CAPITOLO DECIMONONO.

Ad uguale distanza da Barletta e dal campo francese, dove la pianura

accostandosi alle colline comincia ad elevarsi, si stende, fra certi

monticelli bassi, un piano di circa trecento passi per ogni verso,

formato probabilmente da qualche antica alluvione. Il terreno di

minuta ghiaja e di sabbia silicea rassodato dal tempo è sgombro

d'arbusti e d'erbe, ed offre alla zampa dei cavalli un andar franco

e sicuro. Questo era il luogo scelto pel combattimento. Dal giorno

innanzi per cura d'uomini mandati dalle due parti, fu livellato ove

era qualche ineguaglianza di terreno; fissati i limiti con un solco e

con grosse pietre disposte all'intorno; ed all'ombra di grandissimi

lecci che crescevano sul ciglio d'un greppo, dal quale si dominava

tutto il campo, vennero situati sedili pei giudici, sotto una specie

di tenda a strisce bianche e vermiglie annodata ai rami degli alberi.

Avanti a questo tribunale eran piantate in fila alla vista di tutti

ventisei lance cogli scudi degli uomini d'arme delle due nazioni, ed

i loro nomi scritti a grandi lettere su un cartellone. Dalle terre e

ville del contorno la curiosità aveva radunata gran folla di contadini

e signorotti di campagna, che prima del levar del sole già si trovavano

allogati per l'alture circonvicine. Quelli che fra loro tenevano un

certo grado sedean coi vecchi e colle donne sull'erba; gli altri,

come ragazzi, poveri, monelli, s'arrampicavano su per gli alberi, e

mostrandosi qua e là fra le foglie facean contrastare col verde il

colore de' visi e de' panni.

Bello spettacolo era (specialmente per chi, ponendosi all'estremità

del campo, volgesse le spalle all'interno delle terre ed il viso alla

marina) il vedere una così ricca scena campestre ravvivata da tal

moltitudine piena di tanto moto e di tanta vita: a destra elevarsi

sul cielo le grandiose masse degli elci, ed al color cupo delle lor

foglie mischiarsi il verde più vivace e gajo d'arboscelli minori; su

un piano più lontano dietro questi, la terra di Quarato, della quale

si scopriva soltanto la porta difesa da una torre addossata a rupi,

al cui piede serpeggia la strada: in mezzo il campo, ed al di là il

lido dell'Adriatico, la città e il castello di Barletta, e le forme

colorite degli edifizi spiccate sulla tinta azzurra del mare: più

lontano il ponte e l'isola di Sant'Orsola, gli alti gioghi del Gargano,

e la linea dell'orizzonte: a manca poi, le colline che a poco poco si

vengono alzando; e rimpetto al luogo destinato ai giudici, sovra un

terreno disuguale, vestito d'erba fresca, gruppi di altissime querce

coi tronchi rivestiti d'edera, e nel pieno vigore della più ricca

vegetazione. La nebbia formatasi nella notte, squarciandosi alla brezza

dell'aurora, veleggiava nelle regioni superiori dell'aria in nuvole di

forme fantastiche, che già percosse dal sole ne rifrangevan i raggi

indorati. Altre strisce di nebbia più densa restavano leggermente

posate sulla pianura, somigliando a letti di cotone bianchissimo, sovra

i quali sorgevano qua e là gruppi d'alberi più alti, e le creste di

qualche collinetta. Il disco del sole vicino ad uscir dal mare spandeva

in cielo la sua luce rancia, lasciando muti gli oggetti terrestri,

illuminati soltanto dal riflesso dell'atmosfera. Tutti gli spettatori

avean come involontariamente gli occhi volti verso il punto dove

stava per comparire. Sull'ultima linea del mare parve alla fine quasi

generata una scintilla di luce vivissima; crebbe, prese forma, uscì il

sole maestoso come un globo di fuoco, e diffuse la sua luce, che diede

forma e colore agli oggetti, e si duplicava oscillando riflessa nel

mare.

Una squadra di fanti venuta quivi per tempo teneva sgombro il campo

dal popolo che stava disperso in gruppi tutt'all'intorno, radunandosi

più frequente nei luoghi ove molti venditori di comestibili e di

vino avean tese le loro tende, ed alzati banchi e tavole. V'era fra

questi l'oste del Sole, Veleno, che il lettore ben conosce, e che in

uno dei luoghi più in vista aveva piantato il suo negozio ambulante

sotto una frascata, alla quale già eran concorsi molti de' soldati

suoi soliti avventori: due o tre gran padelle da friggere eran al

fuoco su altrettanti fornelli di ferro portatili; una tavola composta

d'asse rozze, e connesse alla meglio su varj pali, che fitti nel suolo

servivano di gambe, era coperta di canestroni di pesce, carciofi,

ortaglie d'ogni genere da friggere. Egli, con due grembiuli e la

berretta di bucato, colle maniche della camicia rimboccate sino alla

spalla, teneva sotto il braccio la pentola da infarinare, in una matto

il piatto col fritto ancor crudo, nell'altra le mollette per prenderlo,

e si affaccendava a preparar questo cibo tanto gradito agli Italiani

meridionali, senza restar mai un momento dal cicalare, ridere,

domandare e rispondere a tutti in una volta, e soltanto interrompeva a

quando a quando questi dialoghi, o per cantar _La bella Franceschina_,

o per gridar quanto n'avea nella canna: Ah che alici! ah che alici! son

vive le trigliarelle! o non avete occhi, o non avete danari! ed altre

simili inculcazioni che s'udivano da mezzo miglio lontano.

Alla fine, un mormorar più forte della folla che occupava i luoghi

superiori fece volgere a tutti il viso verso quella parte, e passando

di bocca in bocca giunse la nuova, che già si scorgeva il drappello

francese. Pochi minuti dopo compariva alla voltata d'una strada,

che usciva di dietro una collina, ed avanzandosi, venne a porsi in

battaglia nella parte superiore del campo, volgendo la fronte al mare.

