Un uomo che dorme non fa paura ad una donna. Giaele, Giuditt

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CAPITAN DODERO

UNA NOTTE BIZZARRA

NOVELLE

DI

ANTON GIULIO BARRILI

Settima edizione.

MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI

1881.

PROPRIETÀ LETTERARIA

Tip. Treves

UNA NOTTE BIZZARRA

A LUIGI MORANDI

_La è proprio una inezia, frutto di tre giorni di lavoro, che intitolo

a te, giovine amico e compagno d'armi; ma sappi che fu un gaio lavoro

campestre, e lavoro gaio riesce facile, e val meglio assai che sudato,

ma uggioso._

_Nè paia fuor del naturale a te, nè ai lettori cortesi, che i

personaggi della mia novella s'innamorino in una notte. Anco a non

volerne cercar la ragione, la scusa, nella novità de' casi narrati, io

so che la cosa non è poi tanto difficile, io che ti ho per la prima

volta veduto, ed amato come fratello, in un giorno. Tu dirai che,

anche là, era quistione d'urgenza, imperocchè chi poteva morire il

giorno di poi non avea tempo da perdere. Or dunque, concediamo la

parte loro agli eventi, e non se ne parli più, se non per ricordare

che l'amicizia, nata e cresciuta in un giorno, ha da fortificarsi in

tutti que' molti, o pochi, che ci comporranno la trama della vita._

Di Genova, il 19 di Luglio del 1868.

ANTON GIULIO BARRILI.

I.

Era la notte dal 12 al 13 di gennaio 1857, e per la via Assarotti, a

Genova, soffiava un vento come suole soffiare in quest'ampia via,

quando Eolo scatena uno de' suoi sudditi sulla regina del Tirreno.

È tramontana? è scirocco? è libeccio? Non ne sapete nulla. Esce, non

si sa da dove, e v'investe da tutte le parti. Guai allo scribacchino

municipale che si lascia cogliere ad occhi aperti, perchè risica di

andare a palazzo Tursi colla polvere negli occhi, di non veder più lo

scrittoio e di dover chiedere una licenza di ventiquattr'ore, che il

capo uffizio non è sempre disposto a concedere! Guai alla signora, che

non sta attenta a raccogliersi la veste dattorno, perchè il vento è

curioso di segreti e, quel che è peggio, ama troppo di propalarli ai

viandanti.

Ma perchè sto io a discorrervi del vento? La storia che vi racconto

non occorre in mezzo alla strada, ma in un elegante quartierino al

terzo piano del secondo palazzo a sinistra.

Abita colassù, cioè, dico male, abitava nel gennaio 1857 il

protagonista del mio racconto, uomo sui trentaquattro, laureato in

leggi, scapolo, non brutto, nè antipatico, e con ventimila lire

d'entrata.

Trentaquattro anni son forse troppi; la laurea in leggi non è nulla;

ma l'essere scapolo, non brutto nè antipatico, e l'avere ventimila

lire d'entrata, è già molto per esser felici, quando si abbiano

desiderii modesti.

Pure, Roberto Fenoglio non era felice; si annoiava da mattina a sera,

da sera a mattina. Aveva buoni e gioviali amici, ai quali imprestava

spesso del denaro, e che qualche volta glielo restituivano; una

vecchia governante che non gli dava molestia; un cuoco che non lo

derubava; un cavallo proverbiale per la dolcezza del suo trotto; uno

scanno a teatro senza noiosi vicini; e tuttavia non era felice, e si

annoiava maledettamente.

Aveva provato a fare qualcosa, ad occuparsi; ma nessuna occupazione

gli andava a' versi, e a breve andare se n'era stancato. Ma queste

cose le mie belle lettrici le udranno dalla sua bocca, imperocchè io

lo presento loro nel primo salotto del suo quartierino, alle tre dopo

mezzanotte, vestito da cinese, in atto di congedare uno sciame di

giovinotti e di allegre mascherine.

Perchè vestito da cinese? perchè quelle mascherine?

Roberto Fenoglio aveva raccolto in casa sua quella sera tutti i suoi

amici, tanto per passar la noia in compagnia. S'era suonato, ballato e

cenato, colla massima libertà ed allegrezza. Le dame non erano severe,

nè contegnose. Il rispettabile corpo di ballo del teatro Carlo Felice

aveva dato il suo meglio a quella festa; le mammine erano sazie e

contente; le silfidi, contente e non sazie, domandavano un'altra festa

come quella che Roberto Fenoglio aveva dato loro, con tanta

splendidezza di mandarino annoiato.

Le allegre mascherine se ne andavano, accompagnate dai fidi cavalieri,

ben chiuse nei loro accappatoi, per custodirsi dal vento, che si udia

zufolare di fuori; se ne andavano giù per le scale, ridendo e

cinguettando come uno stuolo di passere, o di cingallegre, e destando

tutto il pacifico vicinato.

Il tranquillo berretto di cotone si rizzava commosso dalla

rimboccatura del letto matrimoniale, e chiedeva:

--Che cos'è quest'allegro rumore? Ah, capisco; si balla dall'avvocato

Fenoglio.

E un sospiro mal represso chiudeva la frase. E lì, una cuffia lavorata

all'uncinetto si rizzava a sua volta, per soggiungere:

--Ma come fa l'avvocato Fenoglio a dar delle feste da ballo, egli che

non è ammogliato? Quali signore possono andare in casa sua?

Domanda, questa, a cui il berretto di cotone non rispondeva, e si

voltava dall'altro lato, tirandosi la rimboccatura del lenzuolo fin

sopra il becchetto.

La cuffia intanto pensava, pensava.... che cosa pensava? forse, che il

berretto di cotone non era la più bella cosa del mondo. E il berretto

di cotone, dal canto suo, fantasticava una serie di variazioni su

questo tema: «beato Fenoglio! egli l'ha indovinata davvero!»

Lasciamo pensare, fantasticare e riaddormentarsi da capo questi due

malinconici simboli dell'Imeneo, e torniamo al nostro protagonista,

che, ritto nel salotto, si volgeva a Felice Magnasco, ultimo rimasto

de' suoi convitati, per dirgli, con piglio di burlesca cerimonia

cinese:

--_A-ing-fo-hi_!

Felice Magnasco, un giovinotto elegante ed attillato, come ogni figlio

d'Adamo che usi farsi vestire (o spogliare) da un sarto di grido,

diede una crollata di spalle, che fece far due grinze al suo abito

nero, e rispose:

--Orvia! Gli è così che tu accomiati il tuo amico migliore?

--Sto in carattere,--soggiunse Fenoglio.--Non ti pare che io sia un

bel mandarino cinese?

--Al diavolo la Cina!--proruppe l'altro,--io preferisco la tua cena.

--Oh bello, bello, stupendo! Ripetilo, Felice, te ne prego.

