--Gran bella ragione!--interruppe la donna.--Vedete mo il gran risico

che correvate voi! Ed è egli possibile che il vostro senno non vi

dimostri la grave, la profonda differenza che corre tra un cuor d'uomo

e un cuore di donna? Che sacrifizio fa l'uomo ad amare e a dirlo, egli

tentatore, egli padrone di perdere nel giuoco quel tanto appena che ha

messo di posta? Noi, povere donne, quando amiamo (il che più veramente

ci avviene che a voi, e con più violenza di subitanea passione che voi

non crediate) paghiamo i nostri errori col dispregio di noi medesime.

Non parlate più? Non crollate più a vostra volta il capo, in segno di

incredulità? Vedete pure che non avevate ragione, e, schietta come

sono, vo' confessarvelo. Ho detto testè: _se questa donna non conosce

ancora quest'uomo..._ e ho detto male, poichè io già vi avevo

conosciuto, sebbene da mezz'ora, più addentro che se la nostra

conoscenza già contasse anni di vita. Siete un galantuomo e un

gentiluomo, ed io vi ho veduto alla prova. Credete pure che io so

rendervi giustizia! Noi povere donne non possiamo parlare liberamente

come voi fate.... E per legge di natura, e per vincolo di educazione,

noi siamo il sesso debole; non abbiamo altra arma migliore in nostra

difesa che la diffidenza, la eterna diffidenza.

--Il sesso debole!--soggiunse Roberto.--Siamo noi il sesso debole!

--Quando ci amate, s'intende. Ma dura così poco in voi, questo stato

di malattia! La convalescenza è sempre assai pronta, e ripigliate

sempre le forze smarrite.--

Roberto Fenoglio rimase muto. Era quella la più eloquente risposta che

egli potesse dare alla sconosciuta. Ella aveva ragione sulle generali,

e sebbene egli non avesse torto nel suo caso particolare, non era

quello il momento per costringerla a riconoscerlo.

Perciò, tacendo egli, v'ebbe un tratto di pausa nel dialogo. Roberto,

colla fronte china, contava i pezzettini di marmo del suo pavimento a

mosaico; la signora guardava Roberto, aspettando che dicesse qualcosa.

E così guardandolo, e vedendolo silenzioso, le scese inavvertita in

cuore quella pietà traditora che è sorella dell'amore e che non ha

altro ufficio se non questo, di aprir l'uscio di casa al fratello.

--Povero giovine!--le susurrava al cuore la pietà.--Tu gli hai detto

di brutte cose, ed egli non ardisce nemmanco risponderti. Vedi com'è

contrito ed umiliato! Ora, lo hanno detto le sacre carte: _cor

contritum et humiliatum Deus non despiciet_. Egli ha una cera

simpatica, per verità! E poi, com'è gentile di modi! Come si è

adoperato volenterosamente a farti servizio! Quanti altri uomini, nel

caso suo si sarebbero diportati com'egli? Quanti altri, posti con una

donna sola, sconosciuta, in casa loro, non avrebbero piuttosto ceduto

a diverso consiglio? Gli uomini, in genere, sono un'assai brutta

razza, animi volgari, carne impastata di fango.... Ma egli! povero

giovine! Suvvia, bisogna ricompensarlo con una dolce parola!--

E la cercò, la dolce parola; ma lì, sulle prime, non le venne fatto

trovarla. Trovò bensì un più soave accento e un più soave sorriso, per

dirgli:

--Or dunque, signor Fenoglio, voi sarete il mio cavaliere, per

accompagnarmi a casa. Non è egli vero?

--Come vorrete, o signora, come vorrete. Vado subito a levarmi di

dosso queste ridicole insegne di mandarino cinese e sono ai vostri

comandi. Ma innanzi di partire udite ancora una parola, e sarà

l'ultima, ve lo giuro!

--Con che aria mi dite voi questo!--rispose la signora.--Siate più

gaio, ve ne prego; amo meglio udirvi a scherzare, come poco fa, che

parlar malinconico e guardarmi accigliato, come ora.

