Le ingiuriose parole di La Motta e la disfida che n'era stata la
conseguenza, corsa in presenza di più di venti persone, non poteva
esser rimasta segreta, e n'era oramai sparsa la fama per tutto
l'esercito e per la città. Inigo, coi due Italiani, presentandosi alla
casa di Prospero Colonna, trovarono che quivi non era altro discorso;
e già cominciava a comparire il fiore della gioventù italiana, che a
lui concorreva come a suo capo, per intendere in che modo s'avessero
a governare. Vennero ad uno ad uno tutti quelli che avea nominati
Fieramosca, e molti altri; sicchè in breve spazio di tempo furono una
cinquantina. Le parole erano molte e grandi, ed ognuno mostrava negli
atti e nel volto quanto gli cuocesse l'ingiuria ricevuta. Parecchi
fra gli Spagnuoli che la sera innanzi s'eran trovati a cena, e che
avean fatto motto ai loro amici italiani, si erano qui condotti, e si
mescolavano fra loro ripetendo or questa or quella delle parole tanto
d'Inigo quanto dei prigionieri, e facendo osservazioni, proponendo
partiti, o citando esempj, attizzavano un fuoco che già troppo bene
ardeva per sè medesimo.
Questa brigata stava, parte per la soglia del portone e dispersa nel
cortile, parte in una sala terrena, ove i fratelli Colonna solevano
dar retta ai loro uomini quando bisognava, e sbrigare gli affari
della compagnia. Vi splendeano appese al muro le loro armature messe
d'oro molto riccamente, con finissimi intagli, forbite e lustranti
come specchi. Si guardava in questo luogo la bandiera della compagnia
sulla quale era ricamata la colonna in campo rosso, col motto _Columna
flecti nescio_, la quale pure si vedeva dipinta sugli scudi, che
coll'altr'arme disposte convenevolmente all'intorno occupavano quasi
tutte le pareti. In fondo due cavalletti grossi di legno sostenevano
l'intere armature de' cavalli con loro selle e gualdrappe di bel
velluto cremesi, fregiate dell'impresa di loro casato, e le ricche
briglie tutte ornate di ricami d'oro, degne di tanto onorati signori.
Sei falconi incappellati e legati ad una catenella d'argento eran
posati sopra una stanga in traverso ad una finestra, con un monte di
attrezzi da caccia, della quale era frequente l'uso fra la nobiltà, e
si teneva proprio spasso dei signori e de' gentiluomini.
Dopo alcuni momenti comparve sulla porta il signor Prospero Colonna, al
quale ognuno fece luogo e riverenza; ed egli venuto avanti e salutando
con nobil contegno, s'adagiò sopra un seggiolone di cuojo rosso a
bracciuoli, in capo ad una tavola che era nel mezzo, dove tenea lo
scrittojo, ed accennò cortesemente a ciascuno di sedere.
Era vestito d'una cappa di sciamito nero rabescato, con una grossa
catena d'oro al collo, dalla quale pendeva sul petto un medaglione
dell'istesso metallo, lavorato sottilmente a cesello. Portava una
daghetta in cintura d'acciajo nero martellato; ed in questo schietto
vestire, la sua mirabil presenza, il volto d'una tinta pallida ed un
po' brunetta, con alta fronte che mostrava esser sede di fortezza e di
senno non ordinarj, inspiravan quella riverenza che si tributa più alle
doti dell'animo, che ai favori della fortuna e della nascita. Aveva
ciglia folte, barbetta alla spagnuola, ed un mover d'occhio tardo e
risguardato, che lo dava a conoscere autorevole e potente signore.
L'occasione presente pareva ed era a lui di grandissima importanza, non
solo perchè ne andava l'onore dell'armi italiane, ma perchè l'esito di
questa fazione, nelle attuali circostanze ove fra due re potenti con
incerta fortuna si combatteva, potea produrre gravi conseguenze per
lui, per la sua casa e per la parte colonnese. Il vincere una disfida
che avrebbe certamente fatto gran romore, dava molta riputazione agli
uomini suoi ed alla sua bandiera; perciò, dei capitani spagnuoli e
francesi qualunque restasse vittorioso, avrebbe alla conclusione avuto
maggior riguardo ad offenderlo e maggior interesse a tenerselo amico.
A tutti è noto inoltre, quanto in terra di Roma fosse ostinato il
contrasto fra la parte colonnese ed orsina, che malcondotte entrambe
dalla forza e dalle frodi d'Alessandro VI e di Cesare Borgia potevano,
o coi soccorsi stranieri o col proprio valore, ajutate da qualche
felice occasione, pensare a rifarsi; onde se v'era mai stato tempo da
dover tenere l'invito della fortuna ed afferrarla pe' capelli, era
questo sicuramente.
Conosceva il sagace condottiere gli spiriti bollenti di Fieramosca,
e quanto potesse in lui sete di gloria ed amor di patria: vedeva che
da' suoi discorsi erano spesso infiammati gli animi de' compagni
a mostrarsi Italiani, e sentì quanto poteva a quest'ora ajutare
coll'esempio, e coi detti accendere vieppiù quel divino ardore che
rende l'uomo pari alle grandi imprese.