Scavalcati i guerrieri ed un centinaio e mezzo di compagni ed amici

che eran con loro, lasciaron ai famigli i cavalli, e, saliti al luogo

dei giudici, si dispersero sotto i lecci aspettando l'arrivo degli

Italiani. Sulla strada di Barletta un nuvolo di polvere, fra il quale

si potè presto distinguere il lampeggiar dell'armi, mostrò che non eran

per farsi troppo aspettare. Le turbe sin allora disperse si strinsero

ai confini della lizza, studiando ognuno di cacciarsi avanti, malgrado

che i fanti di guardia, con que' modi amorevoli che in ogni tempo ha

sempre usato la soldatesca in simili occasioni, battendo sul suolo, e

talvolta sulle punte dei piedi i calci delle ronche e delle picche,

ricacciassero indietro l'onda che tentava di sopraffarli.

Giunsero gl'Italiani, si fermarono in faccia ai loro avversarj

nell'ordinanza medesima, e scavalcati, salirono anch'essi sul rialto

degli elci.

Dopo i saluti e le cortesie scambievoli, il signor Prospero e Bajardo,

che erano i due padrini, s'abboccarono, e decisero che prima di tutto

conveniva trarre a sorte i giudici.

Il lettore si maraviglierà, son certo, di non trovar il famoso Bajardo

fra i combattenti in così importante occasione, e vederlo invece

adempiere le parti di padrino: gli dirò dunque che non ne abbiam

provata minor maraviglia di lui, nè sapremmo formar su questo fatto

altra congettura se non supporre che qualche ferita non interamente

sanata gl'impedisse di trattar l'armi, o che forse la quartana che lo

travagliava in quel tempo, troppo gli scemasse le forze: a ogni modo

sappiamo certissimo che egli non era fra i campioni.

Scritti dunque i nomi di alcuni caporali de' due eserciti spagnuoli,

francesi ed italiani in egual numero; rotolati i brevi, e posti in

un elmo, cadde la sorte su Fabrizio Colonna, Obignì e Diego Garcia

di Paredes; i quali, sedendo al luogo preparato per loro, aprirono

su una tavola il libro dei Vangeli, e ricevettero il giuramento de'

ventisei guerrieri: col quale s'impegnavano a non adoperar frode

nel combattere; asserivano non aver incanti nè sui loro corpi, nè

sull'arme; ed incontrar quel cimento valendosi della sola virtù e delle

forze naturali. Furon letti di nuovo ad alta voce i patti coi quali

si rimaneva d'accordo che ogni uomo potesse riscattar sè, l'arme e 'l

cavallo mediante cento ducati; ed uno fra gl'Italiani, votando sulla

tavola il sacco del danaro che avean recato, lo contò, e lo consegnò ai

giudici. S'aspettava quindi che i Francesi facessero altrettanto: visto

che nessuno si moveva, Prospero Colonna disse loro più modestamente che

potè:--Signori, e il vostro danaro?--

Si fece avanti La Motta, e rispose sorridendo:

--Signor Prospero, vedrete che questo basterà.--

Montò la stizza al barone romano per la millanteria inopportuna,

ma si frenò, e disse soltanto:--Prima di vender la pelle conviene

ammazzar l'orso. Ma non importa; e quantunque fosse patto fra noi di

portar il riscatto, neppur per questo non vogliamo metter ostacoli

alla battaglia.--Signori (aggiunse poi volto ai suoi), avete udito:

questo cavaliere tien la cosa per fatta; sta a voi a chiarirlo del suo

errore.--

Sarà inutile il dire che questi modi sprezzanti fecero ribollire il

sangue agl'Italiani, ma nessuno rispose nè a La Motta, nè al signor

Prospero, fuorchè con qualche digrigno, o qualche occhiata fulminante.

Terminati questi apparecchi, furon dai giudici licenziate le due parti

e data loro una mezz'ora per prepararsi; dopo la quale un trombetta a

cavallo, situato all'ombra degli elci, accanto ai giudici, darebbe tre

squilli di tromba, segnale dell'assalto.

Ritornati a' loro cavalli e montati in sella, furon dai padrini

disposti in fila a quattro passi di distanza l'uno dall'altro; e tanto

il Colonna quanto Bajardo osservarono di nuovo i barbazzali, le cigne

delle selle, le corregge e le fibbie dell'armature; e, se v'eran occhi

esercitati ne' due campi, eran senza dubbio i loro.

Finita questa rivista, fermato il cavallo nel mezzo della linea, il

signor Prospero disse ad alta voce:

--Signori! non crediate ch'io voglia dirvi parola per eccitarvi a

combatter da uomini pari vostri: vedo fra voi Lombardi, Napoletani,

Romani, Siciliani. Non siete forse tutti figli d'Italia ugualmente? Non

sarà ugualmente diviso fra voi l'onore della vittoria? Non siete voi a

fronte di stranieri che gridan gl'Italiani codardi? Una cosa sola vi

dico: vedete là quel traditor scellerato Grajano d'Asti. Egli combatte

per mantener l'infamia sul capo de' suoi compagni!... m'intendete!...

Ch'egli non esca vivo di questo campo.--

Fieramosca che era vicino a Brancaleone gli disse sottovoce:--Ah! se il

voto non mi legasse le mani!...--E Brancaleone gli rispose:--Lascia far

a me che non ho voti; so io dove gliel'ho da appiccare!--

La voglia d'uccider Grajano era nata in lui dal giorno in cui, udite le

vicende del suo amico, vide che poteva così toglier di mezzo l'ostacolo

che si frapponeva fra esso e Ginevra. Sapendolo poi nel numero dei

campioni francesi, conobbe che l'occasione non gli sarebbe mancata; ed

il giorno della giostra, si rammenterà il lettore delle informazioni

che si procacciò, mentre il cavalier astigiano s'armava accanto

all'anfiteatro. Ora la fine impreveduta di Ginevra distruggeva il suo

primo pensiero; tuttavia non abbandonò il disegno, e gli crebbe poi il

desiderio di eseguirlo, per le parole del signor Prospero, al quale,

come al capo della parte colonnese, obbediva ciecamente in tutto.

