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CAPITAN DODERO
UNA NOTTE BIZZARRA
NOVELLE
DI
ANTON GIULIO BARRILI
Settima edizione.
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1881.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Tip. Treves
UNA NOTTE BIZZARRA
A LUIGI MORANDI
_La è proprio una inezia, frutto di tre giorni di lavoro, che intitolo
a te, giovine amico e compagno d'armi; ma sappi che fu un gaio lavoro
campestre, e lavoro gaio riesce facile, e val meglio assai che sudato,
ma uggioso._
_Nè paia fuor del naturale a te, nè ai lettori cortesi, che i
personaggi della mia novella s'innamorino in una notte. Anco a non
volerne cercar la ragione, la scusa, nella novità de' casi narrati, io
so che la cosa non è poi tanto difficile, io che ti ho per la prima
volta veduto, ed amato come fratello, in un giorno. Tu dirai che,
anche là, era quistione d'urgenza, imperocchè chi poteva morire il
giorno di poi non avea tempo da perdere. Or dunque, concediamo la
parte loro agli eventi, e non se ne parli più, se non per ricordare
che l'amicizia, nata e cresciuta in un giorno, ha da fortificarsi in
tutti que' molti, o pochi, che ci comporranno la trama della vita._
Di Genova, il 19 di Luglio del 1868.
ANTON GIULIO BARRILI.
I.
Era la notte dal 12 al 13 di gennaio 1857, e per la via Assarotti, a
Genova, soffiava un vento come suole soffiare in quest'ampia via,
quando Eolo scatena uno de' suoi sudditi sulla regina del Tirreno.
È tramontana? è scirocco? è libeccio? Non ne sapete nulla. Esce, non
si sa da dove, e v'investe da tutte le parti. Guai allo scribacchino
municipale che si lascia cogliere ad occhi aperti, perchè risica di
andare a palazzo Tursi colla polvere negli occhi, di non veder più lo
scrittoio e di dover chiedere una licenza di ventiquattr'ore, che il
capo uffizio non è sempre disposto a concedere! Guai alla signora, che
non sta attenta a raccogliersi la veste dattorno, perchè il vento è
curioso di segreti e, quel che è peggio, ama troppo di propalarli ai
viandanti.
Ma perchè sto io a discorrervi del vento? La storia che vi racconto
non occorre in mezzo alla strada, ma in un elegante quartierino al
terzo piano del secondo palazzo a sinistra.
Abita colassù, cioè, dico male, abitava nel gennaio 1857 il
protagonista del mio racconto, uomo sui trentaquattro, laureato in
leggi, scapolo, non brutto, nè antipatico, e con ventimila lire
d'entrata.
Trentaquattro anni son forse troppi; la laurea in leggi non è nulla;
ma l'essere scapolo, non brutto nè antipatico, e l'avere ventimila
lire d'entrata, è già molto per esser felici, quando si abbiano
desiderii modesti.
Pure, Roberto Fenoglio non era felice; si annoiava da mattina a sera,
da sera a mattina. Aveva buoni e gioviali amici, ai quali imprestava
spesso del denaro, e che qualche volta glielo restituivano; una
vecchia governante che non gli dava molestia; un cuoco che non lo
derubava; un cavallo proverbiale per la dolcezza del suo trotto; uno
scanno a teatro senza noiosi vicini; e tuttavia non era felice, e si
annoiava maledettamente.
Aveva provato a fare qualcosa, ad occuparsi; ma nessuna occupazione
gli andava a' versi, e a breve andare se n'era stancato. Ma queste
cose le mie belle lettrici le udranno dalla sua bocca, imperocchè io
lo presento loro nel primo salotto del suo quartierino, alle tre dopo
mezzanotte, vestito da cinese, in atto di congedare uno sciame di
giovinotti e di allegre mascherine.
Perchè vestito da cinese? perchè quelle mascherine?
Roberto Fenoglio aveva raccolto in casa sua quella sera tutti i suoi
amici, tanto per passar la noia in compagnia. S'era suonato, ballato e
cenato, colla massima libertà ed allegrezza. Le dame non erano severe,
nè contegnose. Il rispettabile corpo di ballo del teatro Carlo Felice
aveva dato il suo meglio a quella festa; le mammine erano sazie e
contente; le silfidi, contente e non sazie, domandavano un'altra festa
come quella che Roberto Fenoglio aveva dato loro, con tanta
splendidezza di mandarino annoiato.
Le allegre mascherine se ne andavano, accompagnate dai fidi cavalieri,
ben chiuse nei loro accappatoi, per custodirsi dal vento, che si udia
zufolare di fuori; se ne andavano giù per le scale, ridendo e
cinguettando come uno stuolo di passere, o di cingallegre, e destando
tutto il pacifico vicinato.
Il tranquillo berretto di cotone si rizzava commosso dalla
rimboccatura del letto matrimoniale, e chiedeva:
--Che cos'è quest'allegro rumore? Ah, capisco; si balla dall'avvocato
Fenoglio.
E un sospiro mal represso chiudeva la frase. E lì, una cuffia lavorata
all'uncinetto si rizzava a sua volta, per soggiungere:
--Ma come fa l'avvocato Fenoglio a dar delle feste da ballo, egli che
non è ammogliato? Quali signore possono andare in casa sua?
Domanda, questa, a cui il berretto di cotone non rispondeva, e si
voltava dall'altro lato, tirandosi la rimboccatura del lenzuolo fin
sopra il becchetto.
La cuffia intanto pensava, pensava.... che cosa pensava? forse, che il
berretto di cotone non era la più bella cosa del mondo. E il berretto
di cotone, dal canto suo, fantasticava una serie di variazioni su
questo tema: «beato Fenoglio! egli l'ha indovinata davvero!»
Lasciamo pensare, fantasticare e riaddormentarsi da capo questi due
malinconici simboli dell'Imeneo, e torniamo al nostro protagonista,
che, ritto nel salotto, si volgeva a Felice Magnasco, ultimo rimasto
de' suoi convitati, per dirgli, con piglio di burlesca cerimonia
cinese:
--_A-ing-fo-hi_!
Felice Magnasco, un giovinotto elegante ed attillato, come ogni figlio
d'Adamo che usi farsi vestire (o spogliare) da un sarto di grido,
diede una crollata di spalle, che fece far due grinze al suo abito
nero, e rispose:
--Orvia! Gli è così che tu accomiati il tuo amico migliore?
--Sto in carattere,--soggiunse Fenoglio.--Non ti pare che io sia un
bel mandarino cinese?
--Al diavolo la Cina!--proruppe l'altro,--io preferisco la tua cena.
--Oh bello, bello, stupendo! Ripetilo, Felice, te ne prego.
--Che cosa?
--Il tuo bisticcio. Sai che amo i bisticci, come tu le bistecche....
