_I buoni pranzi finiscono._
--In poche parole vi metto al chiaro della situazione, prese a dire
il Sauvant.--Voi siete prigionieri di guerra, e come tali io debbo
inviarvi al quartiere generale, ove, dopo breve esame, sarete
giudicati. Da questa misura sono eccettuate le donne, quelle almeno
che non si lasciano prendere colle armi alla mano. Per esse noi
abbiamo il diritto di grazia, e ben volontieri ne useremo a vostro
vantaggio, amabilissima signora, se non foste vincolata ad un uomo,
che voi senza dubbio vorrete seguire giusta il precetto cristiano:
la donna seguirà il marito, ecc., ecc., con quel che segue.
--E in qual modo esercitate voi il diritto di grazia verso le
persone del mio sesso? domandò l'Ascolana con volto radiante.
--Rimettendole sul loro cammino, od anco facendole scortare da gente
fidata fino alle porte di Roma.
--Se ciò è, voi potete da questo momento esercitare il vostro
diritto di grazia verso questa donna, diss'io al generale.
--Che! separarvi dalla moglie! sclamarono i commensali.--_C'est
drôle! c'est incroyable!_
--Signori, cessate dal far le meraviglie. Questa donna ch'io vi ho
presentato per mia moglie, allo scopo di guarentirle il rispetto ed
il decoro, non è che una mia compagna di viaggio, colla quale mi
incontrai per caso in un paesello delle Marche. Essa altro non brama
fuorchè di por piede entro le mura di Roma, per abbracciare il suo
vero marito, dal quale fu per lunga pezza disgiunta.
Qui mi fu d'uopo narrare dettagliatamente l'istoria del mio incontro
coll'Ascolana a Grottamare, l'intendimento del viaggio, e tutto
insomma dall'_a_ alla _zeta_ quanto ci era accaduto.
Storia di Milano dal 1836 al 1848.
STORIA DI MILANO
dal 1836 al 1848
Sotto l'oppressura di una indigestione solennemente cattolica, io mi
accingo ad un lavoro altrettanto grave che proficuo; a scrivere la
Storia di Milano dall'anno 1836 al 1848. Voi tosto comprenderete che
io scrivo dietro incarico di un editore, al quale preme, se non mi
inganno, di aggiungere due nuovi volumi alle opere del Verri e del
De-Magri, oggimai screditate completamente. Conviene adunque, che io
raccolga i pensieri a capitolo--l'impresa è molto arrischiata, ma io
solo conosco l'alta mercede che mi attende.
Raduniamo i materiali. Io detesto gli sgobboni che fabbricano la
Storia sui libri altrui, sulle testimonianze poco attendibili dei
giornali e sulle postume adulazioni delle medaglie e dei marmi
sepolcrali.--D'altronde, non l'ho io veduta coi miei propri occhi la
Storia di Milano dal 1836 al 1848?--Questa riflessione mi fa
incanutire venti peli della barba, ma in ogni modo mi conforta e mi
infonde lena al lavoro.
Aduniamo le nostre reminiscenze--senza ordine--senza legge--come
vengono.--Cosa era Milano dal 1836 al 1848?--O piuttosto: qual era
Milano?--A tale interpellanza, mi si affaccia il caos... Dodici anni
mi si affollano intorno, urtandosi, sospingendosi, assordandomi
l'orecchio di grida diverse. L'immortale questurino di Siviglia non
si trovò a peggior condizione della mia, allorquando salì in casa di
don Bartolo per rimettervi l'ordine.
Se non m'inganno, fu nell'anno 1838 che S.M. Apostolica l'imperatore
Ferdinando d'Austria venne a Milano per farsi incoronare Re
d'Italia. A quell'epoca, per ricordare l'augusto, si diceva
generalmente; il _nostro imperatore_, taluni, più ingenui: il
_nostro buon imperatore_.--Molti nobili lombardi si recavano ad
onore di vestire la divisa di uffiziali tedeschi... C'erano,
all'entrata di S.M., delle guardie italiane sfolgoranti d'oro e di
perle;.. una meraviglia di splendore, di pompa, di beatitudine
generale. Non ricordo se il cholera ci abbia fatto la sua prima
visita, innanzi, o dopo l'incoronazione di Ferdinando. Il perfido
morbo si diè a conoscere verso quell'epoca, ed anche allora si
rinnovarono scene atroci e balorde, non molto dissimili da quelle
che il Manzoni descrisse nel suo sublime romanzo. Il popolaccio è
sempre uguale in ogni tempo--è sempre la gran bestia.
Di politica nessuno fiatava.--Le contrade erano illuminate da
lampade ad olio, e i riverberi delle fiamme acciecavano affatto il
passeggiero.--I Milanesi menavano gran vanto della loro pulitezza e
i marciapiedi, frattanto, erano attraversati da rigagnoli che non
sentivano di muschio. La cattedrale, ammirata dagli stranieri,
serviva da pisciatoio ai più civilizzati, i quali, per maggior
vilipendio dell'edificio, erano in buon numero.--La città si
svegliava verso le undici del mattino; i veri _lions_ non apparivano
in pubblico che alla una dopo mezzodì.--Si incontravano al Corso dei
giovanotti di sedici ed anco di diciotto anni, vestiti colla
giacchettina corta, profilata alle natiche, accompagnati dal tutore
o dal pedagogo, il quale ordinariamente era prete. Il cappello a
cilindro torreggiava sulla testa degli eleganti a porta Renza ed ai
pubblici giardini; ma c'era pericolo ad affrontare, con quel simbolo
in testa, i terraggi di porta Ticinese e i rioni di porta
Comasina.--Quando al Corso passavano in cocchio l'arcivescovo o il
vicerè, non c'era alcuno che non levasse il cappello. L'arcivescovo
era tedesco e si chiamava Carlo Gaetano conte di Gaisruk; il vicerè
si firmava Rainieri. Nel 1840, i figli di quest'ultimo, due figuri
lunghi e rasi sotto la nuca, venivano salutati al corso con qualche
affettazione di rispetto e berteggiati dietro le spalle a voce
bassa.--Gli uffiziali austriaci portavano l'abito borghese.--Il
governatore, il conte Pachta, il Torresani, il Bolza, godevano di
una autorità illimitata.--C'era un casino di Nobili e un casino di
Negozianti, rivaleggianti di supremazia.