--Che cosa?

--Il tuo bisticcio. Sai che amo i bisticci, come tu le bistecche....

Ah, ah! che te ne pare del mio? Gli è un po' stiracchiato, come le mie

braccia, tutta questa sera, per effetto della noia.

--Tu sei dunque annoiato?

--Sì, Felicino, pur troppo; il figlio della luna, il cugino del sole,

s'è maledettamente annoiato.

--Male! io mi son divertito. È vero che le spese non le ho fatte io, e

piacere che non sente il rame è pretto piacere. Che ottima cena! Viva

te, Roberto primo ed unico della tua dinastia! Viva il tuo vino, i

tuoi tartufi! e le tue _bajadere_. Che vispe ragazze! Oh non sai tu,

che, se non era il pensiero della mia bella cugina, io questa sera ne

sposavo una, senza tanti preamboli?

--Ti ringrazio per lei della tua buona intenzione,--rispose,

spalancando le fauci e tendendo le braccia, il buon mandarino,--e ti

ringrazio per me, se non sei costretto a sbadigliare, come io faccio

in questo punto per la millesima volta.

--Ma che diamine ti saltò in mente di vestirti a quel modo e di

costringerti a non metter fuori che cinque o sei monosillabi?

--Compatiscimi, Felicino! Ho pensato che, essendo i cinesi il popolo

più cerimonioso del mondo, io, come cerimoniere di casa mia, non

potevo fare a meno di vestirmi da mandarino. Ora tu m'hai veduto ed

udito; non ho fatto altro che dire _A-ing-fo-hi_, che in cinese, io

credo, significa: son molto lieto di vedervi.

--E i tuoi convitati,--soggiunse ridendo Felice,--ti hanno trovato

compitissimo.--

Roberto Fenoglio si lasciò cadere con aria stanca sul canapè.

--Tu mi consoli, amico!--diss'egli, dopo un lungo sospiro.--Morrò

almeno contento dell'altrui contentezza.

--Che diamine dici? Sei tu pazzo ora?

--No, parlo da senno e del miglior ch'io m'abbia. Sentimi, Felice; io

non posso più tirare innanzi questa monotona vita. Io non faccio un

passo senza che il piede medesimo si annoi d'esser mosso.

--Ecco una variante del _Malade imaginaire_!--esclamò Felice, in

quella che andava a sedersi comodamente in una poltrona, di rincontro

a Roberto Fenoglio.

Questi non badò all'atto di Felice, intento com'era a rispondergli.

--Ah sì, in tal guisa parlano i sani agli infermi. Anch'io, al

capezzale di un tisico, gli ho detto un giorno: ma che diamine parlate

voi di morire? Avete le guancie colorite come una mela. E dieci giorni

dopo era morto.

--Dilla su dunque una volta, questa tua malattia, ed io farò di

trovarti un buon medico.

--Ah ci vuol altro che un medico! La scienza non conosce il mio male,

non lo ha classificato ancora ne' suoi libri; ma esso esiste, esso è

là dentro.

--Dove?

--In quell'orologio a pendolo. Esso ne è il simbolo parlante, esso il

complice infame. Non odi? tran.... tran.... tran.... Maledetto! È lui

che ci misura la vita e ce la fa mandar giù in ventiquattro pillole al

giorno; è lui l'omeopatico che ci tiene a bada con sessantesimi d'ora,

con sessantesimi di minuto, e ci fa morire con dosi infinitesime; è

lui.... Insomma, che ti dirò? Io odio gli orologi. Giovinetto ancora,

io già presentivo la guerra che m'avrebbero mossa questi nemici

dell'umanità, e mi vendicavo, anticipatamente, mandandoli, l'un dopo

l'altro, al Monte di pietà. Adesso, si è uomini sodi, padroni di sè e

delle sue ventimila lire d'entrata, e queste vendette bisogna

lasciarle in disparte. Ma io troverò pure uno spediente; metterò, non

foss'altro, un premio di mille lire per colui che scriverà un libro

contro gli orologi, da camera e da tasca, pendoli, cronometri,

ripetizioni, cilindri, saponette, áncore, castelli, ecc., ecc., e

proverà che il loro inventore è stato un cattivo arnese.... un

briccone.--

In quella che l'avvocato Fenoglio tirava giù con burlesca gravità

contro i poveri orologi, Felice aveva cavato il suo dalla tasca del

pianciotto e ne faceva scattare il coperchio d'oro.

--O il tuo va male, o il mio;--disse egli.--Son già le tre e mezzo del

mattino, e debbo ancora chiederti un servizio innanzi di andarmene.--

Ma Fenoglio non gli dava retta; aveva veduto l'oriuolo di Felice e

volea rompergli una lancia addosso.

--Ah, _tu quoque, Brute_? E tu sei un uomo che si diverte? col nemico

in saccoccia?

--Che vuoi? è la consuetudine. E poi, non si è mica schiavi del

proprio orologio! Il mio, come quello di tutti i figli di Adamo, va

bene una volta all'anno. Io lo consulto per passatempo; egli fa a modo

suo, io al mio, e andiamo d'accordo come marito e moglie. Ma tu,

piuttosto, perchè non rompi il tuo, e non te lo levi dai piedi?

--Bravo! e la gente di servizio? Esso è in casa un arnese necessario,

fatale, come la noia per me; il suo _tran tran_ ha dato la misura al

tran tran della mia esistenza. Rompessi anche il pendolo, la mia vita

monotona suonerebbe, io credo, le ore e i quarti d'ora in vece sua. Oh

Felice, felice te che non ti annoi!

--E non mi avverrà mai fin ch'io viva:--rispose Magnasco;--io ho per

cotesto un segreto infallibile.

--Dove si vende? ch'io vo subito a comperarlo, senza nemmanco levarmi

questa zimarra di dosso....

--Oh, non tanta furia! Tu non hai bisogno di andare dallo speziale per

questo. Fa a modo mio; abbandonati all'ignoto. Non chiedere mai a te

stesso: «che cosa debbo io fare quest'oggi, per passar mattana?» Vedi,

Fenoglio; io non mi sono mai così divertito, come un giorno che uscii

di casa nell'intento di annoiarmi. Lascia operare il caso. Passi per

una strada? Non isvoltare alla solita cantonata; va innanzi. Là

troverai quell'amico che andavi cercando al caffè, e che, svoltando

alla cantonata anzidetta, non avresti trovato di certo. Là vedrai una

bella merciaia, che ti venderà un fazzoletto, mezzo seta e mezzo

cotone, che regalerai poscia alla cameriera della tua bella, col

risparmio di tre lire. Là vedrai una sconosciuta; la seguirai, e ti

buscherai un dolce sorriso da lei, o un duello coll'amante; le quali

cose ti condurranno in un altro ordine di pensieri e di conoscenze,

che tu non avevi, uscendo di casa, e che potranno anche mutare del

tutto il tuo sistema di vita. Insomma, non ragionare innanzi di fare,

ragiona dopo; non andar colla testa, ma coi piedi; fa conto insomma di

giuocare a mosca cieca.