--Perdonatemi,--disse Roberto,--ma non posso far forza al mio

naturale. Sotto la forma di uno scherzo vi ho detto poco fa tutto

quello che il mio cuore sentiva. Vi ho profferto sinceramente e

prontamente la mia mano, perchè aveste a scorgere sulle prime la

purità de' miei intendimenti. Era quello il primo omaggio che io

dovevo rendere ad una donna come voi, al primo momento che sentivo di

amarla. Voi mi avete tolto in quella vece per un uomo leggero, per un

di quei capi scarichi che s'innamorano al primo uscio; ed ecco, io

porto la pena di aver fatto un giusto proposito e di non averne subito

dichiarato le lodevoli ragioni....

--Ah signore! E credete voi che io non le abbia pensate, tutte queste

cose gentili? Andate, andate a mutar abiti, senza fantasticare più

altro, poichè davvero stillandovi in questa guisa il cervello, non

siete più giusto, nè con voi, nè con me.

--Vado, signora, vado; ma ditemi ancora... io vi accompagnerò a casa!

me ne tornerò senza un conforto nel mio solitario quartierino da

scapolo.... E quei due che mi sanno ammogliato... che lo andranno a

ridire....

--È vero!--esclamò la sconosciuta, lasciando cadere la sua testolina

leggiadra contro la spalliera della poltrona.--Non ci avevo pensato!

Mi fate adesso riconoscere quanto io abbia operato sconsideratamente

con voi. Oh quanto me ne duole!--

E l'espressione del volto di quella donna fu così melanconica, nel

pronunciar ch'ella fece quel suo _me ne duole_, che Roberto Fenoglio

cadde ginocchioni a' suoi piedi, e, prendendola per mano, si fece a

dirle con accento concitato:

--Non vi addolorate, per carità! Ho detto una sciocchezza.... Ma dove

diamine l'ho pescata io! Piuttosto che vedervi piangere, mi ucciderei.

La gente dirà quel che vuole... mi crederà ammogliato; non me ne

importa; mi condannerò ad un eterno celibato, e non sarà un grave

sacrifizio per me, dopo quello che vi avrò fatto, di non riuscirvi

altrimenti molesto. Veduta voi, quale altra donna al mondo amerei?--

La pietà traditora inumidì leggermente le ciglia della sconosciuta.

--Avvocato,--disse ella con piglio di leggiadra dimestichezza,--voi mi

accompagnerete; saprete dove sto, ed io vi annunzio fin d'ora che sarà

sempre aperta per un gentiluomo pari vostro la casa di Laura

Moneglia....--

La folgore, cascata ai piedi di Roberto, non gli avrebbe fatto più

senso di quel nome e di quel casato che uscivano soavemente dalle

labbra della sua ospite leggiadra.

--Che?--gridò egli, balzando in piedi.--La cugina di Felicino

Magnasco?

--Conoscete mio cugino?--dimandò la signora Laura.

--Se lo conosco, signora... se lo conosco.... Figuratevi! egli era qui

seduto su quella medesima poltrona, mezz'ora innanzi che giungeste

voi, e mi stava pregando... mi stava dicendo.... Insomma, oggi stesso

e' doveva presentarmi a voi.

--A me? voi? Ah, mi ricordo... mi parlò di un signore, suo amico....

Sicuramente. Infatti il vostro nome non mi giungeva nuovo. Mio cugino

Magnasco parla molto bene, e meritamente, di voi. Orbene, che male c'è

che io sia sua cugina?

--C'è, o signora, che voi... già lo sapete... Felicino vi ama....

--Orbene, che mi ami!

--Ah! sta bene?--dimandò sbigottito Roberto.

--Si, certo, ma io non amo lui.--

A Roberto Fenoglio fu per balzar fuori un sospiro di contentezza; ma

si rattenne in tempo.

--Lo amerete più tardi;--si provò a dir egli.--Vi piegherete a' suoi

voti, alle sue preghiere. Felicino è un bel giovane, ha un ottimo

cuore....

--Tutto ciò che vorrete,--rispose la signora Laura,--ma egli non mi

piace oggi, e non mi piacerà domani, nè poi.

