--_Qu'est-ce qui arrive? Qu'est-ce qui arrive?_--feci io, balzandogli
incontro come una Furia.--_Arrive_ che io dovevo essere a Ginevra per
il mio pranzo di fidanzamento e che sono qui, da quattro ore, a
strillare, a soffocare, a spasimare....
--Oh! che disastro!--esclamò il capostazione; ma mi parve di scorgere
sotto ai suoi baffi biondi tremolare un sorriso represso. Questo
m'infuriò.
--È iniquo--gridai,--è infame. Farò un processo, a voi, alla
Compagnia, alla Direzione, alla Federazione. Sì, vi processerò; perchè
non avete il diritto di rinchiudere una creatura in questo posto
immondo la notte della Vigilia di Natale....
E il mio pianto sgorgò.
--Creda, sono desolato,--diss'egli;--ma non capisco....--e tenendo la
porta aperta girò due o tre volte la maniglia e poi la chiave ch'era
al di fuori.--La serratura funziona perfettamente.
--Già--esclamai sarcastica.--Perfettamente! Difatti....--E con un riso
di scherno gli volsi le spalle.
--Ma sì; funziona perfettamente,--disse lui calmo e cortese.--Guardi
lei stessa.
--Non è vero, non è vero!--gridai, e afferrando la porta la chiusi con
violenza.--Non funziona affatto!--E gli mostrai, tentando di riaprire,
che la maniglia non girava.
Un poco impressionato, egli l'afferrò a sua volta. La mosse, la
scosse; spinse la porta, tirò la porta. Niente. Solida, ferma,
incrollabile, quell'uscio resisteva ad ogni sforzo. Egli si volse e mi
guardò.
--Siete pazza?--disse, e i suoi occhi mandavano lampi,--ci avete
chiusi dentro!
Io fremetti di sdegno.--Uscite,--gli dissi, con gesto di
comando.--Uscite subito di qui. Lasciatemi sola.
--Magari!--rispose lui, sgarbato.--Siete voi che me ne avete impedito.
Il mio furore non ebbe limiti.--Andate via!--strillai; e poi, come
quello mi guardava con occhi saettanti, mi misi a urlare di
nuovo:--Aiuto! Aiuto!... Ah! ah! ah!...
Egli non badò più a me. Chino accanto all'uscio, esaminava la
serratura; quindi, subitamente risoluto, cominciò a dare delle potenti
spallate nel legno. (Mi passò per la mente che se Lucien, colle sue
esili ed aristocratiche spalle, avesse tentato un'impresa simile,
avrebbe dovuto poi stare otto giorni in letto).
Ma la porta resisteva. Il capostazione si guardò intorno; indi,
buttando per terra il berretto rosso che finora aveva tenuto in testa,
afferrò il tavolino, lo alzò in aria brandendolo per le gambe, e, con
quanta forza aveva, lo scaraventò contro la porta.
Il tavolino andò a pezzi; ma la porta non crollò. Una lunga striscia
bianca sulla vernice scura del legno rimase, unico testimonio
dell'inutile violenza.
Il mio compagno di prigionìa allora si appoggiò al muro, e colle mani
in tasca guardò la porta. Gettò un'occhiata verso il piccolo uscio in
fondo alla stanza, ma di sopra a quella tramezza si scorgeva la
continuazione della parete a indicare che di là non v'era uscita.
I suoi occhi tornarono, irosi, alla porta screpolata, e a me. Io m'ero
accasciata su quell'unica seggiola che pareva un isolotto in un mare
di desolazione; ai miei piedi giacevano i rottami del tavolino. Avevo
cessato di gridare; la violenza di lui m'aveva intimidita e calmata.
Forse il mio atteggiamento di mansueta disperazione lo commosse,
perchè disse con voce abbastanza umana:
--Mi dispiace per lei. Comprendo quanto sia penosa la sua situazione;
e quanto la mia presenza l'aggravi.