--Ma....--soggiunse Roberto Fenoglio,--e se dò del naso in qualche

spigolo?....

--Gli è,--rispose gravemente Magnasco,--uno tra gli sconci di questa

teorica, per altro bellissima.

--Orbene, mi proverò;--disse Roberto. E intanto si stiracchiava sul

canapè, sbadigliando di bel nuovo.

Felice se ne avvide e fu sollecito ad alzarsi.

--Il tuo sbadiglio,--diss'egli,--mi prova che debbo partire. Diamine!

le quattro suonate! Ed io già avevo dimenticato lo scopo della mia

fermata! Fenoglio, sai? debbo chiederti un servigio....

--_In manus tuas, domine._ Ti occorre denaro? Bada che non potrei oggi

imprestarti più di duemila lire.

--Che! non ho bisogno di denaro, sibbene di un servigio assai più

rilevante e più delicato.

--Un duello?

--Quasi; vo' prender moglie.

--Ah, per tutti i diavoli! _e come e quando nacque tal fiamma in te!_

--La storia sarebbe troppo lunga a raccontarsi ora,--rispose

Magnasco,--ed io ho bisogno di riposare almanco tre ore, innanzi di

tornare da te.

--Tornare! ma come? perchè?

--Eccoti il negozio in poche parole. Io ho una cugina....

--La vedova?

--Per l'appunto; la conosci forse?

--No, in fede mia; me ne hai parlato tu stesso qualche volta, e ancora

poco fa, mi dicevi....

--È giusto, vedi che bestia! Or dunque, mia cugina, la vedova, è una

crudele quanto adorata beltà, e quando io le parlo di amore, ella si

mette a ridere. Io le accenno cori, ed ella mi risponde picche.

--Che c'entro io nel vostro _tresette_?

--Tu puoi venire da lei; le ho già parlato di te, come d'uomo a modo,

rispettabile, assennato....

--Ti par proprio ch'io sia tutto ciò; Felicino?

--Io ti presento a lei,--proseguì, senza turbarsi, Magnasco,--e tu

perori la mia causa; non subito, ci s'intende, ma a poco a poco, con

delicate entrature.... mi capisci? Colla tua parlantina di Cicerone,

puoi essermi molto utile. Le fai vedere che buon partito sarebbe per

lei sposare un giovane par mio, gentile di modi, dolce di umore, e

molto avveduto in materia d'interessi....

--E ti par proprio d'essere tutto ciò, Felicino?--chiese Roberto

Fenoglio.

Felicino anche qui fece orecchie da mercante, e tirò innanzi nella sua

orazione.

--Mia cugina è ricca, e il suo fattore la deruba a man salva, la

spoglia....

--Ah! codesto gli è grave!--interruppe Fenoglio,--spogliarla eziandio?

Questo è un cumulare gli uffici di fattore e di cameriera, e capisco

che, se la cugina è bella, siccome m'hai detto, ti spiacerà

maledettamente che altri faccia questo uffizio presso di lei. Ah, ah,

che te ne pare di questo?

--È stiracchiato più degli altri;--rispose Felicino.--Ma dunque, vuoi

rendermi questo servigio?

--Ci stavo appunto pensando. Tu vuoi far di me una specie di Barbiere

di Siviglia.....

--Potresti supporre che....?

--Altro che supporre! lo credo, lo vedo; ma non importa. Se pensi che

i miei talenti oratorî possano giovarti presso di lei.... Ah,

Felicino! io ero nato per essere oratore! Basta, ti servirò; tu mi hai

dato il tuo specifico contro la noia, io ti son debitore del

ricambio.... se pur lo sarà! A che ora si va da lei?

--Sul mezzogiorno; ella è mattiniera come una allodola. Io dunque

verrò da te alle dieci: ti vesti, andiamo ad asciolvere insieme, e

poi, a piccoli passi, verso il tempio della diva. Addio, dunque, e

rammenta i miei consigli....

--Abbandonarsi all'ignoto....--disse Fenoglio.

--Sicuro;--soggiunse Magnasco,--lasciare operare il caso....

--E ragionar co' piedi;--conchiuse l'altro.--Non dubitare, Felicino,

ti imiterò fedelmente, servilmente, e comincierò a ragionare in tal

guisa, facendo il tuo elogio alla bella cugina.

--Se' arguto, per un mandarino!

--_A-ing-fo-hi!_--rispose con piglio di umiltà reverente Roberto

Fenoglio,--_A-ing-fo-hi._

--Che in cinese significa....

--Amico, te ne ringrazio di cuore.

--La si tira per tutti i versi, quella tua

frase....

--Ah, che vuoi? la è una delle prerogative della lingua cinese.--

E così, giostrando a sciocchezze, si separarono.

--Stattene a tuo bell'agio sdraiato,--disse Felicino a Roberto, che

voleva alzarsi per accompagnarlo in anticamera:--conosco la strada;

tirerò l'uscio dietro di me.

--_Fiat voluntas tua!_--rispose Roberto, a cui in quell'ora la

posizione orizzontale era dolce come a Magnasco il pensiero di sposar

sua cugina, o, per dir meglio, le sue cinquecento mila lire.

Alle quali cose pensando, e al soccorso che gli avrebbe prestato

Fenoglio contro la ostinata resistenza della cuginesca cittadella,

Magnasco se ne andò col cuore contento e il piè leggiero.

E andandosene, trasse l'uscio dietro a sè, siccome aveva detto a

Fenoglio; ma non badò punto a sincerarsi se la stanghetta della toppa

a sdrucciolo, che chiudeva la porta del suo amico, avesse battuto

nell'orlo della bocchetta, per modo da cacciarvisi dentro e chiuder

davvero.

Oh dio Caso, eccone delle tue!

II.

Roberto Fenoglio, come vi ho detto, era rimasto sdraiato sul suo

canapè; un soffice canapè foderato di velluto, dal quale io, se ci

fossi stato, non mi sarei mosso neanco per andare a nozze, e metto

pegno non vi sareste mosso voi, cortese lettore, neanco per mandare a

comperare il libro che mi dà modo di ragionare con voi.

L'annoiato mandarino stava fantasticando, tra la veglia e il sonno,

intorno ai consigli di Felice Magnasco.

--Vedete mo che ingegno ha quel capo ameno di Felicino! Egli è giunto

a sciogliere un problema, pel quale io mi vo beccando da dodici anni

il cervello. Abbandonarsi all'ignoto, lasciar operare il dio Caso,

ragionare co' piedi, equivale a sfuggire il _tran tran_ della vita.

