D. M. S.

IOHANNES IACET HIC MIRANDULA CAETERA NOR[=U]T

ET TAGUS ET GANGES FORSAN ET ANTIPODES

OB. AN. SAL. MCCCCLXXXXIIII. VIX. AN. XXXII.

HIERONIMUS BENIVIENUS NE DISIUNCTUS POST

MORTEM LOCUS OSSA SEPARET QUOR. ANIMAS

IN VITA CONIUNXIT AMOR HOC HUMO

SUPPOSITA PONI CURAVIT

In un’altra lapide, sottoposta alla prima, si trova quella del

Poliziano.

POLITIANUS

IN HOC TUMULO IACET

ANGELUS UNUM

QUI CAPUT ET LINGUAS

RES NOVA TRES HABUIT

OBIIT AN. MCCCCLXXXXIV

SEP. XXIV — AETATIS

XL.

[255] Per questa sua lunga esitazione, il Savonarola dubitò un momento

della salvezza del suo amico, quasi avesse voluto resistere alla voce

del Signore che lo chiamava. Ma poi ebbe una visione, nella quale gli

parve di vederlo portato in cielo dagli angeli, e con ciò si credette

assicurato che egli fosse andato in purgatorio, e lo disse dal pergamo

al popolo. Vedi nelle _Prediche sopra Aggeo_, il fine della predica

sesta.

[256] La ringhiera stava sulla facciata del Palazzo, dove ora si

trovano il Marzocco e le scale esterne.

[257] Parenti, _Storia di Firenze_, vol. I, fol. 63.

[258] _Lex Parlamenti anni Domini 1494, die vero 11 decembris._

Parlando degli Accoppiatori, dice così: «E’ quali Venti così electi

s’intendino essere et siano Accoppiatori per un anno proximo futuro.

E’ quali per decto anno habbino auctorità d’imborsare la Signoria et

Gonfaloniere di giustizia et loro notaio.... Et che per da hora, per la

presente provvisione, pel numero de’ cinque Accoppiatori ne tocca al

quartiere di S. M. Novella, s’intenda essere et sia electo, et etiam

per Accoppiatore et secretario a qualunque squittinio s’ha affare,

come di socto si dirà, lo spectabile huomo Francesco di Martino dello

Scarfa al presente Magnifico Gonfaloniere di Giustizia; et che etiamdio

de 20 Accoppiatori così electi per essere Accoppiatori, non habbino

divieto a essere Gonfaloniere di giustizia...» Questa provvisione,

cavata da un volume miscellaneo è incompiuta. Vedi nell’Archivio delle

riformagioni _Registro di Parlamento, o sieno leggi del Consiglio

Maggiore_ (sic), _1452-97_ (nell’antico ordinamento era segnato cl.

II, 27.) Il Rinuccini, nei suoi _Ricordi Storici_, dice: «I Signori

vennono in sulla ringhiera, e quivi feciono leggere una petizione,

che conteneva fra l’altre cose il fare li Otto di balía a mano, per

una volta; e che le borse dei tre maggiori uffici si tenessino a mano

e aperte, per un anno, per Venti Accoppiatori; e facessino Dieci di

libertà e pace per sei mesi; e privorono di ufficio li Otto di guardia

e balía che allora erano in uficio.» Ed il Nardi: «Venti cittadini

riformatori, i quali per vigore della legge fatta del parlamento, erano

stati creati con pienissima autorità e balía quanto avesse tutto il

popolo fiorentino. Per la deliberazione e l’autorità dei quali, durante

il tempo d’uno anno, si dovevano creare i principali magistrati; cioè

i Signori, i Gonfalonieri delle compagnie del popolo, e i dodici Buoni

Uomini; i quali magistrati, dal volgo particolarmente, si chiamano i

tre maggiori uffici, e tutti insieme il Collegio; e così il magistrato

dei Dieci della guerra, chiamati poi con migliore augurio i Dieci

di libertà e pace, e parimenti il magistrato degli Otto di guardia e

balía.» (Vol. I, p. 60).» — Stimiamo bene di spiegare in questo luogo

le parole: _imborsare, tenere le borse serrate, tenere le borse aperte_

e simili, che si trovano spesso nelle provvisioni e negli storici.

Nella elezione dei magistrati tenevansi generalmente due borse; una per

l’arte maggiore, l’altra per la minore: in esse mettevansi i nomi di

coloro che dovevano sedere in quei magistrati, secondo lo squittinio

fattone, e si chiamavano perciò _imborsati_ o _squittinati_. Lo

squittinio poteva farsi per sei mesi, per un anno, o anche per più.

Ogni volta, poi, che dovevano essere eletti i magistrati, si tiravano,

generalmente, _a sorte_ i nomi dalle borse, e questo si diceva _tenere

le borse serrate_; ma se, dopo fatto lo squittinio, davasi balía di

scegliere i magistrati ad arbitrio, o sia _tenere le borse aperte_, le

_borse a mano_, ciò voleva dire, che si potevano scegliere dalle borsa

i nomi che meglio piacessero, senza ricorrere alla sorte.

[259] Per queste notizie sul governo della Repubblica Fiorentina, vedi

Giannotti; Guicciardini, vol. II delle opere inedite; le storie del

Villani, Ammirato ec.; ma soprattutto gli Statuti e le Provvisioni

originali, che soli possono dare idee esatte sopra questa materia,

assai poco studiata.

[260] Il marchese Gino Capponi ha pubblicato la legge colla quale il

Magnifico istituì questo Consiglio, ed ha fatto con belle osservazioni

capire tutta l’importanza di questa tirannica istituzione. Vedi

_Archivio Storico_, vol. I.

[261] Il Guicciardini, nel suo _Reggimento di Firenze_, discorre

mirabilmente questa materia. Vedi pag. 282, e seg.

[262] Guicciardini, _ibidem_; Giannotti, _Della Repubblica Fiorentina_.

[263] Nardi, _Storia di Firenze_.

[264] Questa teoria è minutamente esposta dal Giannotti, e forma

la base e il fondamento dei suoi scritti politici; si trova nel

Machiavelli e nel Guicciardini (_Del Reggimento di Firenze_); ma più

comune assai era negli scritti e nel discorsi tenuti dai contemporanei

del Savonarola. Vedi il suo trattato sul _Reggimento di Firenze_.

[265] I due discorsi del Soderini e del Vespucci sono famosi nella

_Storia del Guicciardini_.

[266] Questa è l’opinione di tutti gli storici del tempo, e

specialmente del Guicciardini, nel suo _Reggimento di Firenze_ e nella

_Storia inedita di Firenze_.

[267] »Facevano lunghissime dispute infra di loro, stando alle volte

infino alle cinque ore di notte o sei.» Burlamacchi, p. 67.

[268] L’università istituita da Lorenzo dei Medici, trovavasi allora

chiusa per la rivoluzione di Pisa; e le sue rendite potevano perciò

spendersi altrimenti. Nessun uso, certamente, ne sarebbe stato in quel

tempo migliore, che darle ai poveri.

[269] Predica VII _sopra Aggeo_.

[270] Predica VIII, idem.

[271] Predica XIII, idem.

[272] Queste idee si trovano pienamente espresse nel trattato _De

Regimine principum_; ed erano diffuse tra i politici fiorentini al

tempo del Savonarola. Il Ficino le aveva adottate, e nel Guicciardini

se ne trova ancora qualche traccia visibile (Vedi il suo _Dialogo

sul reggimento di Firenze_). Il Savonarola poi le espresse anche più

estesamente nel suo _Trattato circa il reggimento di Firenze_.

[273] Parte di queste parole aveva già dette anche in altre prediche di

questo avvento; come, per esempio, l’ottava.

[274] Questo era stato un famoso detto di Cosimo il Vecchio, il quale

soleva dire ancora: _Che due canne di panno rosato fanno un uomo

dabbene_.

[275] Vedi tutta la Predica XIII. Nelle prediche antecedenti aveva già

detto qualche cosa di politica; ma nella XIII entrò addirittura nel

soggetto, discutendolo minutamente in ogni parte.

[276] Predica XIII.

[277] Burlamacchi. Il Violi, citato dal Barsanti (pag. 86), dice nella

sua Giornata XI: «Trattandosi de’ modi del nuovo reggimento, lui (il

Savonarola), con più altri religiosi (di S. Marco), fu ricercato a

disputare e consigliare qual modo di governo fosse il migliore e più

appropriato della città, per conservare la libertà che nuovamente era

stata ricuperata; e fu accettata l’opinione di frate Hieronimo, che

meglio fosse il governo universale di tutti i cittadini, che di pochi o

di un capo solo, per tenere più la città e i suoi cittadini in pace: e

così fu fermato questo governo per migliore.»

[278] Vedremo come questo numero non era troppo largo, ma anzi assai

ristretto.

[279] Nella Predica XXIX _sopra Giobbe_, il Savonarola stesso ci dà

minuto ragguaglio di questa predica, che non si trova a stampa. Ne

discorre minutamente anche il Nardi che aggiunge poi queste parole:

«Credevasi in quel tempo che quest’uomo non s’intendesse molto della

vita attiva, ma discorresse universalmente secondo la morale, ma molto

più secondo la vera e cristiana filosofia. Circa la dottrina del quale,

se veramente fosse stato ascoltato, senza dubbio arebbe disposto gli

animi de’ nostri cittadini a ricevere la forma d’ogni buono e santo

governo. Le quali tutte cose, però, avendo egli predicate e più altre

volte confortate, finalmente furono fatte e deliberate, dopo molte

difficoltà e contradizione.» Vedi pag. 58-60; Firenze 1857.

[280] «Avrebbe nel Consigli, ne’ quali non interveniva numero molto

grande di cittadini, potuto più quella sentenza, che tendeva alla

forma non tanto larga del governo, se nella deliberazione degli uomini

non fosse stata mescolata l’autorità divina, per la bocca di Girolamo

Savonarola da Ferrara, frate dell’ordine dei predicatori. Costui...

in questo tempo, detestando pubblicamente la forma deliberata nel

Parlamento, affermava, la volontà di Dio essere che e’ s’ordinasse

un governo assolutamente popolare, e in modo che non avesse a essere

in podestà di pochi cittadini alterare nè la securtà nè la libertà

degli altri; talmente che, congiunta la riverenza di tanto nome al

desiderio di molti, non potettero quegli che sentivano altrimenti

resistere a tanta inclinazione.» Guicciardini, _Storia d’Italia_,

lib. II, pag. 164-65, ediz. del Rosini. Nella _Storia d’Italia_,

però, il Guicciardini non ardì esprimere tutte le sue idee intorno al

Savonarola, perchè scriveva in tempi contrari alla sua memoria. Nella

_Storia inedita di Firenze_, che egli forse non voleva pubblicare, si

vedrà il grandissimo conto che faceva del frate come uomo politico.

Ivi esso dice, che il Savonarola discorreva della politica non solo

per principii generali, ma veniva ai particolari, e pareva allora che

fosse nato e vissuto al reggimento degli Stati: dice anche che esso

coll’ardire e la moderazione salvò il nuovo governo dal pericolo di

rovinare in sul nascere.

[281] Quando la Signoria insieme con i Collegi, cogli altri magistrati

e con alcuni cittadini da essa richiesti (i quali perciò venivano

chiamati _Arroti_) si radunavano in consiglio per discutere; questo si

diceva tenere la _Pratica_. Dopo il 94, questa parola dinotava anche le

radunanze che la Signoria teneva semplicemente cogli altri magistrati

e col Consiglio degli Ottanta: e nei _Libri di Pratiche_ di quel

tempo, si trovano, più o meno imperfetti, i discorsi tenuti in queste

radunanze.

[282] Ecco come ne discorre il Pitti, nella sua _Apologia dei

Cappucci_, (pag. 277) pubblicata nell’_Archivio Storico_, vol. IV,

parte II: «Perchè, come sapete, noi aviamo tre spezie cittadini:

aggravezzati, statuali e benefiziati. Di questi tre, solo i benefiziati

sono ricevuti nel Consiglio Grande. Li statuali sono capaci di tutti

i magistrati, dentro e fuori della città, secondo le borse dove sono

messi per la elezione fattane dallo squittinio generale, avuto rispetto

alle qualità di ciascuno: e ogni volta che uno di costoro ascende ad

uno dei tre maggiori, acquista il _benefizio_ e diventa capace del gran

Consiglio. Li aggravezzati (cioè quelli che pagano imposta) non hanno

parte nei magistrati: ma godono solamente il privilegio di portare

arme, franchigia di certe gabelle ed alcune altre immunità, come i

veri cittadini. Il restante, poi, degli artefici abitatori della città,

restano tra la plebe, senza alcuna partecipazione della repubblica.»

[283] Il Giannotti, _Della Repubblica Fiorentina_, lib. II, cap. VII,

pag. 113-14 (della pregevole edizione curata dal sig. Polidori),

discorrendo dell’ufficio dei Collegi o Gonfalonieri di Compagnia,

discorre così: «Crebbe, poi, la sua riputazione quando, per certa

peste, non si trovando chi volesse stare nella città ed esercitare i

magistrati; fu fatta quella legge per la quale si toglieva a ciascuno

il potere ottener magistrati, l’avolo del quale non fosse stato veduto

o non avesse seduto in uno de’ tre maggiori uffizi...» E continua,

discorrendo de’ danni che questa nuova legge portava, e dell’autorità

che aveva data ai Medici; perchè «ciascuno cittadino ricorreva a loro

per averne alcuno (dei maggiori uffici); e non solamente cercava

d’essere egli imborsato e tratto, ma se aveva ancora figliuoli che

fossero eziandio in fascia, operava che fossero tratti; acciò che se

pure non avessero a sedere, fossero almeno di tali magistrati veduti.»

— Di qui si vede come _seduto_ era quello che teneva effettivamente il

magistrato; _veduto_, quello che lo aveva solo di nome. Nello scegliere

a sorte i magistrati, si tirava spesso uno per tenere l’ufficio e un

altro per esser solamente _veduto_.

[284] Zuccagni Orlandini, _Statistica della Toscana_.

[285] Rinuccini, _Ricordi Storici_, pag. 146.

[286] Contro quest’accusa di troppo democratico, parla il Pitti

nella sua _Apologia dei Cappucci_; ne parla anche distesamente il

Guicciardini, nel suo _Reggimento di Firenze_ e nella sua _Storia

inedita di Firenze_. Il Nardi ne discorre a lungo, non solo nella

_Storia_, ma ancora, e molto più, nei suoi _Discorsi_, che sono inediti

nella Riccardiana.

