Dalla nascita del Savonarola, alla sua entrata nel chiostro.
[1452-1475.]
La famiglia dei Savonarola traeva la sua antica origine dalla città
di Padova. Nel principio del secolo XV si trasferì a Ferrara, dove fu
invitata dagli Este, che allora vi signoreggiavano. Niccolò III, amante
delle lettere e delle arti, mecenate dei dotti, orgoglioso di tenere
una corte fiorita d’ingegni rinomati, chiamò presso di sè Michele
Savonarola. Questi era un medico a quel tempo divenuto famoso nella
Scuola Padovana; ed il suo nome è passato ai posteri, non solamente pei
suoi molti e pregevoli scritti,[1] ma ancora per l’affetto che portò
al nipote Girolamo Savonarola, il quale più tardi riempì il mondo della
sua fama.
Venuto a Ferrara, Michele fu nella corte assai ben veduto, ottenne
favori ed onori d’ogni sorta, visse con agiatezza e con bella fama.
Poco sappiamo del suo figlio Niccolò: pare che studiasse molto la
scolastica, ma niuno scritto ricorda il suo nome: passò i suoi giorni
bazzicando per la corte, e consumando il patrimonio che suo padre avea
cogli studi e colla industriosa perseveranza raccolto. La sua moglie
Elena, venuta dalla illustre famiglia dei Buonaccorsi di Mantova, fu
però donna di elevata indole; ebbe una forza di carattere, una fermezza
d’animo quasi virile. Poco raccontano di lei i cronisti, ma quel poco
raccontano a provare la grandezza del suo animo.[2] Ed in vero, le
lettere con le quali il figlio Girolamo, in tutti i suoi pericoli o
dolori si rivolge a lei, quasi alla sola confidente intima della sua
vita, ci confermano da un lato le virtù di lei; mentre da un altro ci
fanno ripetere l’osservazione, che uno degli affetti più costanti e
inalterabili nelle anime grandi è appunto questo amore e direi quasi
culto alla madre.
Girolamo Savonarola, del quale intendiamo scrivere la vita, nacque
il giorno 21 settembre dell’anno 1452, e fu il terzogenito di sette
figli[3] che nacquero a Niccolò ed Elena. I suoi biografi raccontano
maraviglie di lui sin dalla più tenera età; ma ognuno conosce che fede
sia da dare a simili racconti. Assai più facilmente si può credere
che egli non avesse nulla di tutto ciò che fa amare i bambini; non
era nè bello nè ridente, ma fin d’allora serio e tranquillo; niuno
forse immaginava quale avvenire la sorte volesse apparecchiargli.
Nondimeno, il primogenito della famiglia, Ognibene, essendosi dato
all’armi; il secondo prendendo cura degli averi paterni, e forse
anche promettendo troppo poco di sè; non appena Girolamo fu uscito
dalla fanciullezza, che verso di lui si rivolsero tutte le speranze
della famiglia: farne un gran medico divenne il loro sogno. Quella
professione parea loro la sola nobile e dignitosa: sopra di essa erasi
fondata la casa dei Savonarola. E l’avo Michele rivolse ora al nipote
Girolamo tutte le sue cure più affettuose. Con quella pazienza e quella
ingenua semplicità che dánno i molti anni e la lunga esperienza, con
la chiarezza e precisione d’un forte ingegno educato allo studio delle
scienze naturali, si prese la cura di aprire il tenero fiore di quella
giovanile intelligenza ai primi pensieri, alle prime idee. Certo
niuno potrebbe augurarsi una scuola migliore di questa, ed il giovane
Girolamo corrispose ben presto al paziente e tenero amore dell’avolo,
innamorandosi dello studio e dei libri, quasi prima di poterli
comprendere: vi correva dietro come ad arca di tesori sconosciuti.