A lui dunque si volse cominciando a parlare: disse già in parte
conoscere l'accaduto, ma voler ora udirlo più distesamente, onde si
potesse prender subito un partito. Ettore espose il fatto magnificando
le parole d'Inigo dette in favore della nazione italiana: quand'ebbe
finito, il signor Prospero alzandosi in piedi, parlò così:
--Illustri signori! Se voi non foste quelli che siete, ed io per la
compagnia avuta con esso voi in tante battaglie non avessi esperienza
dell'alto valor vostro, crederei fosse mestieri rammentarvi, come i
nostri avi per le loro virtuose operazioni fecero salir tant'alto la
gloria della patria che l'universo ne restò abbagliato; nè poterono
le tenebre e le sventure di dieci secoli spegner gli ultimi raggi di
tanta luce. Come costoro che d'oltremonti ora vengono a bersi il sangue
italiano, e non contenti, aggiungono lo scherno all'offesa, tremavano
allora al solo nome romano. Vi direi che tant'oltre è giunta omai
questa loro sfacciata insolenza, che dopo d'avere strappato, e con
quali arti sallo Iddio, la gloriosa corona che faceva Italia regina
dei popoli, ed era stata compra con tanti sudori e tanto sangue, par
loro non aver fatto nulla finchè ci vedono una spada in mano ed una
corazza sul petto, e vorrebbero torci perfino di poter combattere e
morire in salvazione dell'onor nostro. Vi direi: Su dunque: andiamo,
corriamo tutti; si piombi su questi ingordi ladroni sprezzatori d'ogni
diritto; e ben veggo nei vostri sguardi che le mie parole sarebber
tarde a fronte delle spade italiane..... Ma invece..... l'ufficio
di condottiero, duro pur troppo in così grave occasione, mi comanda
di porre un freno al vostro valore, e m'è forza il dirvi che tutti
non potrete combattere, e converrà concedere a poche spade la gloria
della nostra vendetta. Il magnifico Consalvo, dovendo con forze minori
sostenere i diritti del re cattolico, non consentirebbe che il sangue
de' suoi soldati si spargesse per altre cagioni. Per dieci uomini
d'arme otterrò, spero, salvocondotto e campo franco. Senza metter tempo
in mezzo, vado, ed ottenuto che l'abbia, ritorno. Intanto ognuno di
voi scriva su un foglio un nome: a Consalvo la scelta. Ma prima dovete
giurare di stare a quanto verrà da lui stabilito.--
Il discorso fu accolto con un bisbiglio d'approvazione, e tutti
giurarono. Furono scritti i nomi e dati al signor Prospero, il quale
alzatosi da sedere, venne alla porta, ove due famigli gli tenevano
apparecchiata una mula: vi salì, ed accompagnato da que' soli due
s'avviò alla rocca.
Dopo una mezz'ora, che parve un secolo all'impaziente ansietà di que'
giovani, ritornò; e scavalcato, entrò nella sala terrena rimettendosi
ciascuno al luogo di prima: il silenzio e l'espressione degli occhi
fissati tutti sul barone romano, mostravano quanto fosse la smania di
conoscer la scelta, e la speranza d'ognuno d'averla favorevole.
--Il magnifico Consalvo--disse alla fine il signor Prospero, cavandosi
di seno le carte e deponendole sulla tavola--si chiama grandemente
soddisfatto del virtuoso proposito vostro: è certo che al vostro valore
sarà questa facile impresa: concede salvocondotto e campo franco per
dieci uomini d'arme; e non è stato piccol travaglio condurlo a questo
numero: solo vi si piega per l'importanza del fatto.--
Spiegato allora il foglio che conteneva i nomi degli eletti, lesse i
seguenti:
--Ettore Fieramosca.--Questi, vedendosi nominato il primo, strinse con
allegrezza il braccio di Brancaleone che gli sedeva accanto, mentre gli
occhi di tutti si volsero a lui mostrando che nessuno credeva potergli
contendere il primo posto.--
Romanello, da Forlì.
Ettore Giovenale, romano.
Marco Carellario, napoletano.
Guglielmo Albimonte, siciliano.
Miale, da Troja.
Riccio, da Parma.
Francesco Salamone, siciliano.
Brancaleone, romano.
Fanfulla, da Lodi.
Chi si fosse trovato presente, senza conoscere nessuno di persona,
avrebbe facilmente potuto distinguere dal viso contento coloro che
la sorte destinava alla nobile impresa. Il volto sempre pallido di
Fieramosca si tinse d'un bel vermiglio, e nel parlar che faceva ai
compagni, i baffi castagni che gli vestivano il labbro tremavano, e
facean conoscere quanto fosse forte la commozione interna che provava.