[287] «Chi tolse quella facultà, fu perchè i Consigli approvassino

le provvisioni, o ragionevoli o no, collo essere straccati; e

dessino giudicio col non udire mai se non una parte.» Guicciardini,

_Opere inedite_, vol. II, pag. 296. Si era cercato ogni modo perchè

la Signoria vincesse sempre il partito che proponeva: essa poteva

presentare una legge per un numero quasi infinito di volte nello stesso

giorno; e questo, acciò i Consigli, così stancati, l’approvassero.

Anche ora, la provvisione che stabiliva il Consiglio Maggiore,

decretava che la Signoria vi potesse mandare a partito la medesima

legge sino a 28 volte, sei volte per dì! — Questa provvisione, e tutte

le altre che si accennano, vedile nell’_Archivio delle Riformagioni;

Libri di provvisioni_ anni 1494-98.

[288] Questa provvisione fu votata il 22 dicembre, nel Consiglio del

Popolo, con 229 fave nere contro 35 bianche; ed il 23, in quello del

Comune, con 195 contro 16. _Archivio delle Riformagioni_.

[289] Nel Consiglio del Popolo ebbe 203 fave nere contro due

sole bianche; in quello del Comune, 166 contro 9. _Archivio delle

Riformagioni_.

[290] Rinuccini, pag. 146; Arch. delle Riformagioni, _Lib. di

Provvisioni_.

[291] Vedi le prediche _sopra Aggeo_, e fra le altre la XIII.

[292] _Prediche sopra Amos_; in quella del martedì dopo la Pasqua.

[293] Questa materia fu pienamente trattata nella pregevole opera del

Pagnini, _sulla Decima_. Ivi sono ancora pubblicate le provvisioni che

decretano la nuova imposta. L’uffizio della Decima esiste tuttora;

i suoi registri si chiamano _libri della Decima_, ed il primo è del

1494-98. Ci volle però del tempo, prima che le disposizioni della nuova

legge si potessero mettere ad effetto; ed il permesso d’imporre i beni

ecclesiastici non si ebbe che nel 1516.

[294] La Signoria, mescolandosi, come abbiam detto, in ogni cosa,

poteva fare il medesimo in questo; ma l’ufficio ne era propriamente

devoluto agli Otto.

[295] E tale fu sempre l’opinione dei politici fiorentini; come

si può vedere nel Giannotti, _Della Repubblica Fiorentina_; e nel

Guicciardini, _Del Reggimento di Firenze_.

[296] _Prediche sui Salmi_. Nota che queste prediche furono dal

Savonarola cominciate il 6 gennaio 1495 (stile nuovo), e ne fece otto;

dopo di che, arrivato alla quaresima, predicò _sopra Giobbe_. Finita

la quaresima, riprese, il primo di maggio, le prediche sui Salmi; ed

andò sino al 28 di luglio, facendone così in tutto, fra le prime e

le seconde, ventinove. Le prime otto vanno, perciò, esaminate come

un seguito dell’Avvento _sopra Aggeo_, e serbano lo stesso carattere;

mentre le altre ventuna sono il seguito del quaresimale _sopra Giobbe_.

[297] Predica I, _sui Salmi_.

[298] Ibidem.

[299] Predica II, _sui Salmi_.

[300] _Archivio delle Riformagioni_.

[301] _Archivio delle Riformagioni_. Vedi la stessa Provvisione.

[302] _Archivio delle Riformagioni_. Era segnato nell’antico

ordinamento: Cl. II, nº 137. Alcune di queste miscellanee di frammenti

diversi furono per noi preziosissime; perchè, dopo averne ricercate

molte, trovammo documenti che illustrarono punti oscuri o male intesi

della nostra istoria.

[303] Questa era quasi un’ironia; ed un rimprovero a quelli che,

violando la legge, s’erano permesso di esprimere un voto, in parte

solamente, contrario alla proposta della Signoria.

[304] Allora non si era ancora radunato il Concilio di Trento, ed era

fresca la memoria del Concilio di Costanza: la dottrina che dal Papa

si potesse appellare al Concilio, non era stata condannata dalla Chiesa

romana.

[305] Questi discorsi si trovano tutti nel _Frammento di Pratica_

più sopra citato: _Archivio delle Riformagioni_. Abbiamo cercato di

esser fedelissimi nel riportarne il senso, e quasi le parole stesse;

traducendole però, dal latino in cui que’ discorsi furono scritti dal

notaio, nell’italiano in cui furono pronunziati dagli oratori.

[306] Vedi, _Archivio delle Riformagioni_. Negli Ottanta, entrandovi

la Signoria, i Collegi ec., il numero passava la cifra che il suo nome

parrebbe indicare.

[307] Bisogna dire che gli scrittori contemporanei si tacciono su

questa materia, o esprimono la sentenza contraria al Savonarola,

come una voce contraddetta. Nel cinquecento, però, i nemici del

frate sostennero quella voce, e la fecero credere anche a molti che

erano amici alla sua memoria. Così noi troviamo che il Guicciardini,

_Reggimento di Firenze_, pag. 165, fa dire al del Nero, che va parlando

degli Otto di Guardia e Balía: «E vi aggiugnerei quello che io intendo

che questo frate propone; cioè, che da ogni condannazione che facessino

a alcuno cittadino per conto di Stato, e non per altra causa, vi fussi

lo appello; non del Consiglio Grande, come propone lui, ma al Senato

(_al margine del MS., l’autore aggiunge_: parrebbe forse meglio questo

appello alla Quarantía), dove avesse a venire il magistrato che lo

condannassi, a difendere la sentenza sua.» E senza avvedersene, egli

sostiene quella che era appunto l’opinione del Savonarola, come fuor di

dubbio apparisce dalle sue prediche. — Il Machiavelli, che è anche più

esplicito nell’accusare il frate di questa legge, dice così: «Essendo

Firenze, dopo il novantaquattro, stata riordinata nel suo stato con

l’aiuto di frate Girolamo Savonarola, gli scritti del quale mostrano la

dottrina, la prudenza, la virtù dell’animo suo; ed avendo, tra l’altre

costituzioni, per assicurare i cittadini, fatto fare una legge, che si

poteva appellare al popolo dalle sentenze che per cose di Stato, gli

Otto e la Signoria dessero; la qual legge persuase più tempo, e con

difficoltà grandissima ottenne, ec.» (_Discorsi_, lib. I, cap. 45.)

Questa opinione del Machiavelli e degli altri scrittori, mentre non può

contrastare all’evidenza stessa dei fatti, prova da un altro lato, che

la parte avuta dal Savonarola nella formazione del nuovo governo, dovè

essere tanto grande, da farlo credere autore anche di quelle leggi che

egli aveva disapprovate.

[308] Vedi le _Prediche sopra Aggeo_, e le _Prediche sopra i Salmi_.

[309] In questo modo si ricorreva sempre a lui, che voleva esser

giudice e padrone di tutto.

[310] Vedi gli Statuti fiorentini, pubblicati nel 1778, colla data di

Friburgo, in tre volumi.

[311] _Archivio delle Riformagioni_. Vedi la provvisione del 20

aprile 1498, che, nel ristabilire il Potestà e il Capitano del popolo,

discorre di ciò.

[312] Vedi le _Prediche sopra Aggeo_, e quelle _sopra i Salmi_. Vedi

anche le _Prediche sopra Rut e Michea_, fatte nelle feste del 96, e

principalmente quella del 3 di luglio.

[313] Ibidem.

[314] Il 30 aprile 1498, si volle tornare al Potestà e Capitano del

popolo (vedi la provvisione nell’_Archivio delle Riformagioni_); ma nel

1502, fu seguito il consiglio del Savonarola, e si creò la _Ruota_.

[315] L’antico statuto era stato compilato nel 1393.

[316] Nella Magliabechiana, cl. XXIX, cod. 143, si trova un’antica

copia del nuovo statuto; e innanzi ad esso la provvisione sopra

riportata.

[317] Burlamacchi, _Vita_ ec.

[318] Vedi la Provvisione nell’_Archivio delle Riformagioni_.

[319] Ecco come doveva, secondo la stessa Provvisione, eleggersi

la Signoria. Radunato il Consiglio Maggiore, si tiravano a sorte 96

elezionari, cioè 24 per quartiere. Ognuno di essi ne nominava uno del

suo quartiere, e i 96 in questo modo scelti, andavano a partito per

essere dei Signori. Fra quelli che ottenevano più della metà dei voti,

se ne sceglievano 8 (cioè due per quartiere), e s’imborsavano nella

borsa generale, mettendosi il più vecchio nel _borsellino_. Per ognuno,

poi, dei Signori effettivi, s’imborsavano _per rispetto_, cioè per

essere _veduti_, due di quelli che avevano ottenuto più fave, purchè

fossero giunti al di sopra della metà. — Quanto al _borsellino_, pare

che vi si mettesse il più vecchio, perchè a lui toccava cominciare a

fare il _Proposto_; ufficio che andava in giro ogni giorno ad uno dei

Signori.

Pel Gonfaloniere, poi, si traevano 20 elezionari: ognuno dei primi 10

ne eleggeva due, uno per _sedere_ gonfaloniere, l’altro per essere

_veduto_: i secondi 10 ne sceglievano ciascuno altri due; uno per

gonfaloniere, l’altro per notaio. Se ne avevano così 20, scelti per

creare il gonfaloniere: si squittinavano, e quello che aveva più

fave, purchè più della metà, era imborsato per gonfaloniere; i due che

venivano appresso, _per rispetto_, o sia per essere _veduti_. Vedi la

medesima Provvisione. — _Archivio delle Riformagioni_.

[320] Ecco, fra gli altri, come ne discorre il Guicciardini ne’ suoi

_Discorsi_ (_Opere inedite_, vol. II, pag. 299): «A tenere saldo

questo modo di governo, è necessario tenere salda la legge del non fare

parlamento, il quale solo è facile a dissolvere il vivere popolare;....

e non è altro che, col terrore delle armi e colla forza, costringere

il popolo a acconsentire a tutto quello che ei propongono; e dare

ad intendere che quello che è fatto, sia fatto per volontà e modo di

tutti.»

[321] _Prediche sui Salmi_, Predica XXVI, fatta il giorno 28 luglio.

[322] Vedi la provvisione nell’_Archivio delle Riformagioni_. Poco

dipoi, il Savonarola fece, nella sala del Consiglio Maggiore, scrivere

a lettere maiuscole i versi che seguono:

Se questo popolar consiglio e certo

Governo, popol, della tua cittate

Conservi, che da Dio t’è stato offerto,

In pace starai sempre e ’n libertate.

Tien, dunque, l’occhio dalla mente aperto,

Chè molte insidie ognor ti fien parate;

E sappi che chi vuol far parlamento,

Vuol torti delle mani il reggimento.

[323] _Prediche sopra Amos_, martedì dopo la Pasqua.

[324] Questo non è calcolo esagerato di storici; ma è detto nella

stessa Provvisione che decreta il Monte di Pietà.

[325] Il Parenti, _Storia di Firenze_, racconta questi fatti, e

aggiunge che la gente più culta era in favore degli Ebrei.

[326] _Archivio delle Riformagioni_. Queste Provvisioni che riguardano

il Monte, si trovano pubblicate nel Passerini, _Storia degli

Stabilimenti di Beneficenza in Firenze_. L’autore, però, è caduto

in errore quando ha detto essere falso che il Savonarola favorisse

il Monte di Pietà; che egli, anzi, l’oppugnasse, perchè promosso dai

Frati Minori, suoi nemici. Questa opinione è combattuta non solo dalla

concorde opinione di tutti gli storici e biografi del Savonarola, ma

anche da tutto ciò che il Frate disse pubblicamente sul pergamo.

[327] _Prediche sopra Amos_, predica XXI.

[328] _Archivio delle Riformagioni._

[329] Questa statua avea appartenuto ai Medici; e dopo la rovina della

repubblica, essi la posero sotto alla loggia dei Lanzi, ove ora si

trova colla medesima iscrizione repubblicana. Si vuole da alcuni,

che quando, sotto alla stessa loggia, venne posto il capolavoro del

Cellini, rappresentante Perseo che taglia la testa a Medusa, si fosse

voluto simboleggiare, in risposta, la tirannide risorta, che ammazza la

repubblica.

[330] Ecco in qual modo, il 1º di aprile 1495, il Savonarola stesso

parlava della mutazione del nuovo governo, e delle principali leggi da

lui ordinate: «Vedendo appropinquare la mutazione del nuovo governo, e

considerando che non poteva essere senza scandalo e grande effusione

di sangue;... deliberai, inspirato da Dio, di cominciare a predicare

ed esortare il popolo a penitenzia, acciocchè conseguissi da Dio

misericordia. Ed il dì di San Matteo Apostolo, cioè a dì 21 settembre

94, cominciai; e, con quante forze mi dette Iddio, esortai il popolo

a confessarsi, e digiunare, ed orare. Le quali cose avendo fatte

volentieri, la bontà di Dio commutò la giustizia in misericordia;

ed a dì 11 novembre, mutossi lo Stato e governo, miracolosamente,

senza sangue e senza alcun altro scandalo nella vostra città. Avendo,

dunque, tu, popolo fiorentino, a pigliare nuovo governo; ti convocai,

escluse le donne, nella chiesa maggiore, presenti i Magnifici Signori

e gli altri magistrati della tua città: e dopo molte cose dette del

buon governo delle cittade secondo la dottrina delli filosofi e delli

sacri teologi, ti dimostrai quale era il governo naturale del popolo

fiorentino; e, dipoi, continuando la predicazione, ti proposi quattro

cose che tu dovevi fare. — La prima: temere Iddio. — La seconda: amare

il ben comune della città, e quello cercare più che il proprio. — La

terza: far pace universale tra te e quelli che ti avevano governato pel

passato; aggiungendo a questo, lo appello delle sei fave.» Predica 29,

di quelle sopra Giobbe. Nota che questa predica veniva fatta quando

già la nuova legge dell’appello era decretata; e che tanto qui come

altrove, il Savonarola dice sempre di aver consigliato l’appello delle

sei fave; non mai quello delle sei fave al Consiglio Maggiore.

[331] Le Provvisioni antecedenti al 94 sono, infatti, latine; quelle

dopo la cacciata dei Medici, cominciano subito ad essere italiane.

Così, dopo la metà del 1495, anche lo straccetto dei discorsi che si

tennero nelle Pratiche, si trova scritto in italiano: più tardi ritorna

in campo il latino.

[332] Vedi la nota in fine del capitolo.

[333] Predica XXIII, _sopra Aggeo_.