Sfortunatamente però l’avo morì assai presto (1462),[4] ed al
giovinetto non rimase altra guida che quella del padre, il quale prese
ad insegnargli la filosofia. Le scienze naturali non erano allora
che una parte principalissima della filosofia, colla quale lo studio
della medicina solea sempre incominciarsi; la filosofia poi, come
ognun sa, altro non era che la scolastica. In alcune parti d’Italia
era cominciato, è vero, qualche primo albore di filosofia platonica,
qualche traduzione fedele dell’originale greco d’Aristotele; ma di ciò
si discorrea solo come di gran novità: i libri che vennero nelle mani
del giovine Savonarola, furono San Tommaso e i commentatori arabi di
Aristotele. Questi libri gli eran dati come una guida e un indirizzo
necessario alla medicina; e fu singolare il vedere come egli, così
giovane, si abbandonasse e quasi deliziasse in quel mare o piuttosto in
quel laberinto d’incomposti sillogismi, e come presto divenisse valente
nella disputa.[5] Le opere di San Tommaso lo attiravano con una forza
incredibile; egli vi rimanea estatico a meditarle i giorni interi, e
con difficoltà potevano separarnelo per ricondurlo agli altri studi più
necessari alla medicina. Così da un lato lo trasportava e chiamava la
natura della sua mente, da un altro lo trattenevano i suoi genitori; e
già, senza che alcuno se ne avvedesse, era cominciata quella lotta che
dovea più tardi decidere il suo avvenire e deludere le speranze della
sua famiglia. Innamorato del vero, inconsapevole ancora di sè stesso,
egli era allora tutto pieno di quella felice ebbrezza che prova il
giovane, quando per ogni dove la natura sembra invitarlo ad entrare
lietamente nella vita; leggeva con fervore gli antichi scrittori,
scrivea versi, studiava il disegno e la musica.[6]
Sfortunatamente però mancano tutti i particolari di questa prima
giovinezza: la storia sembra averci voluto nascondere come si svolgesse
il suo spirito, come si educasse la sua mente, quali fossero in
particolare i progressi de’ suoi studi, quali le difficoltà con cui
dovette combattere, come si andassero formando la mente ed il cuore
d’un uomo che ebbe tanta parte nelle cose del mondo. Se non che,
si può osservare che ciò deve esser nato dalla mancanza di fatti
notevoli, e degni d’essere tramandati ai posteri. Probabilmente, la
vera storia della sua giovanezza riducesi a quei pensieri intimi, a
quelle impressioni segrete, che pochi poterono conoscere. Noi perciò
rivolgiamo invece lo sguardo alle cose che lo circondarono, per
argomentarne le impressioni del suo animo; giacchè egli non fu mai
un uomo chiuso tutto nelle solitarie meditazioni, ma si sentì sempre
trascinato verso la società e verso il popolo, col quale infatti visse
ogni qual volta non fu costretto a separarsene per troppo disgusto de’
suoi vizi.
Chi oggi osserva l’abbandono in cui trovasi la città di Ferrara, le
vie solitarie ove di rado s’incontra un uomo, ove l’erba cresce fra le
lastre, immagina difficilmente la splendida città degli Este coi suoi
100,000[7] abitanti, con una corte fra le prime d’Italia, col passaggio
continuo di principi, d’imperatori e di papi, colle feste che parea
non avessero mai fine: pur tale essa era quando vi nacque e visse il
Savonarola. Il quale essendo d’una famiglia che vivea nella corte,
udiva i discorsi rivolgersi continuamente intorno a queste feste ed
a questi sollazzi, dai quali dovè pure ricevere le prime impressioni
della sua infanzia. Non sarà, dunque, fuor di proposito, se ci fermiamo
a dire qualche parola di quella corte.
