L’AGONIA DEL GOVERNO ARISTOCRATICO

1. =Cesare, Crasso e l’Egitto (66-64 a. C.).= — Mentre Pompeo compieva

con tanta fortuna la sua impresa, troppa gente in Roma aveva ragione

d’invidiare quella sua facile gloria in mezzo alle aspre contese della

metropoli. Tra queste primeggiavano l’Egitto e i debiti. La gloria di

Pompeo aveva acceso l’emulazione di Crasso, il quale perciò pensava,

per non essere da meno di lui, di conquistare a sua volta l’Egitto,

il più ricco civile e fertile paese del tempo[1]. Il testamento di

Alessandro II, che aveva lasciato l’Egitto alla repubblica, poteva

fornire un pretesto alla conquista; e, conquistato l’Egitto, a Roma

non sarebbe mancato più il pane. Ma in senato l’opposizione era forte

assai: sia perchè questi comandi straordinari che esautoravano il

senato, offendevano gli scrupoli costituzionali di molti; sia perchè

il partito, che non voleva ingrandire l’impero, era forte; sia perchè

l’Egitto, il più ricco e quindi — come si pensava allora — il più

corrotto paese del bacino Mediterraneo, faceva ancora paura ai più.

Crasso pensò dunque di ottenere il suo intento per mezzo del popolo,

e a questo scopo si intese con Caio Giulio Cesare, quel nipote di

Mario, di cui abbiamo già parlato. Cesare era un giovane elegante,

colto, abile, attivo, ben visto dal popolo, di vecchia famiglia:

ma era ancora un personaggio di poco conto — nel 66 era candidato

all’edilità — perchè la sua parentela gli aveva nociuto assai; e di

più era poco ricco, cosicchè aveva bisogno di aiuti per sostenere le

spese del tirocinio politico, molto gravose in quei tempi. Crasso e

Cesare s’intesero. Crasso aiuterebbe Cesare a essere eletto edile;

Crasso e Cesare insieme cercherebbero di far eleggere consoli due

amici, favorevoli a’ loro disegni; e poi tenterebbero una grande

agitazione popolare per far deliberare la conquista dell’Egitto. Cesare

fu eletto; non furono invece eletti i due consoli amici, sebbene Cesare

e Crasso non risparmiassero fatiche, al punto che la voce pubblica

li accusò, a bassa voce, di aver persino ordito una congiura! Ma pur

avendo i consoli avversi, Cesare e Crasso non desisterono dall’idea

dell’impresa di Egitto; e, per preparare il popolo, dettero opera ad un

seguito di complicati maneggi. Crasso, che era in quell’anno censore,

propose di iscrivere nelle tribù tutti gli abitanti della Transpadana,

ossia di dare anche alla Transpadana il diritto di cittadinanza,

aumentando il numero degli elettori; Cesare, edile, offriva spettacoli

magnifici: anzi, una bella mattina, fece trovare novamente drizzati

sul Campidoglio i trofei di Mario, che Silla aveva rovesciati. Per

parecchi giorni il popolo accorse al Campidoglio ad ammirare l’imagine

venerata dall’eroe; e si videro i veterani piangere a quella vista e a

quel ricordo. Ma quando Cesare, credendo gli animi preparati, iniziò le

sue agitazioni per la conquista dell’Egitto, la consorteria sillana e

il partito della vecchia nobiltà si opposero, affermando risolutamente

che Roma non doveva desiderare tutti i paesi e attaccar briga con

l’universo; e l’opinione pubblica ratificò questo modo di vedere.

L’agitazione fallì.

L’Italia pensava in quel momento, non all’Egitto, ma ai suoi debiti:

l’eterno cruccio, che periodicamente si inaspriva. Il crescere del

lusso e gli sforzi per perfezionare l’agricoltura, piantando da ogni

parte vigne e oliveti, sembrano essere stati le principali cagioni

di questo nuovo aggravarsi dell’incurabile male. Crasso tuttavia

non si scoraggiò; e nel 64 volle riprovarsi di nuovo a far eleggere

due consoli e molti tribuni che fossero favorevoli alle sue mire.

I candidati in quell’anno erano sette: tra questi Cesare e Crasso

aiutarono Lucio Sergio Catilina, un antico ufficiale di Silla, che

già era stato candidato nel 66 ed era stato escluso dal senato per

un vizio di forma; e C. Antonio Ibrida, un altro ufficiale di Silla.

Tra gli avversari era M. Tullio Cicerone, il grande oratore, che, pur

essendo nato da una modesta famiglia di cavalieri di Arpino e non molto

ricco, aveva occupato tutte le magistrature, fuorchè il consolato, con

il consenso di tutti i partiti. Il suo ingegno, la sua cultura, la

sua modestia, la sua rettitudine lo avevano posto al di sopra delle

quotidiane contese di parte. Ma questa volta Crasso e Cesare, avendo

bisogno del suo posto, lo combattevano a fondo, e con essi quindi il

partito popolare. A sua volta il partito della nobiltà, sentendosi

incapace di vincere Crasso e Cesare con uomini di parte propria, decise

di far sua la candidatura di Cicerone; e così Cicerone entrò in campo

come candidato della nobiltà. La lotta fu viva e il risultato medio:

Cicerone fu eletto, e con lui uno dei candidati di Crasso e di Cesare,

C. Antonio; Catilina invece fu vinto. Ma se le elezioni al consolato

non erano state felicissime, parecchi tribuni, devoti a Crasso, erano

stati eletti; e tra questi, P. Servilio Rullo, appena entrato in

carica, propose una legge agraria la quale instituiva dieci commissari,

eletti dal popolo per cinque anni, irrevocabili, irresponsabili e

immuni da intercessioni tribunizie, i quali avrebbero potuto vendere,

in Italia, e fuori, tutte le proprietà che fossero diventate pubbliche

nell’anno 88 e dopo, e quelle, la cui vendita era stata deliberata dal

senato dopo l’anno 81; inquisire sulle prede fatte dai generali, tolto

Pompeo, e obbligarli a rendere quella parte che si fossero trattenuta;

comprare, con il denaro ricavato da queste restituzioni, terre in

Italia, da distribuire ai poveri. Pare che questa legge fosse un

mezzo per risollevare indirettamente la questione dell’Egitto, perchè

i commissari avrebbero potuto dichiarare che l’Egitto era diventato,

per il testamento di Alessandro, proprietà di Roma, e quindi ordinarne

la conquista. Questo almeno sospettarono gli avversari di Crasso, che

combatterono a oltranza la legge, quasi sovvertisse da capo a fondo lo

Stato.

2. =Il consolato di Cicerone e la congiura di Catilina (63 a. C.).= —

Fu questa la prima prova che Cicerone ebbe a sostener come console; e

la sostenne da par suo. Egli riuscì a far respingere la legge con due

discorsi, nei quali si sforzò di provare che avrebbe fatto più male

che bene al popolo. Certo la legge era troppo complicata ed oscura, e

minacciava troppi interessi: il popolo stesso ne ebbe paura. Crasso e

Cesare avevano dunque subìto una nuova sconfitta, l’odio della quale

ricascava soprattutto su Cesare. Crasso era troppo potente e ricco,

perchè il biasimo pubblico osasse morderlo apertamente; ma Cesare

poteva pagare anche per Crasso. Incominciò da allora a nascere contro

di lui, nei circoli senatorî, tra le grandi famiglie ligie al partito

e alla tradizione di Silla, quella animosità che non si spegnerà più;

che sviserà, implacabile, ogni suo atto e intenzione, che esagererà i

suoi debiti, i suoi difetti, i suoi vizi e le sue debolezze. Assalito,

Cesare si difese con tutte le sue armi e non lasciò sfuggire occasione

per rispondere. Sul principio del 63, essendo morto Metello Pio, che

era pontefice massimo, riuscì con l’aiuto di Crasso a far ripristinare

le elezioni popolari del _Pontifex maximus_ che Silla aveva abolite

e a farsi eleggere egli stesso, sebbene il partito oligarchico avesse

contrastato con tutte le forze la sua elezione: un bell’incoraggiamento

per la pretura, che Cesare ambiva per l’anno seguente, ma un piccolo

compenso all’insuccesso del gran disegno dell’Egitto. Crasso però non

desisteva; voleva, di nuovo, nelle elezioni per il 62, far riuscire

i candidati che gli sarebbero favorevoli; e per il consolato aveva

scelto Lucio Licinio Murena e Decimo Giunio Silano, abbandonando

Catilina, troppo ormai screditato da due insuccessi. Senonchè una

mossa improvvisa del candidato, che essi reputavano ormai impotente,

sconvolse tutti i loro piani. Catilina volle presentarsi candidato,

anche da solo; e siccome solo, non poteva fare assegnamento nè su

molto denaro nè su grandi appoggi, pensò di farsi forte con qualche

proposta che, per la sua chiarezza e semplicità, riuscisse accetta

ai suoi. Non c’era da esitare.... Catilina bandì agli elettori, come

promessa del suo governo, la abolizione dei debiti[2]. La promessa era

rivoluzionaria; ma non bisogna perciò credere che Catilina tramasse

fin d’allora una insurrezione armata. Egli mirava solo a guadagnare le

moltitudini con una proposta che pareva scellerata, ai creditori, ma

alla quale invece gli spiriti del maggior numero non erano impreparati,

e che doveva esser attivata per le vie legali. Le riduzioni, i condoni,

le abolizioni dei debiti erano frequenti nella storia greca, allora

tanto studiata, e nella romana, dai tempi più antichi sino all’ultima,

deliberata nell’86.

Catilina questa volta non si era ingannato. In un baleno egli fu

l’idolo in tutta Italia, di quanti gemevano sotto il peso dei debiti:

ed erano tanti! Ma a Roma, quando si vide che Catilina era in tanto

favore, le classi alte si spaventarono. Nessuno volle prestare più

denaro; i debitori fallirono a torme; da ogni parte si gridò che

l’elezione di Catilina sarebbe il segnale di una nuova guerra civile;

l’ordine dei cavalieri uscì dalla riserva, in cui si teneva dopo la

dittatura di Silla, si agitò, offrì spontaneamente di unirsi al senato

per la difesa dell’ordine. Lo spavento fu tale, che tutti gli odî e le

discordie dei grandi parvero per un istante venir meno. Anche Crasso

e Cesare sospesero gli intrighi. A sua volta Catilina, accerchiato

o minacciato dalla coalizione dei ricchi e dei potenti, fece venire

dall’Etruria, una regione dove molti possidenti indebitati e rovinati

erano antichi soldati di Silla, bande di partigiani, tutte armate,

naturalmente.