I suoi pensieri più cari trovavano alla fine occasione di produrre
opere degne di loro. Finalmente, diceva in cuor suo, potrà una volta
il sangue italiano scorrere a miglior fine che a sempre difendere gli
stranieri invasori. Se alcuno gli avesse detto allora «vinceranno i
tuoi, ma tu vi morrai» si sarebbe chiamato contento mille volte: ma
v'era pure speranza, e quasi certezza di vincere, e goder la vittoria;
e pensava, dopo questa, come sarebbe stato il ritorno pieno di gloria,
di feste e d'allegrezze (quanto è raro che l'uomo preveda il vero!):
immaginava le lodi, l'onore eterno che ne verrebbe all'Italia ed al suo
nome, e quanto i suoi più cari andrebbero orgogliosi per cagion sua. A
questo punto un pensiero che gli sorse dal profondo del cuore, passò
come una nube, ed oscurò un momento la gioja che gli splendeva sul
volto: forse sventure passate fecero sentire al suo cuore l'acuta spina
di funeste rimembranze: ma durò un momento. Poteva egli allora aver
altra cura maggiore di quella della battaglia?
Prospero Colonna era stato scelto da Consalvo a maestro del campo,
il che gl'imponeva l'obbligo di mandare il cartello della disfida,
di metter a cavallo i suoi, di vedere che nulla mancasse loro di ciò
che potea procurare la vittoria, d'aver l'occhio finalmente che si
combattesse dalle due parti a buona e giusta guerra.
Si parlò prima di tutto del giorno e del luogo da fissarsi. Erano
i primi del mese: fu stabilito si combatterebbe dopo la metà, onde
rimanesse tempo largo ad allestirsi. Quanto al luogo, si sarebbe
mandato uomini esperti a scegliere il più conveniente.
Dopo di ciò si stese il cartello, che fu scritto in francese, e
consegnato a Fieramosca ed a Brancaleone onde lo portassero al campo
nemico quell'istesso giorno. Disposte così le cose, si volse il signor
Prospero ai dieci eletti, e disse loro:
--L'onor nostro, cavalieri, è sul filo delle vostre spade, e non saprei
immaginare qual più degno e sicuro luogo si potesse trovargli. Ma per
questo appunto conviene che giuriate di non entrare da oggi al dì della
battaglia in alcun'altra impresa, onde non porvi a rischio di riportar
ferite, o d'incontrare impedimento che potesse quel giorno togliervi
d'essere a cavallo: e ben vedete, se ciò accadesse, non importa per
qual cagione, quanto la nostra parte ne rimarrebbe vituperata.--Parve
ad ognuno troppo ragionevole questa antiveggenza, nè vi fu chi negasse
accettar sopra la sua fede la condizione proposta.
Intanto la maggior parte di quelli che vedevano con rammarico non aver
ivi più nulla che fare, s'era andata dileguando alla sfilata. I soli
dieci erano rimasti. Anch'essi, quando fu consegnato il cartello a
Fieramosca, sgombrarono la sala; e questi accompagnato da Brancaleone
s'avviò a casa per esser presto a cavallo e condursi al campo francese.
S'armarono ambedue così alla leggiera con giaco e maniche ed una cuffia
di ferro, e preso con loro un trombetta si avviarono alla porta a
San Bacolo, che rispondeva verso il nemico. Alzata la saracinesca ed
abbassato il ponte, uscirono in un borgo che, abbandonato in quel
trambusto dagli abitanti, era stato mezzo distrutto ed arso dalla
licenza delle soldatesche d'ambe le parti. Di qui la strada prendeva
per certi orti, poi usciva all'aperto, e per giungere al campo era
qualche ora di cammino. Nel passare pel borgo, Ettore s'abbattè in
certe povere donne, mezzo coperte di cenci, che traendosi dietro per
mano, o recandosi in collo i loro bambini cascanti dalla fame, andavano
frugando per quelle case abbandonate, se mai fosse sfuggita qualche
cosa all'ingorda avarizia de' soldati che le avean messe a sacco. Il
cuore del giovane faceva sangue a questo spettacolo, e non potendo
dar loro ajuto non poteva nemmeno sostenerne la vista, onde punse il
cavallo, e di trotto si dilungò sin fuori all'aperto.
L'insolita allegrezza che l'aveva ravvivato pensando alla prossima
battaglia, fu per questo, in apparenza lieve accidente, ritornata in
altrettanta mestizia, risorsero più forti i pensieri delle miserie
d'Italia, e lo sdegno contro i Francesi che n'erano autori. Non potè
nascondere a Brancaleone, che gli cavalcava accanto, la pietà che gli
destavano i mali di quelle meschine; e quegli che in fondo era buono e
caritatevole uomo, quantunque paresse ruvido pel continuo trovarsi in
mezzo ai rischi e al sangue, le compativa e si dolea dei loro affanni
insieme con lui.