Nel 1402 Niccolò III governava, col titolo di marchese, lo stato
di Ferrara, a cui andava unita ancora la ricca e fertile provincia
Modanese. Egli dovette per sedici anni combattere di continuo la
nobiltà dei castelli intorno; e dopo averla con ogni arte di guerra,
d’astuzia e di tradimenti sottomessa, si trovò assoluto signore, e
diedesi colla pace a rendere illustre la sua corte. Fece innalzare
la torre del Duomo, i palazzi di Belriguardo e S. M. Belfiore, ed
altri splendidi edifizi. Abbiamo visto che chiamò da Padova Michele
Savonarola, e così fece di molti altri; fra i quali fu il celebre
erudito Guarino Veronese, a cui affidò l’educazione dei suoi due
figli naturali, Lionello e Borso. Questi furono poi legittimati, e per
espressa volontà del padre gli successero nel governo, a preferenza
di Ercole, figliuolo legittimo, ma di età troppo tenera. Lionello,
adunque, successe a Niccolò l’anno 1441, e Borso successe a Lionello
l’anno 1450. Essi governarono in tempi assai difficili. L’estinzione
della casa Visconti, la sollevazione di Milano, la gelosia dei
Veneziani e degli stati vicini, aveano per tutto acceso la guerra;
onde parea quasi impossibile che gli Este non vi fossero dagli uni o
dagli altri trascinati. Pure seppero non solamente tenersene fuori, ma
composero in Ferrara tante discordie fra principi e stati avversi, che
le acquistarono il nome di _terra della pace_. Ma ciò che più di tutto
fece crescere la fama degli Este, fu la magnificenza della corte, e il
titolo di mecenati che essi acquistarono prima d’ogni altro principe
italiano. Lionello era, infatti, amico di molti dotti; il Guarino,
il Valla, il Trapezunzio ed altri furono da lui protetti: egli avea
scritto orazioni latine, sonetti in volgare, dato principio ai famosi
musei degli Este, messo in fiore l’Università, fondato lo Spedale
di Sant’Anna e molti pubblici edifizi. Tenne la corte in un lusso
sfolgorante, e le feste che diede in occasione delle sue nozze furono
materia di discorso in tutta Italia. Ma egli non regnò che nove anni,
ed alla sua morte avvenuta nel 1450, gli successe Borso, che fece assai
presto dimenticare la munificenza e la magnificenza del fratello. Il
marchese Borso era un uomo della stampa dei Medici: a lui non mancavano
buone qualità, ma nascevano tutte dal bisogno di primeggiare e far
parlare di sè. Quando la giustizia non era a suo danno, egli l’amava
e facevala severamente osservare; ma assai più della giustizia, amava
il nome di giusto, che presso tutti s’era acquistato. Egli divise
equamente fra i cittadini il peso delle imposte, pigliò a suo carico
le spese dell’Università, introdusse a Ferrara la stampa, allora appena
in sul nascere; fondò la Certosa, fortificò di bastioni la città dalla
parte del Po, ed allargò il suo stato. Le discordie nate in Italia ai
tempi di Lionello, crebbero ancora nei suoi, ed egli visse in tempi più
difficili: pure seppe tenersi neutrale, e fu arbitro di quasi tutte le
discordie occorse al suo tempo fra gli Stati italiani. Il suo nome andò
tanto oltre, che gl’Indiani inviarongli ricchi donativi, credendolo il
re d’Italia.
Ora, se noi dicessimo che questo gran nome gli veniva principalmente
dal lusso della corte, e dalle feste con cui sollazzava di continuo
il popolo ferrarese, parrebbe strano, e sarebbe pure la verità. La sua
rinomata giustizia non avea mai potuto sostenere una prova difficile;
nè la sua vita passò senza qualche grave accusa. La vantata prudenza
colla quale seppe mantenersi in pace fra vicini che guerreggiavano,
si riduceva in fondo, per chi bene l’avesse considerata, all’arte di
non sposare mai la causa d’alcuno, e tenersi pronto per unirsi sempre
al più forte. Ma il marchese Borso apriva liberalmente la sua casa a
tutti, aveva una rara collezione di codici ed antichità, vestiva sempre
di broccato d’oro; nella sua corte sfoggiavano le più ricche stoffe
d’Italia; avea i più bei falconi, cani e cavalli che si fossero mai
visti; gli stessi buffoni della sua corte eran divenuti famosi, e le
descrizioni delle feste che egli dava correvano stampate da un capo
all’altro d’Italia.
