La rocca di Barletta occupata da Consalvo e da parecchi capi di
quell'esercito era posta fra la piazza maggiore della terra ed il
mare. Nelle case all'intorno eransi allogati a mano a mano tutti gli
ufficiali spagnuoli ed italiani col loro seguito; e fra questi, in
una delle migliori abitazioni, i fratelli Prospero e Fabrizio Colonna
facevan dimora col sontuoso traino di scudieri, famigli e cavalli, che
ad una tanta casa si conveniva. Ettore Fieramosca era loro carissimo
sovra ogni altro per mille suoi pregi, e se lo tenevano qual figlio,
avendolo accomodato d'una casetta che era presso la marina, attigua
alle loro stanze, la quale agiatamente poteva contener lui ed i servi
coi cavalli e le bagaglie. La camera più alta della casa, ove solea
dormire, avea le finestre volte a levante.
Era l'indomani della cena: il primo chiarore dell'alba faceva appena
all'orizzonte distinguere dal cielo la bruna linea del mare, quando
il giovane Fieramosca, lasciato il letto ove non sempre trovava sonni
tranquilli, uscì su un terrazzo, a' piedi del quale venivano a batter
l'onde leggermente agitate dal fresco venticello della mattina.
Poveri abitanti del settentrione! Non sapete quanto valga quest'ora
sotto un bel cielo del mezzogiorno, in riva al mare mentre la natura
è ancora tutta nel sonno, e questo silenzio viene appena interrotto
dal sordo gorgoglìo dell'onda, che al pari del pensiero, non ebbe mai
riposo dal dì che fu creata, nè l'avrà finchè più non sia. Chi non s'è
trovato solo a quest'ora, chi non ha sentito sventolarsi presso il viso
l'ultimo batter d'ala della nottola matutina nel principiar del caldo
sulle belle coste del regno, non sa sin dove giunga la divina bellezza
delle cose create.
Lungo il muro del terrazzo cresceva una palma. Seduto sul parapetto,
le spalle appoggiate al tronco, e colle mani intrecciate reggendosi un
ginocchio, il nostro giovine soldato stava godendo momenti di quiete, e
l'aria pura che precede l'aurora.
La natura gli aveva concesso il prezioso dono d'esser per indole
propria spinto a quanto v'ha di bello, di buono e di grande. Un solo
difetto si poteva apporgli, se difetto si può chiamare, una soverchia
bontà. Ma nudrito da' primi anni fra l'armi, presto conobbe gli uomini
e le cose; la sua mente retta nel giudicare imparò qual limite si debba
porre alla bontà stessa onde non degeneri in debolezza; e la rigidità
che acquista sovente chi si trova fra continui pericoli, in un cuore
quale era il suo, divenne una giusta fermezza, degna e preziosa dote
d'un petto virile.
Il padre di Fieramosca, gentiluomo capuano della scuola di Braccio
da Montone, invecchiato nelle guerre che lacerarono l'Italia durante
il secolo XV non potè dare ad Ettore altro che una spada, e questi
da giovanetto credette il mestier dell'arme il solo degno di sè, nè
potè per molti anni aver pensieri superiori ai tempi in cui viveva,
nei quali la forza dell'armi non s'impegnava che ad accrescere la
riputazione e l'avere.
Ma crebbe il senno col crescer dell'età; e ne' brevi momenti che si
restava dal guerreggiare, invece di spender l'ozio in cacce, in giostre
ed in altri giovanili piaceri, ebbe cari gli studi e le lettere; e
conosciuti gli antichi autori, e gli onorati fatti di coloro che
avevano sparso il sangue in pro della patria e non in vantaggio di chi
meglio li poteva pagare, comprese quanto scellerata cosa fosse per sè
stesso il mestier dell'arme, se a guisa di masnadiere si faccia col
solo fine d'arricchirsi delle spoglie dei deboli, e non per la virtuosa
cagione di difendere sè ed i suoi dalle straniere aggressioni.