L'aristocrazia e il commercio si guardavano biecamente. I giovanotti
di _buon genere_ si ubbriacavano di Porto o di Madera, e da ultimo
si suicidavano coll'absinzio. Questa atroce bevanda si introdusse a
Milano verso il 1840.--La moda dei mustacchi e della barba completa
incontrava degli oppositori pertinaci e accaniti. Molti padri di
famiglia tenevano il broncio ai figliuoli od ai nipoti per una
leggiera insubordinazione di peli. Due fratelli Clerici
rappresentavano le più belle e più complete barbe di Milano. I
vecchi, gl'impiegati, e in generale, tutti i così detti uomini seri,
si radevano scrupolosamente dal naso al gozzo. Gli studenti che
portassero barba o mustacchi rischiavano compromettere il loro
avvenire; ordinariamente venivano rinviati dall'esame, od anche
eliminati dalla scuola.
Tre quarti della popolazione non conosceva altro mondo, fuori di
quello rinchiuso entro il circuito dei bastioni. La attivazione
della ferrovia fra Monza e Milano fu un avvenimento colossale, che
parve prodigio. Si udivano dei vecchi esclamare: Ora che ho veduto
questa meraviglia, sono contento di morire! e parecchi morirono
infatti. L'apertura del caffè Gnocchi in Galleria De Cristoforis
inspirava due lunghi articoli alla _Gazzetta di Milano_; quasi
altrettanto rumore levò l'apertura del caffè dei _Servi_, e più
tardi l'inaugurazione della bottiglieria di San Carlo.
I _Cafè-restaurants_ non esistevano prima del 1840--nel 1847 si
contavano sulle dita. La colazione di lusso consisteva in un _caffè_
e _panera_, con due _chiffer_ o pannini alla francese.--Questa lauta
colazione costava otto soldi di Milano. Non era permesso fumare in
alcun luogo pubblico, e, innanzi al 1844, erano guardati di mal
occhio e tacciati di malcreanza i pochi scioperati che osavano
inoltrarsi, collo zigaro in bocca, sui bastioni di porta Renza, o
dentro i pubblici giardini durante il trattenimento della banda. Le
signore, all'appressarsi di uno zigaro, fingevano il deliquio: alla
vista di una pipa inorridivano del pari il gracile e il forte sesso.
In materia culinaria, l'istinto pubblico tendeva al grasso e al
pesante.
Gli Ambrosiani non avevano ancora degenerato al punto da proscrivere
il _cervelaa_ dal risotto. Il buon vino, il vino corroborante e
stomatico doveva innanzi tutto essere un liquido opaco. Si mangiava
eccessivamente ad ogni ricorrenza di solennità ecclesiastica; nel
resto dell'anno una parte del popolo digiunava per compenso. Questo
popolo non aveva giornali, nè libri--la sua letteratura erano le
_bosinate_--la sua politica si riassumeva nel motto: _Viva nûn_ e
_porchi i sciori!_--Porta Comasina e porta Ticinese si detestavano;
esistevano, dentro i bastioni, antagonismi feroci, come fuori, tra
villaggio e villaggio. A porta Ticinese, verso l'imbrunire, una
persona civilmente vestita rischiava la fine di santo Stefano.
La _Gazzetta di Milano_, il solo foglio che trattasse estesamente la
politica, usciva in formato modestissimo; il suo primo articolo
verteva ordinariamente sulle questioni della China. Al compleanno ed
al giorno onomastico di S.M. l'imperatore d'Austria, il foglio
usciva stampato a caratteri d'oro e tutto ornato di rabeschi. In
quelle ricorrenze, la _boemia_ dei poetastri gracidava dalla
_Gazzetta_ i suoi inni pindarici. I poeti e i letterati, meno
qualche eccezione, passavano per spie.
La calunnia non rispettava le grandi intelligenze, e imperversava
sulla turba degli scribacchiatori. Qualunque letterato non avesse
una posizione determinata, qualunque non fosse in grado di esporre
al pubblico il bilancio attivo e passivo delle proprie finanze,
cadeva in sospetto di agente dell'Austria. A Milano, come si vede,
gli uomini di lettere furono in ogni tempo assai corteggiati
dall'opinione pubblica.
Il _Pirata_, foglio teatrale del dottor Francesco Regli, era letto
avidamente. Luigi Romani istituiva il _Figaro_; Pietro Cominazzi la
_Fama_ che esiste tuttora; il signor Pezzi dettava critiche
letterarie e teatrali nel _Glissons_: c'era un _Bazar_ diretto dal
Boniotti. Da Torino giungeva fin qui il _Messaggere torinese_
diretto dal Brofferio; Firenze, più tardi, ci mandava una _Rivista_
redatta dal Montazio. In fatto di letteratura periodica non si
andava più in là.--Erano per la massima parte fogli teatrali, ma in
allora il teatro costituiva la massima preoccupazione della società
colta; epperò il _Pirata_, il _Figaro_ e la _Fama_ erano aspettati
avidamente e letti da quanti sapevano leggere.