Quando nel 1452 l’imperatore Federigo III scese in Italia con un
séguito di 2000 uomini per andare in Roma a prendere la corona
imperiale, passò per Ferrara. E Borso gli andò incontro colla nobiltà
e col clero, lo accolse sotto un ricco baldacchino; e per dieci giorni
continui tenne la città intera fra giostre, conviti, musica e danza.
Nel ritornare da Roma, l’imperatore si era deciso di dare a Borso i!
titolo di duca; le feste furono perciò riprese con più fervore. Fu
eretto nella piazza un suntuoso palco, sul quale sedeva l’imperatore,
col manto e la corona imperiale ricchi per 150,000 fiorini di gioie.
Borso mosse dal suo palazzo vestito di broccato d’oro, carico di gioie,
accompagnato dalla nobiltà ferrarese, fra lo schiamazzo del popolo
che andava gridando: _Duca, duca, viva il duca Borso_. Giunto innanzi
all’imperatore ed inginocchiatosi a’ suoi piedi, ne ricevette il titolo
desiderato.
Ma le feste a cui, per la sua età, potette assistere il Savonarola,
furono ancora più magnifiche, ed ebbero una ragione assai più notevole.
Allora era un continuo discorrere della caduta di Costantinopoli
(1453), della potenza sempre crescente del Turco, del pericolo
che esso minacciava a tutta la Cristianità: ognuno voleva fare una
crociata, ma per la indifferenza e la fiacchezza universale niuno si
movea. Finalmente, nell’anno 1458, Enea Silvio Piccolomini salito al
pontificato col titolo di Pio II, ordinò un concilio a Mantova, nel
quale egli dovea in persona incitare alla guerra santa i principi
cristiani. Dieci cardinali, sessanta vescovi, un gran numero di
principi secolari lo accompagnavano con indicibile pompa, nel 1459,
per le città italiane, che gareggiavano a sfoggiare di lusso nel
riceverlo e rendergli onore. A Firenze il Santo Padre entrò sulle
spalle di Galeazzo Maria Sforza, e dei signori Malatesta, Manfredi
ed Ordelaffi; la repubblica gli fece quelle feste con cui onorava
solamente l’imperatore o altri gran principi secolari. A Ferrara il
papa entrava sotto un baldacchino di broccato; le vie per cui passava
eran coperte di drappi e sparse di fiori; dalle finestre pendevano
arazzi ricchissimi; la città era piena di musica e di canto. Nel Duomo
il Guarino lesse una lunga orazione latina tutta piena d’erudizione e
di lodi al Santo Padre; il quale per otto giorni continui fu tenuto in
festa. Così procedette oltre per la sua via fino a Mantova, ove giunse
il 27 maggio 59. Ivi fece prova della sua maravigliosa facondia latina,
e mosse il pianto degli uditori nel descrivere la miseria dei cristiani
di Costantinopoli. Parlò il dottissimo Francesco Filelfo, parlò
anche in latino Ippolita figlia di Francesco Sforza; e finalmente gli
ambasciatori Greci mossero una più vera e profonda pietà col descrivere
le sventure della loro patria, la feroce crudeltà dei Turchi. Tutti i
principi offerirono aiuto d’uomini e danaro, ed il duca Borso promise
la somma, per lui esorbitante, di 300,000 fiorini. Ben presto però
si vide che egli era stato più astuto che volenteroso: questi grandi
apparecchi non si facevano che in parole, e bastò il pazzo tentativo
di Renato d’Angiò, il quale con pochi Francesi voleva andare alla
conquista del Regno di Napoli, per mandare a vuoto tutta l’impresa
d’Oriente.