--Egli sta fresco, allora, il mio povero amico; ma cotesto non potrà

giovarmi, non farà crescere d'un punto le mie speranze, dopo la

promessa che gli ho fatta....

--Che promessa?

--Faccio male a dirvelo? Mi pare di no, poichè intanto avevate a

saperlo!... Di aiutarlo presso la sua divina parente, di persuaderla a

concedergli la sua mano.

--Ah! ah! un mirabile spediente! E come lo ha scelto bene tra

tutti!--gridò Laura, ridendo a più non posso.

--Signora, e perchè?

--Ma si, lasciatemi ridere per carità! Si vede che il mio cuginetto è

molto perspicace.

--Signora, io non so... non so se debba imbronciarmi o ridere con voi.

--Si, ridete, ridete! Tutta questa gaiezza non ha nulla che possa

recare offesa al vostro carattere, ve lo giuro!

--Mi fido di voi, bella signora, e rido anche io. Povero Felicino!

--Orvia, si fa tardi; andate a vestirvi.

--Sì, avete ragione; questa volta vado subito. Due minuti, e torno.--

Uscito Roberto dal salotto, Laura rimase sola a pensare. Che cosa

pensasse non vi dirò, poichè non sono mai penetrato nel cuore d'una

donna.

Dieci minuti dopo, Roberto Fenoglio ricompariva nel salotto, vestito

da cristiano, col suo abito nero di gala, il pastrano sul braccio e lo

staio in mano. Come avesse potuto spicciarsi a quel modo non saprei

dirvi. So che l'amore fa miracoli a palate, e non mi stupisco di

questo.

V.

Il mio protagonista, levandosi di dosso quegli abiti da cinese,

tornava quel che era, un simpatico giovinotto, se pure può dirsi

giovinotto chi ha passata di anni parecchi la fatale trentina. La

signora Laura lo guardò e i suoi occhi manifestarono una lieta

maraviglia. E invero la cosa non poteva essere diversa, poichè

l'avvocato Fenoglio, oltre all'avere un gentile aspetto, era

innamorato cotto; e l'amore, come tutti sanno (e se qualcheduno nol

sapesse, glielo dico io), abbellisce la gente, sia che conferisca più

vivacità allo sguardo, sia che impallidisca le guancie, secondo che è

lieto, o sfortunato per coloro che l'hanno nel cuore.

Quello di Roberto Fenoglio non potea dirsi ancora nè una cosa, nè

l'altra; era fresco di un'ora, ma era nato vigoroso come Ercole, di

cui narra la favola che, stando in cuna, strozzasse colle sue poderose

manine i serpenti. Il desiderio di piacere a quella bellissima donna,

il rispetto che sentiva per lei, sebbene l'avesse conosciuta in così

strana maniera, la stranezza medesima del caso che metteva, sto per

dire, un pizzico di sale su quel negozio, già di per sè saporito

abbastanza, tutto ciò trasfigurava Roberto Fenoglio. Se non temessi di

farmi dare dell'eretico, direi che quello era il suo Tabor, e che

intorno alle tempie egli ci aveva un'aureola.

--Dunque, signora,--diss'egli accompagnando le parole con un

grandissimo inchino,--poichè così volete, andiamo; io sono ai vostri

comandi.

--Voi siete un gentil cavaliere!--rispose la signora Laura.--Andiamo

dunque; mi sa mill'anni d'essere a casa mia.

--Questa sarebbe casa vostra, se voi voleste, o signora....

--Pazzo!--interruppe ella, e temperò la frase con un divino

sorriso.--Di ciò mi parlerete più tardi....--

Così dicendo ella seguì Roberto Fenoglio nell'anticamera fino alla

porta.

E qui avvenne un caso mirabile, strano, bizzarro, non mai più udito,

nè visto; un caso che io potrei darvi ad indovinare alle cento, alle

mille, alle diecimila, ma tanto e tanto non vi apporreste al vero; un

caso che parrà inverosimile, e che infatti è inverosimile davvero,

come è spesso inverosimile la verità.