La lotta fu ardentissima, e fu, per il partito che non voleva

rivolgimenti, diretta da Cicerone; ma i cavalieri e l’ordine senatorio,

uniti, trionfarono del partito dei debiti. Cesare fu eletto pretore,

ma Catilina non fu, neppur questa volta, eletto console. Fu allora

che Catilina, esasperato, pensò di macchinare una rivoluzione: ma

con quali mezzi insufficienti e meschini! Incaricando i suoi amici in

Etruria di reclutare tra i veterani di Silla, ridotti alla miseria,

un esercito! Chi poteva sperar sul serio di conquistare Roma e di

abbattere il governo legale — di ripetere l’impresa, che Silla aveva

compiuta in tanti anni e con tante legioni — raccogliendo la canaglia

di una tra le tante regioni d’Italia? Il pazzo disegno non tardò a

trapelare; Catilina fu costretto, ai primi di novembre, a fuggire da

Roma; e i suoi amici, rimasti a Roma, precipitarono la rovina propria

e del capo con un’ultima imprudenza. Erano allora in Roma certi

ambasciatori degli Allobrogi, venuti per trattare certi interessi

del loro popolo. I partigiani di Catilina pensarono di farsene degli

alleati, e s’illusero di potere per mezzo loro sollevare, nella Gallia

Transalpina, un incendio pari a quello che Sertorio, molti anni prima,

aveva acceso nella Spagna. Ma gli Allobrogi denunziarono gl’inconsulti

mestatori, che, imprigionati per ordine di Cicerone, furono tratti

innanzi al senato, per essere giudicati, il 5 dicembre 63. Catilina

aveva avuto amici e aderenti in tutte le classi; tra gli accusati

c’erano dunque anche senatori e magistrati, uomini appartenenti alla

nobiltà e a famiglie cospicue. Ma l’opinione pubblica era stata, in

tutti i ceti, così irritata da quelle trame con i barbari, reclamava

con tanto furore un castigo esemplare, che i primi discorsi e le prime

sentenze furono tutte per la pena più severa: la morte. Crasso non

osò parlare. Cesare invece — e fu il solo — con un discorso veramente

di polso, cercò dimostrare che una condanna di morte, inflitta dal

senato, e senza appello al popolo, sarebbe un atto contrario alla

costituzione; che non conveniva sentenziare _ab irato_; che, in ogni

modo, era saggezza di buona politica una pena più mite: la detenzione a

vita e la confisca dei beni[3]. Cicerone infine parlò ambiguamente[4],

lasciando intendere che inclinava al parere di Cesare. Quantunque il

discorso di Cesare scotesse la parte più moderata del senato, prevalse

il proposito estremo, precipuamente per il discorso di un uomo, che da

qualche tempo acquistava molta autorità in senato: Marco Porcio Catone,

un discendente del Censore. Fu votata la pena di morte, e i Catilinari,

condotti al carcere Mamertino, furono strangolati. Il popolo, la

maggioranza dei senatori, i cavalieri si sparsero per Roma, prodigando

in ogni parte le manifestazioni di giubilo per il pericolo scampato, le

ovazioni al console, salvatore della patria, e le dimostrazioni ostili

agli amici dei Catilinari. Lo stesso Cesare, uscendo dalla Curia, fu

minacciato a mano armata da un gruppo di cavalieri. Pochi mesi dopo, in

Etruria, presso Fiesole, Catilina era vinto e la turba male armata dei

suoi seguaci dispersa.

Il temporale si era dileguato. L’attenzione del pubblico si rivolgeva

di nuovo ansiosa a Pompeo, assente da cinque anni, che tornava d’oltre

mare.

3. =I partiti in Roma e il ritorno di Pompeo (62-60 a. C.).= — La

congiura di Catilina aveva turbato in Roma profondamente gruppi e

partiti. La parte estrema e intransigente del partito oligarchico

prevalse, condotta da Catone, uomo integro ma di spirito ostinato ed

angusto, che da questo momento primeggia tra i personaggi eminenti

della repubblica. A sua volta, e per reazione, l’opposizione popolare

si inasprisce. Innanzi alla minaccia della rivoluzione, i cavalieri si

erano distaccati dal partito popolare. La riconciliazione dei cavalieri

e del senato era stata il capolavoro politico, di cui Cicerone non

cesserà mai di gloriarsi[5]. Il partito popolare si componeva ormai

quasi soltanto di quegli _humiles_, di quella popolazione minuta,

che era cresciuta di numero negli ultimi anni e si raccoglieva in

numerose associazioni (_collegia_ e _sodalicia_): elemento molto rozzo,

o indifferente o violento, che non sentiva altra spinta, fuorchè un

qualche interesse immediato o una veemente passione. Lo Stato insomma

rimaneva in balìa di due partiti estremi, esasperati da un odio furente

e che adoperavano armi avvelenate.