L’anno 1460, il papa ritornava a Ferrara senza aver nulla concluso:
nondimeno le feste furono maggiori di prima. Il duca venne ad
incontrarlo nel Po sopra un magnifico bucintoro, circondato per ogni
dove da una miriade di barchette ornate a festa, con bandiere e con
musica, le quali occupavano tutta la gran larghezza del fiume, e
procedevano lentamente col bucintoro. Sulle rive sparse di fiori
attendeva una moltitudine di giovanetti vestiti di bianco, con
ghirlande in mano; e nel posto ove dovea discendere il Santo Padre, gli
facevano corona tutte le statue degli Dei pagani!
Il Savonarola assistè certamente a quella festa, e ne udì lungamente
parlare. Nè è da dirsi con parole che profonda impressione queste cose
producessero su quel giovane animo. Il suo entusiasmo religioso era
fieramente scosso da tali profanazioni, e fin dalla più tenera età
il suo cuore veniva travagliato da passioni diverse, e si trovava in
guerra aperta col mondo in cui vivea.
La vita di Borso procedè sempre allo stesso modo, e tali continuarono
ad essere i fasti del popolo ferrarese. Tali erano, pur troppo, anche
quelli del resto d’Italia: indifferenza e corruzione per tutto, il
paganesimo che invadeva da ogni lato, ed il popolo che si abbandonava
ad una gioia lasciva e spensierata.
Il 27 maggio 1471, moriva il Duca; e le sue ceneri erano ancora calde,
quando Niccolò figlio di Lionello, ed Ercole I (il figlio legittimo
di Niccolò III, pervenuto ora all’età maggiore), si contrastarono
fieramente la successione, tentando la fortuna dell’armi, che fu
favorevole ad Ercole. Il 20 agosto, egli entrava trionfante in Ferrara,
veniva ad alta voce acclamato signore del popolo; mentre che i seguaci
di Niccolò erano scannati per le vie, e quelli che potevano sfuggire,
venivano, come contumaci, condannati a morte. Le feste e le danze
riprendevano poi il loro usato giro, e l’indomani il popolo sembrava
avere dimenticato il sangue che s’era versato il giorno innanzi.[8]
— Tale era la famosa, splendida e allegra corte degli Este; tali i
signori che venivano corteggiati e probabilmente levati a cielo dalla
famiglia del nostro Savonarola.
Noi chiediamo invano ai biografi del Savonarola quali fossero le
impressioni e i giudizi suoi sopra questi fatti. Essi si tacciono
tutti. Ci descrivono però il suo vivere tristo e solitario, il suo
andare dimesso e sconsolato, il quasi mai non parlare, il dimagrare
continuo, il pregare sempre più fervido, le lunghe ore passate nelle
chiese, i digiuni frequenti. _Heu fuge crudeles terras, fuge litus
avarum_, erano le parole che di continuo e quasi involontariamente,
gli uscivan di bocca.[9] Era allora tutto immerso nella lettura della
Bibbia e di San Tommaso; nè pigliava altro riposo che quello di sonare
qualche mesta melodia, o scrivere dei versi, nei quali, non senza
energia e semplicità, dava sfogo ai dolori del suo cuore. E di ciò si
può avere un esempio nella canzone _De ruina mundi_, composta l’anno
1472, nella quale descrive a chiare note lo stato del suo animo, la
tristezza e lo sconforto de’ suoi pensieri.
Vedendo sotto sopra tutto il mondo,
Ed esser spenta al fondo
Ogni virtude ed ogni bel costume,
Non trovo un vivo lume,
Nè pur chi de’ suoi vizi si vergogni.
. . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . .
Felice ormai chi vive di rapina,
E che[10] dell’altrui sangue più si pasce;
Chi vedoe spoglia e i suoi pupilli in fasce,
E chi di povri corre alla ruina.
Quell’anima è gentile e peregrina,
Che per fraude e per forza fa più acquisto;
Chi sprezza il ciel con Cristo,
E sempre pensa altrui cacciare al fondo.