Il caffè del Duomo, emporio di letteratura e di letterati, offriva
anche il _Politecnico_ e la _Rivista europea_, il _Débats_, la
_Rivista piemontese_, l'_Allgemeine_ ed altri pochi periodici
provenienti dall'estero. Nei principali caffè di Milano, all'infuori
della _Gazzetta_ e del _Pirata_, nessun foglio stampato. I pedanti
muovevano guerra al Manzoni, e stampavano libelli da fare
raccapriccio. Tommaso Grossi, aggredito accanitamente dalla critica
pe' suoi _Lombardi_, abbandonava iracondo il campo delle lettere per
rifugiarsi nel notariato.
La satira inferociva coi grandi. Tutte le ire, le contumelie, le
calunnie che oggidì si disfogano nella lotta politica, si
addensavano allora sulle teste dei poeti e degli artisti, e su
quelle andavano a rovesciarsi furiose e mortifere. È la storia del
passato, sarà la storia dell'avvenire. Esisterà sempre una lega di
inetti, di mediocri e di impotenti, per combattere le intelligenze
superiori, per contristare la esistenza di chi opera ed emerge.
Si mangiava a buon patto, e un vino detestabile si smaltiva dai
brugnoni per otto, per sei soldi al boccale. All'osteria della
Foppa, si pranzava al prezzo di una lira austriaca. Quel pranzo si
componeva di tre piatti, minestra, vino, giardinetto. Nell'osterie
ed anco negli alberghi di lusso, la mensa era rischiarata da candele
di sego. Ad ogni mutamento di piatto, il _piccolo_ andava in giro
collo smoccolatoio--la fuliggine pioveva nelle zuppe.
I secchi dei lattivendoli giravano scoperti nelle vie, o solo
coperti da uno strato di mosche. In ogni via aprivasi un macello; i
suini ed i vitelli, trascinati brutalmente sui carri, intronavano
dei loro gemiti le vie.--I monsignori del Duomo si distinguevano per
la rotondità dell'addome: gli altri ministri del culto, meno qualche
professore damerino, facevano gara di collaretti _bisunti_. Della
decenza pubblica si teneva poco conto. Mentre i fianchi del Duomo
venivano liberamente usufruttati per sfogo di una secrezione meno
pura; presso gli scalini, in sul far della notte, si davano convegno
barattieri e ruffiani d'ogni specie, i quali senza scrupolo di
sorta, offrivano ai passanti la merce proibita. Nel centro della
città, a poca distanza della cattedrale, esistevano case di vizio. A
tutte le ore del giorno, le più sozze femminaccie scendevano in
sulla porta, o affacciavansi alle finestre, e colla voce o con gesti
laidissimi invitavano a salire. Ai veglioni della Canobbiana e del
Carcano, ebbrezza e dissolutezza inenarrabili. In una notte di
sabbato grasso, al teatro Fiando, si dovette sospendere il veglione,
e i poliziotti fecero sgombrare la sala, perchè i _cavalieri_
danzanti s'erano spogliati infino alla camicia.
Risaliamo alle regioni elevate. Marchesi godeva fama di scultore
eminentissimo; Hayez dominava nella pittura storica; Canella e Bisi
nel paesaggio; Sabbatelli era insuperabile negli affreschi, Molteni
era chiamato l'imperatore dei ritrattisti, Sanquirico, scenografo
della Scala e cavaliere di più ordini, riceveva, con alterezza
principesca, principi visitatori. Rossini, Bellini e Donizetti
fornivano il repertorio musicale ai grandi e piccoli teatri.
Piacevano due o tre opere di Mercadante. Pacini, già quasi obliato,
nel 1842 riviveva glorioso colla _Saffo_. Alla Scala si
rappresentavano con successo i _Falsi Monetari_ del Rossi, lo
_Scaramuccia_ e la _Chiara_ del Ricci, il _Furioso_ di Donizetti, il
_Buontempone_ del Mandanici, tutte opere in oggi obliate o dannate
al ludibrio dei piccoli teatri. La Malibran era morta, la Pasta
abbandonava la scena; Rubini, Lablache, Tamburini, Galli e gli altri
creatori illustri delle opere di Rossini e di Bellini, emigravano
all'estero per cogliere paghe favolose nei teatri di Londra e di
Parigi. Salvi, Moriani, Ronconi, la Tadolini, la Strepponi, la
Schoberlechner, Poggi, la Frezzolini, Guasco, Debassini, Ferri,
aprivano, con altri pochi valenti, l'epoca nuova. Fervide, accanite
polemiche suscitavano la Cerrito e la Taglioni; una pantofola della
Cerrito era pagata duecento franchi. La Elssler, apparsa più tardi,
faceva obliare le due antagoniste avventurate; il pitale
della Elssler fu comperato da un fanatico al prezzo di lire
seicento.--Nella quaresima del 1842, coll'opera il _Nabucco_, si
palesava un nuovo atleta dell'arte musicale, il maestro Giuseppe
Verdi. Tutti i dotti si scatenarono atrocemente contro lui, ma il
pubblico non tardò un istante a rendergli omaggio. Gustavo Modena
recitava al Lentasio la _Zaira_, il _Luigi XI_, l'_Oreste_, il
_Filippo_, e di là passava al Carcano ed al Re, dove la sua forte e
poetica declamazione produceva insoliti effetti.
Al teatro Re, nella stagione di quaresima, recitava periodicamente la
Compagnia Sarda, che contò, fino all'ultimo, attori distintissimi.