Non vi è egli mai avvenuto, o lettori, di vedere un tramonto di sole,

di notarne gli strani colori, i più strani effetti di luce, e dire tra

voi che, se un pittore lo copiasse fedelmente, gli darebbero

dell'esagerato? Non vi è egli mai occorso di udire un fatto, o non

avete nella vostra storia particolare un caso tanto bislacco da farvi

dire, quando ve ne ricordate, che se un romanziere lo raccontasse, non

parrebbe vero a nessuno?

Orbene, uno di questi casi occorse per l'appunto ai miei due

personaggi; uno di questi tramonti toccò alla mia narrazione, la quale

non è un sole pur troppo!

Roberto avea posto la mano sulla chiave e faceva girar la stanghetta

per aprire. In quel punto, proprio in quel punto, si udiva una forte

scampanellata. Egli, sebbene quel suono improvviso gli urtasse

maledettamente i nervi, non fu più in tempo a fermarsi. L'uscio si

apriva sotto le sue mani, e un uomo si presentava nel vano. Questo

uomo fu sollecito ad entrare, e la prima persona che egli ebbe a

vedere (poichè Roberto, nello aprir l'uscio, si cansava per darle il

passo) fu la bellissima Laura Moneglia.

Chi era costui? Perchè al veder quella donna e' dava uno sbalzo

indietro, spalancando tanto d'occhi a guisa di spiritato?

Era Felicino Magnasco, che vedeva innanzi a sè la sua crudele cugina.

Fu un colpo di scena che io non vi starò a descrivere, e di certo non

potrei se pur lo volessi. Il fatto, l'atto istantaneo, non si dipinge;

lo scrittore non può mutarsi in fotografo.

Felicino Magnasco entrò coll'aria più impacciata che vi possiate

immaginare, e ne aveva ben donde. Roberto Fenoglio non lo era meno di

lui.

--Oh, buon giorno, Felicino!--esclamò egli, senza sapere che cosa si

dicesse.--Che buon vento ti porta quassù? Come va la salute?

--Bene, grazie; e la tua?

--_Optime_, Felicino, optime; e che cosa mi frutta una tua visita così

mattiniera?

--Ah sì!...--rispose l'altro.--È un'ora indebita... giungo in mal

punto....

--Ma no, Felicino, ma no... figurati! un amico come sei tu giunge

sempre gradito.

--Grazie da capo; ma lasciatemi raccapezzare...--soggiunse Magnasco.

--Sì, raccapezziamoci, vuoi sederti un tratto? Signora....--

La signora Laura intese com'egli le chiedesse licenza di fermarsi

ancora qualche minuto, e fe' per tornare nel salotto.

--Oh, mi rincresce di recar fastidio....--ripigliò Felicino,--ma

proprio non capisco... non ricordo più perchè io sia tornato

quassù....--

E il povero Magnasco, cavato di tasca il fazzoletto, si andava

asciugando il sudore che gli gocciolava in copia dalla fronte.

--Ecco...,--diss'egli, come furono nel salotto,--mi ricordo.... Appena

ti ho lasciato, son corso verso casa.... Ma ho trovato degli amici

sotto i portici del teatro Carlo Felice, che uscivano da cena.... Essi

mi hanno trattenuto colle loro chiacchiere.... Poi, sono andato a

casa... ma giunto a mezza scala, mi avvedo che ho dimenticata la

chiave. Dove posso averla lasciata, se iersera l'avevo? Allora ho

pensato che il mio pastrano l'avevo riposto nella tua anticamera, e

che per conseguenza.... Ma permettimi, vo subito a vederci; di certo

la è cascata in qualche cantuccio....--

E senza aspettar altro, Felicino Magnasco, che non aveva ancora alzati

gli occhi verso la sua cugina, uscì a precipizio dal salotto.

--Or bene, che si fa?--chiese Roberto alla signora Laura.

--Che si fa?--rispose ella.--Raccontargli.... È il partito migliore.

--Oh no, signora, nemmeno per sogno!--disse Roberto.--Egli crederà che

lo si voglia ingannare. Non c'è di peggio che la verità. E poi avete

voi un gran tornaconto a scolparvi con lui? Già voi lo amate?