Ah, ah! che te ne pare del mio? Gli è un po' stiracchiato, come le mie
braccia, tutta questa sera, per effetto della noia.
--Tu sei dunque annoiato?
--Sì, Felicino, pur troppo; il figlio della luna, il cugino del sole,
s'è maledettamente annoiato.
--Male! io mi son divertito. È vero che le spese non le ho fatte io, e
piacere che non sente il rame è pretto piacere. Che ottima cena! Viva
te, Roberto primo ed unico della tua dinastia! Viva il tuo vino, i
tuoi tartufi! e le tue _bajadere_. Che vispe ragazze! Oh non sai tu,
che, se non era il pensiero della mia bella cugina, io questa sera ne
sposavo una, senza tanti preamboli?
--Ti ringrazio per lei della tua buona intenzione,--rispose,
spalancando le fauci e tendendo le braccia, il buon mandarino,--e ti
ringrazio per me, se non sei costretto a sbadigliare, come io faccio
in questo punto per la millesima volta.
--Ma che diamine ti saltò in mente di vestirti a quel modo e di
costringerti a non metter fuori che cinque o sei monosillabi?
--Compatiscimi, Felicino! Ho pensato che, essendo i cinesi il popolo
più cerimonioso del mondo, io, come cerimoniere di casa mia, non
potevo fare a meno di vestirmi da mandarino. Ora tu m'hai veduto ed
udito; non ho fatto altro che dire _A-ing-fo-hi_, che in cinese, io
credo, significa: son molto lieto di vedervi.
--E i tuoi convitati,--soggiunse ridendo Felice,--ti hanno trovato
compitissimo.--
Roberto Fenoglio si lasciò cadere con aria stanca sul canapè.
--Tu mi consoli, amico!--diss'egli, dopo un lungo sospiro.--Morrò
almeno contento dell'altrui contentezza.
--Che diamine dici? Sei tu pazzo ora?
--No, parlo da senno e del miglior ch'io m'abbia. Sentimi, Felice; io
non posso più tirare innanzi questa monotona vita. Io non faccio un
passo senza che il piede medesimo si annoi d'esser mosso.
--Ecco una variante del _Malade imaginaire_!--esclamò Felice, in
quella che andava a sedersi comodamente in una poltrona, di rincontro
a Roberto Fenoglio.
Questi non badò all'atto di Felice, intento com'era a rispondergli.
--Ah sì, in tal guisa parlano i sani agli infermi. Anch'io, al
capezzale di un tisico, gli ho detto un giorno: ma che diamine parlate
voi di morire? Avete le guancie colorite come una mela. E dieci giorni
dopo era morto.
--Dilla su dunque una volta, questa tua malattia, ed io farò di
trovarti un buon medico.
--Ah ci vuol altro che un medico! La scienza non conosce il mio male,
non lo ha classificato ancora ne' suoi libri; ma esso esiste, esso è
là dentro.
--Dove?
--In quell'orologio a pendolo. Esso ne è il simbolo parlante, esso il
complice infame. Non odi? tran.... tran.... tran.... Maledetto! È lui
che ci misura la vita e ce la fa mandar giù in ventiquattro pillole al
giorno; è lui l'omeopatico che ci tiene a bada con sessantesimi d'ora,
con sessantesimi di minuto, e ci fa morire con dosi infinitesime; è
lui.... Insomma, che ti dirò? Io odio gli orologi. Giovinetto ancora,
io già presentivo la guerra che m'avrebbero mossa questi nemici
dell'umanità, e mi vendicavo, anticipatamente, mandandoli, l'un dopo
l'altro, al Monte di pietà. Adesso, si è uomini sodi, padroni di sè e
delle sue ventimila lire d'entrata, e queste vendette bisogna
lasciarle in disparte. Ma io troverò pure uno spediente; metterò, non
foss'altro, un premio di mille lire per colui che scriverà un libro
contro gli orologi, da camera e da tasca, pendoli, cronometri,
ripetizioni, cilindri, saponette, áncore, castelli, ecc., ecc., e
proverà che il loro inventore è stato un cattivo arnese.... un
briccone.--
In quella che l'avvocato Fenoglio tirava giù con burlesca gravità
contro i poveri orologi, Felice aveva cavato il suo dalla tasca del
pianciotto e ne faceva scattare il coperchio d'oro.
--O il tuo va male, o il mio;--disse egli.--Son già le tre e mezzo del
mattino, e debbo ancora chiederti un servizio innanzi di andarmene.--
Ma Fenoglio non gli dava retta; aveva veduto l'oriuolo di Felice e
volea rompergli una lancia addosso.
--Ah, _tu quoque, Brute_? E tu sei un uomo che si diverte? col nemico
in saccoccia?
--Che vuoi? è la consuetudine. E poi, non si è mica schiavi del
proprio orologio! Il mio, come quello di tutti i figli di Adamo, va
bene una volta all'anno. Io lo consulto per passatempo; egli fa a modo
suo, io al mio, e andiamo d'accordo come marito e moglie. Ma tu,
piuttosto, perchè non rompi il tuo, e non te lo levi dai piedi?
--Bravo! e la gente di servizio? Esso è in casa un arnese necessario,
fatale, come la noia per me; il suo _tran tran_ ha dato la misura al
tran tran della mia esistenza. Rompessi anche il pendolo, la mia vita
monotona suonerebbe, io credo, le ore e i quarti d'ora in vece sua. Oh
Felice, felice te che non ti annoi!
--E non mi avverrà mai fin ch'io viva:--rispose Magnasco;--io ho per
cotesto un segreto infallibile.
--Dove si vende? ch'io vo subito a comperarlo, senza nemmanco levarmi
questa zimarra di dosso....
--Oh, non tanta furia! Tu non hai bisogno di andare dallo speziale per
questo. Fa a modo mio; abbandonati all'ignoto. Non chiedere mai a te
stesso: «che cosa debbo io fare quest'oggi, per passar mattana?» Vedi,
Fenoglio; io non mi sono mai così divertito, come un giorno che uscii
di casa nell'intento di annoiarmi. Lascia operare il caso. Passi per
una strada? Non isvoltare alla solita cantonata; va innanzi. Là
troverai quell'amico che andavi cercando al caffè, e che, svoltando
alla cantonata anzidetta, non avresti trovato di certo. Là vedrai una
bella merciaia, che ti venderà un fazzoletto, mezzo seta e mezzo
cotone, che regalerai poscia alla cameriera della tua bella, col
risparmio di tre lire. Là vedrai una sconosciuta; la seguirai, e ti
buscherai un dolce sorriso da lei, o un duello coll'amante; le quali
cose ti condurranno in un altro ordine di pensieri e di conoscenze,
che tu non avevi, uscendo di casa, e che potranno anche mutare del
tutto il tuo sistema di vita. Insomma, non ragionare innanzi di fare,
ragiona dopo; non andar colla testa, ma coi piedi; fa conto insomma di
giuocare a mosca cieca.