La Ristori, al fianco della Marchionni, rappresentava le
parti ingenue ed amorose, tipo ideale di bellezza. Nell'arte
drammatica emergevano il Vestri, attore unico nel suo genere, il
Bon, il Taddei, il Gattinelli, il Ventura, la Robotti, la Romagnoli,
il Dondini--Ernesto Rossi, Tommaso Salvini, la Sadowiski, il
Maieroni, e quasi tutti gli attori più illustri dei tempi nostri,
aggregati alla Compagnia di Gustavo Modena, si ispiravano alle
lezioni ed agli esempi di quel grande. La Compagnia Lombarda
istituita da Giacinto Battaglia e diretta dal Morelli, arruolava
sotto le sue bandiere il fiore delle giovani reclute, iniziando, pel
teatro drammatico, un'era novella. Scrivevano per la scena italiana
il Bon, il Nota, il Brofferio, il Giacometti ed altri pochi.
Giacinto Battaglia e Giuseppe Revere fornivano qualche dramma
storico non sì tosto applaudito che obliato. Goldoni era sempre
gustato. Il repertorio di Scribe e d'altri autori francesi godeva
pieno favore. Si tentarono per la prima volta le tragedie di
Shakespeare e di Schiller; l'_Otello_ recitato dal Modena, fu al
teatro Re male accolto; assai bene il _Wallenstein_. Una tragedia di
Manzoni, recitata parimenti dal Modena, ottenne fredda accoglienza.
Si leggevano avidamente i versi milanesi del Raiberti. Il primo
dramma di Revere, _Lorenzino de' Medici_, levò qualche rumore.
Rovani, a dicianove anni, pubblicava un romanzo storico, il
_Lamberto Malatesta_. Uberti esordiva alle lettere con un frammento
di poema in versi sciolti, _Le quattro stagioni_. Tutti i romanzi
storici e le novelle storiche apparse dopo i _Promessi Sposi_ e il
_Marco Visconti_, arieggiavano lo stile di Manzoni e di Grossi. La
_povera tosa_ metteva il capo dappertutto. Correva manoscritta una
mesta poesia in morte di Silvio Pellico, nè vi era alcuno che non
sapesse recitarla a memoria. Quella poesia cominciava coi versi:
_Luna, romito aereo, Tranquillo astro d'argento_....
I romanzi del Guerrazzi, superato il confine, passavano da mano a
mano, divorati ansiosamente dai giovani. Giusti e Leopardi erano
poco noti; del Giusti erano lette furtivamente le prime poesie che
giravano manoscritte. Le donne leggevano Prati, e si intenerivano
alle amorose peripezie di Ermenegarda. I professori di rettorica ed
i giovani poetanti inveivano acerbamente contro il gentile e
melodioso poeta, ma tutti poi lo imitavano, e, come al solito, lo
superavano nei... difetti. Le opere dell'ingegno fruttavano poco ai
mediocri, ma i distinti ne coglievano frutti, comparativamente
lautissimi. Tommaso Grossi dai _Lombardi alla prima Crociata_
ritrasse da quindici a ventimila lire; Cesare Cantù colla _Storia
Universale_ e con altre opere istoriche pubblicate dippoi, arrichì.
Ma anche allora c'erano poeti e letterati che facevano pietà a
vederli, quando non ispiravano terrore. Faccie smunte, soprabiti
scuciti, e colli da struzzo. La letteratura più affamata pranzava
alla trattoria del Popolo, dove non pochi cantanti e ballerini
gareggiavano coi poeti di appetito. Le appendici letterarie e
teatrali della _Gazzetta di Milano_ portavano alternativamente i
nomi di Lambertini, Piazza, Biorci, Cremonesi. Scrivevano libretti
d'opera Felice Romani, Rossi, Bidera, Cammarano, Sacchero e Giorgio
Giachetti. Nei palchetti della Scala, durante la rappresentazione
dell'opera, si giuocava a tarocco e qualche volta si cenava. Nel
massimo teatro le panche della platea erano coperte di una grossa
tela giallastra; le scale nude di tappeti, la scena illuminata
tetramente. Alessandro Guerra, famoso equitatore, godeva una fama
napoleonica.--Era gustata la birra Tarelli, e qualche signora
suggeva deliziosamente la gazosa di fambros. Il caffè Mazza era
rinomato per la confezione dei sorbetti, il caffè di Brera
per gli squisiti tortelli, la chiesa di San Marco per i suoi
predicatori.--Il vicerè Rainieri, la sera del giovedì santo, si
prestava gratuitamente a lavare i piedi di dodici vecchioni dello
stabilimento Triulzi: tutte le dame e i gentiluomini di buon gusto
facevano a gara per assistere a quello spettacolo. La contessa
Samayloff si rendeva celebre per una mascherata di gatti, e faceva
celebrare con pompa inaudita i funerali di una cagnolina.