I due padrini intanto s'eran ritirati ai loro posti: Bajardo presso

i giudici, ed il Colonna sotto le querce. Questi tutto armato,

fuorchè il capo, su un gran cavallo nero coperto di una gualdrappa

vermiglia ricamata in oro, alzava la fronte grave ed ardita verso i

suoi, aspettando in silenzio la tromba. Avea accanto un suo paggio,

bel giovane di sedici anni, vestito di cilestro, colle calze color

di carmino, e varj caposquadra dell'esercito in diverse attitudini

che, malgrado la loro immobilità, mostravano non so che d'energico e

di marziale. A misura che s'avvicinava il momento, venivano a tutti

mancando le parole; al più, s'udiva qualche monosillabo bisbigliato

sommessamente fra' vicini; ed in questa quiete che dava all'adunanza un

aspetto grave e solenne risonava solo di tempo in tempo lo scalpitare

ed il nitrir dei cavalli, che tenuti in riposo e ben pasciuti, non

potevan ora star fissi nell'ordinanza, rodevano i lunghi freni

dorati, li coprivan di spuma, facendo arco del collo e della coda; e,

rizzandosi sui piè di dietro, sbuffavano colle nari tese e sanguigne, e

parevan dagli occhi gettar faville.

È difficile ai giorni nostri formarsi un'idea dell'aspetto marziale

d'un uomo d'arme di quel tempo, coperto tutto di ferro esso e 'l

cavallo. Ogni cavaliere colla visiera abbassata, chiuso nell'arnese,

collo scudo al petto e la lancia alla coscia, inforcava una sella, i

cui arcioni ferrati s'alzavano avanti e dietro come due ripari che

rendevano quasi impossibile il cadere; incastrato così, stringendo le

ginocchia, era talmente aderente al cavallo, che tutti i suoi moti gli

si comunicavano con quell'unità che dovrebbe legare le due nature del

centauro.

I cavalli avean le parti anteriori e laterali del capo difese da

un guernimento di ferro, nel quale eran soltanto due buchi per gli

occhi; in mezzo alla fronte una punta; il collo, le spalle ed il

petto ugualmente coperto da piastre soprapposte a guisa di scaglie,

e snodate, onde lasciar liberi tutti i moti; ed un arnese dello

stesso artificio si stendeva sulla groppa e le parti laterali del

ventre, lasciandone scoperto soltanto il luogo per le spronate. Le

belle fattezze di questi nobili animali eran così deturpate da tutte

quell'armature che parevano dalle gambe in fuori quasi altrettanti

rinoceronti. Vedendoli fermi si sarebbe creduto impossibile che

potessero muoversi non che correre; ma uno scuoter di briglia od un

accostar del calcagno del cavaliere li trovava agili e pronti come

fosser nudi, tanto maestrevolmente eran congegnate quell'armi.

Oltre lancia, spada e pugnale che ogni uomo d'arme portava sulla

persona, avea appese all'arcione davanti una mazza d'acciajo, ed

un'azza: e gl'Italiani avean gran nome nel maneggio di quest'armi. Il

modo poi d'ornarsi era vario, secondo il capriccio d'ognuno: sulla

cima degli elmi svolazzavan penne di molti colori disposte per lo

più intorno ad un lungo pennacchio formato della coda del pavone.

Alcuni invece di penne aveano strisce di stoffa frastagliata, dette

dai Francesi _lambrequins_. Chi portava sopravveste, chi tracolle,

chi avendo un'armatura ricca e ben lavorata, la lasciava scoperta:

anche i cavalli avevan sul capo o penne o qualche altro ornamento, e

le briglie larghe quasi un palmo a festoni, e di colori che chiamavan

l'occhio: spesso per la fattura e per la ricchezza degli ornati erano

esse sole di gran valore. Sugli scudi, oltre l'impresa che solevan

portarvi dipinta, avean gl'Italiani fatto scrivere motti convenienti a

quell'occasione: quello di Fieramosca diceva, per citarne uno: _Quid

possit pateat saltem nunc Itala virtus_.

Un araldo alla fine venne avanti in mezzo al campo, e bandì ad alta

voce, che alcuno non ardisse favorire o disfavorire nessuna delle parti

nè con fatti, nè con voci, nè con cenni: ritornato presso i giudici,

il trombetta diede il primo squillo di tromba: diede il secondo.... si

sarebbe sentito volar una mosca: diede il terzo, ed i cavalieri con

moto simultaneo allentate le briglie, curvati i dorsi sul collo dei

cavalli, e piantando spronate che li levavan di peso, si scagliarono

a slanci prima, poi di carriera serrata rapidissima gli uni su gli

altri, levando il grido, _Viva Italia!_ da una parte, e _Viva Francia!_

dall'altra, che s'udì fino al mare. Avean circa centocinquanta passi

da correre per incontrarsi. S'alzò a poco a poco la polvere, crebbe,

si fece più densa, gli avvolse prima che si fossero giunti, li coperse

e nascose affatto come un nuvolo quando si dieder di cozzo, urtandosi

i cavalli fronte contra fronte, e i cavalieri rompendo le lance sugli

scudi e le corazze degli avversarj con quel fragore che produce una

frana di massi che rovinando su un pendio senza ostacoli da prima, poi

trova una selva nella quale si caccia, e fiacca, sradica, fracassa

ciò che trova. Fu tolto così agli spettatori la vista del primo

scontro, ed appena in quell'ammasso confuso e polveroso d'uomini e di

cavalli potevan distinguere il balenar dell'armi percosse dal sole, e

qualche brano di penne, che la furia dei colpi aveva lacerate, volare

avvolgendosi in quel turbine, ed allontanarsene poi sollevato dal

vento. Il frastuono rimbombò per le valli dei contorni; Diego Garcia

si percosse col pugno sulla coscia per la maraviglia e per la smania

di non esser anch'esso là in mezzo; e questo fu il solo atto che si

notasse fra gli spettatori attoniti ed immoti.