L'equazione è perfetta, e un matematico non ci troverebbe nulla a

ridire. Applichiamola dunque!... E prima di tutto, che cosa farò io

tra dieci minuti? che bestia! cominciavo a ragionare! non debbo, non

voglio sapere, che cosa farò tra dieci minuti.... Auf! che sonno!

andiamo a dormire; sarà la miglior cosa che io possa fare. Felicino

dovrà tornare stamane per condurmi dalla sua bella cugina, e non posso

andare da lei morto dal sonno. E da capo! No, io non debbo andare a

dormire; la è cosa troppo usuale; io ricasco nella consuetudine, e

questa io debbo sfuggirla ad ogni costo. Eccomi qui, su questo

canapè... Ci sono a caso.... Chi ardirebbe asserire che io non ci sono

per mero caso? Che cosa mi accadrà egli di nuovo su questo canapè?

L'ardua sentenza ai posteri. Che sonno! andrei volontieri a letto....

Ma via, Fenoglio, non lasciarti così vilmente sopraffare dalla

ragione! Si direbbe che hai paura dell'ignoto. Chi è questo signor

ignoto?... È brutto o bello? E la cugina di Felice, è bella davvero

come ei la dipinge? O non l'ama piuttosto per le sue ricchezze? Già,

volere o non volere, il denaro si ficca sempre dappertutto. Diciamo di

no; sacramentiamo che non è vero; ma la ricchezza comanda agli occhi

del nostro corpo, come a quelli della nostra ragione.... Ma chi sa?

potrebbe anco esser bella, questa cugina!...

Lettrici e lettori, io vi fo grazia di tutte le altre considerazioni

scucite del mio protagonista. La pigrizia, più assai de' consigli

dell'amico, lo aveva tenuto sul canapè, dove, pochi minuti dopo, egli

era rimasto assopito.

Non vi giurerei che le copiose libazioni dello sciampagna spumante non

c'entrassero anch'esse per una larga porzione. Roberto Fenoglio era

uomo che non disprezzava punto il bicchiere, e quella notte, poi, in

mezzo ad una brigata di capi scarichi e di gaie alunne di Tersicore,

egli aveva pensato a dare il buon esempio, bevendo allegramente per

quattro.

Dormi, Fenoglio; dormi, mandarino annoiato; il tuo sonno non vuole

durar molto.

Imperocchè, voi già lo avete indovinato, belle lettrici e lettori

cortesi, io non lo lascierò solo sul suo canapè, e non prolungherò la

_scena muta_ oltre i confini della vostra pazienza.

Venite con me verso l'uscio di casa. Non udite su per le scale un

muover di passi frettolosi e leggieri? Non abbiate timore di ladri;

insieme co' passi, s'ode il fruscìo di una veste di seta.

Chi è questa donna che sale, o, per dir meglio, che vola, sfiorando

appena del piede e del lembo della sua veste gli scalini, e si ferma,

si rannicchia spaurita, tremante, ansante, sul pianerottolo, vicino

all'uscio semichiuso di Roberto Fenoglio?

Aspettate, e lo saprete. La bella incognita (imperocchè essa è bella,

ed io già lo so, quantunque siamo tuttavia al buio), la bella

incognita, dico, rattiene colassù la sua corsa, e raccolte intorno a

sè le larghe pieghe del suo accappatoio di seta, tende l'orecchio per

cogliere ogni più lieve rumore che possa giungere dal basso. Non ode

nulla, e le si allarga il cuore; perciò, fattasi più animosa, si

attenta di sporgere il capo sulla ringhiera.... Ma ohimè! Appunto

allora comincia ad udirsi giù in fondo alle scale uno stropiccìo di

piedi, quindi un rumore confuso a cui tien dietro lo scoppiettìo di un

zolfanello strofinato su d'una ruvida superficie, e un raggio di luce

balena dal pozzo della scala.

La povera bella si rannicchia da capo nel suo angolo, ma non istà

ferma al suo posto neppure un minuto secondo.

--Dio mio! come fare?--ella mormora tra sè,--dove potrò salvarmi!--

Tremante, confusa, ella si avanza a tentoni, brancicando verso la

parete, come per cercare le imposte di un uscio; che certo ha da

trovarsi su quel pianerottolo. Ella suonerà, domanderà soccorso.... ma

giungeranno in tempo ad aprirle? Chi sa? intanto ella va cercando

colle mani il vano di quest'uscio e la corda del campanello, ma senza

pro. La sua manina leggiadra (io lo so, quantunque siamo al buio, e la

conoscerei tra mille), la sua manina leggiadra, dico, erra un tratto

nel vuoto, quindi urta in uno dei battenti dell'uscio; ed oh

maraviglia! il battente si apre da sè, e il pianerottolo si rischiara

d'un subito, all'interna luce dell'anticamera di Roberto Fenoglio.

Benéfici effetti della trascuratezza di Felicino Magnasco, che non

aveva badato a far scorrere la stanghetta della toppa a sdrucciolo

nella sua rispettiva bocchetta! Oh caso, caso! E i filosofi verranno

poi a sostenere che esso non è l'ordinatore, anzi l'azzeccagarbugli

delle umane vicende?

La povera bella fu, sulle prime, come sbigottita da quello aprirsi

improvviso dell'uscio, al semplice tocco delle sue dita. Quel

quartierino aperto, e in apparenza deserto, le metteva paura. Tremò

tutta dal capo alle piante, e si ritrasse fin presso la ringhiera. Ma

di là tornava ad udire il rumore dei passi, e al rumore dei passi si

mescolava il discorso di due persone che salivano, del qual discorso

giunse fino a lei spiccatamente una frase: _andiamo su, ella non ci

sfugge di certo_. E allora la poverina si fece animo, guardò in alto

come per chieder protezione dal Cielo innanzi di commettersi

nell'antro ignoto di quel quartierino, che si schiudeva luminoso a'

suoi occhi, e si buttò perduta nell'anticamera. La sala era deserta;

imperocchè l'unico servitore di genere mascolino che fosse in quella

casa, trattandosi di una festa un tal po' scapigliata, aveva avuto

licenza di andarsene a letto dopo l'ultima versata di sciampagna, e la

licenza gli era paruta un comando. La bella sconosciuta non ardì

nemmeno richiuder l'uscio; chè le sembrava di cadere di Scilla in

Cariddi, e non voleva precludersi la ritirata da un male peggiore. Si

inoltrò guardinga fino ad una portiera di seta azzurra; stette incerta

un tratto, quindi si provò a sollevarla dolcemente, sporse la sua

testolina nel vano, e le si parò davanti agli occhi lo spettacolo del

mandarino dormente.

--Ah? Che vuol dir ciò?--chiese tra sè, con atto di meraviglia, la

sconosciuta visitatrice. Di maraviglia, notate, non di paura!