Vistolo Fieramosca in questa disposizione d'animo, gli diceva crollando
il capo:
--Ecco i bei presenti che ci recano questi Francesi; ecco il buono
stato che ci portano!.... Ma se posso una volta veder questa razza di
là dall'Alpi....--E voleva dire: faremo in modo di sbrigarci anche
dagli Spagnuoli; ma si ricordò che era al loro servigio, e, rompendo a
mezzo la frase, finì con un sospiro.
Brancaleone pensava più alla parte colonnese che al bene della sua
patria, e non poteva entrar pienamente nei sentimenti del suo amico; ai
quali però partecipando in qualche guisa, ed a suo modo, rispose:
--Se quest'esercito si potesse metter in rotta, non passerebbe forse
molto tempo che avremmo ad assaggiare il vino del signor Virginio
Orsino; e le cantine del castello di Bracciano vedrebbero una volta
come son fatte le facce de' cristiani: e Palestrina, Marino e
Valmontona, non vedrebbero più il fumo del campo di que' suoi ribaldi;
nè sarebbero più desti a ogni tratto da quel maledetto grido, Orso!
Orso! ma.... non si paga ogni sabato!--Da questa risposta conoscendo
Ettore che se Brancaleone s'univa a' suoi desiderii, era però ben
lontano dal concordare interamente con lui quanto ai motivi, tacque;
e camminarono per buon tratto di strada senza che il silenzio venisse
rotto da nessun dei due.
Il trombetta li precedeva d'un'arcata.
Non avrà il lettore scordati i cenni del prigioniere francese circa gli
amori di Fieramosca. I suoi compagni che ne udivan parlare per la prima
volta, si dolevano di questi suoi dispiaceri, e per l'affetto che gli
portavano, e perchè in una brigata di giovani si soffre malvolentieri
chi non mette del suo per mantenere ed accrescere il buon umore. Ora
mentre in quella mattina si trattava l'affare della disfida a casa del
signor Prospero, si bisbigliò di questi suoi casi, che vennero anche
all'orecchio di Brancaleone. Era questi pochissimo curioso de' fatti
altrui; non di meno, dopo aver cavalcato un pezzo così in silenzio,
vedendo il suo compagno tanto sopraffatto dalla malinconia, gliene
seppe male, e vincendo la natura sua si dispose tentarlo onde gli
s'aprisse; e con parole di amica sollecitudine, venne al proposito di
pregarlo volesse narrargli que' casi che gli eran cagione di tanta
tristezza. E seppe così ben fare che ottenne il suo intento. Fieramosca
d'altronde sapeva potersi fidare di lui, ed i termini in cui si trovava
pure gli scioglievan la lingua, poichè da un cuore agitato da forte
passione sfugge facilmente il segreto. Alzatigli così un poco gli occhi
in viso, disse:
--Brancaleone, mi domandi cosa che non ho mai detto ad anima viva:
e neppur a te la direi (non te l'aver per male) se non pensassi che
potrei rimaner morto nella zuffa.... e allora?.... che ne sarebbe
di...; sì, sì, tu mi sei vero amico, sei uomo dabbene, hai da saper
tutto. Non ti dispiaccia ascoltarmi a lungo, che non potrei farti
capace in poche parole di tanti e così strani accidenti.--
Brancaleone con gli atti del volto gli accennava quanto avea caro che
dicesse, onde Fieramosca con un risoluto sospiro incominciò:
Quando sorsero i primi romori di guerra per parte del re
cristianissimo, che minacciava scendere all'impresa del reame, ben
sai ch'io mi trovava giovinetto di sedici anni ai servigi del Moro.
Tolsi licenza, e mi parve dovere metter la vita in difesa de' reali
di Raona che da tant'anni ci governavano. Venni a Capua; si mettevano
in ordine le genti d'arme, e dal conte Bosio di Monreale che avea
il carico del presidio, fui condotto e comandato alle difese della
città. Le munizioni erano tutte in pronto, e per allora, non essendovi
altro da fare, attendevamo a darci buon tempo. La sera si faceva la
veglia in casa del conte, il quale, amico già di mio padre, mi teneva
come figliuolo. Già prima d'andarmene col duca di Milano, spesso gli
capitavo per casa. Ivi conobbi una sua figlioletta, e così fanciulli
senza saperne più in là, ci portavamo maraviglioso amore. Il giorno
ch'io mi mossi per andare in Lombardia, furono i pianti e le dipartenze
inestimabili: io, mi ricordo, cavalcava un giannetto, il migliore che
fosse mai, e nell'andarmene passai sotto le finestre di lei, che si
domandava Ginevra, e benissimo atteggiavo il cavallo nel dirle addio
colla mano; ella mi gettò di nascosto del padre e d'ognuno, perchè
appena faceva giorno, una fascia azzurra che non ho mai lasciata
d'allora in poi.
Ma queste erano cose da scherzo. In un anno ch'io stetti fuori mi s'era
assai freddato questo primo amore. Tornato come ti dico, e riveduta
Ginevra, che avendo messa persona era divenuta la più bella giovane del
reame, aveva assai buone lettere, e cantava sul liuto che non avresti
voluto sentir altro, non potei tanto schermirmi ch'io non ricadessi
l'un cento più nel maggiore e più forsennato amore che s'udisse mai.