L’anno 62, aspettandosi Pompeo e mentre Cesare esercitava la pretura,

fu un continuo succedersi di ripicchi, di scaramucce, di scandali e di

dispetti tra i due partiti. Gli amici e seguaci di Catone accusavano

tutti i popolari di essere stati complici di Catilina; i popolari

incominciavano ad accusare il senato di avere, non giustiziato, ma

assassinato illegalmente i congiurati. In questo stato Pompeo trovò la

repubblica sullo scorcio del 62, sbarcando a Brindisi. Il suo arrivo

non fu scevro di ansietà; perchè molti predicevano che Pompeo non

avrebbe congedato l’esercito e avrebbe imposto con quello chi sa quali

sue volontà al senato. Ma era una favola. Pompeo aveva tranquillamente

congedato l’esercito e s’avviava a Roma per preparare il trionfo.

Quand’ecco, nei primi giorni di dicembre, mentre si aspettava Pompeo,

scoppia a Roma uno scandalo singolare. Nelle cerimonie della Dea Bona

— che si celebravano in casa del pretore e alle quali non potevano

assistere che donne — fu scoperto, travestito da schiava, Publio

Clodio, quell’amico di Pompeo, che aveva fatto ribellare le legioni di

Lucullo, e che, tra i giovani delle grandi famiglie, faceva parlare

anche troppo di sè. Si spiegò quel sacrilegio dicendo — vero o falso

che fosse — che egli era l’amante della moglie di Cesare. Ma Catone e

il suo partito presero la cosa sul tragico: gridarono che bisognava

dar un nuovo esempio, poichè quello di Catilina non era bastato,

alla gioventù che cresceva ancor più riottosa, dissoluta, cinica

della generazione matura. Senonchè l’atto commesso da Clodio era un

sacrilegio; avrebbe dunque dovuto esser giudicato dal collegio dei

pontefici. Catone e i suoi amici non se ne fidavano; e perciò chiesero

che per giudicar Clodio si costituisse un tribunale speciale. Ma

questa proposta scatenò una tempesta che per parecchi mesi agitò la

repubblica. Il partito popolare, per ripicco, prese Clodio sotto la

sua protezione; il partito oligarchico, per rappresaglia, si ostinò;

da ogni parte si intrigò; tutti i personaggi in vista dovettero

pronunciarsi per Clodio o contro Clodio; anche Cesare, che sospese la

sua partenza per la provincia di Spagna toccatagli come propretura;

anche Cicerone, che si dichiarò apertamente contro Clodio. Alla fine il

processo si fece; e Clodio fu assolto, con grande rabbia del partito

oligarchico e grande gioia del partito popolare, che vantò questa

assoluzione quasi come una rivincita della condanna dei complici di

Catilina: ma gli odî, che questo comico scandalo lasciò come strascico,

non tarderanno a mostrarsi e con quali funesti effetti!

4. =Il trionfo di Pompeo e le sue difficoltà con il senato (61-60

a. C.).= — Finito il processo di Clodio, Cesare potè partire per la

Spagna, e Pompeo celebrare, il 29 e il 30 settembre dell’anno 61,

il suo trionfo. Fu questo il più grandioso che sino ad allora si

fosse visto. Ma celebrato il trionfo e le feste, allorchè Pompeo,

ritornato a vita privata, chiese la conferma dei suoi atti in Oriente,

nonchè ricompense per i suoi veterani, ecco levarsi una opposizione

accanita, di cui neppure la sua autorità, la sua potenza, la sua gloria

riuscivano ad aver ragione. Il senato esitava a riconoscere l’immenso

rivolgimento avvenuto in Oriente, per il quale Roma era ormai arbitra

dell’Asia minore. Invano egli cercò, negli ultimi mesi del 61 e nei

primi del 60, di arrivare a un accordo; invano chiese perfino a Catone

che desse in moglie a lui e a suo figlio, chi dice due sue figlie e chi

due nipoti. Si sfogavano certo in questa opposizione antichi rancori:

Lucullo, che non aveva mai perdonato a Pompeo la sua deposizione;

Crasso, che non gli perdonava di essere stato più fortunato di lui;

il senato tutto quanto, come corpo, che non poteva aver dimenticato

la legge Manilia, con cui Pompeo l’aveva ridotto a spettatore delle

sue imprese. A rafforzare la opposizione concorrevano i cavalieri e

tutti gli interessati — erano tanti! — nella compagnia appaltatrice

delle imposte dell’Asia, la quale chiedeva che, poichè i redditi della

repubblica erano tanto cresciuti per le conquiste di Pompeo, fosse

loro ridotto il canone d’affitto; mentre Pompeo proponeva di spendere

la maggior parte di questo reddito per i soldati. Ma tutte queste

opposizioni non avrebbero potuto resistere alla potenza di Pompeo e

alla necessità di dare un assetto alle cose d’Oriente, se non fossero

state rinforzate da una considerazione di ben altro rilievo. Annettendo

il Ponto e la Siria Roma diventava una immensa Potenza asiatica,

anzi quasi solo una Potenza asiatica, poichè i dominî d’Europa

rimpicciolivano di molto al confronto: il che non poteva non inquietare

quanti per spirito di tradizione o per considerazioni desunte dallo

stato presente delle cose temevano sia gli ampliamenti soverchi

dell’impero, sia la troppo grande influenza dell’Oriente.