Uno zigaro di virginia costava due soldi di Milano.--Il conte Giulio
Litta scriveva delle opere musicali applaudite, su libretti del
poeta Rotondi suo pensionato. Alla Scala piaceva l'_Ildegonda_,
musica e poesia di Temistocle Solera.--I matrimoni dell'aristocrazia
coll'arte erano rari come quelli della nobiltà col commercio. Levò
immenso rumore il matrimonio della contessa Samayloff col Pery, un
oscuro baritono che rappresentava al teatro di Como la parte di
Carlo V nell'_Ernani_.--Al corso, nella prima domenica di quaresima,
non apparivano che carrozze ed equipaggi di lusso. Non esistevano
ancora gli ignobili _broughams_. Una dozzina di carrozzoni
sepolcrali facevano il servizio della intera città.--La processione
del _Corpus Domini_ costituiva uno degli spettacoli più grandiosi e
più popolari dell'epoca; rampolli di illustri famiglie figuravano da
angioli nel corteggio. Uomini di censo e di una serietà
indiscutibile, si contendevano l'onore di sostenere il
baldacchino.--Nelle grandi arsure dell'estate c'era un espediente
sicurissimo e poco complicato per ottenere la pioggia; si esponevano
alla pubblica venerazione due angiolotti di legno. Le fanciulle da
marito filavano l'amore sentimentale nei boschetti di porta
Renza, ai Servi ed al Carmine, durante la messa, e al teatro
Filodrammatico. Le chiese erano affollatissime in ogni ricorrenza di
triduo serale; giovinetti dai venticinque a trent'anni assistevano
alle cerimonie religiose col ginocchio piegato, col libro delle
preghiere nella mano destra. Questi devoti solevano impiegare
abbastanza vantaggiosamente anche la mano sinistra.--Alla _Corona_,
all'_Agnello_, al _Falcone_, al _Cappello_, e in tutti gli alberghi
di tal rango, si alloggiava al prezzo di una lira al giorno. I
cittadini erano gai: nelle famiglie si giuocava all'oca ed alla
tombola e qualche volta si faceva un po' di musica e si ballava
all'oscuro. Lotterio e Battezzati, un baritono ed un basso
dilettanti, erano contesi dalla borghesia. Il principe Emilio
Belgioioso era un tenore stupendo, il conte Pompeo, basso profondo
di primo ordine, cantava a Bologna lo _Stabat Mater_ di
Rossini.--Una libbra di manzo si pagava diciasette soldi, e metà
della popolazione non assaggiava carne che alla domenica o alle
grandi solennità della chiesa. Si parlava meneghino su tutta la
linea. Al Corso di Porta Renza tutti portavano i guanti; sulla porta
dell'Hagy stazionavano ancora parecchi milionari. Saper nulla era
lusso, moda l'inerzia e la _ciocca_.
La contessa Samayloff era la _lionne_ di Milano. Una sera, al teatro
Re, ella recitò con molto garbo una parte principalissima nel dramma
francese _Le prime armi di Richelieu_. La rappresentazione aveva
scopo benefico, e il canonico Ambrosoli sedeva nell'atrio del teatro
a sorvegliare il bacile. Le dame, per invidia, detestavano la
contessa; i poveri ne dicevano il maggior bene.--La moglie del
vicerè Rainieri, dal suo palchetto alla Scala, dardeggiava col
binoccolo i giovinotti più alla moda. Uno dei _lions_ più avidamente
occhieggiati dalla arciduchessa, si compiaceva di imbarazzarla colle
sue pose stranissime e non affatto decenti.--Produsse gran
sensazione un incendio avvenuto a Corsico, che divorò buona parte
del paese.--Un fallimento dava materia a discorrere per parecchi
anni, e la famiglia di un fallito vestiva a lutto o spariva dal
consorzio cittadino.--In fatto di equipaggi, non era permesso il
tiro a sei che a S.A.I.R. il Vicerè, ed a Sua Eminenza monsignor
l'Arcivescovo.--Il vicolo delle _Ore_ e il sottopassaggio che
dall'interno del Duomo metteva all'Arcivescovado erano i punti
prescielti pei convegni amorosi. Verso le estremità del boschetto
pubblico prospicienti la strada Isara, si presentavano sul far
della notte, dei gruppi mostruosi.... L'osteria dei Tre Scranni si
rese celebre per una avventura degna di figurare nel _Decamerone_, e
lo sgraziato protagonista, che finì imprigionato, per disdoro della
curia era un prete.--In estate, le bande tedesche chiamavano al
caffè Cova una folla mista di buontemponi e di fanciulle da marito.
L'ingresso al caffè costava mezza lira e questa dava diritto alla
consumazione di un gelato. I Baconi, i Paumgarten ed i Kaiser
fornivano le migliori bande musicali.--La varietà delle monete era
notevolissima e qualche volta imbarrazzante, contuttociò il popolo
ambrosiano non potè mai divezzarsi dal contare in lire milanesi.
Esistevano spezzati di ogni valore; il centesimo, il sesino, il tre
centesimi, il soldo, il carantano, la parpagiuola, il tre e mezzo,
il quartino, il nove meno un quattrino, il diciasette e mezzo, il
dicianove soldi (tre lire di Parma), il venti soldi. Il valore della
svanzica andò gradatamente elevandosi dai ventitrè ai venticinque
soldi di Milano. Fino al 1848, ebbero gran voga i crocioni e i
quarti di crocione. Il _Trentanove_ ebbe gli onori di una brillante
poesia dettata da Ercole Durini, gentiluomo amabilissimo e ricco di
ingegno.
