CONCLUSIONE.

Tutti coloro che narrano o scrivono una storia, (siamo sinceri) hanno

in sè un po' di speranza ch'essa possa dilettare, e che si trovi

qualcuno che l'ascolti o la legga fino alla fine: anche noi abbiam

sempre avuto riposta in un cantuccio del cuore questa speranza, che,

simile alla fiamma d'una candela esposta al vento, alle volte si faceva

maggiore (rida pure il lettore, che ha ragione), alle volte piccina

piccina, e stava per ispegnersi; ma l'amor proprio ha saputo governarla

così bene che non s'è spenta mai fin'ora.

Se questo sottile adulatore non ci ha ingannati; se realmente s'è

trovato un lettore abbastanza paziente per accompagnarci fin qui,

possiam lusingarci che abbia caro udire qualcosa di più sul conto di

Fieramosca; e noi molto volentieri gliene diremo ciò che ne abbiam

potuto sapere.

Quando Consalvo ebbe licenziato i vincitori ed i prigioni, questi

vennero accolti e ben trattati in casa di Colonna, ove dormirono quella

notte; e l'indomani essendo stati recati i danari del riscatto dal

campo francese, vennero rimandati liberi ed accompagnati da molti fin

fuor della porta con quelle dimostrazioni d'onore che meritava la loro

valorosa difesa.

Ma Fieramosca, uscito appena dalla presenza del gran Capitano, non

badò più a loro. Poteva finalmente pensare a sè ed a Ginevra, onde si

tolse chetamente di mezzo a' suoi compagni che se n'andavano fra una

turba d'amici, e che inebriati per l'allegrezza della vittoria non

potevano in quel momento aver altri pensieri, nè por mente a lui. Vide

in fondo ad una delle logge del cortile Vittoria Colonna, che, dopo

essersi trovata presente all'accoglienza fatta da Consalvo ai tredici

guerrieri, ritornava nelle sue camere, ed era presso ad entrarvi:

onde messosi a correre, e chiamandola a nome, la fece volgere e

fermarsi. Vittoria, cui eran venute all'orecchio parte delle vicende di

Fieramosca, indovinò che cosa fosse per domandarle.

Oh Dio! che rispondergli? pensò fra sè: ma non ebbe tempo a riflettere,

che già Ettore le stava vicino. Avea l'armatura coperta di polvere, ed

intaccata qua e là dai colpi ricevuti; sull'elmo una sola penna rotta,

dell'altre non eran rimasti che i fusti; e la visiera alzata lasciava

vedere il suo bel volto, affilato per la fatica, asperso di sudore, e

pieno tutt'insieme d'allegrezza per la gloria ottenuta, e d'ansietà

pel desiderio di ritrovar quella che dopo la morte di Grajano poteva

finalmente dir sua.

Siccome il cuor dell'uomo è inclinato a sperare o temere a seconda

delle circostanze in cui si trova, lo scoramento, direi, la

disperazione che aveva provato la notte e la mattina prima della

battaglia, pensando ai casi di Ginevra, ora colla scossa fisica e

morale ricevuta dal lungo combattere, colla ineffabil gioja dell'aver

vinto, s'era mutata in una confidente speranza di trovarla sana e salva.

--Madonna!--disse col respiro frequente che vien prodotto dal

batticuore:--Dio vi rimuneri, e vi benedica; so tutto.... che

l'avete accolta, che le avete fatto tanto bene.... poverina.... e'

bisognava....! Conducetemi da lei, andiamo per amor di Dio.--

Ogni parola del giovane era una coltellata al cuore di Vittoria, e

non le bastò l'animo di dargli la nuova dolorosa; anzi ebbe forza di

comporre il volto ad un mezzo sorriso e gli disse:

--Ginevra è di nuovo a Sant'Orsola (era vero pur troppo, che un'ora

prima del ritorno degli Italiani dal campo era stata portata al

monastero, accompagnandola Fra Mariano onde seppellirla nella notte).

--A Sant'Orsola! come, così presto? dunque non ha avuto male? dunque

sta bene?

--Sì, sta bene.--

Fieramosca aprì le braccia (tanta fu la piena dell'allegrezza) come per

abbracciar Vittoria, ma invece posto a terra un ginocchio, presale una

mano, vi stampò baci di gratitudine, che valevan più di mille parole.

Poi s'alzò, come fuor di sè, e se n'andava senza dir altro per correre

a Sant'Orsola: si fermò un tratto, guardandosi sul petto, e tornò

indietro.