Colei che si ricordava dei primi anni, e mi rivedeva onorato e con
qualche nome nell'arme, quantunque come onesta non lo volesse mostrare,
ben m'avvedevo che aveva caro udirmi quando narravo di quelle terre di
Lombardia, delle guerre che avevo vedute, e delle corti ed usanze di
colà; e s'ella amava ascoltarmi, io molto più amavo d'intrattenerla;
e tanto andò la cosa innanzi che non potevamo vivere discosti un dito
l'un dall'altro.
Io che in parte m'avvedevo come la s'avviasse, venivo riflettendo a
quanti affanni andavamo incontro ambedue. A momenti cominciava la
guerra: tristo chi in tale congiuntura si trova avvolto in legami
d'amore. E dove prima cercavo ogni modo d'esser con lei, dopo,
divisando ciò che meglio ci conveniva, e conosciuto che il nostro
amore era altro che da motteggi, mi rimaneva tanto di forza che pur mi
studiavo di mostrarlo meno, e cavarmelo dal cuore. La cosa andò così
avanti un pezzo. Ma quel combattimento invece di scemare il mio amore
l'accrebbe; e volendolo raffrenare di fuori, quello mi lavorava dentro,
e quasi mi conducea pel mal cammino. Già m'ero fatto scuro in viso,
e la notte per istracco che fossi non potevo prender sonno, e sempre
coll'immaginazione fissa in lei, sentivo calarmi per le gote le lagrime
calde calde sul guanciale, e stupivo di me medesimo.
Passarono così più settimane, e m'ero ridotto di qualità che bisognava
pur risolversi a qualche partito. Tu già indovini a quale m'appigliai:
un giorno sulle ventitrè ore la trovai sola in un suo giardino, e come
volle la mia sorte, le dissi il gran bene ch'io le volevo, ed ella
arrossendo, senza risponder parola si scostò lasciandomi afflitto e
peggio contento che mai; e da quell'ora in poi parea cercasse tenermi
discosto e quasi mai, quando v'erano altre persone, volgeva a me le
parole: ond'io per disperato, nè potendo sopportare quell'inestimabile
amore, risolsi in tutto andarmi con Dio, e cercar la morte ove allora
già si combatteva. E passando appunto la compagnia del duca di San
Nicandro, che andava alla volta di Roma, a raggiungere il duca di
Calabria, mi misi in ordine per andarmene con essoloro. E senza dirle
il mio proposito, un giorno volli ritentar la prova, ed alla stette
salda; onde mi dovetti persuadere che quell'amore ch'io credevo
scorgere in lei, era stato un sogno della mia immaginazione: e risoluto
affatto (era la sera, ed alloggiava quella notte in Capua la compagnia
del duca per partir la mattina) misi in ordine ogni cosa per esser a
cavallo l'indomani. Me n'andai, come il solito, a veglia in casa del
padre di Ginevra: eravamo soli noi tre intorno un tavoliere, e si
giocava a tavola reale; quando mi venne in acconcio, dissi a lui, come
avevo fisso di partire la mattina vegnente, che essendomi venuto a noja
quell'ozio, volevo andar a combattere, perciò fosse contento darmi
licenza. Il conte lodò il mio proposito, ed io colla coda dell'occhio
pur guardavo, non privo affatto di speranza, che viso facesse Ginevra.
Pensa quale diventai vistole mutar il color del volto, e farlesi rosse
le palpebre? Di furto mi saettò un'occhiata che troppo mi diceva.
Stetti infra due di non farne altro, ma conobbi che oramai non potevo
ritrarmi coll'onor mio; e mi fu forza, quando mi trovavo il più
contento e felice uomo del mondo, eseguire la mia malaugurata partenza:
di qui nacque ogni mia sciagura.
Dio volesse che quando misi il piede alla staffa fossi caduto morto;
sarebbe stato men male per lei e per me.
Mi condussi a Roma sempre maledicendo la mia fortuna, e giunsi in
quella, che per una parte entrava re Carlo, e per l'altra i nostri si
ritraevano a furia. Vi fu qualche leggiero scontro, ed io tanto mi
spinsi avanti fra certi Svizzeri, che fui lasciato per morto con due
roncolate nel capo, onde penai gran tempo a guarire.
Queste ferite le toccai presso Velletri: portato nella terra e
medicato, ebbi a star quivi due mesi, senza saper più nulla di Ginevra
nè del padre, e solo udivo d'ora in ora le triste novelle del reame che
vi giungevano, ed eran fatte dalla gente di casa sempre maggiori, e con
tante favole tra mezzo che non potevo in esse distinguere cosa buona.