Fra le monete d'oro, figuravano ancora le pezzette, gli zecchini, le
colombie, le sovrane, le papaline, le messicane, le genove, i luigi,
le parme.--Il duca Litta, recandosi a Lainate con legno di posta, a
ciascun postiglione gettava per mancia un marengo.--I ballerini ed i
mimi, notevoli per la loro chioma raffaellesca, stazionavano sulla
porta del caffè della Cecchina, detto dei _virtuosi_. Effisio Catte
faceva colazione nella retro bottega del salsamentario Morandi;
Gumirato, un tenore in perpetua disponibilità, pranzava tutti i
giorni dell'anno col caffettiere del teatro Re, pagandolo di facezie
e di epigrammi.--Non esistevano giornali umoristici; il _Cosmorama
Pittorico_, istituito dallo Zini, contava settemila abbonati.--In
piazza Castello si giuocava al pallone.--In una bottega sulla Corsia
del Duomo, si offerse per circa sei mesi uno spettacolo di pulci
ammaestrate, le quali eseguivano diversi esercizi ginnastici; tutta
Milano corse ad ammirarle.--Il Meneghino Moncalvo recitando alla
Stadera ed alla Commenda, si faceva imprigionare regolarmente due
volte alla settimana per l'arditezza delle sue allusioni
antiaustriache. Il teatro Santa Radegonda, a cui si ascendeva per
una scala di legno, era più angusto, più sudicio e più tetro che non
sia al presente.--Merelli, impresario del teatro alla Scala,
possedeva una superba villa a Lentate, e dava commissioni ai più
celebri pittori e scultori.--Rovaglia vestiarista degli imperiali
regi teatri, sfoggiava sul corso un magnifico equipaggio.--L'agente
Burcardi veniva giustamente considerato il più magro cittadino di
Milano.--L'abate Gianni, un colossale gigante, regalava
pubblicamente due schiaffi al figlio di Radesky, che lo aveva
insultato, e n'aveva dal generale felicitazioni ed encomii.--Di
duelli non si udiva parlare; le quistioni più complicate si
scioglievano col metodo estemporaneo dei pugni e delle reciproche
bastonature.--Le teste dei poliziotti, nei quartieri di porta
Ticinese e di porta Comasina, furono più volte sprofondate nel vano
dei loro kepy torreggianti.--I barabba portavano gli orecchini e si
radevano la nuca; i garzoni da macello si distinguevano per due
enormi ricci poco simmetrici, striscianti sull'orecchio.--Prima del
1840, il tabarro costituiva l'indumento invernale più usitato. Vi
erano tabarri da quattro, e persino da otto a dieci pellegrine. Il
_paletot_ veniva generalmente adottato verso il 1841.--Il giorno di
Pasqua, fosse pioggia o bel tempo, metà dalla popolazione indossava
arditamente gli abiti estivi. Il pantalone di _nankin_ godeva in
estate il massimo favore. Sul Corso si incontravano ad ogni passo
delle dame seguite da un domestico in livrea. I cani favoriti dalle
signore appartenevano alla razza dei carlini o dei maltesi.--Balzac
soggiornava per alcun tempo a Milano, e durante quella breve dimora,
notava che le figlie delle nostre portinaie avevano l'aspetto di
altrettante regine. Il celebre romanziere veniva derubato di una
preziosa tabacchiera che ben tosto gli era restituita per cura
dell'imperiale regio direttore di polizia.--Il baritono Varesi
cantava alla Scala nel _Corrado d'Altamura_ e nella _Saffo_ di
Pacini.--Dal Conservatorio uscivano famosi istromentisti, il Piatti,
il Bottesini, l'Arditi, il Fumagalli.
Gli allievi del Conservatorio portavano un'uniforme poco dissimile
da quella dei commissari di polizia, vale a dire una marsina verde
scura con bottoni dorati e cappello a barchetta. Il giovedì e la
domenica, quei giovani musicisti dell'avvenire passeggiavano a
schiera sui bastioni e sul Corso. L'alunno Antonio Cagnoni scriveva
la sua prima opera _Don Bucefalo_, mentre a Giuseppe Verdi era
negata l'ammissione nel Conservatorio, dietro verdetto di un
professore di pianoforte onnipotente. Il maestro Triulzi, orribile a
vedersi, dava lezioni di canto alla bella Pinoli ed alla Iotti.
Rolla, e più tardi Cavallini, dirigeva l'orchestra della Scala, che
contava fra i suoi migliori istromentisti l'Ernesto Cavallini
solista di clarinetto, il Daelli oboista, Rabboni professore di
flauto e Merighi professore di violoncello. Ferrara creava
eccellenti allievi nel violino. Angelo Mariani, bellissimo giovane,
dirigeva il concerto e l'orchestra del teatro Carcano nell'autunno
dell'anno 1846 e nella primavera del 1847.--Alberto Mazzucato
scriveva pel teatro delle opere più o meno accette, e dettava
articoli di arte nella _Gazzetta Musicale_, edita dal Ricordi. Anche
il Lucca, editore di musica, istituiva un giornale artistico
letterario, l'_Italia Musicale_, dove il Cattaneo, il Raiberti, il
Rovani, il Ceroni, il d'Azeglio, il Vitali ed il Piazza scrivevano
articoli svariatissimi. Il cavaliere Andrea Maffei donava all'Italia
le sue splendide traduzioni di Schiller e di Moore, e il prevosto
Riccardi, con un libro nel quale si prediceva vicinissima la fine
del mondo, destava il più vivo all'arme nel pubblico. Correvano
trascritte brillanti poesie di Ottavio Tasca in onore della Cerrito
e della Taglioni. Tutte le strenne che uscivano in Milano portavano
una ode od una novella di Pier Ambrogio Curti. Il maestro Bonino
giungeva desiderato nelle sale della più eletta società pel brio
delle sue narrazioni, per lo spirito inventivo delle sue celie.
Nelle case della borghesia furoreggiava il Rabitti, contraffacendo
il ronzio della vespa, lo stridore della sega, la tosse ed il
rantolo dei morenti. Nelle osterie si giuocava alla mora
fragorosamente. Sulla porta del caffè Martini brillava il vecchio
Catena, protettore di cantanti e ballerine, che viveva da signore
colla rendita di un capitale non più ingente di lire diecimila. Alla
Scala si rappresentava un _Don Carlo_ del Bona, ed a Genova un
_Ernani_ del maestro Mazzucato. L'attore Giovanni Ventura destava
fanatismo nel _Torquato Tasso_ e nel _Vagabondo_, e pubblicava una
raccolta di poesie in dialetto milanese, scritte col miglior garbo.