Un uomo che dorme non fa paura ad una donna. Giaele, Giuditta, e tante

altre donne famose di quella risma, ne fanno testimonianza non dubbia.

La nostra sconosciuta, che non aveva nè chiodi di configger nelle

tempia a Sisara, nè testa da troncare ad Oloferne, e che però ci aveva

la coscienza tranquilla, dopo quel primo atto di meraviglia, compose

le labbra ad un sorriso; un bel sorriso, in fede mia, e che

illeggiadriva di molto le sue bellissime labbra.

Essa era bella, mio candido lettore, bella quasi come voi, mia adorata

lettrice. Qui, poichè siamo alla luce dei doppieri (parlo in poesia,

ma in umile prosa bisognerebbe dire di una lucerna Carcel), cadrebbe

in acconcio uno scampolo di descrizione della sua ammirabile bellezza.

Ma siccome non ho tempo da perdere, lascio che ve ne formiate voi un

concetto colla fervida immaginazione, mio candido lettore, e che ve la

raffiguriate voi, guardandovi nello specchio, mia adorata lettrice.

--Un cinese?--pensò la sconosciuta, guardando Fenoglio.--O dove

diamine son capitata? E nessun altro in questa casa.... non una donna

a cui volgermi.... E quei due che salgono le scale!... Dio mio che

faccie sinistre! E come mi correvano dietro! Ah! essi sono già qui,

sul pianerottolo.... urtano nell'uscio.... Ma io non l'ho chiuso, non

l'ho chiuso! E come fare adesso? Signore! signore!--

Ma sì, chiamalo, Roberto Fenoglio aveva legato l'asino a buona

caviglia, e non dava segno di volersi svegliare.

Ella ripetè, collo stesso tono di voce sommessa con cui aveva

cominciato a chiamarlo: signore! signore!

--_A-ing-fo-hi!_--borbottò nel sonno il bravo mandarino Fenoglio.

Cotesto non era rispondere, siccome ognun vede. La povera bella,

sgomentata dal rumore che si faceva sul pianerottolo, ebbe ricorso ad

uno stratagemma simile a quello del fagiano quando tenta di

nascondersi agli occhi del cacciatore, ficcando la testa sotto un'ala;

buttò l'accappatoio sotto una poltrona, che stava di fianco al canapè

del mandarino, e si lasciò cadere su quella poltrona, rimanendovi

supina in atto di donna dormente.

--Ohè, Piccione! una porta aperta....

--Vedo bene; la sarà entrata qua dentro, la fuggitiva.

--Impossibile! Avrebbe badato a chiudere l'uscio dietro di sè. Qui c'è

un altro negozio.... un furto consumato....

--Ragione di più per entrare!

--Sicuro, entriamo!

III.

Questo dialogo avveniva sul pianerottolo, tra i due persecutori della

bella sconosciuta, i quali non erano altrimenti due Adoni da

quadrivio, sibbene due sergenti di Questura, il Negri e il Piccione.

Lo strepito dei loro passi mascolini nell'anticamera e il percuoter

delle loro daghe contro le masserizie, fecero quello che non aveva

potuto ottenere la vocina della sconosciuta; vo' dire che destarono

dal sonno l'avvocato Fenoglio, il quale balzò in piedi dal suo canapè,

e vedendo alzare la portiera di seta e un braccio e una gamba

introdursi nel salotto, urlò prontamente: _ai ladri!_ e diè di piglio

ad una sedia di Chiavari, per servirsene come di una mazza ferrata

contro gl'invasori del suo domicilio.

--Si cheti, signore, si cheti!--disse il Negri facendosi innanzi.--Noi

non siamo ladri, nè gente che le voglia far del male. Guardi alla

nostra divisa.... Ma chi vedo? il signor avvocato....

--Roberto Fenoglio in carne ed ossa,--rispose Fenoglio, che a sua

volta aveva riconosciuto i sergenti;--ma che cosa vogliono le signorie

loro a quest'ora, in casa dei pacifici cittadini?

--Oh, la ci scusi, signor avvocato. Aveva l'uscio

aperto....

--Amico mio,--disse una vocina sottile che fece balzare due passi

indietro il mio protagonista,--gli è stato di certo quel briccone di

Battista, che va a ciaramellare di notte colla cameriera del quinto

piano. Bisogna scacciarlo dal nostro servizio, non è egli vero?

--Si certo, lo scaccieremo!--rispose Fenoglio.

E intanto guardava, con aria da melenso, ora i sergenti, ora la

sconosciuta, che lo aveva chiamato «amico mio.»

--Non vorremmo aver cagionata la disgrazia di un povero

servitore....--si provò a dire il Piccione.

--Che! che!--ripigliò la signora.--È un fannullone, un che so io; non

è egli vero, Roberto?

--Sì, un briccone, un ladro, un assassino!--soggiunse Fenoglio, il

quale non sapeva più quello che si dicesse.

--Oh, in tal caso,--disse il Negri,--con licenza di Vossignoria, lo

arresteremo.

--Sì, arrestatelo.... cioè, no, lasciatelo stare, povero diavolo! Son

questi i miei modi di dire.... io non uso chiamare con altri nomi la

mia gente di servizio....

--Egli bisogna tuttavia che tu gli tolga questo mal vezzo, Roberto

mio!--disse la donna, mettendo con leggiadra dimestichezza il suo

braccio sotto quello di Roberto Fenoglio.--Dimmi, non è egli vero che

tu contenterai in ogni cosa tua moglie?--

Fenoglio aveva l'aria di cader dalle nuvole. Si lasciò mettere il

braccio di lei sotto il suo; anzi, posso giurarvi che, galante

com'era, anco nei momenti più difficili, curvò con bel garbo il

gomito, per accogliere il dolcissimo peso. Quel braccio si appoggiò

sul suo con una pressione particolare, che parea dirgli: «tenetemi

bordone, per carità!»; gli occhi della sconosciuta si volsero languidi

a cercare una buona risposta ne' suoi; la sconosciuta era bella, assai

bella; il contatto della sua aggraziata persona gli recava una

commozione subitanea per tutte le vene, insomma, il sangue non è

acqua, siamo tutti uomini, e Roberto Fenoglio rispose:

--Si, moglie mia, farò di contentarti.--

Tutto ciò era avvenuto in un batter d'occhio. Ora, accettata una

condizione di cose, bisognava andare innanzi, mettere in buona vista

tutto quel garbuglio; e Roberto, comunque fosse impacciato, ci si

provò.

--Vedete un po' che bel caso!--disse egli, voltandosi ai

sergenti.--S'era suonato e ballato.... una festicciuola tra amici....

ai quali avevo fatto conoscere mia moglie....

--Ah sì!--interruppe il Negri.--Ella è ammogliato di fresco; noi nol

sapevamo neppure....