Pure alla fine ritornato gagliardo, e volendo uscire di tanto
travaglio, montai una mattina a cavallo e me ne venni a Roma. Ivi
era un disordine grandissimo; e papa Alessandro che al passaggio del
re poco gli s'era mostrato amico, vedendo ora spacciate le cose del
reame, e che già della lega fra il Moro ed i Veneziani si bisbigliava,
onde ai Francesi conveniva dar volta, stava in sospetto grandissimo
ed il meglio che poteva s'armava ed afforzava Roma e 'l castello.
Appena scavalcato andai a far riverenza a monsignor Capece, che molto
m'accarezzò, e volle in tutti i conti levarmi d'in sull'osteria.
Intanto cresceva il romore in Roma, ed aspettandosi a giorni la
vanguardia del re, composta di Svizzeri, molto si temeva da tutti, ed
ognuno pensava a' fatti suoi.
Comparve alla fine l'esercito. Il papa col Valentino s'era fuggito a
Orvieto. Le genti francesi parte s'alloggiarono in città, parte fuori
in Prati[5]; e si comportavano assai bene co' cittadini, tantochè
ognuno si veniva rassicurando. Dopo pochi giorni il re andò alla volta
di Toscana: pure per Roma passavano tuttavia or l'uno or l'altro di
quei capi, conducendosi alla spicciolata, onde fosse minore il disagio
delle vettovaglie. Erano oramai quietati i timori, ed ognuno attendeva
come il solito alle faccende. Io che sempre dal pensiero di Ginevra era
travagliato, appena potei coll'onor mio, mi spiccai da monsignor Capece
per tornare a casa, e saper notizie certe di là; chè in tutto questo
tempo non m'era venuto fatto di parlare con chi n'avesse contezza.
Una mattina di buon'ora mi posi in cammino, disposto di cavalcare quel
giorno sino a Citerna, e da strada Julia ove stava monsignore, presi
per piazza Farnese, drizzandomi verso porta San Giovanni. Sotto il
Coliseo mi si fece incontro una truppa di Francesi con bagaglie; e
come furon presso, vidi che venivano con una lettiga ove giaceva mal
condotto uno de' loro capitani, e dalle fasce che avea attorno alle
tempie si capiva che doveva esser ferito nel capo. Mentre scansato il
cavallo, m'era soffermato un poco per guardar costui, fui desto da
un acuto grido, e, volgendomi a quello vidi Ginevra a cavallo, che
dall'altra parte veniva in compagnia con essoloro. Ma oh Dio, quant'era
cambiata! Fu un miracolo s'io non caddi in terra: il petto mi scoppiava
sotto la corazza: pure avvisando ciò che poteva essere, finsi seguire
il mio cammino; poi, voltato il cavallo, senza mai li perder di vista,
e pensando al peggio, tenni loro dietro sino all'alloggiamento.
Ben puoi credere ch'io non fui ardito farmi rivedere a monsignore,
che mi credeva già lungi di molte miglia, e tanto meno presentarmi a
Ginevra, temendo, s'io le parlavo, udir da lei ciò che mai non avrei
sofferto ascoltare; e bramoso pure di chiarire la cosa non sapevo che
risolvere. Portato dal cavallo che tendeva a ritornare alle stalle di
monsignore, mi trovai in Banchi alla chiavica, presso alla bottega di
un tal Franciotto, detto dalla Barca, perchè la professione sua era
levar le mercanzie da Ostia per portarle a Ripa grande. Era costui
mio amicissimo, e fattomisi incontro, scavalcai, e trattolo da parte,
gli dissi che per alcuni rispetti m'ero partito da monsignore, e mi
conveniva tenermi celato; perch'egli m'offerse una sua casetta che
aveva in borgo, e tosto mi vi condusse. Io presi partito di dirgli: che
avevo veduto una donzella della quale conoscevo il casato, con certi
Francesi; ed avrei voluto sapere com'era quivi capitata, per porgerle
ajuto se fosse stato mestieri: ed insegnatogli il luogo ov'era andata
a smontare, lo pregai s'ingegnasse parlare con alcuno de' famigli, e
farmi trovare in parte, ove, senza scoprirmi, potessi ottenere il mio
desiderio. Egli ch'era di sottile ingegno benissimo seppe contentarmi.
Verso mezz'ora di notte venne per me, e mi condusse ad un'osteria, ove
trovammo un suo giovane che aveva già uccellato uno degli scudieri di
quel barone francese, e fattolo bere, l'avea messo in sul raccontare,
ed appunto giungemmo quand'era tempo.
Franciotto in poche parole lo condusse a dire ciò che mai non avrei
voluto sapere: e sul fatto della donna ci narrò che giungendo essi
a Capua, e quei di dentro facendo resistenza grandissima, entrarono
a forza, e quasi la terra andò a sacco: che il suo padrone Claudio
Grajano d'Asti (così ci disse chiamarsi) entrato con molti soldati
in casa il conte di Monreale, che ferito nell'assalto, era stato ivi
portato e più non poteva difendersi, giunse alla stanza ove giaceva, e
la figlia buttandosi in ginocchio, raccomandava sè e 'l padre. Grajano
stava in cagnesco, e piuttosto volto al male; onde il conte alzandosi
sul gomito il meglio che potè, gli disse: quanto possiedo al mondo sia
vostro, ed abbiate in isposa questa mia figlia; ma sia salva l'onestà
sua dalle mani di costoro. E Ginevra tremando per la vita del padre e
per sè stessa, non si seppe opporre. Due giorni dipoi il conte morì.