Nella sua prima adolescenza avea dovuto seguire il padre, che
importanti affari chiamavano in Napoli. Alla corte di Alfonso conobbe
il celebre Pontano, il quale, colpito dall'ingegno del fanciullo e
dalla bella disposizione del suo corpo, gli pose grandissimo amore; ed
accoltolo nell'accademia che, quantunque fondata dal Panormita, ha però
il nome di Pontaniana, prese ad ammaestrarlo con grandissimo studio,
e riportò, in contraccambio, dal giovane quel culto affettuoso che
produce la gratitudine unita all'ammirazione.
L'amore per le cose patrie e per la gloria italiana risvegliato dalle
eloquenti parole del suo maestro, non poteva rimaner tepido in un cuore
qual era il suo, e crebbe al punto di giungere al furore. Combattè
spada a spada con un gentiluomo francese, giovane maggior di lui
d'anni e di forze, perchè sparlava degl'Italiani, lo ferì e gli fece
confessare il suo torto, presente il re e la corte. Lasciata Napoli,
dopo varie vicende, incontrò i casi d'amore dei quali avemmo un cenno
dal prigioniere francese.
Ma allorchè da Carlo VIII fu messa sossopra l'Italia, e che l'armi
francesi la tenevano tutta in ceppi od in timore, si risvegliò in lui
più caldo l'amor patrio, vedendo quegli invasori voler farla da padroni
in Italia. Si rodeva udendo narrare le loro insolenze nell'attraversare
la Lombardia, la Toscana e gli altri Stati italiani. Quando si sparse
la fama della fiera risposta di Pier Capponi al re, e che questi aveva
ceduto, sfavillava per l'allegrezza portando alle stelle il valoroso
Fiorentino.
Caddero i reali di Napoli. Parve allora a Fieramosca di seguir la parte
di Spagna, per opporsi in qualche modo all'altra di troppo crescente
potenza, e perchè l'orgoglio spagnuolo gli sembrava meno insoffribile
della vana jattanza francese: poi un nemico che non poteva venire se
non per mare, gli parea da tenersi in minor conto; e stimava quando
colle sue armi fossero cacciati i Francesi, impresa meno malagevole
stabilire un buono Stato in Italia.
Al chiarore che si diffondeva dall'oriente svanivano a poco a poco e
si perdevano l'ultime stelle. Già il sole illuminava le più alte cime
del Gargano tingendole d'un roseo che si mutava in pavonazzo ne' seni
ombrosi dei monte, mentre il lido sottoposto, che girava a guisa di
mezza luna, congiungendosi al littorale ov'è posta Barletta, mostrava
col giorno crescente un ameno e diverso intreccio di valli e di colli
che scendevano a bagnarsi nel mare. I folti castagneti che sulle
vette già venivano indorati dal sole, diradandosi verso le falde eran
interrotti ora da prati verdissimi, ora da qualche pezzo coltivato. Qua
una frana lasciava biancheggiar il macigno, là il fianco d'un giogo si
tigneva di colori gialli, rossicci, secondo la natura del suolo. Il
mare ceruleo pareva immobile; se non che ribollendo sotto le rupi ne
cingeva il piede con una striscia di spume candidissime.
Nella parte più interna del golfo sopra un'isoletta che era congiunta
alla terra da un ponte lungo e stretto, sorgeva fra le palme e i
cipressi un monastero con una chiesuola ed un campanile, munito
all'intorno di torricelle e mura merlate, onde salvarlo da un primo
assalto di corsari e di Saracini.
Ettore mostrava guardarlo con passione grandissima, aguzzando le
ciglia, perocchè la nebbia, che a quell'ora copre le terre più
basse, gli permetteva appena distinguere i contorni dell'edifizio.