--Infatti,--disse Fenoglio,--io non ne avevo dato notizia a nessuno.

--Un matrimonio _al gran destino_....--entrò a dire con aria peritosa

il Piccione.

--Come sarebbe a dire; al gran destino? Vorrete dir clandestino?

Sicuro, ho fatto un matrimonio clandestino; ma ora l'abbiam propalato;

tutti gli amici, i parenti, Genova tutta lo ha da sapere.--

Così dicendo, Roberto Fenoglio si volse a guardare la sua improvvisata

metà, che lo ricompensò delle sue parole con uno sguardo d'ineffabile

tenerezza.

--Che io possa morire, se ne capisco un'acca!--pensò egli tra sè.

--Oh ce ne rallegriamo grandemente con Vossignoria!--disse il

Piccione, che era il più cerimonioso dei due sergenti.--E ce ne

rallegriamo anche colla sua signora....

--Grazie, grazie!--rispose la leggiadra donnina, accompagnando le

parole col più grazioso dei suoi divini sorrisi.

--Suvvia, Piccione:--disse il Negri al compagno--noi adesso

disturbiamo....

--No, no, amici miei!--interruppe Fenoglio.--Voi non ve ne andrete

così senza aver prima bevuto un bicchiere.

--Scusi Vossignoria: ma noi eravamo venuti in questa scala per seguire

una donna.... una....

--Che cosa?--domandò con molta curiosità il padrone di casa.--Avete

detto una.... Se la cosa può dirsi, finite, di grazia, la frase!

--Oh, niente di male in quanto alla moralità personale....--

Fenoglio respirò a larghi polmoni. Intanto il Negri proseguiva:

--....Insomma, debbo dirlo? Si tratta di una emissaria di Mazzini. Il

signor Questore ha saputo che questa donna, una delle più terribili

cospiratrici contro il governo, è venuta da Londra a Genova, e che

ella doveva trovarsi appunto in una casa qui presso.... Le nostre

passeggiate debbono averla messa in sospetto di qualcosa, poichè una

donna appunto (ed era certamente lei) è uscita dalla casa in discorso;

ma, inseguita da noi, s'è ficcata nelle scale di questo palazzo....

--Ah diamine!--esclamò Roberto Fenoglio.--E adesso come farete a

trovarla?

--Ella a quest'ora avrà potuto ridiscendere le scale!--si affrettò a

soggiungere la signora.

--Sicuro! dice bene la signora Fenoglio!--gridò il Piccione,

percuotendosi la fronte colla palma della mano.--Vedi che bestia siamo

stati noi altri! Ma qui bisogna correre.

--Non tanta fretta!--interruppe ella sorridendo.--A quest'ora ella ha

potuto andare molto lunge, e come vorreste trovarla! Gli è un colpo

fallito, al quale non si rimedia, e sarà meglio vi ricordiate che il

mio Roberto vi ha pregato di fermarvi ancora pochi minuti per berne un

bicchiere.

--La signora ha ragione!--disse il Negri con aria melanconica.--Ora,

poichè la ci è sfuggita, beviamo.

--Signor avvocato,--ripigliò il sergente Piccione,--beveremo alla

salute della sua signora moglie, che è tanto gentile quanto bella.

Scusi, signora, il complimento, compatisca; siamo gente alla

buona....--

Intanto Roberto Fenoglio era andato in una camera vicina e ne tornava

con una bottiglia di Sciampagna, che fu sollecito a sturare per quei

due ragguardevoli personaggi.

--Alla salute della signora Fenoglio!--disse il Negri, alzando il

calice spumante.

--Che il Ciel la benedica, e le conceda una mezza dozzina di bei

bambocci somiglianti al l'ottimo avvocato Fenoglio!--soggiunse il

Piccione.

--Grazie, amici, grazie!--rispose Fenoglio.--Noi faremo di non mandar

vani i vostri amorevoli augurii.--

E guardò sott'occhi la sua sconosciuta vicina, che si fe' rossa in

volto come una ciliegia.

Intanto quei due, sebbene, dopo una seconda e una terza libazione,

avessero veduto il fondo della bottiglia, non se ne andavano ancora.

Fenoglio era sulle spine, poichè gli premeva di sapere chi fosse

quella donna, e come gli fosse capitata in casa. La donna, dal canto

suo, ci doveva avere le sue buone ragioni, per affrettare coi voti la

loro partenza.

Il Negri, dopo una sosta di parecchi minuti secondi, così prese a

parlare:

--Signor avvocato, la mi scusi; avrei a chiederle.... ma non mi dia

dell'indiscreto....

--Oh, niente affatto!--rispose Fenoglio.

--Sì, sì, la è una indiscretezza la nostra.... ma tant'è, non possiamo

fare a meno di pregarla....

--Ahi, ahi!--pensò il mandarino--che cosa vuole ora costui?--

La povera bella, di rossa ch'ella era divenuta, si fe' più pallida di

prima.

--Vossignoria,--proseguì il sergente, senza addarsi di nulla,--è in

relazione col nostro capo, il cavalier Gallesi....

--Sicuro, sono in relazione con lui, con quella degna

persona;--rispose Roberto.--Lo vedo qualche volta ed ho l'onore del

suo saluto. Ma che cosa....

--Ecco;--interruppe il Negri,--noi abbiamo fatto il nostro dovere,

niente più niente meno del nostro dovere.... Ma se il signor cavaliere

venisse a risapere che ci siamo lasciati sfuggire.... mi capisce?

--Ah! sì, capisco,--disse Fenoglio, tornando a respirare

liberamente,--io non debbo dir nulla. Non dubitate, sarò muto come una

tromba.... cioè no, volevo dirle come una tomba. Che diamine! vedete

mo' come talvolta ci tradisce la lingua.--

Non era vero niente; Roberto Fenoglio, rasserenato dalla piega che

aveva preso il negozio, tornava ai suoi primi amori col bisticcio.

--Le siamo riconoscentissimi della sua bontà, signor avvocato!--entrò

a dire il Piccione, colla lingua impacciata dallo Sciampagna.--In

verità non potevamo aspettarci altro da un galantuomo pari suo. Oh se

tutti fossero come Vossignoria, a questo mondo!

--Taci là, bestione!--interruppe il Negri, che voleva schiccherare

anch'egli un complimento all'avvocato.--Se tutti fossero come il

signor cavaliere....

--No, no, lasciate i titoli da parte, io non son cavaliere e me ne....

me ne.... insomma, non lo sono!--conchiuse Roberto.

--Il governo ha torto!--sentenziò il Negri.--Io lo servo, lo rispetto

e lo venero, come è debito mio; ma egli ha torto a non far cavaliere

un personaggio come Vossignoria. Basta, io non c'entro.... Che cosa

dicevo, Piccione?