Rimase per alcuni secondi riunito quel gruppo di battaglia, ed un certo

luccicar più sottile che qua e là balenava a traverso la polvere,

mostrò che i cavalieri avean posto mano alle spade: s'udiva uno

scrosciar di ferri, un martellar così a minuto come se in quello spazio

fossero state in opera dieci paja d'incudini. Tutto quell'ammasso pieno

d'una luce vivissima, e direi guizzante in sè stessa, era simile ad

una macchina di fuoco d'artifizio, quando è velata in parte dal fumo:

tanto era complicato e rapido il muoversi, lo stringersi, l'aprirsi, il

ravvolgersi che faceva in tutte le sue parti.

L'ansietà di poter veder qualche cosa e sapere a chi toccasse il

primo onore, era tale che ormai si stava per prorompere in grida; e

già s'udiva un crescente bisbiglio, che fu però soffocato dai cenni

degli araldi, non meno che dal vedere uscir fuori da quel viluppo un

cavallo sciolto, talmente coperto di polvere, che neppur più si capiva

di che colore avesse la sella: scorrendo pel campo di mezzo galoppo si

trascinava fra le zampe la briglia mezza lacerata, e, mettendovi su

or un piede, or un altro, si veniva dando strappate al freno che gli

facean abbassar il capo, e lo mettevano a rischio di cadere; una larga

ferita dietro la spalla versava una fontana di sangue nero e segnava

la traccia; dopo non molti passi cadde sulle ginocchia sfinito, e si

arrovesciò sul terreno. Fu conosciuto esser della parte francese.

Gli uomini d'arme intanto accoppiatisi combattevano spada a spada,

e così due a due dando e ribattendo quei grandissimi colpi, e

volteggiandosi intorno scambievolmente per torre il lor vantaggio,

venivan dilatando la zuffa serrata dal primo assalto; la polvere

cacciata dal vento più non toglieva la vista dei combattenti; si

conobbe che l'uomo d'armi scavalcato era Martellin de Lambris.

Fanfulla, per disgrazia del Francese, gli si trovò contra, e con quella

sua pazza furia, nella quale era pur molta virtù e somma perizia, gli

appiccò alla visiera la lancia in modo che lo spinse quant'era lunga

a fargli assaggiar s'era soda la terra, e nel fare il bel colpo alzò

la voce in modo che s'udì fra tanto strepito, e gridò:--E uno!--poi

vedendosi non lontano La Motta che al colpo di Fieramosca avea perduta

una staffa, seguitava:--I danari non basteranno...... sono pochi i

danari....--Ed allargatasi poi la zuffa, disse al vinto:--Tu sei mio

prigione......--ma l'altro rimessosi in piè gli rispose d'una stoccata

che strisciò sulla corazza lucente del Lodigiano: non era scorso un

secondo, e già la spada di Fanfulla era caduta a due mani sull'elmo

del suo nemico, il quale sgangherato dalla prima percossa, a stento

si resse in piedi; e Fanfulla gliene appoggiò un'altra, e un'altra,

ed ogni volta gridava:--Son pochi i danari.... son pochi.... son

pochi.....--e lo sforzo del colpo gli faceva pronunziar la parola

con quella specie d'appoggiatura che udiamo uscir dal petto degli

spaccalegna quando calan l'accetta.

Colui non si potè riavere mai da questa tempesta malgrado i suoi

sforzi: venne a terra mezzo stordito, ma non volea perciò sentir parlar

di resa; onde Fanfulla, invelenito, gli diede l'ultima, cogliendo il

tempo in cui provava a rizzarsi in ginocchio, e lo distese immobile sul

sabbione dicendogli:

--Sei contento ora?--

Bajardo, visto che colui si sarebbe fatto ammazzare inutilmente, mandò

un re d'armi, il quale gettando il suo bastone fra i due guerrieri

gridò ad alta voce: _Martellin de Lambris prisonnier_. Corsero alcuni

uomini che l'aiutarono alzarsi, e sorreggendolo vennero a presentarlo

al signor Prospero.

--Dio ti benedica le mani!--gridò questi al vincitore.

E diede ai suoi sergenti in guardia il barone francese che non volle

lasciarsi toglier la barbuta, si gettò a giacere al piede d'una

quercia, e vi rimase muto ed immobile.

Fanfulla avea voltato il cavallo, e messolo di mezzo galoppo per

tornar nella battaglia, guardava intorno ove potesse giovar l'opera

sua, e veniva per giuoco facendo in aria colla spada mulinelli, nel

quale esercizio avea la più destra e spedita mano dell'esercito. Dando

un'occhiata generale alla zuffa vedeva che la fortuna non inclinava

punto pei nemici, e che gli uomini d'arme italiani facevano molto

bene il dovere: allora alzò più che mai il grido, chiamando a nome La

Motta, e ricominciando la novella de' _danari son pochi_; e queste

tre parole le veniva cantando sull'aria d'una canzone che si udiva

allora per le strade dai ciechi: onde l'atto del cavalcare in un certo

suo modo sbadato e bizzarro, quel giocar di spada tanto mirabile, e

pur fatto come scherzando, e 'l tuono della voce, tutt'insieme dava a

quella canzonatura un non so che di così curioso che persino la seria

fisonomia del signor Prospero dovette un momento lasciarsi aprire ad un

sorriso.