[334] Predica XIX, _sopra Aggeo_.

[335] _Compendium Revelationum._

[336] Il Comines, come abbiamo più sopra notato e come diremo ancora

più basso, erasi persuaso da ciò, che il Savonarola fosse un vero

profeta; e nelle sue _Memorie_, piene d’una continua ammirazione per

lui, ripete sempre «Egli ha predetto la venuta del re quando niuno

vi pensava; gli ha, poi, scritto ed ha detto a me stesso cose che

niuno ha credute, e che si sono tutte verificate.» Il Nardi, ed un

numero infinito d’altri contemporanei, dettero al Savonarola il nome

di profeta; ed il Machiavelli stesso, il quale, come abbiam visto,

non era di quelli che meglio comprendessero o più imparzialmente

giudicassero il Savonarola, non ardì mai di negare o anche mettere

in dubbio le sue profezie, «perchè d’un tanto uomo se ne deve parlare

con reverenza;» aggiungendo che infiniti vi credevano, «perchè la vita

sua, la dottrina, il soggetto che prese, erano sufficienti a fargli

prestar fede.» _Discorsi sulle Deche_, lib. I, cap. XI, pag. 52; Italia

1813. Il Guicciardini, che è forse quello che meglio di tutti lo ha

giudicato, rimane incerto su questo punto della profezia, e dice: «Io

aspetto dal tempo la risoluzione di questi dubbi; ma se il Savonarola

fu sincero, come la sua vita tutta santa farebbe credere, noi abbiamo

visto ai nostri tempi un profeta sommo; se egli non fu sincero, noi

abbiamo veduto un uomo grandissimo. Non sarebbe stato possibile fare le

cose che egli ha fatte, condurle con tanta arte, con tanta prudenza,

senza avere qualità straordinarie.» Guicciardini, _Storia inedita di

Firenze_. Quest’opera, non essendo ancora data alla luce, noi citiamo

solo di memoria, dopo una scorsa che ci è stato permesso di dare al

Ms. La sua pubblicazione, dai Conti Guicciardini affidata al signor

Canestrini, sarà di grandissima importanza.

[337] Questo fatto risulta ora evidente, ed è messo fuor d’ogni dubbio

dalla scoperta che noi facemmo del secondo processo del Savonarola, e

del processi di Frà Salvestro e Frà Domenico. Frà Salvestro descrive

le sue visioni, e confessa esplicitamente che i medici le facevano

risultare da una malattia; aggiunge, che quando gli furono, a cagione

d’un’altra malattia, cavate otto libbre di sangue, le visioni scemarono

ad un tratto. La confessione di Frà Domenico viene a riconfermare tutto

quello che dice Frà Salvestro. Le parole di quest’ultimo trovano anche

nuova conferma nelle deposizioni del testimoni. Vedi _Appendice_.

[338] Solo la lettura dei _processi_ più sopra citati, può dimostrare

pienamente la verità di ciò che noi diciamo. Frà Domenico confessa che

egli ed il Savonarola prestavano tanta fede alle parole del Maruffi,

che, una o due volte, dettero per viste da loro certe visioni che il

Maruffi diceva avere avute dagli angeli, onde ripeterle ai suoi due

compagni, che dovevano raccontarle al popolo come avvenute a loro.

E Frà Domenico, presso alla morte, si sforza di provare che ciò era

permesso, anzi era d’obbligo, una volta che gli angeli lo volevano.

Vedi _Appendice: Processo di Fra Domenico da Pescia dell’ordine dei

predicatori, registrato per sua mano propria_. Questo importantissimo

documento fu da noi trovato nel codice riccardiano 2053 foglio CXXXI

retro, e seg. Esso prova luminosamente l’eroica fermezza d’animo

di Frà Domenico; il quale, mentre manifesta con grande ingenuità la

propria superstizione e quella del Savonarola, viene implicitamente a

distruggere ogni dubbio che potesse muoversi sulla sincerità del loro

animo. Nel discorrere di questi processi, noi dobbiamo di continuo

rimandare il lettore all’_Appendice_, ove le nostre opinioni verranno

tutte dai nuovi documenti riconfermate; e non possiamo valerci d’una

recente pubblicazione fatta dall’Archivio di Firenze nel suo _Giornale

Storico_, perchè (siccome potrebbe averne una prova chiunque la

confrontasse col summenzionato codice), essa è parte apocrifa, parte

scorretta.

[339] Il Pico, nella sua _Vita Fr. H. Savonarolæ_, cap. V: «De divinis

citra velamen revelationibus, quarum particeps factus Hieronymus,

futuras predixit clades;» mostra assai bene come il Savonarola,

ragionando sulla Bibbia, venisse alle sue _Conclusioni_. Il Savonarola

stesso parla continuamente, in tutte le sue opere, di queste _ragioni

naturali_ che profetizzano il futuro, e più volte chiama la profezia

parte della sapienza: «Inter alias partes prudentiæ tres principales

ponuntur; videlicet: memoria præteritorum, intelligentia præsentium,

et previdentia futurorum.» _Expositio Abachuch prophetæ, per Fr.

Hieronymum de Ferrariâ_; opera inedita che sarà da noi pubblicata.

[340] Vedi _Compendium Revelationum; Dialogo della verità profetica;

Predica del 27 marzo 1496_ (fra quelle _sopra Amos_); _Prediche sopra

Giobbe_.

[341] _Prediche sopra Amos_, fol. 40, e altrove; Firenze 1497.

[342] _Epistola a certe divote persone_ ec., nel Quetif, vol. II, pag.

181; _Prediche sopra l’Esodo_, Firenze 1498, fol. 12.; _Prediche sopra

Amos_, fol. 39.

[343] Bisogna qui rendere giustizia al Rudelbach, che è stato il primo

a notare l’opposizione dei due principali concetti del Savonarola

intorno alla profezia. Egli appoggia la sua esposizione ad un esame

diligente delle opere dell’autore: ne cava, però, secondo il solito,

delle conseguenze al tutto arbitrarie. (Vedi nella sua biografia

un lunghissimo capitolo, intitolato: _Ueber die prophetische Gabe

und die Prophezeihungen Savonarolas_.) Dopo aver giustamente notata

la differenza di quei due concetti, vuole distruggere il primo ed

esagerare il secondo, per fare del Savonarola un profeta evangelico, in

un senso tutto protestante: in altri termini, il profeta della Riforma.

Egli lo mette in rapporto coll’Abate Gioacchino, con Santa Brigida e

Santa Caterina, che, secondo lui, son tutti, più o meno, profeti della

Riforma.

Il Meier, sebbene voglia anch’esso fare del Savonarola un protestante,

cerca temperare le esagerazioni del suo compatriotta, e conviene che

questi s’abbandona troppo ciecamente alla sua sbrigliata fantasia.

Nota, anch’egli, la differenza di quei due concetti nel Savonarola;

ma dopo, ne vuol distruggere l’uno, nascondere l’altro, e quasi

persuadersi che il Savonarola nè era nè si credeva profeta, ma solo

cercava colla Scrittura interpretar l’avvenire. Il Meier sembra non

avere un concetto abbastanza chiaro di ciò che vuol dimostrare; e

discorre questo argomento con tale freddezza, con sì poca decisione,

che non convince nè persuade, ma solamente annoia. Nondimeno, la

giustizia vuole che si renda a questi due tedeschi l’onore di essere

stati i primi ed i soli che abbiano studiato le opere profetiche del

Savonarola, ed abbiano compresa la necessità di trattare distesamente,

nella biografia del Frate, questo soggetto, e non saltarlo a piè pari,

come han fatto gli altri.

[344] _De veritate prophetica, Dialogus in lib. VIII_, S. L. A.

Un’altra edizione, colla data di Firenze 1497, porta per titolo: _De

veritate propheticâ, libri seu dialogi IX_. La differenza di esse

sta in ciò, che la seconda mette anche l’introduzione fra i dialoghi.

Una terza edizione fu fatta in italiano nello stesso anno 1497, e una

ristampa della medesima opera si vide a Venezia l’anno 1548.

[345] Fu pubblicato quasi contemporaneamente in latino ed in italiano:

_Compendium revelationum_ Impressit Florentiæ ser Franc. Bonaccorsius,

1495; V nonas mensis octobris. Lo stesso stampatore lo aveva pubblicato

in italiano il 18 agosto 1495, e dopo dodici giorni veniva ristampato

da ser Lorenzo Morgianni. Nel 1498 fu ristampato in latino, a Parigi ed

a Firenze; nel 1537 a Venezia, e nel 1674 di nuovo a Parigi, per cura

del Quetif.

Non solamente il Savonarola, ma la più parte de’ suoi seguaci hanno

lasciato dei trattati intorno alle sue profezie. Principali fra

questi furono il Benivieni nella _Lettera a Clemente VII_, nei vari

_Trattati_ in cui espone la dottrina del suo maestro; il Violi nelle

sue _Giornate_, di cui ci restano solo dei brani ed il compendio

fattone dal Razzi; Frà Benedetto ne parla in quasi tutte le sue opere,

ma più espressamente nel sopracitato MS. magliabechiano: _Secunda parte

delle profezie di Fra Girolamo_; e per non citarne un numero infinito,

Pico il giovane e tutti i biografi ne parlano distesamente. A questo

proposito, non vogliamo tralasciare un’osservazione, che può dare

maggiore conferma a tutto ciò che abbiamo detto in questo capitolo. Frà

Benedetto scrisse un’opera intitolata: _Fons vitæ_ (MS. magl., XXXV,

96), nella quale racconta una lunga serie di _rivelazioni o visioni_

da lui avute, che sono circa diciassette. Fra la quindicesima e la

sedicesima di esse, v’è un paragrafo intitolato: _Humilis excusatio

prophetæ_, nel quale dice: «Hæc autem scripsimus, non quia firmiter

vera esse credamus et quia sopniis fidem aliquam adhibeamus, sed

quia sopnia aliquando non sunt spernenda; quum, sicut patet clarum in

Scripturis, mulla sopnia revelationes fuerunt. Scripsimus, etiam, ut

cognoscamus an sint a naturâ an a Diabolo an a Deo; ut facta naturæ

adiscamus, et illusiones Demonum vitemus, et ut Divinam Bonitatem

cognoscamus et annumeremus. Obsecro omnes legentes, ut fidem certam

hiis do (forse deve dire _nec do_) nec dare decrevi, et sic protestor

ante Deum et homines, et sunt sicut si ista non sopniassem. Solus

Deus est, qui ab æterno novit, qui futura predicere possit. Et si

aliqua ista significare inveneris, non mireris quia ego peccator sim;

quum donum prophetis (teste sancto Thomâ) stat cum peccato mortali.

Hac etiam ratione non me justum et bonum existimes, quum ego infelix

peccator sum, et multorum sum conscius peccatorum.» — Certamente

è assai notevole che Frà Benedetto, dopo essersi chiamato profeta,

ci confessi ingenuamente di non saper dire se queste visioni siano

puramente sogni o rivelazioni, operazioni di natura o del diavolo.

Tanto è vero che nè il Savonarola nè i suoi seguaci s’erano fatto su

questa materia un concetto chiaro; e che essi erano assai inclinati a

pigliare per rivelazione tutte le illusioni e i sogni che avevano un

carattere religioso.

[346] Quetif., tomo II, p. 209.

[347] Nelle sue postille bibliche, nelle lettere alla madre, ai

fratelli, agli amici, egli esprime sempre le stesse idee sulla

importanza delle sue profezie: vi si trovano i medesimi principii, i

medesimi sentimenti e le contraddizioni stesse.

[348] Quest’ultimo fatto viene asserito dal De Thou. Vedi Libri,

_Histoire des sciences mathématiques_; Cardani, _De vitâ propriâ_.

Quanto al Porta, si potrà leggere ciò che ne dice il Libri e ciò che

egli medesimo scrive nella sua opera della _Magia_. Vedi anche: _Die

philosophische Weltanschauung der Reformationszeit_, von Carriere:

Stuttgart 1847.

[349] Questi medesimi nomi ebbero più tardi, al tempo cioè dell’Assedio

di Firenze (1527-30), un diverso significato. Piagnoni ed Arrabbiati

erano, allora, gli amici del governo popolare; ed il secondo nome

davasi più specialmente a quelli ch’erano più caldi nell’amore di quel

governo.

[350] «E chi amava il governo universale, desiderava che fosse da quel

Frate introdotto e favorito. Al che concorrevano molto volentieri gli

amici dello stato passato dei Medici, per assicurarsi dall’appetito

della vendetta degli avversari; al quale pericolo sarebbero stati

maggiormente sottoposti sotto il governo d’uno stato particolare,

se per mala sorte della nostra città un particolare nuovo reggimento

succeduto fosse.» Nardi, _Storia di Firenze_, ediz. Arbib, pag. 66.

Vedi il sunto delle _Giornate_ del Violi, nel Razzi; Cod. riccard.

2012.

[351] «Sì che tra i cittadini nacquero molti dispareri e contrarietà

dell’uno contro all’altro, e tra i grandi e tra i popolani: ma

le cagioni della diversità, dall’una parte e dall’altra, molto si

dissimulavano. Ma più scopertamente si cominciava ad oppugnare il

Frate, per la diversità delie opinioni che si tenevano delle profezie

di quello. Della credulità, non si vergognavano gli uomini di disputare

liberamente; come si sarebbero vergognati, in quel principio, di non

amare, o che si credesse ch’ei non amassero, più tosto quel governo

universale, che qualunque altro particolare.» Nardi, pag. 65. E

altrove: «Tuttavia, di questa forma di reggimento, non essendo ben

contenti molti dei principali cittadini, dissimulando però la vera

cagione (come più sopra abbiamo detto), oppugnavano astutamente il

sopradetto Frà Girolamo, come colui che n’era stato confortatore.»

Idem., pag. 88. Vedi anche il Violi.

[352] Nardi, pag. 82; Ammirato, _Storia di Firenze_, lib. XXVI.

[353] Burlamacchi, pag. 69 e seg.