E questi sentimenti agitavano così fortemente l’animo del Savonarola,
che i suoi biografi raccontano, come avendolo una volta i genitori
condotto nel palazzo ducale, egli, con una tenacità di proposito assai
notevole nella sua età, non volle d’allora in poi mai più rimettervi
il piede.[11] Veramente, quella severa massa quadrangolare, con le
sue quattro torri, coi larghi fossati, coi ponti levatoi, dovea in
quei giorni rendere immagine della tirannide trincerata in mezzo
al popolo ferrarese. Quelle mura non erano ancora consacrate dalla
memoria d’Eleonora e del Tasso, le cui ombre immortali sembrano ancora
passeggiare le splendide sale, e mandano in oblio ogni altra sinistra
ricordanza. Nè allora si andava per diletto a visitare le sottoposte
carceri, a cui sette inferriate chiudono la luce, ma ivi si udiva il
rumore delle catene, il gemito dei miseri che viveano quasi sepolti
sotto la terra. E sul loro capo la musica, la danza, i conviti non
avevano mai posa; il rumore degli argentei piatti, delle scintillanti
maioliche, dei veneziani bicchieri era continuo! Questi contrasti non
sfuggivano certo all’animo fervido, al cuore passionato del Savonarola:
egli fremeva a quella vista, e tutta la sua vita portò una dolorosa
rimembranza dei fatti che vide nella sua prima giovinezza: spesso la
sua mente si esaltava nel dolore, e non sapeva trovare rifugio altrove
che nelle chiese. La preghiera fu il continuo conforto di quell’anima
esaltata; egli bagnava di lacrime le soglie degli altari, sui quali
rimaneva prostrato lunghissime ore, chiedendo a Dio conforto contro i
mali di un secolo dissoluto, vile e corrotto.
In quel tempo appunto abitava accanto alla sua casa un esule
fiorentino, che portava il nome illustre degli Strozzi, e avea seco una
figliuola naturale. Un cittadino esiliato dalla patria di Dante dovea
sul suo animo avere un gran prestigio. Egli lo immaginava, infatti,
oppresso da nemici ingiusti, sofferente per amore della libertà e
della patria; e in quella casa dell’esule cominciò ad immaginare una
gente diversa da quella che lo circondava. I suoi occhi s’incontrarono
con quelli della giovane fiorentina, e provò quella prima arcana
rivelazione del cuore, che fa credere alla felicità sulla terra. Il
mondo s’illuminava innanzi a lui di nuova luce, la fantasia accesa di
mille speranze sognava giorni beati; ed egli, tutto pieno d’ardore
e di fiducia rivelò il suo animo alla giovane amata. Ma qual fu il
suo dolore nel sentirsi una superba risposta, che, rifiutandolo,
gli faceva capire che gli Strozzi non s’abbassavano a far parentado
coi Savonarola! Egli respinse quest’ingiuria con parole piene di
sdegno;[12] ma il suo cuore ne restò desolato. In un istante cadeva nel
nulla un mondo di sogni e speranze lungamente nudrite nell’animo, gli
fuggiva dinanzi tutta la felicità della vita, ed egli era nuovamente
solo in mezzo ad una moltitudine che d’ognintorno lo respingeva. Ancora
non avea venti anni: i fatti recentissimi della successione d’Ercole
I lo facevano disperare della sua patria; e l’affetto in cui avea
riposto tutta la sua felicità, era finito con una crudele illusione.
Ove, dunque, riposare l’animo affaticato e stanco? I suoi pensieri si
volsero allora spontaneamente a Dio.