--Ma che! vi pare?

--Dunque....

--Dunque, ditegli ciò che vorrete.

--Ampia facoltà?...

--Pieni poteri.--

Era tempo che s'intendessero; Felicino tornava nel salotto.

--Ecco la chiave!--gridò egli, entrando col prezioso arnese tra le

dita.--Essa era a terra, di costa al tavolino.

--Anch'io ho trovato la mia!--borbottò Roberto Fenoglio, guardando di

sott'occhi madonna Laura.

Quindi, fattasi scorrere la palma della mano sulla fronte, come un

uomo che ha presa una deliberazione, entrò a parlare in tal guisa.

--Felicino, amico mio, ti presento mia moglie!

--Tua moglie!--

Questo grido uscì dalla bocca di Felicino Magnasco, come il «_tu

quoque, Brute, fili mi_?» dalla bocca di Cesare. In quel grido si

distingueva la meraviglia, l'ironia, il rimprovero, e Dio sa quante

altre cose ancora!

Roberto Fenoglio non s'era vantato oltre i suoi meriti, dicendo com'ei

fosse nato per far l'oratore. Il discorso che gli venne fuori in

quella difficilissima occasione, comunque spezzato dalle necessità del

dialogo, lo ha collocato (nella mia stima, s'intende) all'altezza di

Cicerone e di Demostene.

--Felicino,--diss'egli, con accento grave che dimandava altrettanta

gravità dal suo uditore,--ricapitoliamo, e t'avvedrai di non poter

darmi il torto.

--Ah, vedremo!--rispose Magnasco.

--Sicuro, vedremo, e da senno, non già per mo' d'ironia, come tu dici.

E prima di tutto, che cosa sapevo io de' tuoi disegni matrimoniali con

tua cugina? Innanzi che la signora Laura Moneglia diventasse la

signora Laura Fenoglio, potevo io prevedere che un amico mio l'avrebbe

un giorno chiesta in matrimonio? ed anco pensandolo in anticipazione,

dovevo far io, era egli ragionevole di chiedermi il sovrumano

sacrifizio di rinunziare alla sua mano... che è così bella? Tu non

sarai così crudele da aver di cosiffatte pretensioni, Felicino mio,

non è egli vero? Tu non vorrai inoltre negli amici tuoi, per atto di

amicizia, il dono della profezia!

--No certo, io non pretendo tanto.

--Or bene? che colpa puoi tu fare a me, se ho sposato la tua leggiadra

e nobilissima cugina... se un matrimonio clandestino....

--Ma, signore...--entrò a dir Laura con aria turbata.

--Or bene?--disse voltandosi a lei, Roberto Fenoglio.--E i pieni

poteri?--E nell'accento, come nello sguardo di Roberto, c'era tanta

malinconia, che madonna Laura si diè quasi per vinta, e ricadde colla

sua bella testolina inerte sulla poltrona.

Roberto Fenoglio proseguì volgendosi all'amico Magnasco:

--Io te lo ripeto, che colpa ci ho? Stanotte tu mi cogli alla

sprovveduta, mi tiri un colpo a bruciapelo, chiedendomi di renderti

servizio presso la tua signora cugina.... Io casco dalle nuvole....

Non so risponderti... non so dirti, spiattellarti la verità... piglio

tempo, per aspettare il tuo ritorno e raccontarti a mente serena ogni

cosa... ma ecco, tu capiti cinque ore prima; mi trovi solo colla mia

signora... che colpa ci ho io?

--Sta bene;--rispose Felicino, mettendo fuori le parole a stento,--ma

tutto ciò non è molto chiaro. A qual pro un matrimonio clandestino?

--Ah, per cotesto ti assicuro, Felicino, che ci abbiam avute le nostre

gran ragioni. Io te lo dirò poi.... se la mia signora consentirà.

--Felice, io vi giuro....--incominciò la signora Laura.

--Che se non fosse mia moglie,--proseguì prontamente Roberto, dandole

sulla voce con molta accortezza,--tu non l'avresti colta in casa mia,

sola, a notte inoltrata.