--Ma....--soggiunse Roberto Fenoglio,--e se dò del naso in qualche
spigolo?....
--Gli è,--rispose gravemente Magnasco,--uno tra gli sconci di questa
teorica, per altro bellissima.
--Orbene, mi proverò;--disse Roberto. E intanto si stiracchiava sul
canapè, sbadigliando di bel nuovo.
Felice se ne avvide e fu sollecito ad alzarsi.
--Il tuo sbadiglio,--diss'egli,--mi prova che debbo partire. Diamine!
le quattro suonate! Ed io già avevo dimenticato lo scopo della mia
fermata! Fenoglio, sai? debbo chiederti un servigio....
--_In manus tuas, domine._ Ti occorre denaro? Bada che non potrei oggi
imprestarti più di duemila lire.
--Che! non ho bisogno di denaro, sibbene di un servigio assai più
rilevante e più delicato.
--Un duello?
--Quasi; vo' prender moglie.
--Ah, per tutti i diavoli! _e come e quando nacque tal fiamma in te!_
--La storia sarebbe troppo lunga a raccontarsi ora,--rispose
Magnasco,--ed io ho bisogno di riposare almanco tre ore, innanzi di
tornare da te.
--Tornare! ma come? perchè?
--Eccoti il negozio in poche parole. Io ho una cugina....
--La vedova?
--Per l'appunto; la conosci forse?
--No, in fede mia; me ne hai parlato tu stesso qualche volta, e ancora
poco fa, mi dicevi....
--È giusto, vedi che bestia! Or dunque, mia cugina, la vedova, è una
crudele quanto adorata beltà, e quando io le parlo di amore, ella si
mette a ridere. Io le accenno cori, ed ella mi risponde picche.
--Che c'entro io nel vostro _tresette_?
--Tu puoi venire da lei; le ho già parlato di te, come d'uomo a modo,
rispettabile, assennato....
--Ti par proprio ch'io sia tutto ciò; Felicino?
--Io ti presento a lei,--proseguì, senza turbarsi, Magnasco,--e tu
perori la mia causa; non subito, ci s'intende, ma a poco a poco, con
delicate entrature.... mi capisci? Colla tua parlantina di Cicerone,
puoi essermi molto utile. Le fai vedere che buon partito sarebbe per
lei sposare un giovane par mio, gentile di modi, dolce di umore, e
molto avveduto in materia d'interessi....
--E ti par proprio d'essere tutto ciò, Felicino?--chiese Roberto
Fenoglio.
Felicino anche qui fece orecchie da mercante, e tirò innanzi nella sua
orazione.
--Mia cugina è ricca, e il suo fattore la deruba a man salva, la
spoglia....
--Ah! codesto gli è grave!--interruppe Fenoglio,--spogliarla eziandio?
Questo è un cumulare gli uffici di fattore e di cameriera, e capisco
che, se la cugina è bella, siccome m'hai detto, ti spiacerà
maledettamente che altri faccia questo uffizio presso di lei. Ah, ah,
che te ne pare di questo?
--È stiracchiato più degli altri;--rispose Felicino.--Ma dunque, vuoi
rendermi questo servigio?
--Ci stavo appunto pensando. Tu vuoi far di me una specie di Barbiere
di Siviglia.....
--Potresti supporre che....?
--Altro che supporre! lo credo, lo vedo; ma non importa. Se pensi che
i miei talenti oratorî possano giovarti presso di lei.... Ah,
Felicino! io ero nato per essere oratore! Basta, ti servirò; tu mi hai
dato il tuo specifico contro la noia, io ti son debitore del
ricambio.... se pur lo sarà! A che ora si va da lei?
--Sul mezzogiorno; ella è mattiniera come una allodola. Io dunque
verrò da te alle dieci: ti vesti, andiamo ad asciolvere insieme, e
poi, a piccoli passi, verso il tempio della diva. Addio, dunque, e
rammenta i miei consigli....
--Abbandonarsi all'ignoto....--disse Fenoglio.
--Sicuro;--soggiunse Magnasco,--lasciare operare il caso....
--E ragionar co' piedi;--conchiuse l'altro.--Non dubitare, Felicino,
ti imiterò fedelmente, servilmente, e comincierò a ragionare in tal
guisa, facendo il tuo elogio alla bella cugina.
--Se' arguto, per un mandarino!
--_A-ing-fo-hi!_--rispose con piglio di umiltà reverente Roberto
Fenoglio,--_A-ing-fo-hi._
--Che in cinese significa....
--Amico, te ne ringrazio di cuore.
--La si tira per tutti i versi, quella tua
frase....
--Ah, che vuoi? la è una delle prerogative della lingua cinese.--
E così, giostrando a sciocchezze, si separarono.
--Stattene a tuo bell'agio sdraiato,--disse Felicino a Roberto, che
voleva alzarsi per accompagnarlo in anticamera:--conosco la strada;
tirerò l'uscio dietro di me.
--_Fiat voluntas tua!_--rispose Roberto, a cui in quell'ora la
posizione orizzontale era dolce come a Magnasco il pensiero di sposar
sua cugina, o, per dir meglio, le sue cinquecento mila lire.
Alle quali cose pensando, e al soccorso che gli avrebbe prestato
Fenoglio contro la ostinata resistenza della cuginesca cittadella,
Magnasco se ne andò col cuore contento e il piè leggiero.
E andandosene, trasse l'uscio dietro a sè, siccome aveva detto a
Fenoglio; ma non badò punto a sincerarsi se la stanghetta della toppa
a sdrucciolo, che chiudeva la porta del suo amico, avesse battuto
nell'orlo della bocchetta, per modo da cacciarvisi dentro e chiuder
davvero.
Oh dio Caso, eccone delle tue!
II.
Roberto Fenoglio, come vi ho detto, era rimasto sdraiato sul suo
canapè; un soffice canapè foderato di velluto, dal quale io, se ci
fossi stato, non mi sarei mosso neanco per andare a nozze, e metto
pegno non vi sareste mosso voi, cortese lettore, neanco per mandare a
comperare il libro che mi dà modo di ragionare con voi.
L'annoiato mandarino stava fantasticando, tra la veglia e il sonno,
intorno ai consigli di Felice Magnasco.
--Vedete mo che ingegno ha quel capo ameno di Felicino! Egli è giunto
a sciogliere un problema, pel quale io mi vo beccando da dodici anni
il cervello. Abbandonarsi all'ignoto, lasciar operare il dio Caso,
ragionare co' piedi, equivale a sfuggire il _tran tran_ della vita.