Io mi morsi le mani pensando che se mi fossi trovato colà, forse non
cadeva in balìa di questo ribaldo; ma non vi era rimedio. Mi tolsi di
quivi, e tutta la notte andai vagando per le strade come forsennato;
e più volte fui per finirmi. Per vera virtù di Dio pure mi rattenni.
Il dolore, lo struggimento di cuore ch'io provavo era tanto, che le
parole non ne saprebbero dire la millesima parte, con certe strette al
petto che mi levavan l'anelito, e mi pareva ogni tratto di soffocare:
nè potendo sopportar più una vita tanto dolorosa e travagliata formavo
i più strani consigli, le più pazze risoluzioni del mondo. Ora divisavo
di ammazzare il marito, ora d'incontrar la morte in qualche strano
modo, onde mostrare a Ginevra che ero stato condotto a quel passo per
amor suo, e mi confortava l'idea del rammarico che n'avrebbe provato;
e d'una in un'altra di queste immaginazioni quasi uscivo di cervello.
Stato così più giorni, una sera volli tentar la fortuna. Involto nella
cappa, ottenebrata la vista, e colla capperuccia che mi scendeva sugli
occhi, andai alla porta di lei e bussai. Si fece alla finestra una
fante, e domandò chi volevo.--Dite a madonna, risposi, che le vuol
parlare uno che vien da Napoli e le porta nuove de' suoi.--Fui messo
dentro e lasciato in una saletta terrena con un lumicino che mandava
appena un poco d'albore. A me pareva di stare ora presso la porta del
paradiso, ora più giù dell'inferno, ed era tanto il contrasto, che
mi sentii mancar le ginocchia, e mi convenne lasciarmi andare su una
sedia. Aspettai pochi minuti, che a me parvero mill'anni. Quando sentii
giù per la scala lo stropiccìo de' piedi e della gonna di Ginevra,
quasi mi lasciò affatto ogni virtù vitale. Entrò ella e rimase così un
poco discosta guardandomi; ed io, lo crederai? non potei nè parlare,
nè muovermi, nè formare una voce: ma appena m'ebbe riconosciuto,
gettò un grido, e cadeva in terra svenuta; se non ch'io la raccolsi
in braccio, e, slacciandola, m'ingegnai soccorrerla tutto spaventato
dall'importanza del caso, e dal timore d'esser quivi trovato: e
coll'acqua d'un infrescatojo che era presso, le spruzzavo la fronte.
Ma le lagrime bollenti che mi piovevano dagli occhi e le inondavano il
volto, furono più possenti e la richiamarono in vita. Io non seppi far
altro che prenderle una mano e premervi su le labbra con tal passione,
ch'io credetti che l'anima mia passasse in quel punto. Così stemmo un
poco: alfine tutta tremante si spiccò da me, e con voce che appena la
potevo udire, mi disse: Ettore, se sapessi i miei casi!..... Li so,
risposi, li so pur troppo, ed altro non domando, altro non voglio che
poterti morir vicino e vederti qualche volta finchè son vivo.
In questa s'udì rumore al piano di sopra, mi corse un gelo per l'ossa,
dubitando d'essere scoperto, e che a lei s'accrescessero i guai. Preso
commiato cogli atti più che colle parole, sollecitai a levarmi di
quivi, ed uscii un poco meno afflitto e sconsolato.
Intanto la ferita del marito non guariva, e molti Francesi,
gentiluomini e prelati, ogni giorno lo venivan visitando. Benchè
il maraviglioso viso di Ginevra mostrasse l'affanno interno che la
travagliava, nondimanco la sua bellezza, con un certo languido pallore,
aveva pure un tal che d'appassionato, che non si poteva mirarla e non
restarne vinto: e fra quei signori la sua giovinezza, il costume e
l'angeliche sembianze ogni dì più destavano maraviglia, nè si potevano
saziare di magnificarla e lodarla da per tutto, a tale che la fama ne
corse all'orecchio del Valentino. Molto si susurrava allora in Roma sul
conto di costui. Il duca di Candia suo fratello era stato morto per le
strade la notte, ancora non faceva il mese; e non senza suo carico:
ond'egli tosto, deposta la porpora, s'era buttato all'armi del tutto, e
si dicevano di lui tante gran cose che non si sapea che pensare. Forte
dubitai fin d'allora che la Ginevra fosse vagheggiata da costui: e pur
troppo mi toccò udirne fra popoli molte sconce parole, ch'io non poteva
raffrenare per rispetto di essa, e consumavo dentro la rabbia per non
far atto che palesasse la condizion mia.