--Mi congratulo con gli sposi!--soggiunse Felicino colla sua aria

imbronciata.--Ma ormai non ci sarà più ragione a nascondere il fatto,

e tu farai pubblica la nuova delle tue contentezze.

--Sì, certo, domani stesso; le ragioni che ci hanno fatto tacere e

dissimulare fin qui, son cessate; non è egli vero, Laura?

--Voi siete crudele!--mormorò la signora.

--Vi ho già detto,--soggiunse egli, curvando la persona verso di lei

per parlarle a mezza voce,--che la verità non sarebbe stata creduta.

--Mi accorgo,--notò Felicino,--che ci avete delle tenerezze a dirvi, e

me ne vado. Già non ho sonno, e andrò a fare una cavalcata. Hai veduto

il mio baio, Fenoglio?

--Sì, un bell'animale; ma aspetta, usciamo anche noi.--

Il bel cuginetto diede una girata sui tacchi, e se ne andò ad ammirare

un quadro appiccato all'opposta parete.

Madonna Laura, a sentirlo parlare come aveva fatto allora, fu

costretta a pensare che il suo cugino non si pigliava po' poi grande

rammarico della sua perdita.

Felicino era un uomo del suo secolo, o per dir meglio, del suo mezzo

secolo. Il decimonono va diviso in due periodi; il primo è di _Jacopo

Ortis_; il secondo di.... manca il nome, perchè ancora manca il libro,

ma i lettori capiscono.

Intanto Roberto conduceva la signora Laura verso la strombatura di una

finestra.

--Signora, vi chiedo scusa, ma già ve lo avevo detto.

--Sì, sì, ho inteso; m'avete reso pan per

focaccia.

--Accettate il mio pane?

--Ne parleremo più tardi.

--No; ora io debbo mutar registro con vostro cugino. La verità, detta

adesso, senza ch'egli possa sospettare che si voglia mendicar pretesti

con lui, può essere, deve essere creduta.

--Ma, signore....

--Signora....--

Dicendo questa parola, Roberto aveva le lagrime agli occhi. Laura se

ne addiede, e gli stese affettuosamente la mano.

--Ah!--gridò egli balzando una spanna da terra.

--Che cosa c'è?--chiese Felicino, voltandosi indietro.

--C'è, Felicino mio, che la tua bella cugina non è altrimenti mia

moglie.

--Come? che dici tu?

--Cioè.... mi correggo.... non lo è ancora, ma lo sarà tra breve.

Perdonami, Felicino, ma la gioia mi soffoca. Io non conoscevo tua

cugina. Un caso, nota, un mero caso l'ha condotta qua, questa notte,

per l'uscio che tu, nell'andartene hai lasciato aperto....

--Ah, diamine!

--Sì, tutto ciò sarebbe troppo lungo a narrarsi ora, ma lo saprai per

filo e per segno più tardi. Il fatto sta che un tessuto di bizzarre

avventure ci ha condotto a questo punto, e che adesso, per la prima

volta, la mia divina fidanzata mi ha sporto la mano.

--Adesso!--esclamò Felicino stupefatto.

--Adesso, mentre tu stavi guardando quella incisione del Morghen, che

io ti regalo, se la ti va a genio.

--No, grazie; non saprei dove metterla.

--Come ti piace; ma dimmi, che ora fai?

--Che domanda balzana!

--Per carità, Felicino, te ne prego, che ora fai? Felicino guardò

l'oriuolo.

--Le sei e un quarto!--diss'egli--sei rappattumato cogli orologi?

--Sì, Felicino mio; ne comprerò dieci, venti, trenta, ne riempirò

tutte le camere, tutti i bugigattoli di casa; ma tutti segneranno le

sei e un quarto, eternamente le sei e un quarto.

--Bravo!--soggiunse Magnasco, sforzandosi a sorridere e non venendo a

capo che di fare una smorfia.--Così non ti seccheranno col loro _tran

tran_.

