I.

Piperio III, re dei Panami, era un principe saggio e di indole assai

mite. I suoi sudditi lo adoravano. Assunto al trono in età

giovanissima, egli aveva proclamato ai suoi popoli uno statuto dei

più liberali. Gli avventurosi abitatori della Panamia avevano veduto

in pochi anni, mercè l'iniziativa del loro principe ben amato,

realizzarsi tutte le riforme sociali e umanitarie reclamate dai

tempi... e dai ladri.

Piperio III poteva chiamarsi un re felice. Nel territorio a lui

soggetto non esisteva che un solo giornale repubblicano il quale

osasse talvolta indirizzargli qualche frizzo mordace. Piperio

leggeva quel foglio tutte le mattine tra una fumata e una tazza di

caffè. L'ottimo principe sorrideva dei lazzi democratici che lo

assalivano. Egli si sentiva troppo _integer vitae scelerisque

purus_, per irritarsi di ogni baja giornalistica.

Nullameno, l'esistenza serena di questo principe privilegiato tratto

tratto era annebbiata da una leggiera nubecola, da un'ombra nera,

che poteva essere gravida di procelle. Quest'ombra era projettata da

un naso, dal naso stesso del principe. La natura aveva dato a

codesto accessorio del volto principesco dei contorni così spiccati,

e, diciamolo francamente, delle proporzioni così eccedenti che a

vederlo di profilo, quel naso attirava l'attenzione, e poteva

provocare dei sorrisi irriverenti. Naso profilato, simmetrico,

perfettamente modellato, ma alquanto più lungo dei nasi ordinari. Il

principe, vedendolo riflesso dagli specchi, non osava arrestarvi lo

sguardo, e sempre in vederlo sentiva una stretta nel cuore, e la

sua fronte si increspava di una ruga sinistra.

Ma quelle impressioni di disgusto non erano che lampi fugaci.

Piperio era amato dalla generalità, nè giammai gli era accaduto di

sorprendere nel volto di alcun suddito il menomo accenno di ironia

all'indirizzo del suo naso. Quel principe osservatore, dopo dieci

anni di regno, già cominciava a persuadersi che il difetto da lui

solo avvertito, non fosse altra cosa che un'ottica menzogna degli

specchi.

Ma la provvidenza non opera a caso, _quando crea un grand'uomo od un

gran naso_: e aggiungiamo pure quest'altra sentenza infallibile: _Da

grandi cause non possono prodursi che grandi effetti_.

Strana potenza della parola stampata! A ridestare nella mente di re

Piperio tutti gli allarmi assopiti, bastarono tre parole del

giornale repubblicano stampate in corsivo.

Qual'è l'uomo, per poco sia assiduo lettore di giornali, che mai non

abbia impallidito e tremato dinanzi ad una frase in corsivo?

Era un bel mattino di maggio. Il re si svegliava da un olimpico

sonno. A destra del letto, da una guantiera sfavillante di oro e di

gemme, esalavano i profumi di un moca squisitissimo. Dall'altro

lato, sovra un bacile d'argento cesellato, stavano schierati dodici

grossi zigari del colore dell'ambra.

Il re accese uno zigaro, assorbì voluttuosamente un primo sorso di

caffè, poi, sciolta la fascia al giornaletto democratico, tuffò in

esso il suo sguardo penetrante e sereno.

Che è stato? Lo zigaro è caduto dalle auguste labbra. La mano

convulsiva del principe tenta invano di riprendere la tazza... Se è

vero che l'occhio del basilisco abbia potenza di istupidire i

riguardanti, direste che il principe abbia appunto, in quella fitta

compagine di parole stampate, incontrato lo sguardo del rettile

fascinatore. Il primo movimento del principe fu quello di portare la

mano al naso; dopo quell'atto, da pallido ch'era, l'augusto volto

divenne livido e deforme.

Eppure la frase terribile non era formata che da poche innocenti

parole allusive al ministro delle finanze: «_Noi speriamo che la

nuova tassa votata dal Parlamento_ non avrà mai, sotto il regno

dell'augusto Piperio una seria applicazione; il nostro re ha troppo

_buon naso_ per non comprendere l'impopolarità a cui egli stesso

andrebbe incontro apponendovi la sua firma. Sì, noi lo ripetiamo, il

nostro re _ha troppo buon naso_ per commettere di tali errori!»

Sotto l'impressione di tale lettura, il re suonò il campanello con

impeto violento. Il maggiordomo accorse nella stanza, e, vedendo la

strana lividezza del volto regale, mandò un grido di all'armi. Il re

fece uno sforzo per dominarsi, e, dissimulando, come poteva, il

proprio turbamento, domandò al maggiordomo con voce abbastanza

pacata: che tempo abbiamo, Battista?

--Bellissimo, maestà.

--Pure non veggo sole... Il cielo mi sembra bujo!

--Al contrario, maestà!... il sole è limpidissimo! una vera giornata

di primavera... Se vostra maestà si degnasse di mettere il naso alla

finestra...

Quelle parole furono uno zolfanello gettato nella polveriera.

Piperio balzò dal letto, staccò dalla muraglia una lunga scimitarra,

e la testa del maggiordomo rotolò sul pavimento. Tuttociò era

accaduto in un lampo. Il re, dopo quell'impeto d'ira, ricadde sovra

una seggiola come istupidito.

In chiave di baritono · 第 18 / 25 题