[354] Burlamacchi, idem. Ecco in che modo il Ficino parlava del

Savonarola e delle sue predizioni: «Nonne, propter multa delicta,

postremum huic urbi, hoc autumno (settembre e ottobre 94), exitium

imminebat, nullâ prorsus hominum virtute vitandum? Non divina

clementia, Florentinis indulgentissima, integro ante hunc autumnum

quadriennio, nobis istud pronunciavit per virum sanctimoniâ

sapientiâque præstantem, Hieronymum ex ordine prædicatorum, _divinitus_

ad hoc electum? Nonne _præsagiis monitisque divinis_ per hunc impletis,

certissimum jam jam supra nostrum caput imminebat exitium, quod, nullâ

prorsus virtute nostrâ, sed præter spem mirabiliter vitavimus? _A

Domino factum est istud, et est mirabile in oculis nostris._ Reliquum

est, optime mi Johannes, ut deinceps salutaribus tanti viri consiliis

obsequentes, non solum ego atque tu, sed omnes etiam Florentini Deo

nobis clementissimo grati simus, et publicâ voce clamemus: Confirma

opus hoc, Deus, quod operatus es in nobis.» _Lettera_ a Giovanni

Cavalcanti, 12 dicembre 1494. Vedi Marsilii Ficini, _Opera_; Basilea,

vol. II, pag. 962.

[355] Burlamacchi, pag. 69 e seg.

[356] Predica XVIII, _sopra Aggeo_.

[357] Predica I, _sopra i Salmi_.

[358] Predica XXII, _sopra Aggeo_.

[359] _Prediche del Rev. P. Frate Hieronimo, fatte sopra diversi Salmi

e Scritture in S. M. del Fiore, cominciando il giorno della Epifania e

seguitando gli altri giorni festivi, raccolte per ser Lorenzo Violi_.

Firenze 1496, e Bologna, 1515. Come abbiamo già detto, le prime sette

di queste prediche fanno seguito a quelle _sopra Aggeo_; l’ottava

è indirizzata ad alcune suore e parla dei voti monastici; seguono

poi altre diciassette, che si possono considerare come continuazione

del Quaresimale _sopra Giobbe_. Questi sermoni sono assai lunghi e

formano un grosso volume; in fine del quale sono alcune prediche di

Frà Domenico da Pescia, a cui accenneremo più basso. Varie edizioni di

queste prediche sono mutilate: così quelle di Venezia 1517 e 1543.

[360] Predica II _sopra i Salmi_, fatta il dì 11 gennaio 1495 (stile

nuovo.)

[361] Ecco alcune di quelle parole: «Audite omnes habitatores terræ,

hæc dicit Dominus: Ego Dominus loquor in zelo sancto meo: ecce dies

veniet et gladium meum evaginabo super vos. Convertimini, ergo, ad

me antequam compleatur furor meus. Tunc enim, angustia superveniente,

requiretis pacem et non invenietis.»

[362] Predica _della Rinnovazione_. È la terza di quelle _sopra i

Salmi_, e fu anche stampata a parte.

[363] Il Nardi, il Pitti, il Violi ed altri raccontano più e più volte,

che i primi atti di Roma furono procurati dagli Arrabbiati e dal Moro.

[364] Predica V _sopra i Salmi_.

[365] Predica VI (fatta il 20 gennaio); Predica VII (25 gennaio).

[366] In data dell’8 gennaio 1495, avevano scritto all’ambasciatore:

«Sarà con questa una lettera alla Santità di nostro Signore, pregando

con essa che Frate Hieronimo da Ferrara, che è qui priore in S.

Marco, predichi questa quaresima prossima qui in Firenze, non ostante

qualunque commissione avessi di andare a predicare in Lucca. Ed affine

non scambiate le lettere, è scritto dappiè: — _pro Fr. Hieronymo_.

— Presentatela quanto prima possiate, e fate di ottenere uno brieve

diritto a Frate Hieronymo, che li commetti el predicare questo anno

qui, come è detto.» Archivio delle Riformagioni, _Lettere dei Dieci_.

Questa lettera trovasi pubblicata nel Meier, pag. 80, nota 2.

[367] «Della qual cosa (cioè del suo partire) per la maggior parte

degli uomini si prese grande alterazione, per ciò che e da’ magistrati

tutti e dagli uomini di buona mente si giudicava che le sue prediche

fossero molto utili alla correzione dei costumi, e necessarie a

pacificare insieme gli animi discordanti de’ mal disposti cittadini nel

principio di quel nuovo governo. Per la quale considerazione, per opera

e procaccio di molti suoi devoti, e massimamente dei Dieci di libertà e

pace, fu procurato che il papa rivocasse il sopradetto breve; e così fu

facilmente ottenuto.» Nardi, pag. 65.

[368] Di queste impressioni il Savonarola stesso parlò più tardi nelle

sue prediche.

[369] Prediche _sopra Giobbe_. Predica II.

[370] Predica III.

[371] Predica XIV.

[372] Predica XIII.

[373] Predica XII.

[374] Predica XVI _sopra Giobbe_.

[375] Predica XLV di quelle _sopra Giobbe_.

[376] «Tanto fu il dolore e il pianto che mi sopravvenne, ch’io

non potetti andare più oltre.» Così scrisse l’amanuense alla fine

dell’ultima predica, e di molte altre di quel quaresimale.

[377] Qui non istaremo a citare Burlamacchi, Pico, Barsanti, Frà

Benedetto e gli altri biografi: possiamo, invece, rimandare il lettore

a tutti gli storici del tempo, come Nardi Guicciardini, _Storia inedita

di Firenze_; ec. ec; ed alla stessa corrispondenza dei Dieci colla

Corte di Roma, pubblicata dal Padre Marchese.

[378] Burlamacchi, Marchese, ec.

[379] Padre Marchese, _Storia del convento di San Marco_.

[380] Frà Benedetto, _Cedrus Libani_, poemetto pubblicato dal Padre

Marchese nell’_Archivio Storico_.

[381] Tutta la Storia di questa conversione abbiamo cavata dalle parole

stesse di Frà Benedetto, nel _Cedrus Libani_. Volendo altre notizie

sulla sua vita, si può leggere ciò che ne dice il Padre Marchese, ne’

suoi _Scritti vari_.

[382] Guicciardini, Sismondi, Leo.

[383] Nardi, Guicciardini, Sismondi, Leo, Comines, ec.

[384] Sismondi, _Hist. des répub. ital._, chap. 95; e gli altri autori

più sopra citati.

[385] Ibidem.

[386] Così chiama il Comines la radunanza di gente che si faceva dalla

Lega.

[387] Diamo qualcuno dei molti brani nei quali il Comines parla del

Savonarola; perchè la sua autorità, come di forestiero e contemporaneo,

come uomo di grandissimo acume e che conobbe il Savonarola, deve aver

molto peso. «J’ay dit en quelque endroit de ceste matière d’Italie,

comme il y avoit un frère prescheur, renommé de fort saincte vie....

appelé frère Hieronyme, qui a dit beaucoup de choses avant qu’elles

fussent advenues, comme j’ay dit cy dessus, et tousiours avait soustenu

que le roy passeroit les monts.... _et disoit que le roy estoit esseu

de Dieu pour réformer l’Eglise par force, et chastier les tyrans_...

Sa vie estoit la plus belle du monde ainsi qu’il se pouvoit voir,

et ses sermons preschoient contre les vices, et a réduit en icelle

cité maintes gens à bien vivre, comme j’ay dit....» Parlando di ciò

che alcuni dicevano contro alle sue profezie, cioè che egli desse

per rivelazioni quel che sapeva in segreto dai cittadini, il Comines

risponde: «Je ne les veux point accuser ni excuser... mais il a dit

maintes choses vrayes que ceux de Florence n’eussent sceu luy avoir

dictes; mais touchant le roy et les maux qu’il dit luy devoir advenir,

luy est advenu ce que vous voyez; qui sont, premier, la mort de son

fils, puis la sienne, et ay veu des lettres qu’il escrivoit au dict

Seigneur.» Comines, _Mémoires_, liv. VIII, chap. XIX. Diamo anche

quest’altro brano, importante perchè si parla del dialogo dall’autore

avuto col Savonarola: «J’ay oublié à dire, que moy estant arrivé à

Florence, allant au devant du roy, allay visiter un frère prescheur,

appellé frère Hieronyme, demeurant à un couvent réformé; homme de

saincte vie, comme on disoit, qui quinze ans avoit demeuré au dit

lieu; et estoit avec moy un maistre d’hostel du roy, appellé Jean

François, sage homme. La cause de l’aller veoir, fut par ce qu’il avoit

tousiours presché en grande faveur du roy, et sa parole avoit gardé

les Florentins de tourner contre nous; car jamais prescheur n’eut tant

de crédit en cité. Il avoit tousiours asseuré la venue du roy (quelque

chose qu’on dist ne qu’on escrivist au contraire); _disant qu’il

estoit envoyé de Dieu pour chastier les tyrans d’Italie_, et que rien

ne pouvoit résister ne se deffendre contre lui. Avoit dit aussi qu’il

viendroit à Pise et qu’il y entreroit, et que ce jour mourroit l’estat

de Florence; et ainsi advint, car Pierre de Medicis fut chassé ce jour.

Et maintes autres choses avoit preschées avant qu’elles advinssent,

comme la mort de Laurent de Medicis; et aussi disoit publiquement

l’avoir par révélation, _et preschoit que l’estat de l’Eglise seroit

réformé à l’espée. Cela n’est pas encore advenu, mais il en fut bien

près, et encore le maintient_. Plusieurs le blasmoient de ce qu’il

disoit que Dieu luy avoit révélé, autres y adjustèrent foy: de ma part

je le répute bon homme. Aussi luy demandoy si le roy pourrait passer

sans peril de sa personne, veu la grande assemblée que faisoient les

Venitiens, de la quelle il scavoit mieux parler que moy qui en venoys.

Il me respondit qu’il aurait affaire en chemin, mais que l’honneur luy

demeureroit, et n’eust il que cent hommes en sa compagnie; et que Dieu

qui l’avoit conduit au venir, le conduiroit encore à son retour: _mais

pour ne s’estre bien acquitté à la réformation de l’Eglise, comme il

devoit, et pour avoir souffert que ses gens pillassent et desrobassent

ainsi le peuple, aussi bien ceux de son parti et que lui ouvroient

portes sans contrainte, comme les ennemis; que Dieu avoit donné une

sentence contre luy, et brief auroit un coup de fouet_. Mais que je

luy disse, que s’il vouloit avoir pitié du peuple, et délibérer en soy

de garder ses gens de mal faire, et les punir quand ils le feraient,

comme son office le requiert, que Dieu révoquerait sa sentence ou la

diminueroit; et qu’il ne pensast point estre excusé pour dire, je ne

fay nul mal. Et me dist que luy mesme iroit au devant du roy et lui

diroit; et ainsi le feit, et parla de la restitution des places des

Florentins. Il me cheut en pensée la mort de mon seigneur le Daulphin,

quand il parla de cette sentence de Dieu, car je ne voyois autre chose

que le Roy peut prendre à cœur; et dis encore cecy afin que mieux on

entende _que tout ce dit voyage fut vray mystère de Dieu_.» Liv. VII,

chap. II.

[388] Nardi, _Storia di Firenze_, ediz. Arbib., 1842, vol. I, pag.

75; Guicciardini, _Storia d’Italia_, ediz. Rosini, vol. I, pag. 129;

Giovio; Sismondi, _Hist. des répub. ital._, chap. 94; _Histoire des

Français_, tom. XV; Michelet, _Renaissance_.

[389] Sismondi, _Histoire des républ. ital._; Michelet, _Renaissance_;

Leo; Guicciardini; Nardi, ec. Gli storici francesi non sono meno

severi degl’italiani nel condannare la condotta di Carlo VIII verso la

repubblica fiorentina.

[390] Predica XVIII, _sopra i Salmi_.

[391] Era in data del 26 maggio 1485, e venne pubblicata con molti

errori ed alterazioni; tanto che il Savonarola stesso se ne dolse nella

predica del 28 luglio successivo: «Quella lettera che io scrissi al re

di Francia, è stata messa in stampa senza averlo io inteso, et e’ vi

sono di molti errori.» Una copia esatta se ne trova nella Riccardiana,

Cod. 2053. — Perchè sempre meglio si veda quanto fosse allora divulgata

e creduta l’idea che il viaggio di Carlo VIII era predestinato da

Dio, riportiamo alcuni versi d’una orazione di Marsilio Ficino allo

stesso re Carlo, «Veri namque simile est, Christianissimus Gallorum

regem a Christo mitti, et Carolum, præ cæteris insignem pietate regem,

christianâ pietate duci; præsertim cum iter opusque tantum eâ mente sis

aggressus, ut sanctam Jerusalem sævissimis barbaris occupatam, summo

humani generis Redemptori denique redimas.... Benedictus qui venit

in nomine Domini, Carolus charus nobis, excelsus, rex pacificus. Hæc

est dies quam fecit Dominus, exultemus et laetemur in eâ....» E così

continua il Ficino, con lodi sempre crescenti e più esagerate; le quali

nella bocca d’ogni uomo sarebbero biasimevoli: in quella poi di chi

si poteva chiamar creatura dei Medici, muovono sdegno. Vedi: _Oratio

Marsilii Ficini ad Carolum Magnum Gallorum regem. Ficini Opera_,

Basilea, vol. II. pag. 960.

[392] Tutti i biografi, ed il Nardi nella _Storia di Firenze_, parlano

di questo incontro. Ne parla anche il Comines (libro VII, cap. II), il

quale espone più volte il tenore delle lettere e dei discorsi che il

Savonarola faceva al re: e ci sarà condonato se riportiamo anche qui le

sue parole, vista la grande autorità dello scrittore, non molto letto

fra noi. Vedi lib. VII, cap. XIX: «Il a publiquement presché que le roy

retourneroit de rechef en Italie, _pour accomplir ceste commission que

Dieu luy avoit donnée, qui estoit de réformer l’Eglise à l’espée, de

chasser les tyrans d’Italie, et qu’au cas qu’il ne le feist, Dieu le

punirait cruellement_; et tous les sermons premiers et ceux de présent,

il les a fait imprimer, et se vendent. Cette menace qu’il faisoit au

roy, luy a plusieurs fois escrite le dicte Hieronyme, peu de temps

avant son trespas; et aussi le me dist de sa bouche Hieronyme, quand je

parlai a luy (qui fut en Italie), en me disant que la sentence estoit

contre le roy au ciel, en cas qu’il n’accomplist ce que Dieu luy avoit

ordonné...» Comines, _Mémoires_.

[393] Predica XXV, _sopra i Salmi_.

[394] Guicciardini, Nardi, Cerretani, Parenti, Comines, Sismondi, Leo,

Michelet.