--Dicevi che se tutti fossero....

--Ah si, mi ricordo; volevo dirti che se tutti fossero come il signor

avvocato, noi perderemmo il nostro pane, perchè non ci sarebbe nulla

da fare nel nostro mestiere.--

E accompagnate queste parole con un inchino, il Negri si congedò

dall'avvocato Fenoglio, pregandolo, scongiurandolo da capo a condonar

loro la molestia che gli avevano involontariamente recata.

Così finì quella scena, che poteva avere ben altre conseguenze per uno

dei due personaggi rimasti. Fenoglio accompagnò i due sergenti fino

all'uscio di casa, e questa volta lo chiuse egli, colla debita

attenzione, anzi con due mandate di chiave.

Quindi tornò nel salotto, dov'era rimasta la sconosciuta, e, giunto

sul limitare, si fermò, sporgendo il capo verso di lei, in aria d'un

maiuscolo punto interrogativo.

IV.

La bella ignota era caduta sulla poltrona accanto al canapè. Lo sforzo

di quella scena difficile l'aveva svigorita per modo da non sentirsi

più reggere in piedi.

--Oh, signore!--mormorò ella, più che non dicesse--la mia

gratitudine....

--Nulla, nulla, non mi ringraziate!--interruppe il mandarino.--Ditemi

piuttosto, se non è un prentender troppo, chi siete voi, o signora,

voi che vi fate di punto in bianco mia moglie, mi togliete dalla

fronte quell'aureola di vergine.... e martire, la quale mi si

confaceva pur tanto?

--Signore....--balbettò la povera bella,--o signore.... voi siete così

buono, avete un cuor così nobile....

--Signora, io non ho cera qui sotto le mani per turarmi gli orecchi,

come fece Ulisse, allorquando egli ebbe a trovarsi in un caso simile

al mio; ma vi giuro che, se voi proseguite a parlarmi così dolcemente,

io supplirò alla cera colla palma delle mani.--

E dicendo queste parole, le quali arieggiavan assai più il madrigale

che l'invettiva, Roberto Fenoglio fe' il doppio gesto di un uomo che

vuol turarsi gli orecchi.

Era grazioso in quell'atteggiamento, il nostro mandarino posticcio; e

la signora, quantunque il momento non fosse da ciò, non potè

rattenersi dal ridere.

--Ah, vi pigliate anche giuoco di me, bella e terribile

sconosciuta?--incalzò Roberto Fenoglio.--Avete ragione, in fede mia.

Eccomi ammogliato senza saperlo, e con chi? con una donna

_contemplata_ dall'articolo 185 del Codice penale.

--Oh!--esclamò la signora alzandosi in piedi.

--Non vi adirate per sovra mercato, signora!--fu sollecito a

soggiungere Fenoglio.--L'articolo 185 non può offendere la dignità

della donna. Ma in fine, i fatti _enunciati_ vi accusano; la

prevenzione è contro di voi. Chi inseguivano quei due degni tutori

dell'ordine pubblico, se non voi? se non una.... _horresco

referens_.... una rivoluzionaria?

--Mio buon signore,--disse la sconosciuta, accennandogli con atto

leggiadro, che volesse chetarsi un tratto,--io vi prego, per quella

cortesia che m'avete dimostrata fin qui, ad usar pazienza ancora un

tantino. Tutto quello che è avvenuto stanotte ha bisogno di una

spiegazione, e voi, gentile come siete, mi darete agio ad esporre le

mie ragioni.

--Tolga il Cielo che io voglia condannarvi senza ascoltarvi--rispose

Roberto Fenoglio.--Non siamo più ai tempi della inquisizione, la Dio

mercè, ed io son qui tutto orecchi ad udirle, queste vostre ragioni.

--Or bene, signore, parlerò.... Ma anzitutto, voi siete un gentiluomo,

e....

--E me ne vanto, signora! Ho sempre saputo custodire i segreti che mi

furono confidati, e tanto più facilmente, in quanto che io sono l'uomo

più smemorato che viva sotto la cappa del cielo. Tutto ciò che ode il

mio orecchio destro non ha neppure il tempo di giungere all'orecchio

sinistro, che io già l'ho dimenticato.

--Tanto meglio! Sappiate dunque che la rivoluzionaria c'è, e appunto

quella che i due uomini della Questura cercavano....

--Ah! voi lo confessate? Ma come mai una così leggiadra donnina

(scusate la schiettezza, ma io amo dire anzitutto la verità, la pura

verità, niente altro che la verità), come mai una così leggiadra

donnina, quale voi siete, va a ficcarsi in questi viluppi?

--Ringrazio i vostri occhi dell'inganno in cui mostrano

d'essere,--rispose ella, sorridendo traditorescamente,--ma non debbo

lasciar del pari in errore il vostro giudizio. Quella rivoluzionaria,

di cui si parla, non sono io; siete contento?

--Respiro, signora, respiro; ma proseguite, di grazia!

--Ecco dunque;--continuò la signora,--questa rivoluzionaria è mia

amica. Rivoluzionaria! Anche il vocabolo è improprio, imperocchè essa

non è che la moglie di un ottimo cittadino, il quale è condannato nel

capo e vive lontano dal suo paese, amandolo da lungi e facendo voti

perchè si muti quest'ordine di cose, che nessun italiano di core....

--Dovrebbe tollerare!--conchiuse Roberto Fenoglio.

--Ah, son lieta di parlare con un uomo!--disse la signora, stendendo

la mano a Roberto, che l'afferrò prontamente e vi stampò un rispettoso

bacio, se pure è vero che i baci siano una testimonianza di rispetto.

Ella ritrasse dolcemente la sua mano e proseguì:

--La mia buona Erminia (così ella si chiama) non è qui venuta per

cospirare, sibbene per vedere un suo figliuoletto che ha lasciato a

Genova in casa de' suoi congiunti, e che da qualche settimana era

infermo. La poverina, giunta ieri, mi ha fatto pregare stanotte di

recarmi da lei, e voi potete argomentar di leggieri che io non

mettessi indugio a contentarla. Il mio servitore mi accompagna fino

alla porta, e lo rimando a casa per maggior precauzione. Ora ecco che,

mentre io salgo le scale, odo rumor di passi.... intimorita, mi

ritraggo; essi mi hanno sentita, e giù per le scale verso di me!

Allora io non so più quel che mi faccia, esco fuori, e senza pure

voltarmi indietro, vengo a rifugiar nel portico di questo palazzo,

sperando che non mi abbiano veduta ad entrarvi. Ero in errore; mi

seguono; io salgo pian piano fin qui.... trovo un uscio aperto, e voi

sapete il rimanente, voi che mi avete presa a proteggere, senza pur

sapere chi io mi fossi. E di ciò permettete che vi ringrazi, o

signore, poichè, sebbene per me non avessi nulla a temere, la mia

dignità di donna era tuttavia a repentaglio, nel trovarmi sola, di

notte, e inseguita a quel modo!... Ah, mio Dio? rabbrividisco al solo

pensarvi.