5. =Il consolato di Cesare (59 a. C.).= — Comunque sia, il vincitore di

Mitridate, il conquistatore della Siria era posto da questa ostinata

opposizione del senato, all’indomani del suo vertiginoso trionfo,

in un impiccio increscioso e ridicolo. Nel tempo stesso il senato si

screditava ancora più; poichè a molti non sembrava tollerabile che,

per un ripicco, esso sembrasse voler rifiutare dei territori, la cui

conquista aveva tanto accresciuto la potenza, la gloria e i redditi

della repubblica! In quella giunse a Roma, dalla Spagna, verso la metà

dell’anno 60, Cesare, per concorrere al consolato; e subito si accorse

che il partito di Catone, ormai dominante in senato, non era più

conciliante con lui che con Pompeo. Questo partito lo combattè con ogni

mezzo e, dopochè Cesare fu eletto, certo approfittando del malcontento

pubblico per la politica del senato riguardo alle nuove province,

subito decretò, come per rispondere ai comizi, che il proconsolato del

59 non avesse che un assai meschino raggio di competenza, una missione

amministrativa d’importanza affatto secondaria: la sorveglianza delle

foreste e delle pubbliche strade. L’avvertimento era chiaro. Il senato,

dominato da Catone e dai suoi amici, diceva anticipatamente che, come

cercava di annullare quel che Pompeo aveva fatto, così si preparava a

impedir quel che Cesare contava di fare; in altre parole, non volendo

essere spettatore e non potendo essere il motore della nuova politica

di ingrandimenti, cercava di impedirla.

Occorreva dunque apparecchiarsi a un conflitto aspro e ricercare

appoggi nuovi od antichi. Cesare, che era uomo di larghe vedute,

pensò addirittura di opporre al senato e alla sua tenace ostruzione,

nientemeno che la coalizione di Pompeo, di Crasso, di Cicerone e di

lui stesso, tutti riconciliati per governare la repubblica, con più

ardimento e vigore che non facesse il senato. L’idea era audace, ma il

momento era propizio: perchè il partito oligarchico, guidato da Catone,

si andava urtando con tutti; Pompeo, pur di uscir dall’impiccio in

cui il senato l’aveva messo e di ottener che la sua amministrazione

orientale fosse approvata, doveva esser pronto ad ogni concessione;

Crasso aveva da soddisfare le sue antiche ambizioni; e Cicerone, da

far dimenticare ai popolari la repressione della congiura di Catilina.

A stringere questa intesa Cesare lavorò alacremente e in segreto, nei

mesi che passò a Roma, tra l’elezione a console e l’entrata in carica.

Ma i passi presso Cicerone fallirono. Accettarono invece Crasso e

Pompeo e fecero con Cesare un accordo segreto (fine del 60 a. C.)[6].

Il rifiuto di Cicerone toglieva al governo di Cesare un savio

moderatore e un abile bilanciatore: ma Cesare, ciò non ostante,

iniziò il suo consolato con discorsi ed atti concilianti. Egli voleva

acquistare la popolarità e l’autorità necessarie a ottenere per

Pompeo l’approvazione di quello che aveva fatto in Oriente, e per sè

una buona provincia, e con il procedimento già adoperato dai Gracchi

e dai loro imitatori: favorendo gli interessi dei ceti sociali,

sottoposti all’aristocrazia, e incominciando, come al solito, con una

legge agraria. Propose infatti una legge per cui venti commissari

sarebbero stati incaricati di distribuire ai veterani e ai poveri

quanto demanio pubblico rimaneva in Italia, salva, come al tempo dei

Gracchi, la Campania, oltre a nuove terre da acquistare con le prede

di Pompeo. Cesare però sperava di poter presentare e far approvare

la legge, d’accordo con la maggioranza del senato; e perciò prima di

presentarla ai comizi, chiese al senato la necessaria autorizzazione.

Ma si ingannava. La maggioranza del senato andò sulle furie e si

rivoltò. Era uno scandalo che un console presentasse una legge agraria,

rubando il triste mestiere ai tribuni: l’unico console, che avesse

osato tanta infamia, era stato, quattro secoli prima, proprio Spurio

Cassio; la legge agraria di Cesare somigliava alla legge Servilia di

pochi anni prima! Il senato riuscì dapprima ad aggiornare la legge,

e da ultimo dichiarò di non ritenere opportuna alcuna novità. Cesare

allora replicò. A sua volta il collega di Cesare, Bibulo, uomo ligio al

partito di Catone, incominciò un’accanita ostruzione liturgica; Cesare

agitò il popolo; sinchè dopo aver cercato in tutti i modi di smuovere

Bibulo, tentò un espediente supremo: chiamò apertamente in aiuto Crasso

e Pompeo; i quali vennero nel Foro e dichiararono che l’ostruzione di

Bibulo doveva essere vinta anche colla forza, se la persuasione non

bastava.

Allora — e allora soltanto — fu manifesto a tutti, che Cesare, Crasso

e Pompeo avevano stretto quell’accordo, di cui tutti sussurravano,

che un letterato del tempo chiamerà il _mostro a tre teste_, e a cui

gli storici moderni danno il nome arbitrario di «primo triumvirato».