Coll'orecchio teso coglieva il debol suono della campana che annunciava
l'avemaria del giorno, ed era tanto attento che non udì la voce
d'Inigo, dal quale era chiamato in cortile: questi non ottenendo
risposta, salì.
--Dopo una giornata come quella di ieri--disse entrando sul
terrazzo--non ti avrei creduto alzato prima del sole.--
Chi ebbe mai pieno il cuore d'un solo pensiero grande e bollente,
sa quanto potè esser grato a Fieramosca il venir colto in quello e
costretto a lasciarlo. Si volse con un viso che non celava l'animo suo
interamente, e quasi Inigo s'avvedea d'esser giunto importuno. Ma
l'animo d'Ettore era troppo giusto ed amorevole per accagionare il suo
amico di questo disturbo involontario. Senza dar risposta precisa, se
gli fece incontro, gli strinse la mano, ed alla fine ritornando in sè
del tutto disse piacevolmente:
--Che buon vento mi ti conduce a quest'ora?
--Ottimo vento; e ti reco tal nuova che m'avrai da dar la mancia.
Perciò appena ho aspettato il giorno, ed eccomi a portartela. Sempre ho
avuto invidia alla tua virtù: oggi debbo averla alla tua fortuna. Beato
te, Ettore mio! T'è serbata dal cielo tal impresa d'onore che l'avresti
comprata, son certo, ad alto prezzo. Ebbene ti capita innanzi senza nè
spesa nè fatica. Sei proprio nato vestito!--
Fieramosca condusse in casa il suo amico, e fattoselo sedere in faccia
stava aspettando che gli annunziasse questa gran fortuna. Fu da lui
brevemente informato di quanto era occorso la sera innanzi, del modo
col quale egli avea preso le parti degl'Italiani, e della sfida
proposta. Quando venne a riferire le insolenti parole di La Motta, e
benissimo le seppe dire, balzò in piedi l'animoso Italiano, percotendo
su una tavola col pugno chiuso e cogli occhi scintillanti di fierissima
allegrezza.
--Non è--gridò--giunta a tanto ancora la miseria nostra che manchino
braccia e spade per ricacciare in gola a questo ladrone francese,
quanto in malora sua gli è fuggito di bocca! E Dio ti benedica la
lingua, Inigo, fratel mio (e stretto lo teneva abbracciato), e t'avrò
obbligo eterno della cura che avesti dell'onor nostro, nè in vita nè
in morte me ne terrò sciolto mai.--E le carezze per una parte, come le
profferte per l'altra, non avean fine. Quietato un poco questo primo
calore:
--Qui--disse Fieramosca--è tempo non di parlare, ma d'operare.--E
chiamato un servo, mentre l'ajutava vestirsi, veniva nominando i
compagni che si sarebber potuti sceglier a quest'impresa, pensando far
grossa compagnia più che potesse.
--Molti--diceva--sono i buoni fra noi, ma la cosa troppo importa;
scegliamo i migliori: Brancaleone. E uno. Non vi sarà lancia francese
che lo pieghi d'un dito, con quel pajo di spalle che ha ai suoi
comandi. Capoccio e Giovenale tutti e tre Romani: e ti so dire che gli
Orazi non tenevano la spada in pugno meglio di loro. E tre. Andiamo
avanti: Fanfulla da Lodi, quel matto spiritato, lo conosci? (Inigo alzò
il viso aggrottando un poco le ciglia, e stringendo le labbra, come fa
chi vuoi ridarsi a mente qualche cosa.) Oh lo conosci senz'altro! Quel
Lombardo, lancia spezzata del signor Fabrizio.... quello che l'altro
giorno galoppava sulla grossezza del muro del bastione alla porta a San
Bacolo....
--Oh sì sì!--rispose Inigo--ora mi ricordo.