L'equazione è perfetta, e un matematico non ci troverebbe nulla a
ridire. Applichiamola dunque!... E prima di tutto, che cosa farò io
tra dieci minuti? che bestia! cominciavo a ragionare! non debbo, non
voglio sapere, che cosa farò tra dieci minuti.... Auf! che sonno!
andiamo a dormire; sarà la miglior cosa che io possa fare. Felicino
dovrà tornare stamane per condurmi dalla sua bella cugina, e non posso
andare da lei morto dal sonno. E da capo! No, io non debbo andare a
dormire; la è cosa troppo usuale; io ricasco nella consuetudine, e
questa io debbo sfuggirla ad ogni costo. Eccomi qui, su questo
canapè... Ci sono a caso.... Chi ardirebbe asserire che io non ci sono
per mero caso? Che cosa mi accadrà egli di nuovo su questo canapè?
L'ardua sentenza ai posteri. Che sonno! andrei volontieri a letto....
Ma via, Fenoglio, non lasciarti così vilmente sopraffare dalla
ragione! Si direbbe che hai paura dell'ignoto. Chi è questo signor
ignoto?... È brutto o bello? E la cugina di Felice, è bella davvero
come ei la dipinge? O non l'ama piuttosto per le sue ricchezze? Già,
volere o non volere, il denaro si ficca sempre dappertutto. Diciamo di
no; sacramentiamo che non è vero; ma la ricchezza comanda agli occhi
del nostro corpo, come a quelli della nostra ragione.... Ma chi sa?
potrebbe anco esser bella, questa cugina!...
Lettrici e lettori, io vi fo grazia di tutte le altre considerazioni
scucite del mio protagonista. La pigrizia, più assai de' consigli
dell'amico, lo aveva tenuto sul canapè, dove, pochi minuti dopo, egli
era rimasto assopito.
Non vi giurerei che le copiose libazioni dello sciampagna spumante non
c'entrassero anch'esse per una larga porzione. Roberto Fenoglio era
uomo che non disprezzava punto il bicchiere, e quella notte, poi, in
mezzo ad una brigata di capi scarichi e di gaie alunne di Tersicore,
egli aveva pensato a dare il buon esempio, bevendo allegramente per
quattro.
Dormi, Fenoglio; dormi, mandarino annoiato; il tuo sonno non vuole
durar molto.
Imperocchè, voi già lo avete indovinato, belle lettrici e lettori
cortesi, io non lo lascierò solo sul suo canapè, e non prolungherò la
_scena muta_ oltre i confini della vostra pazienza.
Venite con me verso l'uscio di casa. Non udite su per le scale un
muover di passi frettolosi e leggieri? Non abbiate timore di ladri;
insieme co' passi, s'ode il fruscìo di una veste di seta.
Chi è questa donna che sale, o, per dir meglio, che vola, sfiorando
appena del piede e del lembo della sua veste gli scalini, e si ferma,
si rannicchia spaurita, tremante, ansante, sul pianerottolo, vicino
all'uscio semichiuso di Roberto Fenoglio?
Aspettate, e lo saprete. La bella incognita (imperocchè essa è bella,
ed io già lo so, quantunque siamo tuttavia al buio), la bella
incognita, dico, rattiene colassù la sua corsa, e raccolte intorno a
sè le larghe pieghe del suo accappatoio di seta, tende l'orecchio per
cogliere ogni più lieve rumore che possa giungere dal basso. Non ode
nulla, e le si allarga il cuore; perciò, fattasi più animosa, si
attenta di sporgere il capo sulla ringhiera.... Ma ohimè! Appunto
allora comincia ad udirsi giù in fondo alle scale uno stropiccìo di
piedi, quindi un rumore confuso a cui tien dietro lo scoppiettìo di un
zolfanello strofinato su d'una ruvida superficie, e un raggio di luce
balena dal pozzo della scala.
La povera bella si rannicchia da capo nel suo angolo, ma non istà
ferma al suo posto neppure un minuto secondo.
--Dio mio! come fare?--ella mormora tra sè,--dove potrò salvarmi!--
Tremante, confusa, ella si avanza a tentoni, brancicando verso la
parete, come per cercare le imposte di un uscio; che certo ha da
trovarsi su quel pianerottolo. Ella suonerà, domanderà soccorso.... ma
giungeranno in tempo ad aprirle? Chi sa? intanto ella va cercando
colle mani il vano di quest'uscio e la corda del campanello, ma senza
pro. La sua manina leggiadra (io lo so, quantunque siamo al buio, e la
conoscerei tra mille), la sua manina leggiadra, dico, erra un tratto
nel vuoto, quindi urta in uno dei battenti dell'uscio; ed oh
maraviglia! il battente si apre da sè, e il pianerottolo si rischiara
d'un subito, all'interna luce dell'anticamera di Roberto Fenoglio.
Benéfici effetti della trascuratezza di Felicino Magnasco, che non
aveva badato a far scorrere la stanghetta della toppa a sdrucciolo
nella sua rispettiva bocchetta! Oh caso, caso! E i filosofi verranno
poi a sostenere che esso non è l'ordinatore, anzi l'azzeccagarbugli
delle umane vicende?
La povera bella fu, sulle prime, come sbigottita da quello aprirsi
improvviso dell'uscio, al semplice tocco delle sue dita. Quel
quartierino aperto, e in apparenza deserto, le metteva paura. Tremò
tutta dal capo alle piante, e si ritrasse fin presso la ringhiera. Ma
di là tornava ad udire il rumore dei passi, e al rumore dei passi si
mescolava il discorso di due persone che salivano, del qual discorso
giunse fino a lei spiccatamente una frase: _andiamo su, ella non ci
sfugge di certo_. E allora la poverina si fece animo, guardò in alto
come per chieder protezione dal Cielo innanzi di commettersi
nell'antro ignoto di quel quartierino, che si schiudeva luminoso a'
suoi occhi, e si buttò perduta nell'anticamera. La sala era deserta;
imperocchè l'unico servitore di genere mascolino che fosse in quella
casa, trattandosi di una festa un tal po' scapigliata, aveva avuto
licenza di andarsene a letto dopo l'ultima versata di sciampagna, e la
licenza gli era paruta un comando. La bella sconosciuta non ardì
nemmeno richiuder l'uscio; chè le sembrava di cadere di Scilla in
Cariddi, e non voleva precludersi la ritirata da un male peggiore. Si
inoltrò guardinga fino ad una portiera di seta azzurra; stette incerta
un tratto, quindi si provò a sollevarla dolcemente, sporse la sua
testolina nel vano, e le si parò davanti agli occhi lo spettacolo del
mandarino dormente.
--Ah? Che vuol dir ciò?--chiese tra sè, con atto di meraviglia, la
sconosciuta visitatrice. Di maraviglia, notate, non di paura!