Intanto, sotto colore ora d'una, ora d'un'altra cosa, m'era pur venuto
fatto d'andarle per casa ad affiatarmi con quel suo marito; e se il
vederlo mi dava passione indicibile, soffrivo volentieri ed avrei
sofferto ogni gran cosa purchè potessi a quando a quando veder lei,
colla quale, dalla prima volta in fuori, non ebbi mai parole d'amore, e
già sapevo che sarebbe stato un buttare il fiato, perocchè troppo bene
la conoscevo.
Questo Grajano d'Asti era di que' tali che ne vanno dieci per uscio,
nè bello nè brutto, nè buono nè cattivo; assai buon soldato bensì, ma
che avrebbe servito il Turco se meglio lo avesse pagato. Le sostanze di
Ginevra lo facevano ricco assai bene: e tanto valutava lei quanto si
valuta un podere, per la rendita e non per altro.
Passarono più settimane. La sera potevo veder la Ginevra, chè il marito
non aveva nessun sospetto di me; e travagliato dalla sua ferita che
molto penava a chiudersi, nè sapendone molto in fatto d'amore, aveva
tutt'altri pensieri pel capo; così mi trovavo con lei più spesso di
prima.
Il Valentino frattanto, volendo metter genti insieme per l'impresa di
Romagna, fece capitale di Grajano d'Asti che oggimai si trovava presso
a poter risalire a cavallo. Seppi come aveva attaccata questa pratica,
ed alla prima furono d'accordo. Si fermò tra loro una condotta di
venticinque lance, ed al marito di Ginevra parve avere buonissimi patti.
Una sera venne il duca alla casa di Grajano per istipulare l'accordo,
e fu fatto un poco di cenetta, alla quale si trovarono certi prelati
francesi ed alcune lance che stavano a spasso, ed intendevano
appiccarsi con costui, che accettava ognuno in quel tempo.
Io parte pensavo offerire i miei servigi per seguire la fortuna di
Ginevra con quella di Grajano; pure, non saprei dirti perchè non mi
mossi, nè mi trovai con loro quella sera. Andai, ch'era già fatto
notte, vagando ne' luoghi più deserti di Roma sempre martellandomi il
cervello con mille sospetti, e non potevo liberarmi da certi pensieri,
i più strani che avessi mai. Da molti giorni trovavo la Ginevra più
sbattuta: e mi pareva tratto tratto di vederle balenar sulla fronte un
non so che d'arcano, che studiasse tener celato nel cuore. Passai pure
quella notte, Dio sa con che smania. Senti se alle volte il cuore non
parla.
L'indomani vado da lei sulle ventitrè. Quando son presso all'uscio,
odo in casa un bisbiglio insolito: usciva un frate d'Araceli col
Bambino,[6] ed un torchietto davanti. Salto in casa (sudavo freddo!) e
la fante mi dice: Madonna sta in termine di morte.
La sera innanzi, dopo cena, era stata colta da uno sfinimento, ma non
pareva male d'importanza. Posta a letto e confortata con panni caldi,
si quietò, e così rimase sino alla mattina. Il sole era già alto e non
si sentiva. Venne un tal maestro Jacopo da Montebuono che s'impacciava
di medicina, e la trovò quasi fredda. Quello sciagurato, invece di
por mano a tutti gli argomenti più gagliardi, se la passò con qualche
parola dicendo fosse lasciata in riposo. Tornato poi sul tardi, si
sbigottì, e gridando ch'era spacciata, fe' correr pel prete, e senza
trovar strada a soccorrerla nè a vincere questo suo inesplicabile male,
poco dopo l'avemaria, la sconsolata famiglia udì dalla bocca stessa del
medico che era passata.
Gli alloggiamenti di Francia comparvero in questa, ed Ettore dovette
interrompere il suo racconto. Si fece avanti il trombetta sonando, e
gli uscì incontro un soldato a cavallo per intendere che cosa cercasse.
Saputo il motivo della loro venuta, ne avvertì l'ufficiale di guardia
in quel luogo, il quale, poich'ebbe vista la lettera che da Consalvo
si scriveva al duca di Nemours capitano di quell'esercito, impose
a Brancaleone ed a Fieramosca di aspettare che spedisse al duca ad
ottener licenza che entrassero in campo.
Offerì loro intanto una trabacca ove si alloggiava la guardia della
porta: ma i due amici, udendo che la stanza del capitano era ancor
molto lontana, risolvettero d'aspettar quivi, tanto che il messo fosse
tornato con la risposta.
Ivi presso sorgeva un gruppo di querce, con molt'erba fresca, che
protetta dall'ombra offeriva in quell'ore bruciate del mezzo giorno un
bellissimo stare. Vi si condussero i due guerrieri, e legati i cavalli
agli alberi, si disarmaron la fronte e sedettero uno accanto all'altro
appoggiando le spalle a quei tronchi. Una leggiera brezza marina
rinfrescava loro il viso; onde l'uno riprese a parlare con nuovo animo,
ed all'altro crebbe la voglia di ascoltarlo.