; il ritorno a una costituzione
timocratica, escludente da qualsiasi carica coloro che non possedessero
una certa fortuna; delle leggi, che imponessero ai ricchi una vita
più modesta e virtuosa, che reprimessero gli scandali privati e
raffrenassero nella aristocrazia il lusso e quella che si diceva la
corruzione delle donne. Il movimento degli animi era così forte, che
il disinteressarsene si faceva sempre più difficile per Augusto; ma
il soddisfarlo non era neppur facile. Con l’anno 18 scadevano i poteri
decennali pel _princeps_, assunti nel 27; ed Augusto meditava una terza
riforma della costituzione allo scopo di scaricare su altri parte delle
cure e delle responsabilità. Con questa riforma egli avrebbe diviso
il suo potere con M. Vipsanio Agrippa, che frattanto aveva sposato
sua figlia Giulia. Tanto poco Augusto pensava a fondare una monarchia!
Insomma Roma e l’Italia aspettavano da Augusto un governo più vigoroso,
che facesse grandi riforme, proprio mentre Augusto pensava a dividere
il potere con Agrippa. Anche questa volta fu necessario addivenire a
un compromesso. I poteri di Augusto furono prolungati per cinque anni,
a cominciare dal 17; e Agrippa gli fu messo a fianco come collega,
con eguali poteri[44]. Indi Augusto procedè a tentare con il nuovo
collega una _lectio senatus_, ossia a dar mano a quella epurazione
del senato che il partito puritano a gran voce reclamava. Compiuta
questa epurazione, con molta prudenza e con molti riguardi, propose
quella che passerà nella storia con il nome di _lex Julia de maritandis
ordinibus_: la prima delle leggi con le quali Augusto cercherà, come
gli chiedeva il partito puritano, di restaurare l’antica morale romana.
Ma con che complicati espedienti!
La legge sanciva innanzi tutto il matrimonio come un obbligo per
tutti i cittadini romani; non considerava come matrimonio, ma come
concubinato, l’unione di un senatore o di un suo discendente con
una liberta; dichiarava che nell’ordine senatorio solo i figli
generati da una donna _ingenua et honesta_ sarebbero considerati come
legittimi ed avrebbero tutti i diritti del rango, non quelli la cui
madre fosse stata una leggiadra danzatrice siriaca o una graziosa
liberta ebrea; riconosceva come legittimi i matrimoni tra liberti e
plebei; non riconosceva come matrimonio, ma solo come concubinato
le unioni anche dei plebei con prostitute, mezzane, adultere e
attrici. Ma in che modo si potevano obbligare gli uomini e le donne a
sposarsi? Augusto immaginò un ingegnoso sistema di premî e di pene da
applicare all’egoismo dei celibatari. Ai senatori che avevano moglie e
figliuoli, la legge offerse e stabilì diversi premi: ad esempio, che
fra i magistrati fosse, nell’esercizio del suo ufficio, privilegiato
colui che avesse più figliuoli; che ogni cittadino potesse aspirare
alle magistrature, anticipando su l’età legale di tanti anni quanti
figliuoli contava; che le donne tre volte feconde avrebbero goduto
di una quasi completa eguaglianza civile con gli uomini, e così
via. In modo analogo la legge liberava da parecchi obblighi verso i
loro antichi padroni, i liberti che avessero più di due figliuoli.