--Vedete, signora--diceva sorridendo con una cotal trepidanza--vedete

questa tracolla azzurra, me l'ha data essa.... oggi un colpo di spada,

trovando la corazza che consentiva di sotto, l'ha tagliata in due.--

In così dire scioglieva il nodo che avea fatto coi due capi onde non

cadessero.

--Son troppo ardito, lo so, ma in grazia, v'increscerebbe racconciarla

tanto che Ginevra non s'avvedesse ch'è tagliata? Sel torrebbe,

poverina, a mal presagio.... direbbe: Non sapevi coprirla collo

scudo....?--

Vittoria s'avviò volentieri alle sue camere a prender ciò che

bisognava, contenta di potersi togliere così un momento dal giovane

e nascondergli la commozione che provava nel veder la sua ingannevol

fiducia. Tornò più rinfrancata, e si pose a racconciar la tracolla, e

tenendo il viso basso, Fieramosca non s'accorse di nulla.

--Appena--diceva questi sorridendo mentre l'altra lavorava--appena

si conosce più di che colore ella sia...... ha passate di gran

fortune..... m'è stata compagna al male, ora lo sarà al bene. Sapete da

quanti anni non la lascio mai!.... l'ho salvata in tante battaglie...

ed oggi!... quando tutti i miei dispiaceri si volgono in allegrezza....

me l'hanno da aver guastata! Chi credesse agli augurj che cosa saprebbe

dire?--Vittoria attendeva a cucire senza risponder parola. Contrastata

fra il pensiero che bisognava pur fargli conoscer la verità, e

l'invincibile ripugnanza che provava a dargli un tanto dolore, credè

poter conciliar tutto col cercar Brancaleone, tosto che Ettore fosse

partito da lei, ed avvertirlo onde soccorresse il suo amico in questa

terribil prova.

--Vi ringrazio mille volte--disse Ettore quando fu terminato il lavoro;

e giù per lo scalone, in un lampo fu in cortile. Non v'era rimasto

altri che il suo servo Masuccio che teneva per la briglia il cavallo

coperto di schiuma; la povera bestia avea il capo basso e l'occhio

spento; un ansar grave le facea battere il fianco.

--Alla stalla, alla stalla--gridò Ettore al fante, nel passargli

vicino--chi t'insegna?..... un cavallo sudato fermo all'aria!--ed uscì

del cortile dirigendosi al porto per andar a Sant'Orsola: per mare era

più breve il tragitto.

Giunto ove si usavan tenere i battelli, non ve ne trovò nemmeno uno.

Le navi che portavan le soldatesche venute di Spagna avean gettato

l'ancora in porto, e volendo Consalvo che le truppe scendessero a terra

prima di sera, tutte le barche erano state tolte per questo servizio.

Ettore battè i piedi per l'impazienza, poi disse:--Anderò a cavallo:

è un po' più lunga; così sia.--Venne alla stalla: Masuccio stava per

toglier la briglia ad Airone.

--Lasciagliela--disse Fieramosca. La prese dalle sue mani, gliela buttò

sul collo, con un salto fu in sella, e dopo pochi minuti era fuor di

città sulla strada lungo il lido che va al monastero.

--Povero Airone!--diceva battendogli colla mano sul collo, mentre

affrettava col calcagno il trotto svogliato del buon destriere che

trovava duro gli venisse vietata la stalla dopo tanta fatica:--Hai

ragione; ma abbi pazienza un altro poco, e ti ristorerò di tutto.--

La notte intanto s'andava avvicinando: era già tramontato il sole da

una mezz'ora: Fieramosca, il quale camminava verso l'Oriente, aveva

dietro le spalle il cielo sgombro e sereno, ed in faccia lo vedeva

occupato da lunghi nuvoloni neri che di sotto finivano in una riga

parallela all'orizzonte. Da questa si vedevano molte strisce di

pioggia più o meno dense scendere a piombo sulla linea del mare; e

le cime di quell'ammasso di nubi che salivano sino a mezzo il cielo,

percosse ancora dalla luce del crepuscolo, si colorivano di una tinta

biancastra. Durava quasi continuo in mezzo a quel buio il luccicar

tremolo dei lampi, ed il romoreggiar cupo e lontano dei tuoni. Il mare

andava ingrossando, e minacciava fortuna; gonfio e nel mezzo d'una

tinta quasi nera, sulla sola cresta dell'onde si vedeano scorrere

spruzzi bianchi e minuti: alla spiaggia poi i flutti alzandosi

gradatamente finivano in una lama sottilissima, verde e trasparente,

che veniva avanti simile ad un muro di vetro, finchè l'estremo lembo

ravvolgendosi in sè stesso cadeva con fragore e inondava di schiuma la

ghiaja asciutta del lido.