Lo stupore fu immenso, e insieme la paura. Se Crasso, Pompeo e Cesare

si erano messi d’accordo, chi potrebbe resistere loro? Pompeo aveva

per sè i veterani e una parte dell’aristocrazia; Crasso, una parte

dell’aristocrazia e i cavalieri; Cesare, le classi medie e la plebe di

Roma: tutto lo Stato insomma era nelle loro mani. Difficile sarebbe

ormai ottenere una magistratura, un comando, una legazione libera,

senza il consenso di questa vera triarchia che, unita, dominerebbe la

repubblica. La opposizione alla legge venne rapidamente meno; molti

senatori, se non passarono senz’altro alla fazione dei tre capi,

mutarono atteggiamento; il credito di Catone e dei suoi scemò in un

batter d’occhio; e la legge, approvata dal popolo nei comizi tributi,

fu giurata dal senato, anche da Catone e dai suoi amici.

6. =Le complicazioni galliche e la «lex Vatinia» (59 a. C.).= — Era la

prima vittoria della coalizione. Ancora una volta la fortuna aiutava

gli audaci. Ma verso la fine del febbraio del 59, mentre Roma era

piena di tante agitazioni, veniva a morte il governatore della Gallia

cisalpina, Q. Metello Celere. Quanti eventi dovevan nascere da questo

accidente! Cesare pensò fosse giunto il momento di abolire il decreto

del senato, che lo mandava a sorvegliare come proconsole le foreste

della repubblica. La Gallia transalpina era da tempo agitata da guerre,

che ogni tanto offrivano occasione ad interventi stranieri. Nel 61

quegli Allobrogi, che avevano salvato Roma dalla congiura catilinaria,

erano insorti. Più a settentrione, a occidente e a oriente della Saona

(l’antico _Arar_) Edui e Sequani si contendevano la supremazia della

Gallia centrale e i ricchi pedaggi di quel fiume. Ma i Sequani erano

stati vinti, e, poichè i loro avversari erano da un pezzo alleati dei

Romani, si erano rivolti agli Svevi, una popolazione germanica che

abitava al di là del Reno, e al loro re Ariovisto, insieme coi quali

avevano sconfitto gli Edui. Ma entrato nel nuovo territorio, Ariovisto

c’era rimasto, con una parte dei suoi Svevi; aveva assoggettato gli

Edui a un regolare tributo, e tolta buona parte del territorio agli

antichi alleati, i Sequani[7]. Liberarsene era ormai un impegno

nazionale, ma il modo era nuovo argomento di discordie. Un partito

sperava nell’aiuto di Roma: un altro invece aveva posto gli occhi

sugli antichi alleati dei Cimbri, gli Elvezi, che, dopo la catastrofe

della grande invasione germanica, erano discesi ad abitare la porzione

occidentale della Svizzera, tra i due laghi di Costanza e di Ginevra,

il Giura e le Alpi. Da qualche tempo gli Edui, presso i quali dominava

il partito amico di Roma, avevano mandato ambasciatori a Roma ad

annunciare, esagerandolo, il pericolo: gli Elvezi, cresciuti di numero

e bisognosi di terre, stavano per muoversi e invadere la Gallia; Roma

non li lasciasse insediarsi in Gallia, chè minaccerebbero di nuovo,

come ai tempi dei Cimbri e dei Teutoni, l’Italia. Metello era quindi

morto proprio sul punto in cui stava per partire e muovere guerra agli

Elvezi.

La Gallia era dunque un campo in cui si potevano mietere gloria ed

allori. Cesare la volle per sè. Ma chiedere al senato che revocasse

il suo decreto era inutile. Ormai, dopo la legge agraria, Cesare era

in rotta con la maggioranza del senato; e non poteva più sperar di

governare d’accordo con il grande consesso. Non c’era quindi altro

scampo: governare per il momento senza il senato, con i comizi; compire

quell’esautoramento dell’assemblea, che Lucullo e Pompeo avevano

iniziato. Egli non esitò. Voci inquietanti sulla minacciata invasione

dei nuovi Cimbri furono diffuse; indi il tribuno Vatinio propose una

legge, che concedeva a Cesare il governo della Gallia Cisalpina e

dell’Illirico con tre legioni per cinque anni, dal giorno in cui la

legge sarebbe promulgata, affinchè, se la guerra scoppiasse prima della

fine dell’anno, egli potesse, come aveva fatto Lucullo, accorrere a

prenderne il comando. La legge fu promulgata il 1º marzo. Indi, poichè

dei comizi era padrone, Cesare procedè rapido, con leggi, a risolvere

tutte le questioni che da tanto tempo pendevano. Una legge risolvè la

questione dell’Egitto, dichiarando Tolomeo Aulete amico e alleato del

popolo romano; e togliendo così questa vecchia causa di discordie tra

Pompeo e Crasso.

Una legge concesse la riduzione del canone d’appalto dell’imposta

d’Asia, che Crasso e i pubblicani chiedevano invano da due anni al

senato. Una legge approvò finalmente tutti gli atti compiuti da Pompeo

in Oriente. Cesare presentò infine una seconda legge agraria, con la

quale intaccava l’ultimo resto di agro pubblico superstite in Italia,

quello che anche i Gracchi e le leggi successive avevano rispettato, la

Campania, ordinando fosse ripartita tra i cittadini poveri, padri di

parecchi figliuoli. Infine, per stringere più fortemente l’unione con

Pompeo, gli dette in moglie la figlia.