--Avete ragione, signora,--disse Roberto, com'ella ebbe finito il suo

discorso,--avete ragione. Una donna sola, di notte, e così bella, come

voi.... Ma perchè siete voi così bella?--

E uscendo in questa esclamazione, improvvisa, Roberto Fenoglio mandò

un lungo sospiro.

--Che cosa avete?--domandò ella a sua volta.

--_A-ing-fo-hi_!--rispose egli sospirando da capo.

--E che cosa vuol dire quest'altra frase?

--Vuol dire, o signora.... Ma anzitutto, mi promettete di non andar in

collera?

--Ve lo prometto, purchè non mi diciate

complimenti.

--Oh, saranno verità sacrosante: vi dirò quello che sento e nulla più.

Sapete voi che cosa avvenga allo zolfo quando un raggio di sole,

attraversando il fuoco di una lente, viene a percuotergli sopra?

--Credo che si accenda, ma non potrei giurarlo, perchè non m'intendo

di fisica.

--Oh, giuratelo, signora mia, giuratelo pure! Cotesto è avvenuto a me,

dacchè voi siete entrata qui, cioè, mi spiego, da quando io mi sono

svegliato. Voi siete il raggio di sole; l'occasione bizzarra che vi ha

condotto qui è la lente; lo zolfo infine sono io, Roberto Fenoglio,

avvocato, e scapolo per giunta. Siete nubile voi?

--No, signore.

--Ah! c'è un marito!...

--Neppure; egli c'è stato.

--Siete vedova, dunque! Vedova! oh dolce nome! siete vedova, e siete

bella! Ma tutto ciò è un sogno.... Abbandonarsi all'ignoto! lasciar

operare il caso!... L'ignoto è venuto, il caso ha operato un miracolo!

--Che dite voi ora?

--Lasciatemi dire, o signora; parlo col mio angelo custode. Non

credete che io ci abbia un angelo custode? È lui che vi ha condotta

quassù: consentite che io adori in voi i decreti della divina

Provvidenza. E l'esservi voi dichiarata mia moglie non è forse una

voce del cielo? La vocazione di Abramo è stata determinata da assai

più lievi cagioni. Insomma, o signora, vengo difilato alla conclusione

del mio discorso, che vi sarà parso sconclusionato; ma io m'intendo e

basta. Che direste voi di un uomo non vecchio, nè al tutto sgradevole,

e con ventimila lire di entrata senza contare uno zio materno,

decrepito, senza figli, e con mezzo milione?

--Direi,--rispose la signora che sapea stare alla celia,--ch'egli è un

uomo fortunato.

--Non mi avete inteso; mi spiegherò meglio. Che direste di quest'uomo,

se egli vi proferisse la mano, dopo avervi umilmente chiesto la

vostra?

--Direi ch'egli è un bel pazzo, a concepire di così fatti disegni e

più pazzo ancora a dirli a me, la prima volta che egli mi vede, e in

una somigliante occasione.--

Roberto Fenoglio chinò il capo e lasciò cader le mani penzoloni lungo

i braccioli della scranna sulla quale era venuto a sedersi per

cominciare il suo dialogo.

--Tutte così, le donne!--esclamò egli, sospirando.

--Tutte così, voi dite? e perchè di grazia?

--Perchè?--ripetè con accento di amarezza Roberto Fenoglio.--Voi mi

chiedete ancora il perchè! Perchè esse si dilettano a tormentare il

cuore di un uomo, lo girano e rigirano per tutti i versi, scherzandovi

su colle loro unghie feline che lacerano dovunque toccano e fanno

spicciare il sangue. Dite loro: _vi amo_, lo dite con tutta la

sincerità dell'anima vostra, ed elleno vi ridono sul viso con aria

d'incredulità. Per esse l'amore non esiste che allo stato di

vecchiezza; lo fanno nascere dalla consuetudine, vi negano ch'e' possa

essere il risultato di una commozione subitanea. L'amore per gradi;

che bella cosa! Ma qual è, dopo quant'altri gradi incomincia quello in

cui si può dire _vi amo_ ed esser creduti? Io mi ribello, o signora,

contro questa falsa teorica. Voi stessa, che la lodate palesemente,

non ne credete in cuor vostro una jota. Ma essa vi torna acconcia per

guadagnar tempo, per pigliarvi diletto dei nostri tormenti... Orvia,

signora, non crollate la vostra testolina a quel modo! Lasciatevi dire

la verità da un uomo che riceve per la prima volta la scossa

elettrica! Io non ho amato mai, sebbene molte fiate siasi potuto

argomentare il contrario, da certe vaghe apparenze. Questo affetto che

io vi confesso candidamente ora, è già padrone di me. Se la cosa

dovesse procedere diversamente, se io dovessi innamorarmi di voi a

gradi, a gradi, avreste ragione a non usarmi misericordia, perchè io

sarei un uomo da nulla. Come è nato questo amore? Non lo so. La novità

del caso era fatta piuttosto per ispirarmi la diffidenza; ma non ne fu

nulla. Se debbo confessarvi un mio sospetto, vi dirò che vi ho amato

in quel momento che avete posto il vostro braccio sotto il mio. In

quella dolce pressione che volea dirmi: _salvatemi_! io ne ho sentito

un'altra che diceva: _amatemi_. Ho inteso la vostra preghiera, ho

accettato il vostro comando; perchè una corrente elettrica mi ha

signoreggiato ad un tratto. E subito, comunque turbato, ho messo ogni

mia virtù a tornarvi utile. Chi, se non il cuore, mi ha detto allora

che voi eravate una gentildonna? Sì, una gentildonna; questa

persuasione si è trasfusa a quel contatto in tutto l'esser mio, ed io

non ho sospettato di sapere il vostro nome per obbedirvi, come non lo

chiedo ora, innanzi di confessarvi che vi amo. E adesso ridete pure,

ridete liberamente di me!

--Perchè riderei?--chiese la sconosciuta, con piglio soave.--A

schietto parlare schietta risposta. Che cosa direste voi di una donna,

la quale, alle prime parole di un uomo che ella vede per la prima

volta, gli rispondesse: vi credo, e accettasse di grand'animo l'amor

suo?

--Direi che ella è una donna superiore a tutte le altre, o, per rubare

una sua magnifica frase al divino Petrarca, «_colei che sola a me par

donna_.»

--No, signor Fenoglio, non lo direste, o, dicendolo, non lo

pensereste. Se questa donna non conosce ancora quest'uomo....

--Ma neppure io, o signora, conoscevo voi, e tuttavia....

Una notte bizzarra · 第 1 / 3 段