L'apparenza malinconica del tempo non poteva però in quel momento

turbar d'un punto la felicità del giovane italiano. Misurava con occhio

impaziente il tratto di strada che lo separava da Sant'Orsola, ed

essendo la piaggia rasa e scoperta, potea vederlo tutto. Si immaginava

il piacere del primo apparir di Ginevra; se la vedeva venir incontro

con quel suo volger d'occhi onesto, con quel moversi leggiadro e tutto

grazia. Sperava poter giunger il primo a darle nuova della vittoria, e

solo si travagliava considerando in qual più convenevol modo avesse a

farle conoscere che ella oramai potea disporre della sua mano.

A due tiri d'archibugio dalla torre, il vento di levante che lo feriva

in viso avea portata più vicina la bufera: larghi goccioloni venivano

di traverso e percuotendo sulla corazza rimbalzavano in ispruzzi;

spesseggiano, divengono a poco a poco minuti e fitti. Succede un colpo

di tuono, pel quale sembra siasi levata in cielo una cateratta, e

comincia un rovescio d'acqua che lava Fieramosca da capo a piedi benchè

lo cogliesse a pochi passi dalla torre. La porta era ancora aperta;

trapassò veloce, e presto fu nell'isola ed alla foresteria. Legato ad

una ferriata il cavallo, dov'era dal tetto un po' di riparo, in quattro

salti fu nelle camere di Ginevra.

Sarà inutile il dire che le trovò vuote. Ridiscese, ed alla prima pensò

di cercarla in chiesa. Sapea ch'essa andava per lo più a pregare in un

coretto, posto su in alto; appena entrato, vi gettò lo sguardo: era

vuoto, la chiesa vuota, e quasi affatto buja; vuota la parte del coro

che si vedeva: pure egli sentiva un salmeggiar cupo, come uscisse di

sotterra. Andò avanti, e s'accorse che dal foro posto innanzi l'altar

maggiore, il quale rispondeva giù nella cappelletta, usciva un raggio

che andava a figurare nella volta un tondo di luce scolorita; quando

vi fu vicino, sentì che si recitavan preci nel sotterraneo. Voltò

dietro l'altare, e scese. Il suono delle sue armi, degli sproni e del

puntale della spada che batteva sui gradini fece volger quelli che

formando un cerchio empievano la cappella; s'aprirono: ai piedi si

trovò il cataletto che avea visto la mattina nella sagrestia di San

Domenico: in faccia accanto all'altare era Fra Mariano in rocchetto,

stola da morti, e col braccio levato, teneva l'asperges; in mezzo, un

avello aperto; di qua due uomini che ne tenevan ritta la lapide, di là

Zoraide ginocchioni, curva sul corpo di Ginevra che era già dentro, e

singhiozzando le componeva il velo intorno al volto ed una corona di

rose bianche sulla fronte.

Ettore giunto al basso, vide, stette immobile, senza mandar una

voce, senza far un atto, senza batter palpebra: il suo viso a poco a

poco s'affilò, divenne pallido come la morte, le labbra gli tremavano

convulse, e grosse gocciole di sudor freddo gli scorrevano dalla fronte.

A Zoraide si raddoppiarono i singhiozzi, e Fra Mariano, con voce

malferma che mostrava quanto il suo cuore si lacerasse alla vista

dell'infelicissimo giovane, potè pur dire:

--Jeri è volata in cielo; Dio la fa ora più contenta che non sarebbe

stata fra noi....--

Ma anch'esso, il buon frate, sentì dal pianto troncarsi le parole, e

tacque.

La pietra, ricondotta coi pali di ferro sul vano della tomba, trovò il

suo incastro, vi cadde, vi si fermò.

Ettore era sempre immobile: Fra Mariano venne a lui, gli prese la mano,

che ebbe senza resistenza, l'abbracciò, lo volse per farlo uscir di

colà, ed Ettore obbedì. Saliron la scala, usciron di chiesa; duravano i

lampi, i tuoni e l'acqua a secchie. Quando furon presso la foresteria,

si sviluppò Fieramosca dalle braccia del frate, e prima che questi

potesse quasi profferir parola, era già in sella curvo sul collo del

cavallo, fittigli nella pancia gli sproni; ed il galoppo sonava sotto

il portone della torre.

Nè gli amici di Fieramosca, nè uomo nessuno di quell'età lo vide mai

più, d'allora in poi nè vivo nè morto.

Si fecero varie congetture sulla sua fine; tutte però vane ed incerte.

Una sola potè presentare un tal che di verisimile e fu questa.