7. =Cesare e Clodio.= — Il senato non era mai stato esautorato a

questo punto; il principio della collegialità del consolato non era

mai stato ridotto a una finzione, come in questo anno. Bibulo, che

dapprima aveva tentato di fare ostruzione a forza di aruspicina, aveva

alla fine dovuto astenersi dall’intervenire ai comizi. I motteggiatori

dell’epoca ripetevano che quello era il consolato, non già di Cesare e

di Bibulo, ma di Giulio e di Cesare. Cosa ancor più funesta per Catone

e per i suoi amici, Cesare intendeva prolungare questa sua potenza

oltre l’anno del consolato, negli anni in cui sarebbe proconsole in

Gallia. Cercò innanzi tutto di far nominare alle cariche per l’anno

seguente tutti amici suoi; e in gran parte ci riuscì. Se gli avversari

ebbero qualche successo nelle elezioni dei pretori, i due consoli per

il 58 erano partigiani sicuri di Cesare, di Crasso e di Pompeo; e fra i

tribuni della plebe, l’eroe famigerato dello scandalo della Dea Bona,

P. Clodio Pulcro, doveva essere, più che un artigiano, uno strumento.

Clodio era un patrizio, di quella famiglia dei Claudii, che contava

tra le più antiche e celebri di Roma. Non è quindi da stupire se, fino

allo scandalo del 62, fosse stato più incline agli oligarchi che ai

popolari, e insomma non si fosse condotto in modo molto diverso da

Pompeo, di cui era amico. Ma dopo lo scandalo, respinto dalla sua casta

e dal suo partito, non restava a Clodio altro scampo che o ritirarsi

per sempre nell’oscurità o buttarsi nelle braccia dei popolari. Cesare

capì che avrebbe potuto sfruttare il nome e il vario ingegno di questo

reietto della nobiltà; gli fece ottenere con una legge il passaggio

dal patriziato alla plebe; lo aiutò ad essere eletto tribuno della

plebe pel 58, e si intese con lui per organizzare il popolino di

Roma, in modo da poter sicuramente padroneggiare i comizi, l’organo

legislativo con cui egli aveva umiliato ed esautorato il senato; e sul

quale faceva assegnamento, come principale strumento della potenza sua,

di Pompeo e di Crasso, per domare le future resistenze del Senato.

Da gran tempo, da prima della restaurazione sillana, i _collegia_

o associazioni d’artigiani, numerosi in Roma, s’erano buttati nella

politica e nelle elezioni, e di solito avevano favorito il partito

popolare. Ma abbandonati a sè medesimi, erano stati sempre in balìa

del caso; e spesso assenti per indifferenza o volubili per ignoranza.

Cesare pensò di dare a questo popolino, che, essendo numeroso e sempre

presente a Roma, poteva essere maggioranza nei comizi quando volesse,

una solida organizzazione; e incaricò Clodio di compire quest’opera,

irreggimentando bande numerose di elettori e guadagnandone il favore

con leggi e beneficî.

Nel senato veniva meno, del resto, perfino la voglia di opporsi

a Cesare, a Crasso e a Pompeo. Catone e i suoi amici erano ormai

un piccolo gruppo solitario e impotente: tanta paura incuteva la

coalizione dei tre potenti personaggi, dopo le umiliazioni inflitte al

senato per mezzo dei comizi. Cesare solo non avrebbe spadroneggiato

a quel modo: ma chi poteva presumere di opporsi a Cesare, a Crasso e

a Pompeo uniti? Le elezioni per il 58, così favorevoli ai tre potenti

cittadini, disanimarono interamente l’opposizione; cosicchè subito dopo

le elezioni il senato, su proposta di Crasso e di Pompeo, arrotondò,

ancora più che non fosse saggio, i poteri proconsolari di Cesare, e gli

conferì anche quella parte della Transalpina che era provincia romana,

col comando di una legione. E non appena fu entrato in carica, il 10

dicembre, Clodio si accinse a compier l’opera di Cesare, lanciando

le nuove proposte con le quali Cesare, Crasso e Pompeo pensavano

di padroneggiare i comizi, e farne lo strumento sicuro del loro

governo: una _lex frumentaria_, per la quale i cittadini poveri di

Roma avrebbero diritto di avere il grano, non più a prezzi di favore,

ma gratuitamente; una _lex de jure et tempore legum rogandarum_, che

liberava i comizi tributi da ogni osservanza liturgica e che permetteva

di tener le assemblee politiche in tutti i _dies fasti_, anche nei

festivi, e quindi facilitava ai campagnoli l’intervento nei comizi: una

_lex de collegiis_, che toglieva di mezzo diverse limitazioni poste dal

senato alle associazioni degli artigiani; infine una _lex censoria_,

che scemava ai censori la facoltà di non ammettere in senato quanti

avevano rivestito le necessarie magistrature. Queste leggi furono

approvate quasi senza opposizione, pochi giorni dopo che il consolato

di Cesare era finito; e quasi come una postuma vittoria di questo.

8. =Importanza storica e carattere politico del consolato di Cesare.=

— Il quale aveva operato — o almeno tentato — nello Stato romano un

mutamento assai più profondo, che i contemporanei forse non credessero.

Se si badi solo alle leggi proposte da lui e da Clodio, Cesare è il

continuatore di Caio Gracco e dei suoi successori. Ritroviamo le stesse

leggi agrarie e frumentarie, le stesse leggi favorevoli ai cavalieri,

le stesse leggi, che cercano di restringere l’autorità del senato.