Nel tempo impiegato a conseguir questa prima vittoria, Ettore

Fieramosca aveva bensì colla lancia fatto staffeggiare La Motta,

ma non gli era riuscito scavalcarlo. Era d'altra forza, e d'altro

valore che il prigioniere di Fanfulla. Fieramosca geloso dell'onore

riportato da questo, avea cominciato colla spada a lavorare in modo,

che lo sprezzatore degli Italiani con tutta la sua virtù a stento

potea stargli contra. Le ingiurie profferite da lui la sera della

cena, quando avea detto che un uomo d'arme francese non si sarebbe

degnato aver un Italiano per ragazzo di stalla, tornarono in mente a

Fieramosca; e mentre spesseggiava stoccate e fendenti, schiodando e

rompendo l'arnese del suo nemico, e talvolta ferendolo, gli diceva con

ischerno:

--Almeno la striglia la sappiamo menare? Ajutati, ajutati, chè ora son

fatti, e non parole.--

Non potè colui sopportar lo scherno, e menò un colpo al capo con tal

furia che, non giugnendo Ettore ad opporre lo scudo, tentò ribatterlo

colla spada; ma non resse, volò in pezzi, e quella del francese

cadendo sul collarino della corazza lo tagliò netto, e ferì la spalla

poco sopra la clavicola. Fieramosca non aspettò il secondo: spintosi

sotto, l'abbracciò tentando batterlo in terra; l'altro, lasciata la

spada pendente, tentava sferrarsi. Ciò appunto volea Fieramosca:

sviluppatosi da lui prima che avesse potuto riprender la spada, dato

di sprone al cavallo, lo fece lanciarsi da una parte; ed ebbe tempo

di spiccar l'azza che pendea dall'arcione, colla quale tornò addosso

all'avversarjo.

Il buon destriere di Fieramosca ammaestrato ad ogni qualità di

battaglia, cominciò, avvertito da un leggier cenno di briglia e di

sprone, a rizzarsi come un ariete che voglia cozzare, e far volate

avanti, senza mai scostarsi tanto dall'avversarjo che il suo signore

non lo potesse giungere. Vedendolo lavorare con tanta intelligenza,

pensava Fieramosca: Ho pur fatto bene a condurti meco! E si portò

tanto virtuosamente coll'azza, che venne riacquistando sul Francese il

vantaggio che aveva perduto.

La zuffa di questi antagonisti che potean dirsi i migliori delle due

parti, se non decideva della somma della battaglia, quasi però avrebbe

deciso dell'onore. Sarebbe stato doppio biasimo per La Motta esser

vinto, avendo egli manifestato tanto disprezzo pe' suoi nemici; doppia

gloria a Fieramosca il riportarne vittoria. I suoi compagni, conoscendo

che egli era atto a tal impresa, si guardarono dal prendervi parte; si

guardavano anche i Francesi dal porgere ajuto al loro campione, onde

non si dicesse che dopo tanti vanti non gli era bastata la vista di

star contra un solo. Perciò quasi senz'avvedersene, per alcuni minuti

restaron tutti dal combattere fissando gli occhi ne' due guerrieri.

In questi i pensieri che abbiam accennati produssero un incredibile

impegno di vincere, e combattevano con un accanimento, un'attenzione

a non commetter errori, un'alacrità a profittar dei vantaggi, che la

loro zuffa potava dirsi un modello dell'arte cavalleresca.

Diego Garcia di Paredes, che avea passata la sua vita nei fatti d'arme,

pur colpito da maraviglia alla vista di così maestrevole battaglia,

non potendo più star alle mosse, si era alzato in piedi; poi, venuto

sull'estremo ciglio del greppo che dominava il campo, gli stava

guardando avidamente. Veduto da lontano, con quel suo busto gigantesco

piantato su due gambe erculee, e colle braccia naturalmente pendenti,

pareva immobile al pari d'una statua; ma, ai vicini, il contrarsi de'

muscoli sotto le strette vesti di pelle che portava, lo stringer delle

pugna, e più di tutto lo sfavillar degli occhi, palesavano quanto

bollisse internamente, e si rodesse di non poter essere ivi altro che

spettatore.

I riguardi che impedivano agli altri di turbar questa battaglia, o

non vennero in mente, o non furon curati da Fanfulla che, lasciato il

signor Prospero, veniva scorrendo pel campo; punse il cavallo, e colla

spada in alto si serrò contro La Motta. Se n'avvide Ettore e gli gridò:

_Indietro!_ ma ciò non bastando, spinse il cavallo in traverso a quello

del Lodigiano, e col calcio dell'azza gli diede a man rovescia sul

petto onde con poco buon garbo gli fece rattener le briglie:

--Basto io per costui, e son di troppo--gli disse istizzito.

Fu da tutti lodato l'atto cortese verso La Motta fuorchè da Fanfulla,

che prorompendo in una di quelle esclamazioni italiane che non si

possono scrivere, disse, mezzo in collera mezzo in riso:

--Hai la lingua nelle mani!--

Voltò il cavallo, e messosi a guisa di pazzo fra i nemici, gli

sconvolse senza assalirne nessuno in particolare, e finito così quel

momento d'inazione, si rinnovò più calda che mai la battaglia.

Fin dal principio, Brancaleone fisso nel suo proposito avea corso la

lancia con Grajano d'Asti, e la fortuna s'era mostrata uguale fra

loro. Venuti alla spada si mantennero ancora senza deciso vantaggio

per nessun de' due: Brancaleone era forse superiore al suo nemico per

robustezza ed anche per maestria, ma il Piemontese era gran giocator

di tempo; e chi conosce l'arte dello schermire, sa quanto sia utile

questa qualità.

Fra i combattenti dell'altre coppie la vittoria era per tutto in forse;

e quantunque la battaglia non durasse che da un'ora e mezzo circa, era

stata però tanto ostinata e calda che si poteva facilmente conoscere

gli uomini ed i cavalli aver bisogno d'un breve respiro, che venne loro

conceduto di comune accordo dai giudici. La tromba ne diede il segno,

ed i re d'armi entrando in mezzo spartirono i combattenti.