Alcuni poveri montanari del Gargano, che attendevano a far carbone,

raccontarono ad altri villani (e così da bocca in bocca dopo molto

tempo corse la voce in Barletta, quando già s'era levato il campo

spagnuolo), che era loro comparso, una notte d'un gran temporale, una

strana visione d'un cavaliere armato a cavallo sulla cima di certe

rocche inaccessibili, che stavano sopra un burrato cadente a piombo nel

mare: cominciarono a dirlo pochi, poi molti, poi alfine tutti dissero e

tennero per fermo fosse stato l'arcangelo San Michele.

Quando però lo seppe Fra Mariano, e venne a confrontar l'epoche, pensò

invece potesse essere stato Ettore, che fuor di sè, spinto il cavallo

in luoghi difficilissimi, alla fine fosse caduto con esso in qualche

ignoto precipizio, e forse anche nel mare.

Nel mille seicento sedici, essendo rimasto a secco un tratto di una

scogliera sotto il Gargano, ad un pescatore venne veduto incastrato fra

due pietroni un ammasso di ferraglie quasi interamente rose dal salso

marino e dalla ruggine, e vi trovò fra mezzo ossa umane, e il carcame

d'un cavallo.

Ora il Lettore pensi ciò che gli par meglio, che la nostra storia è

finita.

Credere ch'ella possa venir bene accolta per i suoi meriti sarebbe vana

e ridicola lusinga; ma stimiamo ci sia lecito sperare che gl'Italiani

accettino con amorevole indulgenza il buon volere di chi ricorda loro

un fatto, che tanto gli onora. Per far vieppiù risplendere il valore

de' vincitori non ci siam creduto lecito introdurre circostanze a

carico dei vinti, che si scoprissero false leggendo le storie di

Giovio, di Guicciardini e degli altri scrittori che parlano di questo

fatto. Non era nostro scopo far ingiuria al valor de' Francesi, che

siamo i primi a riconoscere ed a lodare; ma soltanto render noto quello

che mostrarono gl'Italiani; e non avevam bisogno d'alterar la storia,

dalla quale ci vien resa piena giustizia. A questo proposito ci sia

lecito dichiarare quanto da noi si stimi sciaurata contesa quella che

accende gli uomini delle diverse nazioni a rinfacciarsi a vicenda,

e spesso ajutandosi con menzogne, le loro onte ed i loro delitti:

e quanto all'opposto si reputi degno ufficio di chi vuole il bene

dell'umanità, con quella legge d'amore e di giustizia proclamata dal

Vangelo, il porre un piede su queste faville d'odj pur troppo lunghi e

micidiali.

Ma che diremo delle inimicizie ancor più sacrileghe e più insensate,

che son durate sì lungamente e sì frequentemente risorte fra le varie

parti d'una stessa nazione? Pur troppo l'Italia non può in questo

rifiutare un primato di colpa e di vergogna, come in altre cose nessuno

le nega un primato di merito e di gloria. E sebbene quelle inimicizie

sieno state sempre e sieno più che mai deplorate e maladette, troppo è

lungi ancora che il biasimo arrivi alla misura del fallo.

Ci sembra adunque che chi si fa di nuovo a notare alcuno di quei

fatti dolorosi di che abbondano pur troppo le nostre storie, possa

bensì adempiere imperfettamente un grande ufficio, ma non aver taccia

di fare un ufficio inutile. Ci sembra di più che questo giudizio di

disapprovazione debba apparir più sincero e riuscir più efficace quando

uno lo porta su quella parte d'Italia dove è nato; chè altrimenti il

giudizio potrebbe parer forse parziale, e non in tutto scevro da quel

miserabile astio di municipio che intende vituperare. Perciò credemmo

che ad un uomo nato in Piemonte convenisse più che ad altri far cadere

sulla memoria di Grajano d'Asti il biasimo che hanno meritato l'opere

sue.

Già l'illustre conte Napione espresse l'opinione de' Piemontesi sul

conto di costui così scrivendone[13] «.......quel nostro Astigiano che

nel famoso abbattimento di Quadrato avendo preso le armi contra la

nazione italiana per i Francesi, non solo con essi divise l'onta di

rimaner vinto dagl'Italiani, ma, restato morto sul campo, si giudicò

allora da ognuno meritamente aver portata la pena della sua stoltezza,

giacchè per nazion forestiera avea voluto combatter contra l'onor della

patria.»

Ci sia permesso aggiungere che ora, per quanto si cercasse, non si

troverebbe più fra noi verun imitatore di questo sciagurato.

Ettore Fieramosca: ossia, La disfida di Barletta · 第 41 / 46 题