[395] Vedi gli autori più sopra citati. Come poi i popolani fiorentini

si risentissero di quelle ingiurie francesi, si può vedere da queste

parole che si trovano nei _Ricordi Storici del Rinuccini_: «A dì 2

gennaio 1495 (stile fiorentino), venne la novella in Firenze, come uno

castellano francioso, che teneva la cittadella nuova per il barbaro

traditore e assassino Carlo VIII, indegnamente re di Francia, aveva

dato e consegnato detta cittadella a’ cittadini pisani, che allora

si reggevano in libertà; benchè più volte.... con giuramenti e doppi

capitoli, giurati in sulla pietra sacrata in sullo altare di S. M. del

Fiore, aveva promesso rendere ditta cittadella...; e con nove speranze

ci avesse tratto di mano, tra lui e li suoi assassini ministri, più che

fiorini trecento migliaia, fidandoci noi di sua dislealtà e perfidia;

più simile a tradimento che mai si udisse, mentre si narrano di Gano di

Maganza, che almanco non era re.»

[396] Archivio delle Riformagioni, _Provvisione del 15 ottobre 1495_.

[397] Ivi, _Provvisione del 26 novembre 1495_.

[398] Ivi, _Provvisione del 16 dicembre 1495_.

[399] Nardi, Guicciardini, Ammirato, Parenti, Cerretani, Sismondi, Leo,

ec.

[400] Il Pitti, nella sua _Storia di Firenze_, dice: «Perlochè

sbigottiti i nemici suoi (del Savonarola), si misero sotto, con più

effetto che mai, al Duca di Milano, il quale desideroso col favor

loro di restringere quello Stato, aveva fino all’anno 1495, a loro

istanza, per mezzo del Cardinal suo fratello, cavato brevi da Roma per

interdire la predica del Frate.» Vedi _Arch. Storico_, vol. I, pag.

50. — Il Nardi discorre assai spesso delle mene degli Arrabbiati. A

pag. 88, vol. I, egli dice: «Tuttavia di questa forma di governo non

essendo ben contenti molti dei principali cittadini, dissimulando però

la vera cagione (come già abbiamo detto) della poca contentezza loro,

oppugnavano astutamente il sopraddetto fra Girolamo, come colui che

n’era stato confortatore, intanto che, per opera d’alcuni cittadini

e di certi religiosi, il papa lo fece citare di nuovo a Roma ec.»

Le stesse cose dice, presso a poco, il Guicciardini nella _Storia

d’Italia_. Ma una lettera del Savonarola al Moro, e quelle delle spie

di quest’ultimo, mettono anche meglio in luce, come la persecuzione

che si faceva al frate era assai più politica che religiosa. Vedi

_Appendice_.

[401] Più basso avremo occasione di discorrere per minuto le trame del

Gennazzano.

[402] «Inter ceteros vineae Domini Sabaothis operarios, te plurimum

laborare, multorum relatu percepimus. De quo valde laetamur etc.»

[403] «Ut, quod placitum est Deo, melius per te cognoscentes, peragamus

etc.»

[404] Questo breve e la risposta del Savonarola, furono assai

scorrettamente e con molte lacune pubblicati dal Perrens. Noi, con

migliori codici, li restituiremo alla vera lezione. Vedi l’_Appendice_.

[405] Come Papa Clemente VII fece più tardi a Benedetto da Foiano,

frate di San Marco, che nell’Assedio di Firenze (1527-30), predicando

la dottrina del Savonarola, aveva incoraggiato il popolo alla difesa

della libertà. Andato a Roma, morì di fame in una carcere sotterranea

di Castel Sant’Angelo.

[406] _Prediche sui Salmi._ Predica XXIII (fatta il 24 giugno), XXIV (5

luglio), XXV (12 luglio).

[407] Qui ed altrove, il Savonarola riferisce a quel vizio che anche

oggi è punito in Inghilterra colla morte, e che era, allora, assai

sparso in Firenze.

[408] _Prediche sopra i Salmi_, predica fatta il 28 luglio.

[409] «Quum civitatem a non mediocri sanguinis effusione et a multis

aliis noxiis, meâ operâ. Dominus liberaverit et ad concordiam legesque

sanctas revocaverit, infesti facti sunt mihi, tam in civitate quam

extrâ, iniqui homines.»

[410] «Discessus meus maximæ jacturæ huic populo, et modicæ isthic

utilitatis foret.»

[411] «Dum hoc ceptum perficiatur opus, cuius gratiâ hæc impedimenta,

ne proficiscar, nutu divino accidisse, equidem certus sum.»

[412] Vedi l’_Appendice_.

[413] Il Savonarola, nella predica del 18 febbraio 1498, fece la storia

di tutti i brevi che vennero da Roma. Ivi, parlando di questa sua

risposta, dice: «Egli (il papa) accettò la escusazione molto bene.»

Vedi foglio 20-22, ediz. di Venezia 1540.

[414] Una delle sue prediche trovasi alla fine di quelle del Savonarola

_sopra i Salmi_, e porta la data del 29 settembre.

[415] «E poi, passato alcuni giorni, cioè uno mese e circa mezzo di uno

altro, perchè il breve predetto fu fatto circa il fine di luglio, venne

un altro breve fatto a dì 8 di settembre o circa, pieno di vituperi,

nel quale erano più che diciotto errori. E il primo era, che il breve

era iscritto al monasterio di Santa Croce; e così andava il breve a

Santa Croce, che volevano che andassi a San Marco. Dipoi diceva in

quel breve: _Quemdam Hieronymum Savonarolam_, cioè uno certo Gieronimo

Savonarola, come se non mi conoscesse; e non era ancora uno mese e

mezzo che mi aveva scritto così amorevolmente. Dipoi, ci era molte

altre bagattelle, che per onore non voglio dire qua: sì che tu vedi che

il Pontefice è stato circonvento, per tante mutazioni che tu vedi nelli

suoi brevi in sì poco tempo.» _Predica_ del 18 febbraio 1498, come

sopra.

[416] «Dipoi venne un altro breve, dicendo che io avevo seminato

dottrina da mettere zizania in ogni popolo pacifico, e molte altre cose

false; e però mi sospendeva dalla predica.» _Predica_ del 18 febbraio

1498. Noi non abbiamo questo breve, la cui esistenza vien dimostrata

non solo dalle parole stesse del Savonarola, ma anche dal silenzio che

egli serbò nei mesi seguenti, e dalle lettere dei magistrati Fiorentini

all’ambasciatore in Roma.

[417] Vedi nell’_Appendice_ la lettera a Frate Antonio di Olanda,

Priore di Prato. Questa breve lettera fu da noi ritrovata nella

Riccardiana.

[418] Padre Marchese, _Storia di San Marco_, pag. 225 e seg.; Raynald.

ad an. 1492. «Julianus Robureus, Card. S. Petri ad Vincula, in Gallias

aufugit, iram Alexandri veritus, cum celebrandum concilium œcumenicum

diceret, nimirum ad erigendam Ecclesiam a simoniacis conculcatam.»

Lo stesso cardinale, divenuto papa, mandò fuori, il 14 gennaio 1505,

una bolla che fece confermare dal Concilio lateranense, nella quale

dichiarava la elezione di Alessandro nulla, e da non potere essere

convalidata neppure dalla susseguente adorazione dei cardinali. Vedi

Padre Marchese, pag. 226, nota 1. Il Padre Marchese dice a questo

proposito: «che dopo la lunga e continua approvazione della Chiesa,

questa opinione non può essere accettata dai Cattolici; ma se essa

non chiuse al Cardinale della Rovere la via al papato, non doveva al

Savonarola aprire quella del martirio.»

[419] «Preschoit que l’estat de l’Eglise serait reformé à l’espée.

Cela n’est pas encore advenu, mais il en fut bien près, et encore le

maintient.» Comines, _Mémoires_ etc., liv. VIII, chap. II.

[420] Marchese, pag. 227; Guicciardini, lib. I, cap. IV; Rainaldo, ad

ann. 1495 nº 1.

[421] Dal processo del Savonarola apparisce, che il Cardinale gli aveva

qualche volta mandate parole d’incoraggiamento e di sprone.

[422] Queste lettere, finora sconosciute affatto, sono senza data: noi

le trovammo nella Riccardiana, e le daremo nell’_Appendice_.

[423] Carlo Orlando, morto il 10 ottobre 1495, nella età di tre anni.

[424] Vedi, fra le lettere pubblicate dal Padre Marchese, quella al

fratello Alberto, in data del 28 ottobre 1495.

[425] Questa lettera fu da noi trovata nella Magliabechiana, e il Padre

Marchese, pubblicandola nell’Appendice dell’_Archivio Storico_, nº 26,

ne discorre così: «Quando il tempo e gli uomini ci avessero involato

tutti gli scritti di Frà Girolamo Savonarola, quella lettera starebbe a

provare la forte e sincera pietà dell’animo suo.»

[426] Vedi la lettera, fra quelle pubblicate dal Padre Marchese.

[427] Questa processione carnevalesca, che fu la prima fatta dal

Savonarola, non trovasi menzionata nei biografi; ma la descrive

minutamente, in una sua lettera, Paolo de Somentiis _cancellarius_, il

quale ne ragguagliava il Moro, da cui era stato mandato a Firenze per

queste cose del Savonarola. Esso dice che i fanciulli arrivavano al

numero di 10,000! Vedi nell’_Appendice_.

[428] Di questi giuochi e di questa riforma dei fanciulli, parla a

lungo il Burlamacchi, pag. 104 e seg. Il Nardi, a questo proposito,

discorre così: «Tra l’altre cose, questa parve molto notabile,

che in quel tempo fu dismessa e lasciata volontariamente quella

stolta e bestiale consuetudine del giuoco de’ sassi, che ne’ giorni

carnevaleschi si usava di fare; tanto radicato per la sua antichità,

che eziandio dai severi spaventevoli bandi de’ magistrati non s’era mai

potuto reprimere, non che diradicare.» _Storia di Firenze_, pag. 96.

Il Savonarola stesso considerava il successo da lui ottenuto in quel

carnevale, come straordinario. «Tu sai che per li tempi passati non si

è mai potuto, per forza d’alcuno magistrato, nè per bandi e pene forti,

rimovere quella mala consuetudine di trarre e’ saxi al carnesciale, che

ogni anno ne moriva qualcuno; et hora uno fraticello, con poche parole,

mediante l’oratione, la ha rimossa. Secondo: tu sai che pel carnesciale

si facevano di molti peccati; et hora si sono confessati etiam li

fanciulli; et è stato questo carnesciale come una quaresima, che non

può essere se non opera divina. Tertio: solevano accattare e’ fanciugli

e’ danari per fare stili, et ardere scope, et mangiare et bere; hora

hanno accattato tanti danari per li poveri, che tu che se’ così savio,

non ne haresti potuti trovare tanti.» _Predica prima_, nella quaresima

del 1496.

[429] _Documenti_ pubblicati dal Padre Marchese.

[430] Burlamacchi, Razzi, Barsanti, ec.

[431] Questo fatto riposa sull’autorità non solo del Burlamacchi,

Razzi, Barsanti ec.; ma vien narrato anche dal Bozovio (anno 1494),

dal Fontana e dal Souveges; viene accettato come indubitabile dal

Padre Marchese, dal Meier, dal Perrens ec. Il Savonarola stesso vi

fece parecchie allusioni nelle sue prediche e nelle sue opere. «Io

non voglio cappelli, non mitre grandi nè piccole; non voglio se non

quello che tu hai dato ai tuoi Santi, la morte: un cappello rosso,

un cappello di sangue, questo desidero.» _Prediche_ delle feste del

1496. Predica XIX, fatta il 20 agosto. Così più volte egli dice: «Se

io avessi voluto dignità, tu sai bene che ora non avrei il mantello

lacero;» e nel dialogo _De veritate propheticâ_, cap. 5, chiaramente

conferma di essere stato tentato, non solo colle minacce, ma ancora con

molte promesse. L’autenticità di questo fatto è, quindi, indubitabile,

nè viene contestata da alcuno dei biografi: ne rimane incerta solamente

la data. Noi abbiam creduto doverne parlare in questo luogo, perchè la

prima predica del quaresimale che segue immediatamente, ci sembra con

molta evidenza essere la risposta mandata a Roma; nè sapremmo vedere in

quale altro tempo questo fatto potesse esser seguito.

[432] Predica del 17 febbraio. — Vedi _Prediche raccolte per ser

Lorenzo Violi dalla viva voce del Reverendo P. F. Hieronymo da

Ferrara, mentre che predicava_. Firenze, a dì 8 febbraio 1496 (stile

fiorentino). Parecchie altre edizioni ne furono fatte a Venezia nel

1514, nel 1519, nel 1539 e nel 1543. Queste edizioni venete sono, però,

spesso mutilate, come è, p. es., quella del 1514.

[433] Questi ultimi due passi, il primo dei quali comincia: _Io l’ho

scritto_, l’altro: _Dico e confesso_, si trovano nell’ultima predica di

questo quaresimale, fatta nell’ottava di Pasqua. Li abbiamo riportati

in questo luogo, onde seguire il nostro sistema di raccogliere insieme,

quando è possibile, le idee sparse del Savonarola, per non avere a

ripetere molte volte la stessa cosa. Inoltre, nella prima ed ultima

di queste prediche sopra _Amos e Zaccaria_, il Savonarola ripeteva più

volte la sua sottomissione a Roma, e toccava il medesimo soggetto quasi

colle stesse parole.

[434] Queste idee si trovano, non solo nella predica del 17 febbraio

e in quella dell’ottava di Pasqua; ma sono sparse in tutto il

quaresimale, e ne formano come la base ed il fondamento.

[435] Predica prima, _sopra Amos e Zaccaria_.

[436] Ibidem.

[437] Trovasi in quasi tutti gli esemplari tagliata; ma si può leggere

in qualche esemplare della Magliabechiana, ed in uno che è nel Convento

di San Marco.

[438] Predica della seconda domenica di quaresima.

[439] Predica del sabato, dopo la seconda domenica di quaresima.

[440] Predica dell’ottava di Pasqua.

[441] Predica della quarta domenica.

[442] Predica del martedì dopo la terza domenica.

[443] Predica del mercoledì dopo la quinta domenica. — In tutti

questi brani, noi siamo stati fedelissimi a riportare le parole del

Savonarola; abbiamo, però, tolte le soverchie ripetizioni e, qualche

volta, le troppo evidenti sgrammaticature.

[444] Predica del mercoledì dopo la terza domenica, del martedì dopo

Pasqua, e molte altre di tutto il quaresimale.

[445] Predica del lunedì dopo la quarta domenica di quaresima.

[446] Burlamacchi.

[447] Rinuccini, _Ricordi Storici_, pag. 159.

[448] Il 24 e 25 febbraio.