Invece i celibatarî ostinati sarebbero stati esclusi da tutte le
feste e gli spettacoli pubblici; esclusi dal diritto di raccogliere
le eredità, che avessero potuto ricevere da persone a loro non
imparentate almeno in sesto grado. Legge, come è facile vedere, nel
tempo stesso restauratrice e rivoluzionaria; perchè, per restaurare
gli antichi costumi, sovvertiva alcuni principî secolari del diritto
romano; riconosceva i matrimoni tra i plebei e le liberte, limitava i
diritti dei patroni sui liberti, e la libertà di testare. Onde non è
da meravigliare che essa richiedesse altre leggi complementari. Come
infatti pretendere che un uomo serio ed onesto fosse costretto ad
ammogliarsi, se non aveva mezzi per frenare la prodigalità il lusso
o la leggerezza della moglie? Alla _lex de maritandis ordinibus_
seguirono infatti due nuove leggi: una _lex sumptuaria_ e la famosa
_lex Julia de pudicitia et de coercendis adulteriis_. La prima mirava a
limitare il lusso delle donne, dei banchetti, di tutta la vita privata
dei cittadini. La seconda autorizzava, come ai tempi antichi, il padre
a punire di morte la figliuola, che avesse commesso adulterio insieme
al suo complice; autorizzava il marito, sia pure in certe condizioni,
a uccidere l’adultero ma non la moglie; faceva poi obbligo al marito,
e se il marito non c’era o era impedito o non voleva, al padre, che
non l’avesse uccisa, di denunciare entro sessanta giorni la moglie
o la figlia rea di adulterio al pretore e alla _quaestio_: se non
ottemperassero a questo obbligo, passati i sessanta giorni, qualunque
persona poteva proporre l’accusa. I reati di adulterio erano dichiarati
_judicia publica_, come i parricidî, e le pene erano gravissime: la
relegazione a vita per i due complici; di più, per l’uomo, la confisca
di metà dei beni e, per la donna, la perdita della dote e di un terzo
delle proprie ricchezze.
Castighi così terribili dell’adulterio possono sembrare a noi poco
meno che inesplicabili: ma è più facile intenderne la ragione, ove
si pensi che quelle leggi erano promulgate _solo per i cittadini
romani_, e di fatto prendevano di mira solo i senatori e i
cavalieri, le cui ricchezze e la cui rinomanza potevano tentare gli
accusatori con la speranza del premio che spettava agli accusatori
sui beni dei condannati. Quelle leggi non miravano ad accrescere la
popolazione favorendo la generazione ma a restaurare l’aristocrazia
ricostituendo le famiglie nobili, ossia l’antico vivaio dei generali
e dei diplomatici, che avevano fondato l’impero. Augusto procedeva
dunque anche in questo proprio all’opposto di tutti i fondatori di
monarchie assolute, i quali hanno invece sempre mirato a distruggere
le aristocrazie esistenti. Ciò confermano due disposizioni: l’una,
contenuta nella stessa _lex de adulteriis_; l’altra, in una legge
dello stesso tempo. Con la prima, per far più sicure le fortune delle
famiglie ricche, Augusto interdisse al marito di vendere o di obbligare
in qualunque modo la dote della moglie. Con la seconda, vietò ai
cittadini, forniti di un reddito minore di 400.000 sesterzi di aspirare
alle pubbliche cariche. Così anche quello spiraglio aperto, nella
costituzione romana, alle classi non ricche, perchè potessero occupare
qualche magistratura, era di nuovo chiuso, e l’antica costituzione
aristocratica, solennemente ristabilita. Il figlio di Cesare
ricostituiva dalle fondamenta i privilegi di quell’aristocrazia, contro
cui suo padre aveva così lungamente lottato; si sforzava di restaurare
quell’ordine sociale, che suo padre aveva, volente e nolente, distrutto
a metà.
49. =Lo sviluppo della Gallia e la conquista della Germania (12-8
a. C.).= — L’approvazione delle grandi leggi sociali fu celebrata
nell’anno 17 con una cerimonia solenne: i _ludi saeculares_, istituiti
nel 509 a. C. al principio della Repubblica, e ripetuti in ogni secolo,
sebbene a date non esattamente periodiche. Per questa cerimonia Orazio
compose la più armoniosa delle preghiere romane. il _Carmen saeculare_,
che invocava dagli Dei la pace, la potenza, la gloria, la prosperità,
la fecondità, la virtù, e che 27 adolescenti e 27 fanciulle cantarono
nel tempio di Apollo sul Palatino. Ma, mentre si facevano a Roma queste
leggi e si celebravano queste feste, una grossa tempesta si levava
nelle province dell’Europa da poco e malamente sottomesse: nelle valli
alpine, nella Gallia, nella Pannonia. Era questa, in parte, una delle
conseguenze della pace e del buon governo, introdotti da Augusto.