Chinai il capo senza rispondere. Veramente, io non la pensavo così. La
presenza di un essere umano, chiunque fosse, m'era di conforto; se non
altro mi impediva di aver paura, quella paura frenetica e sragionata
che mi assale talvolta nella notte e nella solitudine. Forse avrei
dovuto aver paura anche di quest'uomo, di quest'estraneo col quale ero
qui rinchiusa, lontana da ogni soccorso; ma a dir vero egli non
m'ispirava alcun senso di terrore. Era molto giovane e molto biondo. I
capelli, scompigliati dai suoi gesti violenti, gli cadevano in ciocche
soleggiate sulla fronte; erano bionde le ciglia aggrottate, e biondi i
brevi baffi sopra la bocca risoluta. Aveva il mento quadro, indicante
fermezza di carattere, ma una fossetta profondamente incavata ne
attenuava la durezza. (Pensai al mento alquanto fuggente di Lucien, e
mi dissi ch'egli certo doveva essere di carattere assai più malleabile
ed arrendevole di costui. Infatti sapevo Lucien anche troppo
suscettibile alle influenze femminili!...).
Lo sconosciuto stava ritto, immobile, addossato al muro colle braccia
conserte. Io alzai gli occhi al suo viso fosco e chiesi, tremante:--E
adesso?
--Adesso,--disse lui,--arriverà il diretto di Ginevra ed io non sarò
al mio posto.
--Allora la cercheranno!--esclamai subitamente sollevata.
--Sì, mi cercheranno!--ribattè lui con un sorriso ironico,--ma non
qui.
--Cercheranno anche me,--dissi con un piccolo singhiozzo, pensando a
Lucien.
--Chi? Chi la cercherà?
--Il mio fidanzato,--risposi, chinando il capo. Avevo ancora il
cappello da viaggio e il velo grigio in testa, e ne ero tutta
avviluppata come da una nube malinconica.--Non vedendomi arrivare
alle nove a Ginevra, avrà preso il primo treno per venirmi a cercare.
--E qui, non trovandola,--fece il giovane, sempre con lieve aria di
motteggio,--vorrà subito interrogare il capostazione. Irreperibile
anche quello! Sarà una bella situazione,--soggiunse con un'amara
risata,--quando portieri, facchini e fidanzato apriranno la porta e ci
troveranno qui.
Io trasalii. A questo non avevo pensato.--Mio Dio!--esclamai,--e il
conte Lucien è un vero Otello!
Il giovane, a queste parole, dètte in un'improvvisa risata, e continuò
a ridere e ridere, col viso all'indietro e la testa appoggiata al
muro.
Rise tanto ch'io fui molto offesa. Mi alzai con dignità; avrei voluto
uscire, con tranquilla alterezza, dalla presenza di quello stolto
giovinetto ridacchiante.... ma dove andare? Non c'era che da avviarmi
altezzosa verso la porta colle due iniziali....
In quel momento ecco da lontano il brontolìo, il rullìo, il fischio
del treno da Ginevra. Il capostazione smise di ridere e mormorò tra i
denti un'amara esclamazione.
Con clamore e clangore, con stridìo e cigolìo il treno entrò nella
stazione e si fermò, con un lungo sospiro stridulo in scala
discendente.
Restammo entrambi silenziosi, immobili, ascoltando. Non altro rumore
ci giungeva traverso le mura massicce della stazione--non voci, non
passi--nulla eccetto il profondo, asmatico respiro del treno. Allora
il capostazione alzò le mani alla bocca e con due dita, allargando le
labbra, emise un lungo e potente sibilo. Lo ripetè tre o quattro
volte. Nulla! Aspettammo irrigiditi una risposta, un suono. Nulla.
Allora io mi rimisi a gridare con quanta voce avevo (e mi pareva
fievole e poca) e non sapendo che cos'altro gridare, gridai
alternatamente: «Aiuto!» e «Lucien!...» A mia grande mortificazione
vidi che quell'uomo se ne divertiva; anzi non gli riusciva più di
emettere il suo fischio perchè le labbra gli tremavano nel riso.
Un rintocco di campana e il treno, sibilante e rantolante, si mosse.
Ben presto il pulsante battito si fece più ritmico, più rapido, più
lontano.... e il silenzio ricadde.
Restammo per un gran pezzo immobili, impietriti.
--E adesso?--diss'io di nuovo.
L'altro non rispose.
--Quanto tempo dovremo restar qui?
--Fino alle sette del mattino, quando la custode verrà ad aprire.
--Misericordia!--esclamai, e chinando il capo tra le mani, piansi.
--Farebbe meglio a togliersi il cappello e cercar di dormire,--disse
lui.
Obbediente e piangente tolsi il cappello e il velo, e quando li ebbi
tolti non sapevo dove metterli; se sul lavabo o per terra. Mi decisi
per il lavabo: e, deponendoli, gettai uno sguardo nello specchio.