--Bene. E quattro. Costui finchè avrà le mani le saprà menare. Io
sarò il quinto; e coll'ajuto di Dio farò il dovere. Masuccio--gridò
chiamando un famiglio--bada che ieri si ruppe la guiggia dello scudo,
falla aggiustare, e tosto; senti: alla spada grande ed alla daga
pistolese sia rifatto il filo, e.... che volevo dirti?.... ah! L'arnese
mio di Spagna è in punto?--Il servo accennò di sì.
Sorridendo Inigo a questa furia disse:--Non ti mancherà tempo a
metterti in ordine, che la battaglia non sarà nè oggi nè domani.--
A questo non pensava Fieramosca che si sentiva la febbre addosso, nè
avrebbe voluto tardare a trovarsi alle mani; e poco badando a quanto
dicea lo Spagnuolo, veniva rintracciando altri compagni, chè cinque gli
parea un numero scarso. E disse con gran voce:
--E dove lasciamo Romanello da Forlì? E sei. Lodovico Benavoli. Sette.
Questi li conosci, Inigo: gli hai veduti a lavorare.
--Masuccio, Masuccio!--
Ed il servo che era sceso risalì di volo.
--Il mio cavallo da battaglia, Airone, quello che m'ha donato il signor
Prospero, abbia paglia ed orzo quanto ne vuole; e prima che entri il
caldo lo farai trottare alla volta un'ora, e vedi come gli stiano i
ferri.--
Nel dare questi ordini si stava vestendo; il servo gli porse la cappa,
e messasi l'arme accanto ed in testa un cappello con una penna azzurra,
disse ad Inigo:
--Son teco. Prima d'ogni altra cosa si vuol ragionare col signor
Prospero, poi si farà motto a Consalvo pel salvocondotto.--
Così avviatisi per istrada seguiva nominando or l'uno or l'altro
degli uomini d'arme che potessero fare al caso. Nè si soddisfaceva
d'alcuno così alla prima: di tutti esaminava minutamente lo stato, le
forze, il valore, la vita passata, onde non venissero a sì gran fatto
se non uomini provati. Di Brancaleone romano teneva gran conto sopra
ogni altro, perchè lo conosceva molto uomo dabbene, di gran core e
di maravigliosa gagliardia; gli piaceva il suo fare serio ed alieno
dall'allegria spensierata degli altri compagni, e sentiva per lui
un'amicizia, che molte volte l'aveva condotto al punto di svelargli i
suoi casi colla Ginevra: ma un certo ritegno, e forse la mancanza di
occasione a proposito, l'avean impedito. La sua famiglia e gli antichi
suoi essendo stati ghibellini avevano a Roma tenuta sempre la parte
colonnese, ed ora nella compagnia del signor Fabrizio egli era capo
di certe lance spezzate, e molto bene attendeva a questa come ad ogni
altra bisogna di guerra. Era costui di mezzana statura, largo di spalle
e di petto, di poche parole, e solo intento al suo uffizio: tenace ed
ostinato nel seguire ogni suo divisamento, e non avendo al mondo altro
pensiero che quello d'ajutare e far vittoriosa la sua parte colonnese,
a petto della quale tutto a lui pareva nulla; per sostener questo come
ogni altro impegno si sarebbe fatto tagliare a pezzi mille volte.
Ettore ed Inigo doveano passar davanti all'uscio suo per andare dai
Colonna: lo trovarono appunto fermo che dava ordine a certi suoi
cavalli, e colla spada scinta, avvolta la cintura all'elsa accennava ai
famigli ed ai ragazzi di stalla, facendosi intendere colla minore spesa
di fiato che fosse possibile. Fieramosca l'invitò seco per ordinare
tal faccenda, che, espressa con parole caldissime, fu ascoltata da
Brancaleone senza scomporsi, nè mutar viso. Disse solo brevemente
avviandosi cogli altri due:
--La prova fa credere i ciechi. Quattro stoccate a modo mio e poi ci
riparleremo.--
E questa fiducia non era braveria: chè più volte già s'era trovato
chiuso in campo franco, e sempre n'era uscito ad onore.