La pace aveva interrotto le frequenti leve militari per le guerre
civili di Roma, vera fortuna per tutti i disperati e gli avventurosi
della generazione precedente; e la buona amministrazione augustea
aveva invece incominciato ad esigere le imposte con rigore. Così,
ai primi del 16, l’uragano brontolava alle frontiere dell’Italia: la
Transalpina era in fermento, nelle Alpi i Vennoneti (abitanti della
Valtellina e forse anche della valle dell’Adige e dell’alto Inn) e i
Camunni (abitanti della val Camonica), pigliavano le armi; i Bessi
si rivoltavano in Tracia contro il re Rimetalce imposto loro dai
Romani; la Macedonia era invasa dai Denteleti, dagli Scordisci, forse
anche dai Sarmati; la Pannonia e il Norico, fino allora docili al
protettorato romano, insorgevano e invadevano l’Istria. L’incendio si
era rapidamente propagato soprattutto nelle Alpi; i Trumplini, nella
val Trompia, e le numerose tribù dei Lepontini, abitanti nelle valli
italiane e svizzere che dànno sui laghi Maggiore e di Orta; i Reti e
i Vindelicî, che dal paese dei Grigioni e dal Tirolo si stendevano,
attraverso la Baviera, fino al Danubio; gli abitanti delle Alpi Cozie,
e perfino i Liguri delle Alpi Marittime erano insorti. Quasi tutta
la grande catena montuosa, dove s’erano rifugiati gli ultimi resti
delle stirpi, che un tempo avevano abitato la pianura, Iberi, Celti,
Etruschi, era in fiamme. Nel tempo stesso un’orda di Germani invadeva
la Gallia e sconfiggeva il legato romano, Marco Lollio.
Augusto non poteva restare a Roma occupato a preparare leggi e
a celebrare feste, quando l’impero pareva vacillare a occidente.
Era chiaro che occorrevano vaste operazioni militari e un profondo
riordinamento di quelle province. Per fortuna, l’invasione germanica
in Gallia non era seria; bastò che Augusto apparisse, perchè l’onda
si ritirasse. Dileguati i Germani, restava la rivolta delle Alpi,
che minacciava di separare l’Italia dalle province d’Occidente.
Augusto deliberò di sottomettere per sempre le popolazioni, operando
metodicamente nelle grandi vallate; e commise a tre generali le
operazioni: a P. Silio, che poco prima aveva liberato l’Istria da
Pannoni e da Norici, e ai due giovani figliuoli della sua consorte
Livia: a Tiberio, che in quell’anno era pretore, e che già lo aveva
seguito in Spagna e in Armenia, e al suo fratello minore, Druso, di
ventidue anni, che era stato appena eletto questore pel 15. I due
giovani avevano belle qualità: energia, coraggio, fierezza; Druso
aggiungeva a queste una amabilità, che faceva gradevoli le più antiche
e austere virtù romane. Era amato da tutti; ma questa non era ragione
bastevole, perchè Augusto nominasse suo legato per una grande guerra
un semplice questore. Ce ne dovettero essere di più gravi: forse la
mancanza di uomini capaci, e di cui Augusto potesse fidarsi.