Se non che una speranza
Pur al tutto non lascia far partita,
Ch’io so che in l’altra vita
Ben si vedrà qual alma fu gentile
E chi alzò l’ale a più leggiadro stile.[13]
Il sentimento religioso s’impadroniva prepotentemente di tutto il suo
animo, gli creava nel cuore una nuova sorgente di conforto, aprivagli
una via ormai sicura. La sua preghiera era ogni giorno più fervida,
e quasi sempre egli concludeva con queste parole: «Signore, fammi
nota la via per cui deve camminare la mia anima.»[14] Già il pensiero
di abbandonare il mondo e darsi alla religione si affacciava assai
spesso alla sua mente, e la sua ammirazione per San Tommaso gli facea
inclinar l’animo all’ordine domenicano. Ma nel 1474 essendo andato a
Faenza, vi udì predicare un Agostiniano, le cui parole s’impressero
così fortemente in lui, che da quel giorno egli si era irrevocabilmente
deciso di darsi alla vita claustrale.[15]
Tornando a Ferrara, era per la via tutto lieto; ma quando mise il piede
sotto il tetto domestico, s’avvide che cominciava per lui una prova
durissima. Bisognava celare la sua deliberazione ai genitori; e la sua
madre, quasi fosse consapevole di tutto, lo fissava con uno sguardo che
parea volesse penetrargli il cuore, ed egli non ardiva più guardarla in
viso. Questa lotta durò un anno, e più volte il Savonarola ne rammentò
i supremi dolori: «Se io avessi manifestato il mio animo, egli diceva,
io credo che il cuore mi sarebbe scoppiato, e mi sarei rimosso dal
proponimento già fatto.»[16] E fra gli altri giorni, il 23 aprile
1475, il Savonarola sedutosi, prese in mano il liuto e sonò una canzone
così mesta, che la madre, quasi mossa da uno spirito di divinazione,
rivolgendosi ad un tratto pietosamente verso di lui, gli disse:[17]
«Figliuolo mio, questo è segno di partenza.» Egli allora si fece
forza, e colla mano tremante continuò a toccare il liuto, senza punto
rimuovere gli occhi da terra.
L’indomani, 24 aprile, era un gran giorno per Ferrara: celebravasi in
tutta la città la festa di San Giorgio, ed i parenti del Savonarola,
insieme cogli altri, vi assistevano. Quel giorno egli avea deliberato
di lasciare la casa paterna, e come si vide tutto solo, si pose in
viaggio per Bologna, ove s’indirizzò al convento di San Domenico, ed
espresse la sua volontà di vestir l’abito, chiedendo d’essere adoperato
agli uffici più vili del convento. Voleva essere il servo di tutti,
e veniva per far severa penitenza de’ suoi peccati, non per passare,
secondo il costume allora generale, da _Aristotele nel secolo, ad
Aristotele nel chiostro_. Venne ricevuto, e subito s’apparecchiò al suo
noviziato.
Non appena però egli fu solo, che il primo pensiero si rivolse alla
famiglia; e quel medesimo giorno 25 aprile, scrisse al padre una
lettera assai affettuosa, nella quale cercava confortarlo e rendergli
ragione della sua decisione. La cagione che lo avea mosso, era stata il
non poter più tollerare la gran corruzione del secolo, e il vedere per
tutta Italia sollevato il vizio, messa in fondo la virtù. Non si era
deciso puerilmente, ma dopo una lunga meditazione ed un lungo dolore.
Non avea avuto il cuore di rivelare il suo pensiero, perchè forse
allora non gli sarebbe più bastato l’animo a metterlo in atto. «Padre
carissimo,» egli conclude, «non vogliate col vostro dolore accrescere
il mio, già gravissimo. Fatevi animo, confortate mia madre, e insieme
con essa datemi la vostra benedizione.»[18]
Tale era il tenore di questa lettera; nella quale disse ancora, che
vicino alla finestra avea lasciato alcune carte, ove era descritto lo
stato del suo animo. Ed il padre ricercò subito fra i libri del figlio,
e nel luogo da lui indicato ritrovò uno scritto _Sul dispregio del
mondo_. Ivi sono i medesimi sentimenti espressi nella lettera: descrive
i costumi del suo tempo, e li paragona a quelli di Sodoma e di Gomorra.