Un uomo che dorme non fa paura ad una donna. Giaele, Giuditta, e tante
altre donne famose di quella risma, ne fanno testimonianza non dubbia.
La nostra sconosciuta, che non aveva nè chiodi di configger nelle
tempia a Sisara, nè testa da troncare ad Oloferne, e che però ci aveva
la coscienza tranquilla, dopo quel primo atto di meraviglia, compose
le labbra ad un sorriso; un bel sorriso, in fede mia, e che
illeggiadriva di molto le sue bellissime labbra.
Essa era bella, mio candido lettore, bella quasi come voi, mia adorata
lettrice. Qui, poichè siamo alla luce dei doppieri (parlo in poesia,
ma in umile prosa bisognerebbe dire di una lucerna Carcel), cadrebbe
in acconcio uno scampolo di descrizione della sua ammirabile bellezza.
Ma siccome non ho tempo da perdere, lascio che ve ne formiate voi un
concetto colla fervida immaginazione, mio candido lettore, e che ve la
raffiguriate voi, guardandovi nello specchio, mia adorata lettrice.
--Un cinese?--pensò la sconosciuta, guardando Fenoglio.--O dove
diamine son capitata? E nessun altro in questa casa.... non una donna
a cui volgermi.... E quei due che salgono le scale!... Dio mio che
faccie sinistre! E come mi correvano dietro! Ah! essi sono già qui,
sul pianerottolo.... urtano nell'uscio.... Ma io non l'ho chiuso, non
l'ho chiuso! E come fare adesso? Signore! signore!--
Ma sì, chiamalo, Roberto Fenoglio aveva legato l'asino a buona
caviglia, e non dava segno di volersi svegliare.
Ella ripetè, collo stesso tono di voce sommessa con cui aveva
cominciato a chiamarlo: signore! signore!
--_A-ing-fo-hi!_--borbottò nel sonno il bravo mandarino Fenoglio.
Cotesto non era rispondere, siccome ognun vede. La povera bella,
sgomentata dal rumore che si faceva sul pianerottolo, ebbe ricorso ad
uno stratagemma simile a quello del fagiano quando tenta di
nascondersi agli occhi del cacciatore, ficcando la testa sotto un'ala;
buttò l'accappatoio sotto una poltrona, che stava di fianco al canapè
del mandarino, e si lasciò cadere su quella poltrona, rimanendovi
supina in atto di donna dormente.
--Ohè, Piccione! una porta aperta....
--Vedo bene; la sarà entrata qua dentro, la fuggitiva.
--Impossibile! Avrebbe badato a chiudere l'uscio dietro di sè. Qui c'è
un altro negozio.... un furto consumato....
--Ragione di più per entrare!
--Sicuro, entriamo!
III.
Questo dialogo avveniva sul pianerottolo, tra i due persecutori della
bella sconosciuta, i quali non erano altrimenti due Adoni da
quadrivio, sibbene due sergenti di Questura, il Negri e il Piccione.
Lo strepito dei loro passi mascolini nell'anticamera e il percuoter
delle loro daghe contro le masserizie, fecero quello che non aveva
potuto ottenere la vocina della sconosciuta; vo' dire che destarono
dal sonno l'avvocato Fenoglio, il quale balzò in piedi dal suo canapè,
e vedendo alzare la portiera di seta e un braccio e una gamba
introdursi nel salotto, urlò prontamente: _ai ladri!_ e diè di piglio
ad una sedia di Chiavari, per servirsene come di una mazza ferrata
contro gl'invasori del suo domicilio.
--Si cheti, signore, si cheti!--disse il Negri facendosi innanzi.--Noi
non siamo ladri, nè gente che le voglia far del male. Guardi alla
nostra divisa.... Ma chi vedo? il signor avvocato....
--Roberto Fenoglio in carne ed ossa,--rispose Fenoglio, che a sua
volta aveva riconosciuto i sergenti;--ma che cosa vogliono le signorie
loro a quest'ora, in casa dei pacifici cittadini?
--Oh, la ci scusi, signor avvocato. Aveva l'uscio
aperto....
--Amico mio,--disse una vocina sottile che fece balzare due passi
indietro il mio protagonista,--gli è stato di certo quel briccone di
Battista, che va a ciaramellare di notte colla cameriera del quinto
piano. Bisogna scacciarlo dal nostro servizio, non è egli vero?
--Si certo, lo scaccieremo!--rispose Fenoglio.
E intanto guardava, con aria da melenso, ora i sergenti, ora la
sconosciuta, che lo aveva chiamato «amico mio.»
--Non vorremmo aver cagionata la disgrazia di un povero
servitore....--si provò a dire il Piccione.
--Che! che!--ripigliò la signora.--È un fannullone, un che so io; non
è egli vero, Roberto?
--Sì, un briccone, un ladro, un assassino!--soggiunse Fenoglio, il
quale non sapeva più quello che si dicesse.
--Oh, in tal caso,--disse il Negri,--con licenza di Vossignoria, lo
arresteremo.
--Sì, arrestatelo.... cioè, no, lasciatelo stare, povero diavolo! Son
questi i miei modi di dire.... io non uso chiamare con altri nomi la
mia gente di servizio....
--Egli bisogna tuttavia che tu gli tolga questo mal vezzo, Roberto
mio!--disse la donna, mettendo con leggiadra dimestichezza il suo
braccio sotto quello di Roberto Fenoglio.--Dimmi, non è egli vero che
tu contenterai in ogni cosa tua moglie?--
Fenoglio aveva l'aria di cader dalle nuvole. Si lasciò mettere il
braccio di lei sotto il suo; anzi, posso giurarvi che, galante
com'era, anco nei momenti più difficili, curvò con bel garbo il
gomito, per accogliere il dolcissimo peso. Quel braccio si appoggiò
sul suo con una pressione particolare, che parea dirgli: «tenetemi
bordone, per carità!»; gli occhi della sconosciuta si volsero languidi
a cercare una buona risposta ne' suoi; la sconosciuta era bella, assai
bella; il contatto della sua aggraziata persona gli recava una
commozione subitanea per tutte le vene, insomma, il sangue non è
acqua, siamo tutti uomini, e Roberto Fenoglio rispose:
--Si, moglie mia, farò di contentarti.--
Tutto ciò era avvenuto in un batter d'occhio. Ora, accettata una
condizione di cose, bisognava andare innanzi, mettere in buona vista
tutto quel garbuglio; e Roberto, comunque fosse impacciato, ci si
provò.
--Vedete un po' che bel caso!--disse egli, voltandosi ai
sergenti.--S'era suonato e ballato.... una festicciuola tra amici....
ai quali avevo fatto conoscere mia moglie....
--Ah sì!--interruppe il Negri.--Ella è ammogliato di fresco; noi nol
sapevamo neppure....