Le operazioni di Silio contro i Leponzi, quelle di Druso e di Tiberio
contro i Rezi e i Vindelici, ebbero un felice successo. I due giovani
portarono i confini dell’impero fino al Danubio e conquistarono il
Norico (15 a. C.). Non molto tempo dopo era domata l’insurrezione delle
Alpi Cozie e Marittime. La popolazione maschile fu fatta schiava; i
beni delle tribù e delle famiglie ricche confiscati; i territori dei
popoli divisi tra le città della Cisalpina. Nel Norico, abolita la
dinastia nazionale, fu istituito un regime provinciale somigliante
a quello dell’Egitto, e il governo di quel paese affidato ad un
_praefectus_. Anche nelle Alpi Cozie la dinastia nazionale perdè il
titolo reale e il suo capo continuò a governare il paese con il titolo
di _praefectus_. Invece la Rezia, la Vindelicia e tutto il territorio,
che va dalla cresta delle Alpi al Danubio e dal lago Lemano (Lago di
Ginevra) alle frontiere del Norico, fu fatta provincia. Augusto pensò
infine di aprire alcune grandi vie strategiche fra le nuove province e
la valle del Po, in modo che, senza accrescerne il numero, le legioni
potessero rapidamente accorrere a difendere i punti minacciati.
Con queste spedizioni Augusto compieva nelle Alpi un’opera, le cui
conseguenze durano ancora: apriva quella famosa catena di montagne
alla civiltà. L’opera era grande: ma nel pensiero di Augusto doveva
servire di preparazione ad un’opera ancora più vasta, destinata ad
avere le conseguenze più grandi nella storia della civiltà. Gli anni
che seguono il 16 a. C., e nei quali Augusto, per le necessità della
guerra, visse in Gallia o vicino alla Gallia, sono anni decisivi nella
storia del mondo antico; perchè in questi anni Augusto e il governo
romano si accorsero definitivamente che la Gallia, la barbara, fredda
e povera Gallia della tradizione, era una provincia ricchissima,
il vero Egitto dell’Occidente, che Roma aveva interesse a difendere
quanto le più ricche provincie dell’Oriente. Le conseguenze di questa
scoperta dovevano essere immense; poichè, se fino ad allora Roma aveva
guardato quasi soltanto all’Oriente, come alla sede della ricchezza
e della cultura, ed era stata sempre in pericolo di inorientarsi,
mutandosi in un impero asiatico, da questi anni essa diventa potenza
mezzo asiatica e mezzo europea, nel cui impero la Gallia fa contrappeso
all’Egitto o alla Siria, e l’Italia si trova ben posta in mezzo, per
essere l’arbitra e la dominatrice dell’Oriente e dell’Occidente. A
partire da questo momento, in cui la civiltà greco-latina valica le
Alpi e si addentra nel continente europeo, incomincia la vera storia
dell’Europa, che sino allora, fuorchè nelle sue coste meridionali, era
stata barbara; e l’impero romano diventa un impero misto, orientale e
occidentale, sotto l’egemonia dell’Italia. Senza la Gallia, Roma non
avrebbe potuto a lungo essere la capitale di un impero, le cui province
più importanti e i maggiori interessi erano in Asia ed in Africa, e
l’Italia sarebbe stata presto o tardi assorbita dalle sue conquiste
asiatiche ed africane. Insomma l’unità dell’impero mediterraneo di
Roma e la egemonia dell’Italia in quello dipendevano dal possesso e
dallo sviluppo della Gallia. Senonchè, se queste dovevano essere le
conseguenze lontane della conquista di Cesare, l’arricchimento della
Gallia generava un altro effetto immediato; ed era quello di obbligare
Roma a difenderla contro i Germani, sempre inquieti, sempre bellicosi
e più pronti ad assaltar la Gallia ora che non la difendeva più la
sua vecchia aristocrazia militare. Perciò il pericolo germanico non
minacciava più, come ai tempi di Cesare, la Gallia sola, ma l’impero
romano tutto quanto. Ma che altro mezzo c’era di assicurare la Gallia
contro le invasioni dei Germani, se non conquistare la Germania? Anche
questa era una catena. Dal commovimento delle province d’Occidente,
dalla crescente prosperità della Gallia, Augusto fu tratto in questi
anni a sostituire alla conquista della Persia, vecchio sogno romano, la
conquista della Germania, a cui nessuno aveva ancora pensato sul serio.