«Non v’è rimasto pure uno, uno solamente, che voglia il bene: a noi
bisogna imparare dai bambini e dalle donnicciuole, perchè in essi soli
è rimasta ancora qualche ombra d’innocenza. I buoni sono oppressi,
ed il popolo Italiano è divenuto simile all’Egizio, che teneva in
soggezione il popolo di Dio. Ma già le carestie, le inondazioni, le
malattie ed altri segni moltissimi preconizzano futuri mali, annunziano
l’ira di Dio. Apri, apri, o Signore, nuovamente le acque del mar
Rosso, e sommergi gli empi nelle onde del tuo furore.»[19] Questo
breve scritto si credette perduto da tutti i biografi; ma si ritrova
presso la famiglia Gondi di Firenze, cui fu religiosamente confidato
da un Marco Savonarola l’anno 1604. Esso è assai notevole, perchè vi
si scorge chiaramente come sin dal suo primo entrare nel chiostro,
il Savonarola prevedesse flagelli all’Italia; e perchè fin d’allora
trovasi in lui il sentimento d’una straordinaria missione affidatagli
da Dio. Egli chiede al Signore che le acque del mar Rosso aprano il
passaggio ai buoni e sommergano i tristi; ma egli non può nello stesso
tempo nascondere la speranza, che la verga la quale dovrà comandare
a queste acque, sarà un giorno messa tra le sue mani. Invano volea
nasconderlo a sè stesso, invano umiliarsi ed essere adoperato agli
uffici più vili del convento: nel suo petto si nutrivano speranze e
disegni straordinari.
Quale effetto producessero sull’animo dei genitori quegli scritti,
non sappiamo; ma si può bene argomentare che si dolessero amaramente
della risoluzione imprevista del loro figliuolo, giacchè noi troviamo
di lui una seconda lettera, nella quale rimprovera i loro immoderati
rammarichi. «Se un principe temporale,» egli dice, alludendo al
mestiere del suo primo fratello, «mi avesse cinto la spada e fattomi
de’ suoi seguaci, voi ne avreste creduto onorata la vostra casa e
fattone allegrezza; ed ora che il Signore Gesù Cristo mi cinge la sua
spada e mi fa suo cavaliero, voi piangete!»[20] Dopo ciò i parenti si
dovettero rassegnare, ed il Savonarola pose tutto il suo animo ai nuovi
doveri assunti.
Egli era di mediocre statura, di colore scuro, di temperamento
sanguigno-bilioso, d’una fibra oltre ogni dire delicata e sensibile.
I suoi occhi fiammeggiavano sotto nere sopracciglia, il naso era
aquilino, la bocca larga, le labbra grosse, ma strette in modo fra
loro, che manifestavano una fermezza irremovibile di propositi:
la fronte, sin d’allora solcata da profonde rughe, indicava una
mente già data alla contemplazione di gravi pensieri. Tutta la sua
fisonomia invero non avea bellezza di forme: esprimeva però una severa
nobiltà di carattere; ed un certo sorriso di mestizia rendeva a que’
suoi lineamenti rozzi e taglienti, una tale aria di bontà, che al
solo vederlo ispirava fiducia. I suoi modi erano semplici, sebbene
incolti; il discorso disadorno e quasi rozzo, divenia nel suo animarsi
efficace e potente in maniera, che convinceva e dominava ognuno.[21]
In quei giorni però egli era chiuso in un silenzio profondo, e dato
alla contemplazione delle cose celesti. A vederlo passeggiare pei
chiostri, parea piuttosto un’ombra che un uomo vivo; tanto i digiuni
e le astinenze lo aveano macerato: le prove più dure del noviziato gli
parevano lievi, e i superiori doveano di continuo trattenerlo per non
farlo eccedere. Quando egli non digiunava, mangiava appena tanto che
bastasse a sostenerlo. Il suo letto era un graticcio con un saccone di
paglia ed un lenzuolo di lana; gli abiti erano sempre i più rozzi che
potesse avere, ma la nettezza ne era esemplare; la modestia, l’umiltà,
l’obbedienza, senza pari nel convento; il fervore della orazione tale
e tanto, che i superiori ne restavano ammirati, ed i confratelli assai
spesso credevano di vederlo rapito in ispirito. E veramente parea che
le mura del chiostro, separandolo dal mondo, gli avessero restituito
la calma dello spirito, e che egli allora non desiderasse altro che
obbedire e pregare.