Quel bisbiglio che udiamo sorger istantaneo nei nostri teatri al calar

del sipario dopo uno spettacolo che si sia cattivata l'attenzione

degli spettatori, nacque egualmente fra le turbe che circondavano il

campo. I cavalieri tornati alla prima ordinanza scavalcarono: chi si

traea la barbuta per rinfrescarsi la fronte e tergerne il sudore; chi,

trovando l'arnese o la bardatura de' cavalli guasta in qualche parte,

s'ingegnava di racconciarla. I cavalli, scotendo il capo e dimenando

le mascelle, cercavan sollievo al dolore cagionato dalle scosse de'

freni. E non sentendo più l'uomo in sella, si piantavan sulle quattro

zampe ed a capo basso davano un crollo prolungato facendo risonare le

loro armature. I venditori del contorno, trovandosi a polmoni freschi,

alzaron più alte le grida, e i due padrini, mossi i cavalli, vennero a

trovare i loro guerrieri.

Per la prigionia d'uno de' Francesi, e per trovarsi gli altri malmenati

e feriti quasi tutti, fu giudicato da ognuno, gli Italiani aver la

meglio; e fra i molti che aveano scommesso per l'una o per l'altra

parte, quelli che tenevan pe' primi cominciavano ad accigliarsi ed a

dubitare. Il buon Bajardo aveva troppa esperienza di simili fatti per

non accorgersi che le cose voltavan male pe' suoi. Studiando di non

mostrar questo sospetto gli incoraggiava, li poneva in ordinanza e

veniva ricordando ad ognuno le regole dell'arte, i colpi da tentarsi ed

il modo di difendersi.

Prospero Colonna che vedeva i suoi avere minor bisogno di riposo per

esser meno maltrattati dei nemici, dopo una mezz'ora domandò che si

riprendesse la battaglia, ed i giudici ne fecero dare il cenno. I

cavalli, ai quali un ansar frequente facea ancora battere i fianchi,

stimolati dallo sprone rialzarono il capo, e si lanciaron di nuovo

gli uni contra gli altri. Ormai la vittoria si dovea decidere in

pochi momenti: crebbe il silenzio, l'immobilità negli spettatori,

l'accanimento e la furia nei combattenti. Le gale del vestire, le

penne, gli ornamenti eran volati in brani, o bruttati di polvere e di

sangue. Dal fianco di Fieramosca pendeva tagliata da un fendente la

sua tracolla azzurra, l'elmo era rimasto nudo e basso, ma egli, ferito

soltanto leggermente nel collo, si sentiva gagliardo del resto, e

stringeva La Motta col quale si era di nuovo accozzato. Fanfulla avea

a fronte Jacques de Guignes. Brancaleone seguitava la sua battaglia

contra Grajano, avvisando al modo di coglierlo sull'elmo, e gli altri

compagni qua e là per il campo si raggiravano accoppiati coi Francesi

combattendo la maggior parte coll'azza, e stringendoli mirabilmente.

A un tratto s'alzò un grido fra gli spettatori: tutti, e persino i

combattenti volgendosi per conoscerne la causa, videro che la zuffa tra

Brancaleone e Grajano era finita. Questi curvo sul collo del destriere,

coll'elmo ed il cranio aperti pel traverso, perdeva a catinelle il

sangue che scorreva pei buchi della visiera sull'arme e giù per le

gambe del cavallo, il quale stampava le pedate sanguigne. Rovinò in

terra alla fine, e risonò sul suolo come un sacco pieno di ferraglia.

Brancaleone alzò l'azza sanguinosa brandendola sul capo, e gridò con

voce maschia e terribile:

--Viva Italia: e così vadano i traditor rinnegati:--ed insuperbito, si

cacciò menando a due mani sui nemici che ancora facevan difesa. Ma non

durò a lungo il contrasto. La caduta di Grajano parve desse il crollo

alla bilancia. Fieramosca accanito per la lunga ed ostinata difesa

di La Motta, raddoppiò la forza de' colpi con tanta rapidità che lo

sconcertò, lo sbalordì, e privato dello scudo con mezza spada in mano

e l'arnese schiodato e rotto, lo percosse sul collo coll'azza di tanta

forza, che lo fe' rannicchiarsi stordito sull'arcione dinnanzi, e quasi

smarrita la luce degli occhi.

Prima che si riavesse, Fieramosca, il quale gli stava a destra,

buttandosi lo scudo dietro le spalle, l'afferrò colla manca alle

corregge che sulla spalla reggono il petto della corazza, e stringendo

le cosce, diede di sproni al cavallo. Questi si lanciò avanti, e

così il cavaliere francese fu violentemente tratto giù dalla sella.

Quando si stese in terra, Fieramosca che avea colto il tempo e s'era

buttato da cavallo, gli si trovò sopra colla daga sguainata, ed

appuntandogliela alla vista in modo che un poco gli toccava la fronte,

gli gridò: Renditi o sei morto. Il barone, ancor mezzo fuor di sè, non

rispondeva; e questo silenzio potea costargli la vita: gliela salvò

Bajardo, gridandolo prigione.

Condotto via La Motta da' suoi famigli che lo consegnarono al sig.

Prospero, Fieramosca si voltò per risalire a cavallo: il cavallo

era scomparso: girò lo sguardo per la battaglia e vide che Giraud

de Forses, essendogli stato morto il suo, avea tolto il destriere

dell'Italiano e stava fra' suoi facendo ancor testa agli uomini

d'arme nemici. Il buon Ettore conobbe che solo e a piedi non avrebbe

potuto riaver il cavallo. L'aveva nutrito ed allevato di sua mano, ed

addestrato a seguirlo alla voce, onde non si confuse; fattosegli più

presso che potè cominciò a chiamarlo, battendo il piede come era usato

di fare quando voleva dargli la biada. Il cavallo si mosse per venire

a quel cenno, e volendo il cavaliere contrastargli, prima cominciò

ad impennarsi, poi si mise a salti, e, senza che colui potesse nè

opporglisi nè governarlo, lo portò suo malgrado fra gli Italiani che,

circondatolo, l'ebber prigione senza colpo di spada. Scendendo dal

cavallo sul quale tosto saltò Fieramosca, malediceva la sua fortuna;

ma questi, resagli per la punta la spada che gli era stata tolta, gli

disse:

--Fatti con Dio, fratello, piglia le tue armi e torna fra' tuoi, chè i

prigioni gli abbiamo per forza d'arme, e non per arti da ciurmadori.--

Il Francese, che ogn'altra cosa s'aspettava, restò molto maravigliato.