Roma diventava potenza occidentale ed europea.
Prima però di accingersi a tanto passo, Augusto volle toglier via dalla
Gallia qualsiasi possibilità di agitazione antiromana. Vi sussistevano
ancora le divisioni territoriali, che Cesare avea trovate e conservate.
I popoli più potenti, come gli Edui e gli Arverni, conservavano ancora,
quali alleati di Roma, la loro clientela di piccole _civitates_ che
essi governavano direttamente. Ma ora che la Gallia era divenuta un
paese industrioso e pacifico, queste clientele, fuorchè a conservare
privilegi invecchiati e a giustificare pretese di egemonie fittizie,
non potevano servire che come strumenti di nuove coalizioni nazionali:
erano dunque o inutili o pericolose.
Augusto sottomise tutte queste _civitates_ di clienti e di popoli
alleati, direttamente, all’autorità di Roma; inoltre, fondandosi sui
resultati del censimento, distribuì tutta la Gallia in 60 _civitates_,
all’incirca eguali di grandezza e pari in diritto tra loro. Ma
crescendo così il compito e la responsabilità del governatore romano in
Gallia, tripartì il paese in Aquitania, Lugdunensis e Belgica (le _Tres
Galliae_), di cui ciascuna avrebbe avuto a capo un luogotenente del
governatore generale della provincia. Senonchè in questa ripartizione
Augusto non tenne più conto delle diversità o affinità etniche e delle
secolari unioni storiche del paese, se non per mescolare in ciascuna
delle tre gli elementi diversi — celtici, iberici, celto-germanici —
di cui la Gallia si componeva; per spegnere in quelle mescolanze il
vecchio spirito nazionale e tradizionale; per intralciare gli accordi
fra tribù affini; e per piegare il paese denazionalizzato verso gli
scopi della politica romana.
Augusto inoltre volle, prima di incominciare la sua grande impresa,
riordinare, come faceva mestieri, l’esercito, regolando con una legge
le più importanti condizioni del servizio, fin ad allora regolate da
consuetudini poco certe. La ferma durerebbe 16 anni per i legionari;
12 anni per la guardia dell’_imperator_, i pretoriani. Fu stabilito
inoltre che, finito il servizio gli uni e gli altri sarebbero
ricompensati, non con terre, ma con una somma di danaro, di cui ci è
ignoto l’ammontare. Ciò fatto, preparativi adeguati all’impresa furono
incominciati; e fu elaborato un piano di invasione molto ingegnoso,
nel quale è verosimile riconoscere la mano di Agrippa. Si tenterebbe
di invadere l’impervia Germania dal mare del Nord per le due grandi
linee fluviali dell’Ems e del Weser; due eserciti entrerebbero per
questi fiumi nel cuore della Germania, costruirebbero sull’uno e
sull’altro dei grandi campi trincerati, destinati a servire come basi
di operazione, per condurre a termine la conquista dell’interno; nel
tempo stesso un altro esercito, varcato il Reno, avanzerebbe alla
volta dell’Ems; l’esercito sbarcato sull’Ems, avanzando lentamente,
cercherebbe di dar la mano a quello che verrebbe dal Reno, come
a quello che verrebbe dal Weser: e così mediante larghe vie,
fiancheggiate da fortificazioni, si sarebbero collegati insieme il
Reno all’Ems, l’Ems al Weser e forse anche all’Elba. Ottimo piano, che
proteggeva da molti e grandi rischi gli eserciti invasori. Ma poichè in
tal guisa le flottiglie fluviali romane sarebbero esposte troppo tempo
al tempestoso mare del Nord, Augusto volle aprire un canale tra il
Reno e l’Yssel, di guisa che la flotta romana sarebbe potuta penetrare
sicuramente nello Zuidereee (_lago Flevo_) e di là nel mare del Nord.