[449] Il 27 aprile di questo anno, fu scoperta una intelligenza di gran

numero di cittadini, «di non rendere le fave nere, se non a quelli di

tale intelligenza.» I capi di questa congiura erano: Giovanni Benizi,

Filippo Corbizzi (quello stesso che, essendo gonfaloniere, radunò i

teologi in Palazzo per accusare il Savonarola) e Giovanni da Tignano;

e il dì seguente, la Signoria, avendo consultato co’ Collegi e Otto

di Balía e Dieci di Libertà, li condannava a 10 anni di prigionia, ed

a perdere per sempre ogni ufficio e dignità nello Stato. Rinuccini,

_Ricordi storici_, pag. CLX.

[450] Predica del 25 febbraio.

[451] Ognuno sa che la fava nera si dava pel voto favorevole, e la

bianca pel voto contrario; onde imbiancare un partito voleva dire

respingerlo, ed è frase che anche oggi si usa comunemente in Firenze.

[452] Predica fatta la seconda domenica di quaresima.

[453] Predica del 25 febbraio 96.

[454] Prediche del sabato dopo la prima domenica di quaresima, e del

lunedì dopo la terza domenica.

[455] Vedi le prediche del mercoledì e degli altri giorni innanzi

la domenica delle Palme, «Intendo che s’è fatto gli ufficiali del

Monte della Pietà: mi piace assai, acciocchè questa opera abbia buon

principio. Andranno questi fanciulli in processione per questa opera...

e sarà ordinato dove s’avrà a fare la colletta dei danari.» Predica dei

mercoledì innanzi la domenica delle Palme. In tutto questo quaresimale,

viene raccomandato più volte il Monte di Pietà.

[456] Vedi la Predica fatta nella domenica delle Palme.

[457] Questa canzone trovasi stampata fra le poesie del Savonarola,

nell’ediz. di Firenze, 1847.

[458] Burlamacchi, Razzi, ec. Vedi la predica fatta il mercoledì

innanzi la domenica delle Palme, e quella fatta la domenica stessa.

[459] Ripetiamo che questa era opinione sostenuta allora da molti

autorevoli dottori cattolici, sostenuta più tardi anche da papa Giulio

II. Vedi Padre Marchese, _Storia del Convento di San Marco_.

[460] Predica ultima del quaresimale _sopra Amos e Zaccaria_.

[461] Se ne trovano molte nelle Miscellanee della Magliabechiana. Vedi,

fra le altre; Cl. XXXVII, cod. 288.

[462] «Ti so dire che Frà Girolamo dice di cose molto alte; e tra

l’altre cose, ha avuto una scomunica che se ne fa beffe, come tu sai.»

_Lettera di Roberto Giugni a Lorenzo Strozzi alle Selve_, 18 marzo

1496. Vedi la _Miscellanea_ sopra citata.

[463] Quest’opuscolo era dedicato al giovane Pico della Mirandola: fu

scritto nel settembre 1496, e pubblicato _ex archetipo ser Laurentii

de Morgianis, anno salutis 1497_. Il Nesi scrisse parecchi sermoni,

trattati e discorsi spirituali.

[464] Il nome di questo predicatore era Frà Leonardo, agostiniano. —

«Avisoti come el predicatore di Santo Spirito disse iermattina come

noi essere ingannati da Fra Girolamo; esse lui voleva istare un terzo

d’ora nel fuoco, che vi starebbe lui una mezza ora. E ancora disse

a tutti quelli che erano alla presenza, che facessino orazione e

pregassino Iddio, che se egli è vero cosa che il detto Fra Girolamo

dice, che Iddio gli mandi uno cavocciolo che ei si muoia.» Altra

lettera del Giugni, scritta in data del 12 marzo 1496. Vedi la stessa

_Miscellanea_.

[465] Quest’opuscolo venne ristampato dal Quetif, nelle sue _Aggiunte_

alla Vita del Savonarola. Esso contiene tutte le accuse fatte dal

predicatore, ed a ciascuna segue una risposta fattavi da maestro

Paolo da Fucecchio: il tutto è preceduto da una prefazione del Cioni.

Non vi è nulla d’importanza; se non che è notevole che il difensore

del Savonarola, appoggiandosi al Concilio di Costanza, sostiene che

l’autorità dei Concilii è superiore a quella del papa; senza però

fermarsi punto a discutere un tale argomento.

[466] _Epistola responsiva a Fra Hieronymo da l’amico suo_; stampata

nel quattrocento, S. L. A.

[467] _Trattato in defensione della dottrina e profezie di Fra

Girolamo_; Firenze, 28 maggio 1496. Questo trattato è diviso in

15 capitoli: vi si trova tutta la storia delle predicazioni del

Savonarola, e parecchie delle sue visioni e profezie. _Dialogo di

M. Domenico Benivieni, canonico di San Lorenzo, della verità della

dottrina di Fra Hieronymo._ In questo dialogo sono enumerati molti

opuscoli pubblicati o scritti circa le cose del Frate; e fra gli altri:

_Contro i vituperatori del nuovo governo_, di Bartolommeo Scala (è

latino, e trovasi nella Magliab., stampato a Firenze, Kal. Sept. 1496);

_un disteso Trattato, con lettere ai principi_, di Frà Paolo Nolano;

_una Epistola invettiva a proposito della lettera a Carlo VIII_; ec.

La lettera colla quale il Benivieni rispondeva al finto amico, era

intitolata: _Epistola di M. Domenico Benivieni a uno amico, responsiva

a certe obbiezioni e calunnie contro a Fra Girolamo_. Il Benivieni

scrisse ancora un gran numero d’altre epistole, sermoni, dialoghi e

trattati religiosi; fra i quali nomineremo per la sua singolarità,

quello intitolato: _Scala spirituale sopra il nome di Maria_. Le

cinque lettere che formano quel nome, sono prese per iniziali di cinque

motti che rappresentano i cinque gradi di questa _Scala_, sulla quale

l’autore ragiona. Dietro a tali cose perdevasi il Benivieni! Per non

accrescere all’infinito il catalogo di questi scritti, concludiamo la

nota coll’accennarne uno del giovane Pico: _Defensio Hiero: Savonarolæ

adversus Samuelem Cassinensem_, per Io. Franc. Picum Mirandulanum, ad

Hieron. Tornielum, Anno 1615, in metropoli quâ Francia mixta Suevis. Di

quest’opuscolo, diverso dall’Apologia che più tardi scrisse lo stesso

autore, se ne trova citata anche una edizione del 1497. Vedi Meier,

pag. 320.

[468] La prima di queste lettere era scritta nel giugno 1496; la

seconda, indirizzata anche ai Signori Fiorentini, era del gennaio 97, e

rispondeva ad alcuni che dicevano: «non bastano i frati, che ci debbono

tormentare anche gli anacoreti.» Quella _al Senato e Doge di Venezia_

era scritta egualmente nel gennaio 97. — La più parte degli opuscoli

sopra accennati trovansi nella Magliabechiana, e sono registrati

nell’ultimo catalogo dei quattrocentisti, fatto dal Molini.

[469] _Lettera del Giugni_, 18 marzo 1496, come sopra.

[470] Questa, che gli Otto chiamarono _frottola inonesta_, non venne

stampata; ma l’autore ne dette ad un amico parecchie copie di sua

mano, perchè ne mandasse una al Savonarola, un’altra ne affiggesse al

Duomo, una terza nel palazzo dei Signori ec. Si trova, insieme colla

condanna pronunziata dagli Otto, il 16 gennaio 1496 (stile fiorentino),

nell’_Archivio delle Riformagioni_.

[471] Un’edizione del quattrocento, ma senza data, se ne trova nella

Magliabechiana.

[472] Sono stampati, e si trovano nella Magliabechiana. Vedi fra i

quattrocentisti, G, Custodia 14.

[473] Questi Trattati sono inediti nella Magliabechiana, Cl. XXIX, cod.

207. Il meno importante di essi è il primo, che tratta del Cambio;

il secondo spiega l’istituzione del Monte Comune, il quale era, come

tutti sanno, il Monte dei prestiti volontarii o obbligatorii che la

repubblica faceva in caso di guerra o di altri bisogni, obbligandosi

alla restituzione. «Ben tosto, però,» così dice Frà Santi Rucellai, «si

cominciò a non restituire il capitale, pagando, invece, l’interesse del

5 per cento; più tardi si pagò solo il 3; ed ora il 3, quando lo dànno

e quando non lo dànno.» Le cose peggiorarono sempre. Sul principio,

chi aveva un _luogo di Monte_ di 100 fiorini, poteva venderlo per 80;

poi si scese al 66, al 50; «e ne’ mia dì valeva 30, poi 25, poi 20;

e ora in quest’ultima guerra vale solo 10 per cento!» Sembra quasi

incredibile; ma pur tale era lo stato della repubblica fiorentina

durante la guerra di cui parleremo nel capitolo seguente.

Il terzo Trattato discorre del Monte delle Fanciulle; istituzione

assai ingegnosa della repubblica, e carissima ai Fiorentini. Essa ebbe

origine in questo modo. Quando la repubblica si avvide di non poter più

pagare i debiti contratti coi cittadini, cercò un modo di conciliare

l’interesse pubblico col privato, e fondò il Monte delle Fanciulle.

— Se chi ha un luogo di 100 fiorini, così ragionossi allora, non può

venderlo più che 16 fiorini; il suo capitale evidentemente non è di 100

ma solo di 16 fiorini. Ora, chi porterà questo luogo dal Monte Comune

al Monte delle Fanciulle, lasciandovelo 16 anni senza alcun interesse,

riceverà alla fine del sedicesimo anno una dote di 100 fiorini. —

Portando dieci luoghi di Monte, si poteva formare una dote di 1000

fiorini, e così via discorrendo. Volendo avere una dote di 100 fiorini

dopo 12 anni, bisognava portare luoghi di Monte pel valore effettivo

di 24 fiorini, invece di 16. Vi erano ufficiali del Comune, che

determinavano il valore effettivo dei luoghi, perchè esso ogni giorno

variava; e, saputo dopo quanti anni si voleva la dote, gli ufficiali

determinavano quanto bisognava pagare. Chi non avesse avuto luoghi di

Monte, poteva facilmente comprarli. In questo modo, i privati trovavano

molto vantaggio, ed anche il Comune guadagnava assai; giacchè, morendo

la fanciulla per cui s’era fatta la dote, esso rimaneva padrone di

tutto; facendosi monaca, esso era in obbligo di restituire solo il

valore effettivo che aveva nel principio ricevuto.

I luoghi di questo Monte delle fanciulle, furono sempre considerati

come inviolabili, ed il Comune pagò scrupolosamente. Ma pure, tanto

erano nell’ultima guerra (1496) rovinate le finanze della repubblica,

che alla scadenza della dote, si dava in contanti solo il quarto del

capitale promesso, meno anche le spese di contratto; si riteneva il

resto, pagandone però l’interesse del 7 per cento. Ciò fece scapitare

il prezzo anche dei luoghi di questo Monte; onde ora, per la prima

volta, chi aveva un luogo di 100 fiorini sul Monte delle fanciulle, lo

vendeva per 75.

Queste variazioni nel valore effettivo dei luoghi di Monte, fecero

nascere una smania di speculazioni, simile a quelle che vediamo farsi

oggi sul debito pubblico; e più volte gli storici ne lamentarono le

funeste conseguenze.

[474] Quest’occuparsi di minute faccende nella Signoria e nel

Consiglio, avveniva con molta perdita di tempo, con danno gravissimo, e

fu da tutti gli storici biasimato. Nel mese di marzo 1495, il Consiglio

Maggiore fu due volte chiamato a votare una provvisione per concedere a

due cittadini il permesso di mutare la loro abitazione da un quartiere

all’altro. Ciò basti a dare idea del resto. Vedi le due _Provvisioni_

nell’Archivio delle Riformagioni.

[475] L’arbitrio, come abbiamo già detto, si poneva, quasi senza regola

e senza legge, sopra tutti i beni, meno gli ecclesiastici.

[476] L’autore stabilisce quale dovrebbe essere il massimo di queste

doti. «Chi va per la maggiore, non possi fare dota più che 500 fiorini

larghi; gli artefici 300; i contadini 50; chi è fuori a gravezza 100.»

[477] Noi abbiamo avuto quest’opuscolo, che non si trova nella

Magliabechiana ed è assai raro, dal signor Seymour Kirkupp, dotto

inglese che possiede una preziosa biblioteca di libri e ms. italiani.

Sono in tutto 28 carte, e sull’ultima si dice che fu finito il 24

febbraio 1496 (stile fiorentino). Fu «stampato per Francesco di Dino,

e corretto con somma diligenza per Domenico di Ruberto di ser Mainardo

Cecchi.» Notevole è anche il titolo del libro, perchè tutto proprio

d’un Piagnone: « — Jesù. — Riforma santa e preziosa ha fatta Domenico

di Ruberto di ser Mainardo Cecchi, per conservazione della città di

Firenze e pel bene comune: e questo è il buono e il vero lume, e il

tesoro d’ognuno e della città; e farà osservare la giustizia e il buon

governo. E notale bene ogni cosa; chè questa è la vera e buona via a

venire presto in gran felicità ognuno, e dipoi in breve tempo tutta

Italia e tutto l’universo mondo, perchè impareranno da questa.»

[478] Questi versi sono nella Magliabechiana, e li daremo

nell’_Appendice_, con un saggio di questi scritti popolari.

[479] Alla fine delle ottave è scritto: «finis addì 31 dicembre 1496;»

alla fine delle terzine che seguono: «finis addì 19 luglio.» Si parla

della guerra di Pisa, della ritirata dell’Imperatore e simili.

[480] Frà Benedetto potrebbe essere eccettuato: ma egli è originale

ed eloquente, solo quando narra i fatti avvenuti; quando entra in

discussioni religiose, neppure esso si salva dalla comune volgarità.

[481] Burlamacchi, pag. 71.

[482] Il Savonarola stesso lo disse più volte nelle sue prediche.

«Insino di Alamania abbiamo lettere di coloro che credono a queste

cose.» Vedi _Prediche sopra l’Esodo_, fol. 39; Firenze 1498.

[483] Questa lettera si trova a Milano, ed è inedita. Vedi l’Appendice.

[484] Questa lettera è senza data, e fu pubblicata dal Padre Marchese.

[485] Anche questa lettera fu pubblicata dal Padre Marchese.

[486] Jo. Franc. Pici, _Vita Hier. Savonarolæ_, cap. XXI.