--Certamente; _tu dixisti_! A proposito del _tran_ _tran_, sai tu,

Felicino, che m'hai fatto un vero regalo colla tua teoria dell'ignoto,

del dio Caso e del ragionare coi piedi? Senza quel tuo discorso

eminentemente filosofico, io sarei andato a letto, in cambio di

starmene sdraiato su questo canapè ad aspettare l'ignoto. L'ignoto non

sarebbe venuto senza quell'uscio che tu lasciasti aperto, e il dio

Caso non avrebbe potuto rompere la monotonia dei miei giorni.

Felicino, amico mio; una stretta di mano, e non aver rancore contro il

tuo amico, se gli è stamane più felice di te. Ah, che cosa ne dici di

questo?

--Grazioso, e me lo merito! Ma tu mi

racconterai....

--Sì, tutto.... se la mia bella fidanzata lo consentirà.

--Perchè no?--soggiunse madonna Laura.--Qui non c'è nulla che non si

possa raccontare. Ma andiamo, che già gli è giorno chiaro.

--Cugina,--disse Felicino Magnasco,--mi permettete di offrirvi il

braccio? Il mio Roberto non ne sarà mica geloso?

--Oh, spero di no!--rispose ella, volgendo a Roberto una di quelle

occhiate che solo le donne sanno dare, e nelle grandi occasioni.

VI.

Lettrici e lettori, qui la mia storia sarebbe finita; ma perchè non

abbiate a dire che io vi ho piantati sul più bello, aggiungerò ancora

poche note, a guisa di epilogo.

E _in primis_ vi dirò che, quaranta giorni appresso, Laura Moneglia,

la leggiadra vedova (vedova di due mesi di matrimonio con un decrepito

zio) andava a seconde nozze, anzi a prime, coll'avvocato Roberto

Fenoglio.

La cerimonia fu fatta nella aristocratica chiesa della Maddalena.

C'erano parecchi amici, e tra essi Felicino Magnasco, il quale aveva

finalmente saputo tutti i particolari di quella notte bizzarra, e

ancora non potea darsene pace.

Gli sposi, appena ebbero detto il dolcissimo sì, partirono alla volta

della campagna. Non talentava loro di andare a Parigi, nè a Londra, nè

cullare i primi giorni di amore tra la polvere delle strade maestre,

l'ingombro delle valigie e la inevitabile filatessa prosaica delle

mille necessità di viaggio, nè far confidente di susurrati discorsi

leggiadri il cortinaggio ristucco di un letto di locanda.

Se ne andarono in quella vece ad una villeggiatura di Roberto, posta

mirabilmente su di una collina, di rincontro al mare, graziosa

palazzina di due piani, contornata di fiori, con due falde di vigneti

e di boscaglie, i vigneti a solatìo, le boscaglie a bacìo. I primi

tepori della primavera rinverdivano la natura, smaltando di gaie tinte

il fondo del più bel quadro d'amore che mai potesse immaginare una

mente d'artista.

Colassù non vedevano alcuno, nè d'alcuno avevano, o cercavano,

notizia. Giungevano lettere e le lasciavano chiuse nella sopraccarta;

i giornali s'affastellavano sui canterani, accanto alla parete, colla

fascia intatta.

Come fu passato un mese di quella vita, si ricordarono un giorno che

avevano promesso di tornare a Genova: ma se ne ricordarono per

guardarsi in viso, ridendo, e dirsi a vicenda che amici e congiunti

potevano aspettarli ancora un bel pezzo.

Insomma, ve l'ho a dire? non si mossero per tutta l'estate, e

sarebbero anco rimasti fino a tardo autunno, se la signora Laura non

avesse proprio dovuto andare in città, per certi apprestamenti che

l'accorta lettrice indovina....

Il dì della partenza, scesero la collina a passi lenti.... Ella non

era così leggiadra come il primo giorno che era salita lassù, e aveva

bisogno d'un saldo appoggio al braccio di Roberto.

Ella e lui, si voltavano indietro ad ogni passo, per guardare il loro

bel nido, che splendeva di rincontro al sole, e andavano ripetendo a

vicenda: «Torneremo? torneremo questa primavera. Oh come ci parrà

lungo il tempo!»

Una notte bizzarra · 第 2 / 3 段