Ma al momento di porre mano a questa spedizione, preparata con tanta
cura, un gran lutto colpì l’impero. Augusto aveva senza difficoltà
ottenuto dal senato il prolungamento per altri cinque anni dei
poteri suoi e di Agrippa, scadenti alla fin dell’anno 13; continuava
alacremente i preparativi per la guerra di Germania, quando al
principio dell’anno 12, nel mese di marzo, pochi giorni dopo che
Augusto era stato eletto anche _pontifex maximus_ in sostituzione
di Lepido morto, e proprio quando la invasione della Germania stava
per cominciare, Agrippa moriva in Campania. La perdita era funesta:
sia perchè Augusto, che aveva voluto spartire con lui il carico e la
responsabilità del potere fu costretto ad assumere di nuovo da solo
il governo della repubblica; sia perchè spariva, proprio al momento in
cui Roma stava per intraprendere una spedizione di capitale importanza,
l’uomo di guerra più sperimentato su cui fare assegnamento. La morte di
Agrippa sembrò infatti indurre Augusto a rinviare l’impresa germanica.
Lì per lì Augusto si restrinse a spedir Tiberio nella Pannonia, che si
era ribellata, e soltanto nella seconda metà dell’anno si risolvè a
riprendere il disegno della guerra in Germania, incaricandone Druso,
che era allora un giovane propretore di 26 anni. Eseguendo il piano
lungamente preparato da Agrippa, Druso, con una parte delle truppe,
discese il corso del Reno, entrò nello Zuidersee, penetrando così nel
cuore del paese dei Frisoni (la moderna Olanda): di lì uscì con la
flotta nel Mare del Nord ed imboccò l’Ems, sbarcando, a un certo punto
del corso del fiume, una parte delle sue forze. Quindi ridiscendeva il
fiume, e tentava, come sembra, di ripetere sul Weser l’operazione già
compiuta sull’Ems, ma senza riuscirvi, questa volta; anzi scampando a
stento a un naufragio. Alla fine dell’anno 12, egli era di ritorno in
Gallia.
Queste operazioni non erano che il prologo della vera campagna, che
doveva incominciare l’anno seguente e che doveva consistere, secondo
il piano di Augusto, in una lenta, metodica e graduale invasione. Nella
primavera dell’11, Druso doveva con un esercito risalire la valle della
Lippe sulla riva destra, mirando a ricongiungersi nell’alta valle
con le altre forze romane sbarcate sulle rive dell’Ems, che a loro
volta risalirebbero la valle di questo fiume. Alla confluenza della
Lippe con un fiume, che gli storici antichi chiamano Aliso, doveva
fondare una grande fortezza e collegarla al Reno con una strada e una
catena di fortezze minori. Era questo il compito tracciato a Druso
per quell’anno. Druso risalì vittoriosamente la valle della Lippe e
si ricongiunse felicemente con l’esercito che aveva risalito l’Ems:
ma appena operata la congiunzione, osò fare uno strappo al prudente
piano di Augusto e di Agrippa. Le popolazioni germaniche essendo in
guerra tra loro, egli giudicò che l’ardimento poteva fruttar questa
volta assai più che un lungo e prudente guerreggiare. Raccolse in
fretta dei viveri, attraversò il paese dei Sicambri che era deserto
perchè i maschi adulti si erano gettati sul paese dei Catti; invase
il territorio dei Tencteri che si sottomisero; indi, come attingendo
nuovo coraggio dalla propria audacia, avanzò nel paese dei Catti e
costrinse questi e i Sicambri con cui essi combattevano, a riconoscere
la signoria romana. Ma la mancanza di vettovaglie e la sterilità del
paese lo costrinsero presto a ritirarsi verso la Lippe. Senonchè nel
ritorno cadde in un’imboscata, e per poco non fu annientato insieme
col suo esercito. Sfuggito per miracolo a tanto rischio, e giunto di
nuovo alla Lippe, riprese il piano di Augusto; e ordinò la costruzione
del _castellum_, al quale si sarebbe dato il nome di Aliso; quindi,
tornato in Gallia, decise di erigere un altro _castellum_ sul Reno,
probabilmente quello che doveva un giorno essere Coblenza.