--Infatti,--disse Fenoglio,--io non ne avevo dato notizia a nessuno.
--Un matrimonio _al gran destino_....--entrò a dire con aria peritosa
il Piccione.
--Come sarebbe a dire; al gran destino? Vorrete dir clandestino?
Sicuro, ho fatto un matrimonio clandestino; ma ora l'abbiam propalato;
tutti gli amici, i parenti, Genova tutta lo ha da sapere.--
Così dicendo, Roberto Fenoglio si volse a guardare la sua improvvisata
metà, che lo ricompensò delle sue parole con uno sguardo d'ineffabile
tenerezza.
--Che io possa morire, se ne capisco un'acca!--pensò egli tra sè.
--Oh ce ne rallegriamo grandemente con Vossignoria!--disse il
Piccione, che era il più cerimonioso dei due sergenti.--E ce ne
rallegriamo anche colla sua signora....
--Grazie, grazie!--rispose la leggiadra donnina, accompagnando le
parole col più grazioso dei suoi divini sorrisi.
--Suvvia, Piccione:--disse il Negri al compagno--noi adesso
disturbiamo....
--No, no, amici miei!--interruppe Fenoglio.--Voi non ve ne andrete
così senza aver prima bevuto un bicchiere.
--Scusi Vossignoria: ma noi eravamo venuti in questa scala per seguire
una donna.... una....
--Che cosa?--domandò con molta curiosità il padrone di casa.--Avete
detto una.... Se la cosa può dirsi, finite, di grazia, la frase!
--Oh, niente di male in quanto alla moralità personale....--
Fenoglio respirò a larghi polmoni. Intanto il Negri proseguiva:
--....Insomma, debbo dirlo? Si tratta di una emissaria di Mazzini. Il
signor Questore ha saputo che questa donna, una delle più terribili
cospiratrici contro il governo, è venuta da Londra a Genova, e che
ella doveva trovarsi appunto in una casa qui presso.... Le nostre
passeggiate debbono averla messa in sospetto di qualcosa, poichè una
donna appunto (ed era certamente lei) è uscita dalla casa in discorso;
ma, inseguita da noi, s'è ficcata nelle scale di questo palazzo....
--Ah diamine!--esclamò Roberto Fenoglio.--E adesso come farete a
trovarla?
--Ella a quest'ora avrà potuto ridiscendere le scale!--si affrettò a
soggiungere la signora.
--Sicuro! dice bene la signora Fenoglio!--gridò il Piccione,
percuotendosi la fronte colla palma della mano.--Vedi che bestia siamo
stati noi altri! Ma qui bisogna correre.
--Non tanta fretta!--interruppe ella sorridendo.--A quest'ora ella ha
potuto andare molto lunge, e come vorreste trovarla! Gli è un colpo
fallito, al quale non si rimedia, e sarà meglio vi ricordiate che il
mio Roberto vi ha pregato di fermarvi ancora pochi minuti per berne un
bicchiere.
--La signora ha ragione!--disse il Negri con aria melanconica.--Ora,
poichè la ci è sfuggita, beviamo.
--Signor avvocato,--ripigliò il sergente Piccione,--beveremo alla
salute della sua signora moglie, che è tanto gentile quanto bella.
Scusi, signora, il complimento, compatisca; siamo gente alla
buona....--
Intanto Roberto Fenoglio era andato in una camera vicina e ne tornava
con una bottiglia di Sciampagna, che fu sollecito a sturare per quei
due ragguardevoli personaggi.
--Alla salute della signora Fenoglio!--disse il Negri, alzando il
calice spumante.
--Che il Ciel la benedica, e le conceda una mezza dozzina di bei
bambocci somiglianti al l'ottimo avvocato Fenoglio!--soggiunse il
Piccione.
--Grazie, amici, grazie!--rispose Fenoglio.--Noi faremo di non mandar
vani i vostri amorevoli augurii.--
E guardò sott'occhi la sua sconosciuta vicina, che si fe' rossa in
volto come una ciliegia.
Intanto quei due, sebbene, dopo una seconda e una terza libazione,
avessero veduto il fondo della bottiglia, non se ne andavano ancora.
Fenoglio era sulle spine, poichè gli premeva di sapere chi fosse
quella donna, e come gli fosse capitata in casa. La donna, dal canto
suo, ci doveva avere le sue buone ragioni, per affrettare coi voti la
loro partenza.
Il Negri, dopo una sosta di parecchi minuti secondi, così prese a
parlare:
--Signor avvocato, la mi scusi; avrei a chiederle.... ma non mi dia
dell'indiscreto....
--Oh, niente affatto!--rispose Fenoglio.
--Sì, sì, la è una indiscretezza la nostra.... ma tant'è, non possiamo
fare a meno di pregarla....
--Ahi, ahi!--pensò il mandarino--che cosa vuole ora costui?--
La povera bella, di rossa ch'ella era divenuta, si fe' più pallida di
prima.
--Vossignoria,--proseguì il sergente, senza addarsi di nulla,--è in
relazione col nostro capo, il cavalier Gallesi....
--Sicuro, sono in relazione con lui, con quella degna
persona;--rispose Roberto.--Lo vedo qualche volta ed ho l'onore del
suo saluto. Ma che cosa....
--Ecco;--interruppe il Negri,--noi abbiamo fatto il nostro dovere,
niente più niente meno del nostro dovere.... Ma se il signor cavaliere
venisse a risapere che ci siamo lasciati sfuggire.... mi capisce?
--Ah! sì, capisco,--disse Fenoglio, tornando a respirare
liberamente,--io non debbo dir nulla. Non dubitate, sarò muto come una
tromba.... cioè no, volevo dirle come una tomba. Che diamine! vedete
mo' come talvolta ci tradisce la lingua.--
Non era vero niente; Roberto Fenoglio, rasserenato dalla piega che
aveva preso il negozio, tornava ai suoi primi amori col bisticcio.
--Le siamo riconoscentissimi della sua bontà, signor avvocato!--entrò
a dire il Piccione, colla lingua impacciata dallo Sciampagna.--In
verità non potevamo aspettarci altro da un galantuomo pari suo. Oh se
tutti fossero come Vossignoria, a questo mondo!
--Taci là, bestione!--interruppe il Negri, che voleva schiccherare
anch'egli un complimento all'avvocato.--Se tutti fossero come il
signor cavaliere....
--No, no, lasciate i titoli da parte, io non son cavaliere e me ne....
me ne.... insomma, non lo sono!--conchiuse Roberto.
--Il governo ha torto!--sentenziò il Negri.--Io lo servo, lo rispetto
e lo venero, come è debito mio; ma egli ha torto a non far cavaliere
un personaggio come Vossignoria. Basta, io non c'entro.... Che cosa
dicevo, Piccione?