[487] In una lettera del 24 marzo 1496, indirizzata ai Dieci, il

Pandolfini riporta minutamente questo dialogo. Vedi i _Documenti_

pubblicati dal Padre Marchese nell’_Archivio Storico_.

[488] Questa, almeno, è la sola cui accenni l’ambasciatore messer

Ricciardo Becchi, il quale discorre a lungo di quel concistoro in una

lettera del 5 aprile 1496. _Documenti_ pubblicati dal Padre Marchese.

[489] Vedi i medesimi _Documenti_.

[490] Di questo viaggio si ha notizia in una lettera dei Dieci al

Becchi, la quale fu accennata dal Padre Marchese in una nota ai suoi

_Documenti_; errandone però la vera data, che è del 16 aprile 1496,

e non già 1498. Eccone le parole: «Al presente intendiamo se n’è ito

verso Prato e Pistoia; e non possiamo fare non ci ridiamo di quello

scrivete si parla costì, ch’il governo della città dipenda da lui, che

mai lo ha cerco, e da nessuno altro nostro cittadino li è conferito

cosa nessuna, benchè minima.» Ed in un’altra lettera del 30 marzo 1496,

dicevano: «Maravigliamci che del Frate sieno avvisate di costà tante

cose quante scrivete; perchè sono favole e finzioni si fanno di costà,

da chi cerca darci carico e commetter qualche male.» Vedi _Archivio

delle Riformagioni._

[491] Questo trattato era già compiuto, anzi ne era composta la stampa

nel gennaio 1496; giacchè noi vediamo che il 10 di quel mese, il

Savonarola ne mandava le prime bozze al Duca di Ferrara, pregandolo di

tenerle celate, perchè voleva ancora meditarvi, prima di dar l’opera

alla luce. Infatti, egli non la pubblicò che verso la fine dell’anno.

La lettera al Duca di Ferrara, colla quale accompagna le prime stampe,

porta la data del 10 gennaio 1496. Il chiarissimo conte Carlo Capponi,

nel pubblicare, in una bella e pregevole edizione, _Alcune lettere

del Savonarola_ (Firenze 1858), ha creduto che questa fosse segnata

secondo il vecchio stile fiorentino, e dovesse, quindi, credersi scritta

nel 1497. Ma ciò non è possibile, perchè ivi si parlava del _Trattato

della semplicità_, come ancora non pubblicato; il che noi sappiamo che

era avvenuto fin dal settembre 1496. Quando il Savonarola indirizzava

lettere fuori di Toscana, egli, generalmente, non seguiva lo stile

fiorentino; come si vede ancora in altre sue lettere.

[492] Fu stampato in latino a Firenze, _anno Domini 1496, quinto

Kalendas septembris_, presso ser Pietro Pacini. Lo stesso stampatore

pubblicò la traduzione italiana, _a dì ultimo d’ottobre 1496_. Se ne

trova un’altra ristampa del quattrocento S. L. A.; e poi altre edizioni

in Firenze 1529; Venezia 1547; Parigi 1511; Colonia 1550; Leida 1633;

Grenoble 1677. Il Padre Filippo Chant della Compagnia di Gesù, lo

tradusse in francese e pubblicò a Parigi nel 1672. Quasi il medesimo

soggetto di questo trattato della semplicità cristiana, venne dal

Savonarola esposto in due dialoghi, cui dette per titolo: _Solatium

itineris mei_. Nel primo di essi faceva discorrere il Senso e la

Ragione; ma, venendogli il lavoro troppo diffuso e pieno di citazioni,

lo lasciò incompiuto, per ricominciarlo da capo in una forma più

semplice e meglio adatta al popolo, cui lo destinava. In questa seconda

compilazione, discorrono l’Anima e lo Spirito; trattano della vita

futura e di Gesù Cristo, combattono gli Ebrei, e finalmente parlano

della «via alla patria celeste:» onde il titolo del libro. Queste due

operette furano pubblicate a Venezia dopo la morte dell’autore; nel

1535 in italiano, e nel 1536 in latino. Il Savonarola, avendo ne’ suoi

scritti preso di mira principalmente l’utile del popolo, esponeva le

medesime idee sotto mille forme diverse, per meglio imprimerle nella

mente dei lettori, e per farle penetrare in tutti gli ordini della

società.

[493] _Expositio Fratris Hieronymi Savonarola, psalmi LXXIX: Qui regis

Israel_ etc. Florentiæ anno salutis 1496, IV Kalendas maii. A Modena

nello stesso anno; di nuovo a Firenze, tradotto in italiano S. L. A.

Nel medesimo giorno 8 giugno 1496, se ne fecero a Firenze altre due

edizioni italiane. Di nuovo, a Firenze 1509; Lugano 1540; Tubinga 1621.

[494] Predica I. Vedi _Prediche sopra Rut e Michea_, fatte l’anno

1496 nel giorni di feste, finito che ebbe la quaresima. Firenze 1497;

Venezia 1514; 1539; 1543.

[495] _Prediche sopra Rut e Michea_; predica del 20 Agosto.

[496] Un luogo del Monte Comune, nel nostro linguaggio vorrebbe dire

un’_azione_ sul debito pubblico.

[497] Sebbene la nuova legge stabilisse, che i cittadini non dovessero

pagare altro che una Decima l’anno, i libri delle Provvisioni, dal 94

al 98, son pieni di sempre nuove Decime imposte dalla Signoria. Vedi

_Archivio delle Riformagioni_.

[498] Nardi, _Storia di Firenze_, pag. 104.

[499] Nardi, _Storia di Firenze_; Burlamacchi ec. Il Savonarola, in una

sua lettera al fratello Alberto (24 luglio 97), dice: «morono più di

certi febroni pestilentiali, che di peste pura.» Vedremo in appresso

che cosa fosse questa che gli scrittori del tempo qualche volta

chiamano moría, qualche volta peste.

[500] Nardi, _Storia di Firenze_; Sismondi, _Histoire des répub. ital_.

[501] Soiana, Terricciuola, Cigoli ec.

[502] Guicciardini, Nardi, Sismondi.

[503] Vedi la più volte citata vita del Capponi, scritta dall’Acciaioli

e pubblicata nell’_Archivio storico_, vol. IV, parte II. Questo volume,

ove collaborarono i chiarissimi signori Aiazzi, Monzani e Polidori, è

il secondo delle _Vite d’illustri Italiani_, ed è fra i più importanti

dell’_Archivio_.

[504] Machiavelli, _Estratto di lettere ai Dieci di Balía_.

[505] Acciaioli, Sismondi, ec.

[506] Nella chiesa di Santo Spirito. Vedi Acciaioli, _Vita del

Capponi_; Giovanni Cambi, nella sua storia, a dì 25 settembre 1496.

[507] «Del che nasceva gran travaglio e mormorazione nel popolo,

il quale universalmente non si voleva alienare dalla maestà del

re; dubitando massimamente, che per alcuni malvagi cittadini si

procacciasse occultamente, per questa via della Lega, di alterare il

presente governo della repubblica.» Nardi, _Storia_, pag. 99.

[508] Sismondi, _Histoire des répub. ital_. Il Guicciardini dice che

all’imperatore vennero promessi 60,000 ducati. Tanta era la diffidenza

che i Fiorentini avevano di questa lega, che il Nardi dice: «In modo

che pubblicamente si diceva, il dominio di quegli (i Fiorentini)

essere stato concordevolmente diviso e sortito tra i detti collegati.»

_Storia_, pag. 97.

[509] Nardi, Guicciardini, Sismondi.

[510] Ibidem.

[511] Nardi, Guicciardini, Sismondi.

[512] Nardi, Sismondi.

[513] Questo breve venne pubblicato dal Quetif, colla data erronea

del 16 ottobre 1497. Ma in quel tempo, il Savonarola era stato già

scomunicato. L’anno di questo breve non può essere altro che il

1496; come si cava dalle lettere dell’ambasciatore fiorentino, e come

fu anche dal Meyer corretto. Quanto poi alla data del giorno e del

mese, abbiamo seguíta quella che ci è data del Codice Riccardiano

2053; perchè la sola che possa andare d’accordo cogli altri brevi che

seguirono, colle risposte del Savonarola, colle sue prediche e con

tutta la cronologia dei fatti che si narrano in questo capitolo.

[514] «E voleva il papa riunire di nuovo tale Congregazione di

Toscana colla solita e universale di Lombardia, per potere cavare in

tal modo questo Frate della città di Firenze, e annullare quella sua

congregazione dei suoi fautori e seguaci; e tutto questo era procurato

dentro dagli avversari del presente governo, e massimamente da quelli

che cercavano che la città si volgesse a favore della Lega e della casa

dei Medici.» Nardi, _Storia_, pag. 124.

[515] _Responsio Fratris Hieronymi Savonarolæ ad Alexandrum Papam

sextum._ Anche qui il Quetif pone la data erronea del 27 ottobre 1497.

Il Meyer corresse giustamente l’anno in 1496; e noi correggiamo anche

il mese, giacchè il breve che il papa mandò in risposta a questa

lettera del Savonarola, come vedremo fra poco, è antecedente al 29

ottobre. Nel Codice Magliabechiano, Cl. XXXIV, 34; e in calce al primo

volume del Diario del Burcardo (Codice Magliabechiano, Cl. III, 153);

questa lettera si trova colla data del 29 settembre, che noi crediamo

la vera, perchè la sola che può andare d’accordo colla risposta del

papa, la quale venne più tardi.

[516] Questo breve porta, nel Quetif, la data del 16 ottobre 97;

il Meyer l’ha giustamente corretta in 16 ottobre 96. Ora, siccome è

evidente che esso è scritto in risposta alla lettera del Savonarola;

così questa non può portare la data del 27 ottobre, ma deve, invece,

aver l’altra del 29 settembre, come abbiam detto più sopra. Inoltre,

se questo breve, che è tutto benigno verso il Savonarola, gli

promette generale assoluzione di tutto, ha la data del 16 ottobre;

non poteva quello che era indirizzato al convento di San Marco, e

minacciava scomunica _latæ sententiæ_, se il Savonarola non s’univa

alla congregazione lombarda, portare la data dell’anno e del giorno

stesso. Eppure, tutti hanno ripetuto gli errori del Quetif; e niuno s’è

avveduto di queste inconseguenze, che rendevano affatto inesplicabile

la storia della contesa del Savonarola con Roma, talchè non si capiva

mai nè lo scopo dei brevi, nè il fine delle risposte.

[517] Questo si vedrà, in appresso, con ogni evidenza provato da

nuovi e importanti documenti. Il Nardi dice continuamente: «il papa

che voleva ogni altro governo nella nostra città, che quel presente

governo, perseguitava perciò il Frate.» Vedi pag. 124.

[518] Si tacque fin dall’11 settembre, prima del qual giorno non poteva

essere arrivato il breve dell’8 settembre.

[519] Questa lettera fu pubblicata dal signor Perrens, secondo copia

avutane dall’abate Bernardi. Non avendo il signor Perrens visto il

Codice della Marciana di Venezia, nel quale questa lettera si trova

con molti altri documenti relativi al Savonarola; credette che la

data fosse sbagliata nella copia avuta, e mutò il 15 settembre 96,

in 15 settembre 95. Ma noi, avendo riscontrato tanto il Codice latino

della Marciana di Venezia (Cl. IX, num. 41), come il Codice 2053 della

Riccardiana, dove si trova quella medesima lettera; possiamo confermare

che in ambedue v’è la data del 15 settembre 1496, la quale riteniamo

perciò come vera.

[520] Sismondi; Nardi, pag. 105.

[521] Nel Codice magliab. Cl. XXV, Cod. 23, troviamo questa nota dei

prezzi, nella carestia del 1497. Grano, lire 5 e soldi 10 lo staio;

orzo, lire 2 e soldi 10 lo staio; olio, lire 24 la soma; vino, lire 7

la soma; pollastre, 3 lire il paio. Allora, 6 lire e 14 soldi formavano

un fiorino largo di oro; il fiorino risponderebbe al moderno zecchino,

ma l’oro valeva assai più che ai nostri giorni. Vedi Vettori, _Il

fiorino antico illustrato_; Firenze 1738.

[522] Nardi, pag. 104, 105 e 115, ediz. Arbib, Firenze.

[523] Carlo VIII, che aveva perduto allora il suo secondo ed unico

figlio.

[524] Il testo dice: «a nove dì da questo;» ed era il 28 di ottobre.

Il Savonarola riferisce probabilmente al giorno in cui egli partiva per

andare a Pisa.

[525] _Predica del Reverendo padre Frate Hieronymo da Ferrara_, facta

il dì di S. Simone et Juda a dì 8 d’octobre 1496, per commissione della

Signoria di Firenze, essendo la ciptà in timore grandissimo per la

venuta dello imperatore. S. L. A. Questa medesima predica forma parte

di quelle fatte, nelle feste del 1496, _sopra Rut e Michea_.

[526] Tutto ciò viene minutamente descritto dal Nardi.

[527] Queste due prediche si trovano fra quelle _sopra Rut e Michea_:

la seconda fu stampata a parte molte volte; e l’Audin ne cita tre

diverse edizioni del quattrocento, e tutte sono illustrate con belle

incisioni.

[528] Questo breve è inedito nella Riccardiana, Cod. 2053. È

importantissimo, perchè il non avere ubbidito ad esso, fu la causa

principale della scomunica pronunziata contro il Savonarola, secondo

che nella stessa scomunica vien detto. Il non essere, poi, stato fino

ad ora conosciuto, fu causa principale di far confondere la cronologia

di tutti gli altri brevi, e, quindi, delle risposte del Savonarola.

[529] «Dipoi venne uno breve che tutti li conventi di Toscana si

congiungessino e facessino una Congregazione, nella quale dovessi

entrare San Marco, cogli altri suoi conventi. E prima, nell’altro

breve, voleva che entrassimo nella Congregazione di Lombardia,

dalla quale prima ci aveva separati; e ora vogliono che noi entriamo

in quella di Toscana; e ora qua, ora là. Questo mi pare il giuoco

degli scacchi nella difesa del re, che quando è rinchiuso si leva

d’uno scacco, e poi torna a quel medesimo: sì che sono manifeste le

circumventioni dei maligni.» _Predica della Sessagesima_ (18 febbraio

1498).

[530] _Apologeticum Fratrum Congregationis S. Marci de Florentia._ Fu

ristampato dal Quetif. In questo scritto vengono, con minuta analisi,

ponderate tutte le ragioni pro e contro l’unione.

[531] Nardi, Sismondi, Guicciardini, Machiavelli.

[532] Idem.