Sulla piazzetta di S. Paolo, le botteghe del parrucchiere
Migliavacca e del calzolajo Brivio rivaleggiavano di lusso e di
celebrità. Il Brivio, nell'atto di prender la misura ad un piedino
elegante di donna, si compiaceva di esplorare a mezzo di uno
specchio accollato in fondo del suo cappello e deposto ai piedi
della cliente, i contorni d'altre polpe più intime, le quali non
reclamavano la scarpa.--Lo stabilimento di educazione diretto dal
signor Racheli era nel massimo flore, e quivi si educavano
liberalmente i giovanetti delle famiglie più cospicue. Il professore
abate Pozzone pubblicava delle liriche manzoniane, splendide nel
concetto e nella forma. Giuseppe Barbieri teneva il primo posto fra
gli oratori ecclesiastici, e un altro Barbieri, credo Gaetano,
traduceva, oltre i romanzi di Walter Scott, non saprei quante
centinaia di altri romanzi.
L'omeopatia suscitava polemiche accanite, e il Raiberti vi prendeva
parte colle sue satire piene di attico sale. Un Lafontaine venuto di
Francia dava i primi saggi di magnetismo al ridotto della Scala. La
fotografia sulla carta non era peranco inventata od almeno si
ignorava: i ritratti al dagherrotipo su lamina di zinco preparato,
costavano da dieci a venti franchi cadauno, ed offrivano una
immagine sbiadita e molto spesso enigmatica.
La grande invenzione degli zolfanelli fulminanti data dal 1834. Un
mazzetto di quegli zolfini greggi, che in oggi si vendono a un soldo
la dozzina, in sulle prime costava dodici soldi. Per più mesi si
vendettero al prezzo di soldi sei, quindi scesero gradatamente fino
al carantano. Molti vecchi inorridivano di quel trovato; per un
momento si ebbe a temere, che in seguito ai tanti reclami, alle
tante proteste della popolazione antiquata, lo zolfanello venisse
proscritto dalle leggi. Gli istinti del pipistrello e del gufo son
propri della maggioranza, e questa fece sempre una brutta smorfia ad
ogni sprazzo di luce. L'inventore dello zolfino fulminante non
lasciò traccie del suo nome, e così al Prometeo del secolo nostro
mancò l'apoteosi dei carmi e dei quadri coreografici.
L'arcivescovo Gaisruck e il conte Mellerio si detestavano, fautore
quest'ultimo delle fraterie, l'altro nemico e oppositore pertinace.
I liceisti e i forestieri delle provincie assistevano, in piazza del
Duomo, al concerto quotidiano della banda che suonava sotto il
palazzo del vicerè. Vaccai, l'autore della _Giulietta e Romeo_ e
d'altre opere teatrali, presiedeva alla direzione del Conservatorio.
Donizetti era maestro di Corte a Vienna, e scriveva, per quel teatro
italiano, la _Linda_ e la _Maria di Rohan_. Ogni anno egli tornava
alla Bergamo nativa per abbracciare il suo vecchio maestro Simone
Mayr, il quale, cieco d'occhi e affranto dagli anni, si era
esclusivamente dedicato alle composizioni di chiesa.--Ignazio
Marini, il celebre basso, veniva per sempre rinviato dal teatro
dell'opera di Vienna, per avere, ad una rappresentazione di gala a
cui assisteva l'imperatore, emessa una nota troppo profonda che
nessuno potè illudersi gli fosse uscita dal petto.--A quell'epoca,
gli artisti si prendevano delle strane licenze, e il governo,
purchè non si trattasse di licenze politiche, si mostrava
tollerantissimo.
Temistocle Solera, viaggiando col basso Marini da Milano a Stradella
in legno di posta, involto nella zimarra teatrale di Faliero,
trinciava benedizioni a quanti villani si trovavano sul di lui
passaggio, e questi a inginocchiarsi e fare il segno della croce.
L'autore di questo frammento storico, partito da Codogno dopo una
rappresentazione dell'_Attila_, con indosso l'armatura e le maglie
di Ezio romano, in tale abbigliamento scendeva all'albergo
dell'Ancora, e quivi prendeva alloggio.--Un giovane scapato e di
mano pronta applicava due schiaffi sonori alla moglie d'un celebre
impresario nell'atrio del più vasto teatro. Un tale avvenimento fece
parlare il mondo milanese per dieci anni di seguito.--Per quanto mi
dolga recar sfregio alla tanto vantata moralità di quei tempi, non
debbo tacere di una festa da ballo privata, ove convennero in buon
numero persone di ambo i sessi, abbigliate nel semplicissimo
costume di Eva e di Adamo. La polizia austriaca non si commosse
dello scandalo--quei danzatori così succinti nelle vesti non erano
persone da cospirare contro la sicurezza dello Stato. Un _Congresso
di scienziati_ chiamò gran folla a Milano nel 1846. Il popolo
profittò dell'occasione per testimoniare il suo rispetto alla
scienza. Nelle trattorie si gridava al cameriere: _un piatto di
scienziati!_--e quegli a recar tosto un piatto di zucche o di
patate. Anche i somarelli vennero in quell'epoca salutati col
medesimo titolo--Nobili istinti delle masse!
Uomini che pensassero all'Italia, che fremessero del servaggio
straniero, che abborrissero l'Austria, erano in numero assai scarso.
I più ignoravano che un'Italia esistesse. Eppure, qualcheduno agiva
in secreto, qualcheduno scriveva, qualcheduno assumeva l'incarico
pericoloso di propagare i fogli di Mazzini. Allora c'erano rischi
tremendi a parlare di politica, foss'anche col più intimo degli
amici. Taluni che troppo osavano, cadevano in sospetto di spie.