Mi vidi una piccola faccia smunta e gli occhi spiritati e gli ondulati
capelli in disordine. Tuttavia non ero bruttissima. Già.... se avevo
potuto piacere al conte Lucien de Lussain-Maldé, così difficile a
contentare.... Nello specchio incontrai lo sguardo del capostazione;
arrossii, e tornai a sedermi.
. . . . . . .
Come passarono le ore? Non lo so.
Ogni tanto guardavo l'orologio, e, dopo due o tre ore, quando lo
riguardavo erano passati dieci minuti! Pensai alla zia Clotilde e al
suo piede; pensai a Lucien, che certo s'aggirava, frenetico e
disperato, pei corridoi della stazione....
Invece no. Seppi poi che in quel frattempo egli (arrivato difatti col
treno delle ventitrè) adesso saliva nella nebbia e nella neve da
Montreux a Glion; saliva a piedi perchè a quell'ora non c'era più
funicolare; e lo accompagnavano--fiutando l'articolo sensazionale--un
redattore del _Journal de Genève_ e due altri cronisti che i de
Lussain avevano invitato per render conto della festa. La strada è
lunga, ripida, scurissima; e i tre salivano cupi, tragici, gelati,
sdrucciolando nella neve e nel fango, coi colletti rivoltati fino al
naso.... salivano verso la dormente zia Clotilde per svegliarla di
soprassalto e gettarla nel pànico e nella disperazione....
E il capostazione ed io, rinchiusi nella «toilette de luxe», ci
guardavamo inebetiti ascoltando da lungi un suono festoso di
campane....
Bérangère tacque.
--Ebbene?--chiesi io.
--Ebbene?--fece Bérangère, e colle dita irrequiete tornò a far saltare
il topo rosso dall'una mano all'altra.
--Come andò a finire? Come passaste la notte?
--Ma, non so,--fece Bérangère;--faceva un gran freddo.... camminammo
in su e in giù.... Poi ci parlammo. Io gli narrai di Lucien, ed egli
mi parlò di suo padre, un vecchio dottore di La Chaux-de-Fonds e di
una sorella «bionda come una lampada accesa». Mi piacque il paragone:
e pensai, guardandolo, che anch'egli era biondo come una lampada
accesa. Le sue chiome flave parevano mandar luce.
Poi parlammo di letteratura e di musica. Egli era stato in Ispagna e
in Germania prima della guerra; aveva letto «_Also sprach
Zarathustra_», e gli piacevano le sinfonie di Mahler.
Io gli recitai «À genoux, à genoux au milieu de la classe»; e poi
egli, seduto sul lavabo, mi cantò dei brani d'opera.
Stava appunto cantandomi il _Leitmotif_ delle Figlie del Reno,
allorchè uno strepito alla porta ci fece voltare. Era la custode,
esterrefatta, che dalla soglia ci contemplava.
Ma come! Erano già le sette del mattino?...
E di nuovo Bérangère tacque.
--Ebbene?--diss'io.
--Ebbene; quando, dopo aver calmato e consolato la zia Clotilde, mi
presentai nel pomeriggio al Château-Mirval, la contessa mi accolse con
gelida cortesia; disse che suo figlio era sofferente, ma che,
probabilmente, quando stava meglio, mi avrebbe scritto....
Indi mi porse, con gesto regale, alcuni giornali: la _Gazette de
Lausanne_, le _Journal de Genève_ e _La Suisse_.
Il primo narrava in forma serio-comica «_L'Avventura di una
Fidanzata_». Il secondo, più faceto, intitolava il suo articolo:
«_Fortunato Capostazione!_». Il terzo, oh! il terzo!...
In cima alla colonna spiccavano a grandi caratteri queste parole:
«_IDILLIO DI NATALE IN UN...._» .... e qui le due iniziali che sai!
Non ho più veduto Lucien.
.... Basta! Sono molto felice. La zia Clotilde mi regalò per le nozze
una collana di perle di ottantasei gemme scelte; una meraviglia!
Quanto alla Peugeot, non saprei cosa farmene. Capirai, abbiamo tutti i
viaggi gratuiti!...
--E infine,--soggiunse Bérangère, disfacendo il topo e facendosi vento
al viso roseo col fazzoletto rosso;--aspetto tra poco l'arrivo di
qualcuno.... di qualcuno.... che forse sarà anche lui «biondo come una
lampada accesa!».