--Dicevi che se tutti fossero....
--Ah si, mi ricordo; volevo dirti che se tutti fossero come il signor
avvocato, noi perderemmo il nostro pane, perchè non ci sarebbe nulla
da fare nel nostro mestiere.--
E accompagnate queste parole con un inchino, il Negri si congedò
dall'avvocato Fenoglio, pregandolo, scongiurandolo da capo a condonar
loro la molestia che gli avevano involontariamente recata.
Così finì quella scena, che poteva avere ben altre conseguenze per uno
dei due personaggi rimasti. Fenoglio accompagnò i due sergenti fino
all'uscio di casa, e questa volta lo chiuse egli, colla debita
attenzione, anzi con due mandate di chiave.
Quindi tornò nel salotto, dov'era rimasta la sconosciuta, e, giunto
sul limitare, si fermò, sporgendo il capo verso di lei, in aria d'un
maiuscolo punto interrogativo.
IV.
La bella ignota era caduta sulla poltrona accanto al canapè. Lo sforzo
di quella scena difficile l'aveva svigorita per modo da non sentirsi
più reggere in piedi.
--Oh, signore!--mormorò ella, più che non dicesse--la mia
gratitudine....
--Nulla, nulla, non mi ringraziate!--interruppe il mandarino.--Ditemi
piuttosto, se non è un prentender troppo, chi siete voi, o signora,
voi che vi fate di punto in bianco mia moglie, mi togliete dalla
fronte quell'aureola di vergine.... e martire, la quale mi si
confaceva pur tanto?
--Signore....--balbettò la povera bella,--o signore.... voi siete così
buono, avete un cuor così nobile....
--Signora, io non ho cera qui sotto le mani per turarmi gli orecchi,
come fece Ulisse, allorquando egli ebbe a trovarsi in un caso simile
al mio; ma vi giuro che, se voi proseguite a parlarmi così dolcemente,
io supplirò alla cera colla palma delle mani.--
E dicendo queste parole, le quali arieggiavan assai più il madrigale
che l'invettiva, Roberto Fenoglio fe' il doppio gesto di un uomo che
vuol turarsi gli orecchi.
Era grazioso in quell'atteggiamento, il nostro mandarino posticcio; e
la signora, quantunque il momento non fosse da ciò, non potè
rattenersi dal ridere.
--Ah, vi pigliate anche giuoco di me, bella e terribile
sconosciuta?--incalzò Roberto Fenoglio.--Avete ragione, in fede mia.
Eccomi ammogliato senza saperlo, e con chi? con una donna
_contemplata_ dall'articolo 185 del Codice penale.
--Oh!--esclamò la signora alzandosi in piedi.
--Non vi adirate per sovra mercato, signora!--fu sollecito a
soggiungere Fenoglio.--L'articolo 185 non può offendere la dignità
della donna. Ma in fine, i fatti _enunciati_ vi accusano; la
prevenzione è contro di voi. Chi inseguivano quei due degni tutori
dell'ordine pubblico, se non voi? se non una.... _horresco
referens_.... una rivoluzionaria?
--Mio buon signore,--disse la sconosciuta, accennandogli con atto
leggiadro, che volesse chetarsi un tratto,--io vi prego, per quella
cortesia che m'avete dimostrata fin qui, ad usar pazienza ancora un
tantino. Tutto quello che è avvenuto stanotte ha bisogno di una
spiegazione, e voi, gentile come siete, mi darete agio ad esporre le
mie ragioni.
--Tolga il Cielo che io voglia condannarvi senza ascoltarvi--rispose
Roberto Fenoglio.--Non siamo più ai tempi della inquisizione, la Dio
mercè, ed io son qui tutto orecchi ad udirle, queste vostre ragioni.
--Or bene, signore, parlerò.... Ma anzitutto, voi siete un gentiluomo,
e....
--E me ne vanto, signora! Ho sempre saputo custodire i segreti che mi
furono confidati, e tanto più facilmente, in quanto che io sono l'uomo
più smemorato che viva sotto la cappa del cielo. Tutto ciò che ode il
mio orecchio destro non ha neppure il tempo di giungere all'orecchio
sinistro, che io già l'ho dimenticato.
--Tanto meglio! Sappiate dunque che la rivoluzionaria c'è, e appunto
quella che i due uomini della Questura cercavano....
--Ah! voi lo confessate? Ma come mai una così leggiadra donnina
(scusate la schiettezza, ma io amo dire anzitutto la verità, la pura
verità, niente altro che la verità), come mai una così leggiadra
donnina, quale voi siete, va a ficcarsi in questi viluppi?
--Ringrazio i vostri occhi dell'inganno in cui mostrano
d'essere,--rispose ella, sorridendo traditorescamente,--ma non debbo
lasciar del pari in errore il vostro giudizio. Quella rivoluzionaria,
di cui si parla, non sono io; siete contento?
--Respiro, signora, respiro; ma proseguite, di grazia!
--Ecco dunque;--continuò la signora,--questa rivoluzionaria è mia
amica. Rivoluzionaria! Anche il vocabolo è improprio, imperocchè essa
non è che la moglie di un ottimo cittadino, il quale è condannato nel
capo e vive lontano dal suo paese, amandolo da lungi e facendo voti
perchè si muti quest'ordine di cose, che nessun italiano di core....
--Dovrebbe tollerare!--conchiuse Roberto Fenoglio.
--Ah, son lieta di parlare con un uomo!--disse la signora, stendendo
la mano a Roberto, che l'afferrò prontamente e vi stampò un rispettoso
bacio, se pure è vero che i baci siano una testimonianza di rispetto.
Ella ritrasse dolcemente la sua mano e proseguì:
--La mia buona Erminia (così ella si chiama) non è qui venuta per
cospirare, sibbene per vedere un suo figliuoletto che ha lasciato a
Genova in casa de' suoi congiunti, e che da qualche settimana era
infermo. La poverina, giunta ieri, mi ha fatto pregare stanotte di
recarmi da lei, e voi potete argomentar di leggieri che io non
mettessi indugio a contentarla. Il mio servitore mi accompagna fino
alla porta, e lo rimando a casa per maggior precauzione. Ora ecco che,
mentre io salgo le scale, odo rumor di passi.... intimorita, mi
ritraggo; essi mi hanno sentita, e giù per le scale verso di me!
Allora io non so più quel che mi faccia, esco fuori, e senza pure
voltarmi indietro, vengo a rifugiar nel portico di questo palazzo,
sperando che non mi abbiano veduta ad entrarvi. Ero in errore; mi
seguono; io salgo pian piano fin qui.... trovo un uscio aperto, e voi
sapete il rimanente, voi che mi avete presa a proteggere, senza pur
sapere chi io mi fossi. E di ciò permettete che vi ringrazi, o
signore, poichè, sebbene per me non avessi nulla a temere, la mia
dignità di donna era tuttavia a repentaglio, nel trovarmi sola, di
notte, e inseguita a quel modo!... Ah, mio Dio? rabbrividisco al solo
pensarvi.