Le _Prigioni_ di Silvio Pellico, erano ritenute un libro
ultrarivoluzionario. Qualcheduno, tremando, osava declamare le
liriche concitate del Berchet, in circolo ristretto di conoscenti.
Tali ardimenti cominciavano verso l'anno 1842.
Si impiegavano sei ore per trasferirsi in vettura da Milano a Pavia;
non era permesso di varcare senza passaporto i confini della
Venezia.
Le maschere carnevalesche erano insulse e indecenti. Ai veglioni
della Scala non era permesso lo accedere senza l'abito nero e un
piccolo _domino_ alla spagnuola, che ordinariamente si prendeva a
nolo per dieci o venti lire. La guerra dei coriandoli, al giovedì e
al sabbato grasso, assumeva proporzioni intollerabili.--Recandosi in
autunno alle ville, le famiglie patrizie trasportavano enormi
bagagli.--Gli stradali da Milano a Varese, e quelli della provincia
di Lodi e Cremona erano infestati di ladri. Il brigantaggio
scomparve lentamente coll'estendersi delle comunicazioni e colla
coltivazione dei terreni boschivi.--La Valtellina, la Brianza, i
colli del Varesotto producevano dei vinetti esilaranti. Il
_Monterobbio_ e l'_Inferno_ rivaleggiavano coi più famosi vini
dell'estero. Ogni anno, gli eleganti di Milano facevano regolarmente
la loro comparsa alla sagra di Imbevera ed ai mercati autunnali di
Lecco. I signori, boriosi e stolidissimi, dopo aver vissuto
famigliarmente in campagna con persone del ceto medio, negavano a
queste il saluto, scontrandole pochi dì dopo sul lastrico di
Milano.--I Bergamaschi alloggiavano all'_Agnello_, i Lecchesi alla
_Corona_, i Pavesi a _Sant'Ambrogio alla Palla_ ed al _Pozzo_, i
Lodigiani al _Cappello_ ed al _Falcone_. Fra quei di Bergamo e quei
di Milano duravano livori e rappresaglie.--La Pasta e la Taglioni
comperavano ville sul lago di Como. Il poeta Ottavio Tasca sposava
la Taccani cantante. Il poeta avvocato Bazzoni si annegava nelle
acque del Lario; tutti gli anni qualche povero innamorato si gettava
dal Duomo.
Alla morte dell'arcivescovo Gaisruk, e poco dopo, alla entrata
trionfale del suo successore Romilli, si manifestavano nelle vie i
primi segnali della insurrezione latente. In piazza Fontana, in una
serata di luminaria fatta ad onore del nuovo arcivescovo,
echeggiarono le prime grida di Viva Pio IX. I dragoni, prorompendo a
cavallo nel mezzo della folla, misero in fuga i dimostranti, e un
povero fabbricatore di mobili, certo Ezechiele Abate, rimase morto
sul terreno...
E qui, lettori miei, pongo fine al mio riassunto, giacchè mi pare
d'aver già adunata materia sufficiente per riempire i due volumi
commessimi dall'editore. Certo è che, descrivendo gli avvenimenti in
ordine di date, e riproducendo le circostanze di luogo e di persone
con tratti più larghi, ben altro mi sovverrà alla mente, che qui
venne omesso per oblio. Ma questo breve ed informe sommario non
potrà a meno di suggerire dei confronti e di provocare vivaci
discussioni fra gli insanabili adoratori del passato e i fanatici
dell'èra presente. In poche parole esprimerò l'avviso mio. All'epoca
testè descritta, la città di Milano contava i milionarii in maggior
numero, ma l'agiatezza era minore assai nelle classi borghesi e
nelle masse che vivono d'arte o d'industria. Il patriziato e l'alto
commercio sfoggiavano un lusso abbagliante, ma il cilindro
obbligatorio del calzolaio, del salumiere, del pittore, del
letterato e dell'impiegato, brillava di un lucicore miserevole che
ricordava allo sguardo le traccie bavose della lumaca. Il vestito di
seta non era sceso alla donna del popolo; e la sartorella sollevando
la gonna per trapassare i frequenti rigagnoli, metteva in mostra
delle calze e delle sottane più atte a deprimere che a suscitare i
salaci istinti di un ammiratore. In letteratura, emergevano delle
individualità più distinte, ma la massa del popolo era quattro volte
più idiota. C'erano persone serie, che si occupavano di seri studi
che pubblicavano seriissimi lavori, ma le crasse maggioranze nè
pensavano, nè studiavano, nè leggevano. La musica era in fiore, ma
assai meno compresa che oggigiorno: si applaudivano con fanatismo
degli insigni capolavori, ma altresì venivano festeggiati degli
aborti oggidì intollerabili. Il ceto lavorante spendeva meno per
vivere, ma era meno retribuito. Notevolissima, in ogni modo,
esemplarissima e degna della massima ammirazione, era a quei tempi
la rassegnazione a pagare il testatico, a sopportare i balzelli, a
subire i prestiti forzosi, a sopportare i rabuffi e le frustate
degl'imperiali regi commissarii di polizia, ed anche la bastonatura
dei sergenti croati. In ciò, confessiamolo a grande vergogna nostra,
i nostri predecessori, furono sublimi di longanimità e di
tolleranza. Gente di buona fede, che odiava la discussione e la
polemica irritante. Uomini di sano criterio, positivi e logici in
sommo grado, i quali dovevano riconoscere e confessare a sè medesimi
che l'Austria era moderatissima, dacchè, potendo, quando buono le
paresse, spogliarli di tutto, si teneva paga di prendersi la metà
soltanto del loro avere. Come i popoli appariscono ragionevoli e,
diremo anche, soddisfatti, quando agli occhi della loro intelligenza
insiste, lontana o vicina, la prospettiva della... forca!