Il terzo anno della guerra — l’anno 10 a. C. — sembra essere passato
abbastanza tranquillo, senza grandi eventi. È probabile i Germani
non si mossero, e che i Romani continuarono alacremente a costruire
i due castelli, incominciati l’anno prima. Certo è che Druso potè in
quell’anno venire a Roma; e a Roma brigare e ottenere il consolato per
l’anno 9. Ma prima della fine dell’anno, e senza aver avuto il tempo di
prendere possesso dell’altissima carica, Druso fu costretto a lasciar
Roma e a tornare frettolosamente in Germania, ove Sicambri, Svevi e
Cherusci tentavano di collegarsi per fare guerra insieme alla Gallia. E
l’anno seguente, il 9, la guerra mutò carattere. Sia che Druso avesse
convinto Augusto della necessità di atterrire con un grande colpo i
Germani; sia che di questa necessità l’avessero convinto gli ambiziosi
progetti dei Sicambri, degli Svevi e dei Cherusci, in quell’anno la
Germania fu invasa davvero e a fondo. Druso si spinse, combattendo,
non sappiamo per quali vie e con quante forze, prima fino al Weser, e
poi fino all’Elba. L’ardita mossa riuscì, perchè i Germani non osarono
attaccarlo in massa. Druso potè scorrazzar da padrone nella Germania,
sino ai primi di agosto, quando, la stagione incalzando, si volse al
ritorno. Ma nel ritorno cadde da cavallo, si ruppe una gamba; e dopo
pochi giorni moriva, in seguito a questa ferita.
La morte di Druso era una disgrazia per la repubblica. Augusto perdeva,
dopo Agrippa, un altro collaboratore fidato, mentre nel senato e nella
aristocrazia cresceva la riluttanza ad assumere le grandi cariche, e
diminuiva il numero degli uomini capaci. I giovani soprattutto erano
restii ad uscir di Roma, a passare lunghi anni nelle province, ad
imparare il duro mestiere della milizia e del comando. Pare che di
nuovo Augusto pensasse di ritirarsi a vita privata sul finire dell’anno
8, quando i suoi poteri quinquennali scadrebbero. Erano 20 anni ormai,
dalla restaurazione della repubblica, che egli governava Roma come
_princeps_ e avrebbe avuto diritto di riposarsi. Ma chi poteva occupare
il suo posto? Non si sarebbe tutta l’amministrazione dell’Impero
sfasciata, se fosse sparito l’uomo, il quale pensava a tutto ciò, cui
il senato e i magistrati repubblicani non provvedevano? Il potere
personale di Augusto era la necessaria correzione della decadenza
dell’aristocrazia. Gli fu forza quindi, volente o nolente, di accettare
un nuovo prolungamento del suo potere per 10 anni, e per provvedere
alla Germania richiamò l’altro suo figliastro, Tiberio, che da tre anni
combatteva nella Pannonia e nella Dalmazia; e gli diede l’incarico
di terminare la conquista della Germania. Tiberio era diventato suo
genero; poichè nell’11 era stato costretto da Augusto a ripudiare la
moglie, che era figlia di Agrippa, e a sposare la vedova di Agrippa,
che era sua figlia Giulia. Ma Tiberio non ebbe, l’anno 8, che a passare
il Reno alla testa di un esercito; e tutta la Germania, si arrese. La
marcia di Druso dava i suoi frutti. In soli quattro anni, la Germania
era, o almeno pareva, conquistata dal Reno all’Elba, e la grande
impresa, tentata per la prima volta da Cesare, condotta a compimento
dal figlio suo.