--Avete ragione, signora,--disse Roberto, com'ella ebbe finito il suo
discorso,--avete ragione. Una donna sola, di notte, e così bella, come
voi.... Ma perchè siete voi così bella?--
E uscendo in questa esclamazione, improvvisa, Roberto Fenoglio mandò
un lungo sospiro.
--Che cosa avete?--domandò ella a sua volta.
--_A-ing-fo-hi_!--rispose egli sospirando da capo.
--E che cosa vuol dire quest'altra frase?
--Vuol dire, o signora.... Ma anzitutto, mi promettete di non andar in
collera?
--Ve lo prometto, purchè non mi diciate
complimenti.
--Oh, saranno verità sacrosante: vi dirò quello che sento e nulla più.
Sapete voi che cosa avvenga allo zolfo quando un raggio di sole,
attraversando il fuoco di una lente, viene a percuotergli sopra?
--Credo che si accenda, ma non potrei giurarlo, perchè non m'intendo
di fisica.
--Oh, giuratelo, signora mia, giuratelo pure! Cotesto è avvenuto a me,
dacchè voi siete entrata qui, cioè, mi spiego, da quando io mi sono
svegliato. Voi siete il raggio di sole; l'occasione bizzarra che vi ha
condotto qui è la lente; lo zolfo infine sono io, Roberto Fenoglio,
avvocato, e scapolo per giunta. Siete nubile voi?
--No, signore.
--Ah! c'è un marito!...
--Neppure; egli c'è stato.
--Siete vedova, dunque! Vedova! oh dolce nome! siete vedova, e siete
bella! Ma tutto ciò è un sogno.... Abbandonarsi all'ignoto! lasciar
operare il caso!... L'ignoto è venuto, il caso ha operato un miracolo!
--Che dite voi ora?
--Lasciatemi dire, o signora; parlo col mio angelo custode. Non
credete che io ci abbia un angelo custode? È lui che vi ha condotta
quassù: consentite che io adori in voi i decreti della divina
Provvidenza. E l'esservi voi dichiarata mia moglie non è forse una
voce del cielo? La vocazione di Abramo è stata determinata da assai
più lievi cagioni. Insomma, o signora, vengo difilato alla conclusione
del mio discorso, che vi sarà parso sconclusionato; ma io m'intendo e
basta. Che direste voi di un uomo non vecchio, nè al tutto sgradevole,
e con ventimila lire di entrata senza contare uno zio materno,
decrepito, senza figli, e con mezzo milione?
--Direi,--rispose la signora che sapea stare alla celia,--ch'egli è un
uomo fortunato.
--Non mi avete inteso; mi spiegherò meglio. Che direste di quest'uomo,
se egli vi proferisse la mano, dopo avervi umilmente chiesto la
vostra?
--Direi ch'egli è un bel pazzo, a concepire di così fatti disegni e
più pazzo ancora a dirli a me, la prima volta che egli mi vede, e in
una somigliante occasione.--
Roberto Fenoglio chinò il capo e lasciò cader le mani penzoloni lungo
i braccioli della scranna sulla quale era venuto a sedersi per
cominciare il suo dialogo.
--Tutte così, le donne!--esclamò egli, sospirando.
--Tutte così, voi dite? e perchè di grazia?
--Perchè?--ripetè con accento di amarezza Roberto Fenoglio.--Voi mi
chiedete ancora il perchè! Perchè esse si dilettano a tormentare il
cuore di un uomo, lo girano e rigirano per tutti i versi, scherzandovi
su colle loro unghie feline che lacerano dovunque toccano e fanno
spicciare il sangue. Dite loro: _vi amo_, lo dite con tutta la
sincerità dell'anima vostra, ed elleno vi ridono sul viso con aria
d'incredulità. Per esse l'amore non esiste che allo stato di
vecchiezza; lo fanno nascere dalla consuetudine, vi negano ch'e' possa
essere il risultato di una commozione subitanea. L'amore per gradi;
che bella cosa! Ma qual è, dopo quant'altri gradi incomincia quello in
cui si può dire _vi amo_ ed esser creduti? Io mi ribello, o signora,
contro questa falsa teorica. Voi stessa, che la lodate palesemente,
non ne credete in cuor vostro una jota. Ma essa vi torna acconcia per
guadagnar tempo, per pigliarvi diletto dei nostri tormenti... Orvia,
signora, non crollate la vostra testolina a quel modo! Lasciatevi dire
la verità da un uomo che riceve per la prima volta la scossa
elettrica! Io non ho amato mai, sebbene molte fiate siasi potuto
argomentare il contrario, da certe vaghe apparenze. Questo affetto che
io vi confesso candidamente ora, è già padrone di me. Se la cosa
dovesse procedere diversamente, se io dovessi innamorarmi di voi a
gradi, a gradi, avreste ragione a non usarmi misericordia, perchè io
sarei un uomo da nulla. Come è nato questo amore? Non lo so. La novità
del caso era fatta piuttosto per ispirarmi la diffidenza; ma non ne fu
nulla. Se debbo confessarvi un mio sospetto, vi dirò che vi ho amato
in quel momento che avete posto il vostro braccio sotto il mio. In
quella dolce pressione che volea dirmi: _salvatemi_! io ne ho sentito
un'altra che diceva: _amatemi_. Ho inteso la vostra preghiera, ho
accettato il vostro comando; perchè una corrente elettrica mi ha
signoreggiato ad un tratto. E subito, comunque turbato, ho messo ogni
mia virtù a tornarvi utile. Chi, se non il cuore, mi ha detto allora
che voi eravate una gentildonna? Sì, una gentildonna; questa
persuasione si è trasfusa a quel contatto in tutto l'esser mio, ed io
non ho sospettato di sapere il vostro nome per obbedirvi, come non lo
chiedo ora, innanzi di confessarvi che vi amo. E adesso ridete pure,
ridete liberamente di me!
--Perchè riderei?--chiese la sconosciuta, con piglio soave.--A
schietto parlare schietta risposta. Che cosa direste voi di una donna,
la quale, alle prime parole di un uomo che ella vede per la prima
volta, gli rispondesse: vi credo, e accettasse di grand'animo l'amor
suo?
--Direi che ella è una donna superiore a tutte le altre, o, per rubare
una sua magnifica frase al divino Petrarca, «_colei che sola a me par
donna_.»
--No, signor Fenoglio, non lo direste, o, dicendolo, non lo
pensereste. Se questa donna non conosce ancora quest'uomo....
--Ma neppure io, o signora, conoscevo voi, e tuttavia....