Ma tra queste leggi non ce ne è più nessuna, come la legge agraria

e la legge della cittadinanza per Caio Gracco, che sia il fine, per

raggiungere il quale le altre servono di mezzo: per Cesare queste leggi

sono mezzi e preparazioni di una rivoluzione politica, nella quale

deve ricercarsi la vera opera sua. In che consiste questa rivoluzione?

Non in viste o ambizioni monarchiche, quali troppi e troppo ingenui

storici gli hanno attribuite; ma nell’aver incominciato a sostituire

— in fatto se non in diritto — al governo aristocratico del senato un

governo sul modello della τυραννίς la tirannide greca; una triarchia

— potremmo dire — il governo personale di tre cittadini più potenti

degli altri, che, ciascuno a capo non di un partito politico ma di

una clientela di interessi, dominerebbero uniti i comizi e il senato

disporrebbero delle cariche, e potrebbero dirigere tutta la politica

dell’impero, senza però mutare la costituzione e solo facendola

agire a proprio vantaggio. Arbitri dei comizi, questi tre cittadini

potrebbero disporre delle cariche; e potendo disporre delle cariche,

dominerebbero la maggioranza del senato e tutto lo Stato. È chiaro

che per simile rivolgimento il governo di Roma, che era stato sino

allora in potere di una aristocrazia, divisa in larghe consorterie

di famiglie, veniva ad alterarsi profondamente. Senonchè non bisogna

credere che Cesare fosse spinto a cambiar così la costituzione politica

di Roma da una smodata ambizione. I tempi e la situazione potevano

più che le sue ambizioni. Egli tentava di sostituire questo governo di

clientele all’aristocratico governo del senato, perchè la riforma di

Silla era fallita; e l’aristocrazia non era più capace di far operare

la costituzione romana e di governare nel senato l’Impero. Non era

anzi neppur più una aristocrazia nel senso vero della parola; una

aristocrazia compatta, omogenea, abbastanza concorde, attiva e forte;

ma una accozzaglia di antiche famiglie e di nuove, di guerrieri, di

diplomatici, di uomini d’affari, d’avvocati, di letterati, di gaudenti,

diversi per origine, per tradizione, per gusti, per idee, gelosi e

invidiosi gli uni degli altri; che risentiva in se medesima tutte

le confusioni e oscillazioni e discordie della vita circostante. La

cresciuta potenza e ricchezza, la cultura greca, le guerre civili

e i diuturni conflitti politici avevano portato a compimento questa

dissoluzione, il cui segno più manifesto era il fiacco, incoerente,

slegato governo che aveva retto l’impero dalla morte di Silla in poi.

In quei venti anni nessuno aveva più governato Roma, nè il senato,

nè i comizi, nè la vecchia nobiltà, nè i cavalieri, nè il partito

democratico; ma l’impressione del momento, la tradizione, la violenza

fugace dei partiti. Onde le finanze erano in disordine; le elezioni

dipendevano ogni anno da un capriccio dell’opinione pubblica o da una

sorpresa preparata dagli interessi; la pirateria e il brigantaggio

infestavano i mari e le terre; perfino l’esercito era disorganizzato:

gli effettivi delle legioni, dimezzati; nessuna o quasi nessuna

istruzione militare per le nuove reclute volontarie; i generali e gli

ufficiali superiori, improvvisati tra i politicanti; solo i centurioni,

questi oscuri ufficiali di carriera, conoscevano per esperienza

il mestiere delle armi, e formavano il sostegno dell’esercito in

dissoluzione. Nè più vigorosa e illuminata era la politica estera,

nella quale, quando non capitava un Lucullo o un Pompeo a decidere

a suo rischio e pericolo, l’azione del senato si riduceva a tirare

in lungo tutte le questioni, senza risolverle. Non aveva il senato

esitato lungamente perfino ad accettare il Ponto e la Siria, che Pompeo

gli offriva, già domati e fruttuosi? Ma quando un potere indebolisce

invecchiando, sempre accade che presto o tardi un altro, più vigoroso

cerca di togliergli di mano scettro e spada. Questo appunto aveva fatto

Cesare, approfittando delle debolezze, degli errori, delle discordie,

dei conflitti di interesse da cui era diviso l’ordine sociale, a cui

secondo la costituzione spettava di governare l’impero. Il tentativo,

grazie alla sorpresa e alla sua maestria, era lì per lì riuscito: ma

il nuovo governo, fondato in un baleno, resisterebbe o no, secondo che

riuscisse a reggersi e a far cose utili e grandi, in quella vecchia

repubblica, troppo aristocratica per tradizione, perchè un tentativo di

quella natura non dovesse, passata la sorpresa, scontentare, irritare

e spaventare. Difatti da ora in poi non si può più dire che ci siano,

nel senato e in Roma, un partito oligarchico e un partito popolare;

c’è piuttosto un partito che potremmo chiamare senatorio, il quale

mira a difendere l’autorità del senato contro le usurpazioni del potere

personale e della triarchia, sfruttando l’avversione di molti per ogni

forma di potere personale, e attribuendogli tutte le sventure della

repubblica. La rivendicazione dei diritti e dell’autorità del senato

sarà sottintesa in tutte le agitazioni che turberanno la repubblica. Il

nerbo di questo «partito del senato» sarà formato dal piccolo e fiero

gruppo capeggiato da Catone.

Roma antica, Vol. 2/3 · 第 6 / 45 题