Pensò un momento, poi rispose:

--S'io non m'arrendo alle vostre armi, m'arrendo alla vostra

cortesia:--e, presa la sua spada alla metà della lama, andò a deporta

a terra avanti al signor Prospero: e fu detto da tutti quelli che

lodavano l'atto cortese di Fieramosca, anche il Francese aver operato e

parlato saviamente. Per la qual cosa esso solo fu poi rimandato senza

che pagasse il riscatto.

La parte francese era scemata di quattro delle sue migliori spade,

mentre l'italiana contava ancora i suoi tredici uomini a cavallo e

si poteva facilmente conoscere in qual modo la cosa dovesse andar

a finire. Nonostante, i Francesi scavalcati, che erano cinque, si

serrarono insieme; ai loro lati si posero due per parte i quattro

a cavallo, e così ordinati si disposero a far testa di nuovo agli

Italiani, i quali rannodando per la terza volta la loro battaglia,

fecero impeto tutt'insieme sugli avversarj.

Non venne in mente ad alcuno che questi vi potessero reggere, ma

ammirando tuttavia la costanza e l'arte di quella brava gente, crebbe

negli spettatori l'ansiosa curiosità di veder l'esito del loro

ultimo disegno; e quasi ad alcuni sapeva male, che con tanto valore

dovessero cimentarsi con grandissimo rischio della loro vita ad un

giuoco tanto disuguale. Ma per questo non temevano i Francesi: pesti,

feriti, coperti di polvere e di sangue, pure offrivan fiero ed onorato

spettacolo stando arditi ad aspettare la rovina che veniva loro addosso

di tanti cavalli, e pareva dovesse ridurli in polvere. Si mossero

alla fine gl'Italiani, non colla prima celerità, che la stanchezza lo

vietava ai cavalli, molti dei quali per le violente scosse dei freni

avean la bocca coperta di spuma sanguigna. Alzarono i cavalieri più

forte il grido di Viva Italia! e malgrado l'instare degli sproni,

vennero a ferire d'un galoppo grave e sonante. Nonostante le leggi

promulgate al principio, fu tale la smania di curiosità che invase a

quel punto gli spettatori, che il cerchio formato da loro all'intorno

s'andò progressivamente stringendo. Gli uomini che avean la cura di

mantener l'ordine, curiosi più degli altri, anch'essi seguiron quel

moto concentrico, come vediamo succedere quando in piazza si caccia il

toro, che al principio ognuno sta saldo al suo luogo, ma quando un cane

comincia ad attaccarsegli all'orecchio, e poi se n'attacca un altro,

e quasi hanno fermato il loro nemico, nessun può più star a segno,

crescon le grida, gli schiamazzi, si scioglie l'ordine, ognuno si

spinge avanti per veder meglio.

In mezzo alla fila di nuovo schierata degli Italiani s'era posto

Fieramosca, il quale aveva il miglior cavallo; ed ai suoi lati, a mano

a mano quelli che l'aveano meno stanco, o più corridore; cosicchè

nell'andar addosso ai nemici il centro si spinse avanti, figurando

un cuneo, del quale Ettore era alla punta. Quest'ordine fu tanto ben

mantenuto che, giunto al ferire, sforzò la fila dei Francesi senza che

potessero pervi riparo. Qui sorse una nuova zuffa più serrata, più

terribile che mai: al numero, al valore, alla perizia degli Italiani

s'opponevano sforzi più che umani, disperazione, rabbia del disonore

imminente ed inevitabile: i prodi ed infelici Francesi, fra un turbine

di polvere, cadevano insanguinati sotto le zampe de' cavalli, si

rialzavano afferrandosi alle staffe, alle briglie de' vincitori;

ricadevano, spinti, maltrattati, calpestati, rotolandosi sotto sopra,

mezzo disarmati, cogli arnesi infranti, e pur sempre sforzandosi di

riaversi, raccogliendo in terra pezzi di spade, tronchi di lancia, e

perfino sassi onde ritardar la sconfitta.

Ettore, il primo, alzò il grido onde lasciasser l'impresa e si

rendesser prigioni; ma appena era udito in quel fracasso; o se

l'udivano, negavan coi fatti, soffrendo muti quelle orribili percosse;

ed ebbri pel furore, seguitavano la mirabil difesa. De' quattro che

eran ancor in sella al principio di questo ultimo scontro, uno era

caduto, e si difendeva a piedi; a due erano stati morti i cavalli: il

quarto, preso in mezzo, era stato fatto prigione. Sarebbe impossibile

il descrivere tutti gli strani accidenti, i colpi, gli atti disperati

che accaddero in quegli ultimi momenti, dei quali fra gli spettatori

rimase per molti anni una memoria di maraviglia e di orrore.

De Liaye, per dirne uno, fu veduto afferrare a due mani il freno di

Capoccio romano, per istradargli, se potesse, o togliergli la briglia;

il cavallo se lo cacciò sotto colle zampate, ma non potè mai farsi

lasciar dal Francese, che trascinato pel campo fu condotto in tal modo

innanzi al signor Prospero, e ci vollero molti ajuti e molte braccia,

tanto era fuor di sè stesso, a fargli aprire le mani e porlo fra i

prigionieri. Alla fine parve agli Italiani stessi troppo crudel cosa

seguitare una simil battaglia; il gridar di Fieramosca fu imitato dagli

altri, e tutti insieme sospeso il ferire, venivan dicendo a quei pochi

superstiti: _prigioni_.... _prigioni_.

Fra il popolo cominciò un bisbiglio, crebbe, e senza che valesse

l'opposizione degli araldi, cominciaron voci e poi schiamazzi ed urli

onde finisse il combattere, ed i Francesi avesser la vita salva: rotti

gli ordini, s'era stretta la turba intorno ai combattenti, che si

trovavano chiusi in un cerchio di trenta o quaranta passi di diametro:

chi gridava, chi faceva svolazzar fazzoletti e cappelli, quasi sperando

di partir così la battaglia; chi si volgeva ai giudici ed ai padrini.