[533] _Prediche sopra Ezechielle_; Venezia 1520. Le prime otto furono

dette nell’avvento del 96; le altre nella quaresima del 97. Vedi

_Predica prima_. Queste prediche, sebbene si dicano raccolte dal Violi,

sono di quelle assai incompiutamente pubblicate.

[534] _Prediche sopra Ezechielle._ Vedi la predica sesta.

[535] Iacopo Nardi, _Storia di Firenze_.

[536] _La Decima scalata in Firenze, nel 1497; da’ manoscritti

inediti di messer Francesco Guicciardini._ Sono due lunghi e

bellissimi discorsi, che l’autore immagina fatti nel Consiglio

Maggiore, da un difensore e da un oppositore della nuova legge. In

questi discorsi trovasi ritratto al vivo il carattere del popolano

fiorentino e l’indole della sua eloquenza: essi, però, non poterono

esser pronunziati nel Consiglio, dove, come abbiamo già notato,

non si discuteva liberamente il pro ed il contro d’una legge: sono,

quindi, come tanti altri discorsi del Guicciardini, affatto di sua

immaginazione; ma si possono considerare come altamente storici, in

quanto ritraggono fedelissimamente le opinioni dei due partiti.

[537] La nuova legge proponeva, che chi aveva 5 fiorini d’entrata,

pagasse una decima sola; e che per ogni 5 fiorini di più d’entrata,

si andasse aggiungendo alla imposta ordinaria un quarto di decima; non

potendosi, in tutto, pagare più di tre decime.

[538] Il Burlamacchi dice espressamente, che il Savonarola aveva,

prima, colle prediche ben disposto l’animo dei fanciulli; e poi, «vista

in questi fanciulli tanta mutazione, pensò fossi bene dar loro qualche

ordine, acciò potessino conservarsi al ben vivere: di che commesse

la cura a Frà Domenico da Pescia, non potendo egli attendervi per

le grandi occupazioni; il quale (Frà Domenico) spesso congregandoli

insieme, andava pascendo l’animo loro con qualche sermoncello

spirituale.» pag. 105.

[539] Il 25 gennaio 1496 (stile nuovo), si vinse nel Consiglio Maggiore

una provvisione, che stabiliva alcune regole da osservarsi nel vestire

i fanciulli. _Archivio delle Riformagioni._

[540] Il Burlamacchi fece una minutissima descrizione di quella festa,

di cui si parla anche in tutte le altre biografie.

[541] Nardi, pag. 114.

[542] Questo fu comunemente detto di quella edizione fatta dal

Valdarfer, di cui una copia venne, nel 1812, venduta a Parigi 52,000

franchi! Vedi la nota posta al Nardi, pag. 140, nell’ediz. Arbib.

[543] Infatti, il Burlamacchi nomina parecchi oggetti, ma di niuno si

può determinare il valore artistico o letterario. Quando non sono abiti

e maschere, sembrano ritratti di donne conosciute per cattivi costumi,

libri adorni di oro, e cose simili.

[544] Questo vien pienamente confermato dal Guicciardini, nella

sua _Storia di Firenze_: «andavano (i fanciulli) per Carnasciale

congregando dadi, carte, lisci, pitture e libri disonesti, e gli

ardevano pubblicamente in sulla piazza dei Signori, facendo prima in

quello dì, che soleva essere di mille iniquità, una processione con

molta santità e devozione.»

[545] Nell’Archivio di Ginevra si trova ancora l’atto che condanna alla

carcere una donna, _parce qu’elle n’avait pas les cheveux abattus_.

[546] Noi abbiamo già parlato altrove della biblioteca di San Marco:

diamo qui alcune altre notizie. Niccolo Niccoli lasciava al pubblico la

sua famosa collezione di circa 600 codici antichi, e Cosimo de’ Medici,

come dicemmo, pagò i debiti che vi gravavano sopra, ritenendo per sè

circa 200 di quei codici, e lasciando il resto a San Marco. Egli e

Lorenzo andarono, poi, accrescendo la loro collezione, con quelle cure

che sono note a tutti, e che è inutile di qui ripetere. I frati di San

Marco fecero lo stesso: il 10 dicembre 1445, essi, come apparisce da

pubblico strumento, dì cui è copia nel convento, pagavano 250 fiorini

per acquisto di codici. Così continuarono sempre fino all’anno 1495,

quando comperarono la biblioteca dei Medici nel modo che abbiamo

detto qui sopra. Ecco in qual modo ne parla Frate Roberto Ubaldini

da Gagliano, nell’interrogatorio a cui fu sottoposto come testimonio

nel processo del Savonarola: «Quanto a soscriptione di danari, io non

lo sentì mai dire più da persona, se non hoggi da voi: ma io non ne

so nulla; excepto che io so bene, che havendo noi facta una compera

di libri da li uficiali di rubelli, et prima dalla Signoria, per

ducati tremila larghi, et restando debitori di ducati mille larghi,

Bernardo Nasi gli promisse per noi, per tempo di 18 mesi, a monsignore

d’Argentona in Francia: et noi facemo fare da altri promessa al detto

Bernardo per decto tempo; et non habiavamo disegno di pagarli, altro

che cercarli da diverse persone nostri amici; et questo so, perchè

l’ho tractate io tutte quelle cose, che già cinque anni sono stato

librerista in San Marco.» _Archivio delle Riformagioni_. Nello stesso

Archivio si trovano anche le deliberazioni dei Signori, _pro libris

olim Laurentii de Medicis_; e sono in data del 31 agosto 95, 19 ottobre

idem, 24 gennaio 97 (stile fiorentino), 7 maggio 98, 12 decembre idem.

Dopo la morte del Savonarola, fra le molte persecuzioni ch’ebbe a

sopportare il convento, vi fu quella di vedersi tolti, sotto falsi

pretesti, non solamente tutti i libri della collezione medicea, ma

ancora parte di quelli acquistati nel 1445. Nell’ottobre del 1500,

vennero con nuovi patti restituiti; e finalmente, nel 1508, trovandosi

i frati gravati di debiti, nè essendo più vivo quel Savonarola che

tanta cura aveva avuto di quei libri, furono venduti a Galeotto

Franciotti, che li acquistò pel cardinal Giovanni de’ Medici, dipoi

Leone X. E così andarono a Roma, donde poi tornarono nuovamente a

Firenze. Bandini, _Lettera sopra i collettori di codici orientali,

esistenti nella insigne Basilica Laurenziana; Annales conventus S.

Marci_, fol. 8; Padre Marchese, _Storia del convento di San Marco_.

[547] Il Vasari lasciò scritto, che nel giorno di carnevale, Frà

Bartolommeo bruciò alcuni dei suoi disegni del nudo. Se il fatto fu

vero, ne deve certamente ricadere l’accusa sul suo autore: ma notiamo

che il Vasari visse un secolo dopo del Savonarola, a cui si mostrò nei

suoi scritti sempre avverso; nè molto favorevole fu alla memoria di Frà

Bartolommeo.

[548] Oltre i moltissimi lavori italiani sopra Michelangiolo, vedi

anche Harford, _Life of Michel Angelo Buonarroti_; pregevolissimo

lavoro pubblicato recentemente in Inghilterra, nel quale si discorre

particolarmente dei rapporti che il Buonarroti ebbe col Savonarola.

[549] Rio, _Art Chrétien_. — A questo proposito, non sarà fuori di

luogo il fare alcune osservazioni sopra ciò che nel suo libro dice il

signor Rio, intorno al Savonarola. Egli divide la storia della pittura

italiana in due grandi scuole: la pittura cristiana, o, come altri

dissero, il _purismo_; e la pittura _naturalista_, nella quale include

tanto coloro che si restrinsero troppo nella semplice imitazione del

vero, come quelli che andarono solo dietro allo studio dell’antico.

Questa seconda scuola non è altro, pel Rio, che una degradazione

dell’arte cristiana. Avendo, poi, trovato che nel secolo XV le due

scuole fiorivano l’una accanto dell’altra, ha voluto attribuire tutto

il progresso del _naturalismo_ ai Medici, favoreggiatori delle idee

classiche e pagane; mentre del risorgere dell’arte cristiana ha fatto

unico autore il Savonarola. Sebbene sia verissimo che il Savonarola

propugnasse le idee cristiane, in opposizione ai Medici che volevano

fare della erudizione classica uno strumento di corruzione morale,

o almeno restringere con essa il più libero corso delle nuove idee;

è però certo, almeno quanto alla pittura, che la teoria del signor

Rio non regge all’analisi dei fatti. Se noi rivolgiamo lo sguardo a

quei pittori che circondavano il Frate, troveremo che niuno di essi

fu seguace di quell’arte cristiana, di cui il signor Rio vorrebbe

chiamarlo rinnovatore. Innanzi a tutti si presenta Frà Bartolommeo:

ora, non fu egli dei primi, e forse il primo che spinse decisamente

la pittura nel classicismo, e cominciò la scuola del cinquecento? E

Michelangiolo Buonarroti non fu quegli che lo portò ai suoi ultimi

confini? Tra gli ammiratori del Savonarola noi troviamo, è vero, i

Della Robbia; ma quel Luca che fu scultore immortale delle sante

Madonne, era già morto: egli era vissuto, con Beato Angelico, ai

tempi di Cosimo dei Medici. Un altro seguace del Savonarola era il

Cronaca, che fu dei primi a cominciare l’architettura classica, come

ne è testimonio la sala stessa del Consiglio Maggiore: Lorenzo di

Credi è noto a tutti come un discepolo, anzi un imitatore di Leonardo

da Vinci; e Sandro Botticelli viene dal signor Rio chiamato «infetto

di paganesimo.» Ove è, dunque, la scuola di arte cristiana, fondata

dal Savonarola, se i suoi seguaci vanno tutti per la opposta via del

_naturalismo_? Ciò che ha indotto in errore il signor Rio, è stato

il desiderio di attribuire ogni progresso dell’arte ad una causa

unicamente religiosa. È questo un nobile desiderio, che però non sempre

trova in suo favore la realtà dei fatti. E nel nostro caso, è fuori

di dubbio che quella pittura la quale dal signor Rio vien chiamata

cristiana, era assai più fiorente ai tempi di Cosimo de’ Medici;

mentre in quelli del Savonarola, essa cedeva rapidamente il terreno

ai progressi dell’arte classica, che venne ben tosto rappresentata da

Raffaello, per cui il signor Rio sembra avere assai poca simpatia.

Prima di conchiudere queste osservazioni, dobbiamo però dire che

il signor Rio ha capito mirabilmente la vera opposizione morale che

passava tra il Savonarola ed i Medici; e che egli l’ha descritta, non

solamente con calore, ma ancora con eloquenza.

[550] _Prediche sopra Amos e Zaccaria_, predica del venerdì dopo la

terza domenica di quaresima.

[551] _Prediche sopra Ezechielle_, predica XXVIII.

[552] Predica III, di quelle _sopra Aggeo_.

[553] _Prediche sopra Amos e Zaccaria_, predica del venerdì dopo la

terza domenica di quaresima.

[554] Predica XXVIII, _sopra Ezechiel_.

[555] _Prediche sopra Amos e Zaccaria._ Vedi quella del sabato dopo la

seconda domenica di quaresima.

[556] _Opus perutile de divisione ac utilitate omnium scientiarum: in

poeticen apologeticus._ Venetiis 1542. Se ne trova anche una edizione

del quattrocento S. L. et A.

[557] Vedi lib. I, cap. VI.

[558] «Nec ego aliquando artem poeticam damnandam putavi, sed quorumdam

abusum.» _Epistola ad Verinum_, in principio dell’opera.

[559] «Si quis credit artem poeticam solum docere dactylos et spondæos,

syllabas longas et breves, ornatumque verborum, magno profecto errore

tenetur.» _Apologeticus_ etc., in principio.

[560] «Potest enim poeta uti argumento suo, et per decentes

similitudines discorrere sine versu.» Ibidem.

[561] Ibidem, pag. 44.

[562] «Nam et nos homines sumus sicut et ipsi, et potestatem imponendi

nomina æqualem a Deo accepimus. Possumus ergo addere et minuere sicut

et ipsi potuerunt, nam et multa jam mutata sunt. Quidam, enim, adeo

perstrinxerunt se, et carceri antiquorum intellectum proprium adeo

manciparunt; ut nedum contra eorum consuetudinem aliquod proferre

nolint, sed nec velint dicere quod illi non dixerunt.... Quæ enim ratio

est ista, quæ virtus argumenti: antiqui non ita locunti sunt, ergo nec

nos ita loquamur?» pag. 40. Altrove abbiamo citato questo passo, e qui

lo riportiamo, perchè lo richiedeva il soggetto.

[563] «Modum autem artis, quem nunc nostri poetæ servant, hoc est

metrorum ac fabularum, laudumque Deorum, adolescentibus pestis est

perniciosissima. Et certe ad hoc probandum laborarem, nisi sole clarius

appareret. _Experientia ipsa, rerum magistra_, ita nostris oculis mala

quæ ex perverso usu poeticæ artis eveniunt manifestat, ut non oporteat

in probatione sudare.» pag. 55.

[564] Ibidem.

[565] «Verum quidam, non amatoria, non laudes idolorum, non turpia;

sed virorum fortium gesta atque moralia versibus descripserunt, et bene

usi sunt arte poetica et modo eius: hoc igitur damnare nec possum nec

debeo.» pag. 55.

[566] «Ego melius puto Christianos, moribus ornatos, minori fulgere

eloquentia, quam propter eloquentiam Christi nomen perdere.» pag. 55.

[567] Questa idea non solamente è accennata nell’opera summenzionata,

ma si trova continuamente ripetuta nelle prediche.

[568] Vedi _Poesie_ di Girolamo Benivieni, Firenze 1500.

[569]

Ognun gridi, com’io grido,

Sempre pazzo, pazzo, pazzo.

[570] _Poesie_ di G. Benivieni.

[571] Questa laude è la quinta fra le poesie del Savonarola, pubblicate

dall’Audin; ed ivi si trova col titolo di _Canzone ai Fiorentini_.

[572] Il codice autografo posseduto dal signor Giberto Borromeo a

Genova, sembra un abbozzo, ed è in molte parti quasi indeciferabile.

Nell’appendice daremo un saggio di queste poesie inedite.

[573] È la XIII, nelle poesie pubblicate dall’Audin: la XII è anche

indirizzata alla stessa Santa, ma è molto inferiore.

[574] Riuscirebbe difficile correggere le sgrammaticature di questa

strofa, che pure non è senza pregio.

[575] Vedi _Alcuni devotissimi trattati_ ec. Venezia 1537.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2) · 第 52 / 53 题