Il signor Prospero fattosi far luogo, e venuto più presso, alzava la

voce e il bastone per indurre i Francesi alla resa; Bajardo, anch'esso,

per quanto sentisse dolore dell'infelice riuscita de' suoi, visto esser

inutile un maggior contrasto, e pensando che era troppo peccato lo

sprecar così il sangue e le vite di que' valorosi, si spinse avanti,

e gridava ai suoi che finissero, e si desser prigioni: ma nè la sua,

nè l'altrui voce non era ascoltata dai vinti, che avendo appena ancora

sembianza d'uomini parevan piuttosto demonj, furie scatenate. Scesero

alla fine anche i giudici dal tribunale; vennero in mezzo al cerchio,

fecero dar nelle trombe e gridar ad alta voce gl'Italiani vincitori:

questi allora voller ritirarsi, ma tutto era niente: i loro nemici, che

la rabbia, il dolore, le ferite avean inebriati al punto di non capire

e non sentir più nulla, seguitavano, come tigri che siano strette fra

gli avvolgimenti d'un serpente, a ghermirsi come potevano co' loro

avversarj.

Diego Garcia, finalmente, visto che non v'era altro modo, prese

partito, e gettandosi alle spalle di Sacet de Jacet, che attaccato con

Brancaleone pretendeva strappargli l'azza dalle mani mentre questi era

in forse d'appiccargliene un colpo sul capo, ed al certo l'avrebbe

fatto cascar morto, l'avvinghiò con quella sua maravigliosa forza,

e lo trasse suo malgrado fuor della zuffa. Quest'esempio fu imitato

da molti spettatori, e in un momento furon tutti addosso ed attorno

ai combattenti, e quantunque ne riportassero qualche percossa, pure,

urtandosi, stracciandosi i panni, dopo molto stento e molto tirare,

vennero a capo di levar di mezzo que' cinque o sei uomini mezzo

fracassati; e quantunque si dibattessero ancora, e schiumasser di

rabbia, pure alla fine li trassero sotto le querce cogli altri prigioni.

La prima cura di Fieramosca, finito appena il combattere, fu gettarsi

da cavallo e correre a Grajano d'Asti, che giaceva immobile nel luogo

ov'era caduto.

Quando Brancaleone ebbe fatto il bel colpo, il cuor generoso di Ettore

non avea pur potuto difendersi da un primo moto di gioja. Ma nato

appena, lo represse un sublime e virtuoso pensiero. Venne a lui, fece

cansar la gente che gli stava affollata intorno, e gli s'inginocchiò

accanto. Il sangue scorreva ancora dall'ampia ferita, ma lento ed

aggrumato: gli sollevò il capo adagio adagio, e con tanta cura, che

si sarebbe pensato avesse a salvare il suo più caro amico, e giunse a

liberarlo dalla barbuta.

Ma l'azza, spaccato il cranio, era entrata nel cervello tre dita: il

cavaliere era morto. Ettore con un sospiro, che sorse dal profondo

del cuore, depose di nuovo a terra il capo dell'ucciso, e rizzatosi,

disse a' suoi compagni che erano anch'essi venuti a vedere, e più

direttamente a Brancaleone:

--Codesta tua arme (ed additava l'azza che quegli teneva in pugno

stillante ancora di sangue) ha compiuta oggi una gran giustizia. Ma

come potremmo godere tal vittoria? Il sangue che inzuppa questa terra

non è egli sangue italiano? E costui, forte e prode in guerra, non

avrebbe potuto spargerlo a sua ed a nostra gloria contra i comuni

nemici? La tomba di Grajano allora sarebbe stata venerata e gloriosa;

la sua memoria, un esempio d'onore. Invece egli giace infame, e sulle

sue ceneri peserà la maledizione de' traditori della patria....--Dopo

queste parole tornarono tutti in silenzio e pensosi ai loro cavalli. Il

cadavere fu la sera portato a Barletta, ma quando si volle seppellirlo

nel sagrato, il popolo, levato a rumore, non lo permise. I becchini lo

portarono al passo d'un torrente a due miglia dalla città, cavarono

una fossa e ve lo chiusero. D'allora in poi quel luogo fu chiamato il

_Passo del traditore_.

Il signor Prospero prima di moversi per uscir del campo, voltosi

a Bajardo gli domandò se voleva sborsare il riscatto de' suoi. La

millanteria di La Motta venne così scontata da Bajardo, il quale non

rispose: ed i giudici decretarono che i prigioni dovessero seguire i

loro vincitori a Barletta. Si avviarono a piedi, muti, sbalorditi,

circondati da una folla immensa, e gl'Italiani li seguivano a cavallo,

al suono degli stromenti, e fra le grida di: _viva Italia! viva

Colonna!_

Giunti alla rocca, e saliti nella sala, i tredici guerrieri

presentarono i dodici prigioni a Consalvo che gli aspettava in mezzo

alla sua baronia. Il gran Capitano dopo aver molto lodato i vincitori,

si volse ai Francesi e disse loro:

--Non sarà mai ch'io voglia insultare alla mala fortuna d'uomini

valorosi: l'arme son giornaliere, e chi è vinto oggi può vincer

domani. Non vi dirò di rispettar d'or innanzi il valore italiano:

dopo simili fatti le mie parole sarebbero superflue. Vi dirò bensì

che impariate d'or innanzi ad onorare il valore e l'ardire ovunque si

trova; ricordandovi, che Dio l'ha distribuito fra gli uomini, e non

l'ha accordato come un privilegio alla vostra nazione; e che il vero

coraggio è ornato dalla modestia, e vituperato dalla millanteria.--

Dopo queste parole licenziatili, tutti insieme uscirono della sala, e

cotal fine ebbe quella gloriosa giornata.

Ettore Fieramosca: ossia, La disfida di Barletta · 第 40 / 46 题