che il chiarissimo archeologo cavaliere Bernardino Biondelli,
interpretò per _Pietra Luna di Bellagio_. Infatti si denomina _Pietra
Luna_ un tale trovante e lo si pretende una reliquia del culto celtico,
come qui dal linguaggio celtico si hanno più vestigia in molti nomi di
paesi e monti, come Grianta e Grosgalli. Completerò le notizie intorno
a questa minima terra, ricordando le cave di gesso che son proprio
a lido, e quelle di marmo nero sul fianco del monte; onde gli scoppi
delle mine destano frequentemente gli echi di quest’ultimo contrafforto
delle Alpi; e per coloro che sono alquanto più epicurei, ricordando che
il luogo è celebre pe’ suoi saporiti marroni. Anche la vicina terra di
Civenna divide una tale gustosa particolarità, che un giorno era tutto
a profitto dei detti monaci di Sant’Ambrogio. Qual gaudente non si
sarebbe fatto monaco allora? Le più belle ville, le leccornie migliori,
privilegi d’ogni sorta, immunità, tutto era per essi.
La citazione del Grossi rammenta Lierna che sta in faccia a Limonta, ed
è paese su’ cui greppi soprastanti si fanno vini che dicono buoni per
chi patisce di gotta e di calcoli, mali oramai resi troppo comuni.
Più in alto è Perledo, da dove si ha una magnifica vista. Lassù, dicesi
dalla tradizione che la Regina Teodolinda — la quale in tutta questa
parte di Lombardia si ha tutti i momenti e per tutte le occasioni alla
mano —, dopo d’avere abdicato in favore del figlio Adaloaldo, s’avesse
a ritirare per ivi passare nella quiete i vecchi giorni[27].
Su questa riva orientale, dopo Lierna, si incontra Olcio, ove si scava
pure marmo nero, del quale parte va alla fabbrica del duomo di Como;
quindi si arriva a Mandello, grosso paese, dove il palazzo Airoldi, ora
Pini, contavasi fra i più suntuosi del lago.
Oltre Mandello è l’Abbadia, così chiamata per una antica badia che fu
prima de’ Benedettini, e quindi de’ Servi di Maria, e vi son case di
villeggiatura. Più avanti, verso Lecco, è la Gessima, luogo brullo
e sassoso, che trae forse il suo nome dalla roccia propria a far
gesso, e va ricordato da Paolo Giovio pel fatto miserando intervenuto
a Lodovico Savelli, che, essendosi inerpicato per questa scogliera,
scivolatogli il piè, e giù rovinando, potè nella caduta avvinghiarsi
ad un ramo sporgente e colà vi stette, colla forza dell’istinto che
ognuno ha della propria conservazione, per ben cinque ore; finchè, più
non potendovisi sostenere e mancategli le forze, stremate vieppiù dalla
sferza del sole, malgrado che que’ terrieri, inorriditi spettatori di
quella scena, gli avessero disposto sotto letti di felci, di strame e
di materassi, giù lasciandosi andare, prima di toccar terra s’era già
reso cadavere. — Seguono le Caviate e poi la Maddalena, casali ultimi
che rompono l’uniformità della strada militare, la quale da Lecco
dirigesi a Colico e che corre tra il lago e la montagna brulla, cui di
tratto in tratto ha squarciate, per aprirsi il varco, le pendici.
Sull’opposta riva, rimpetto a Mandello, sorge il paesello di Onno,
dove a notte le ardenti fornaci ti dicono che vi si produce calce;
poscia Parè, sovra cui spuntano que’ picchi che si chiamano i _Corni di
Canzo_, perchè dall’opposto versante sogguardano la grossa borgata di
Canzo, e che stando sui bastioni di Milano, in una limpida giornata,
si veggono a incitamento de’ molti che vi traggono a passare alle
lietissime falde le autunnali vacanze.
Ma ritraversiamo lo sguardo: Lecco c’è in faccia; la campanella del
piroscafo ci annunzia che ci accostiamo al lido.
Entrati in questo bel bacino tutto recinto di monti, non è possibile
non ripetere mentalmente il saluto a questi luoghi, che leggemmo nel
capitolo VIII dei _Promessi Sposi_: “Addio, montagne sorgenti dalle
acque ed erette al cielo; cime ineguali, note a chi è cresciuto tra
voi, e impresse nella sua mente non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi
più famigliari; torrenti, de’ quali egli distingue lo scroscio come il
suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendio,
come branco di pecore pascenti; addio!„
Con questa soave reminiscenza di Manzoni vi ho invitato a guardare
tutto l’ameno territorio, che sembra, pei tanti paesi che si succedono
senza interruzione, una sola città, fin su a Laorca, da dove per un
risvolto di via si entra nella Valsássina.
Ma che è codesto cupo e cadenzato rumore — potrà chiedere il lettore
che mai non fu a Lecco — che s’intende lontano? — Gli risponderò coi
superbi versi di Foscolo, che fu in questi luoghi ad ispirarsi, e ch’io
spicco al _Carme delle Grazie_, e il quale tutto spira attica fragranza
e venustà:
Come quando più gajo Euro provóca
Sull’alba il queto Lario e a quel sussurro
Canta il nocchiero, allegransi i propinqui
Lïuti e molle il flauto si duole
D’innamorati giovani e di ninfe
Sulle gondole erranti; e dalla sponda
Risponde il pastorel colla sua piva.
Per entro i colli rintronano i corni
Terror del capriol, mentre in cadenza
Di Lecco il maglio, domator del bronzo,
Fuma dagli antri ardenti; stupefatto
Pende le reti il pescatore, ed ode.
È dunque il maglio delle officine di ferro di Castello e San Giovanni,
il cui martellare mi svegliava nel religioso efebeo a’ giorni della mia
adolescenza.
È, fra tutti i paesi che vedete sparpagliati in questo bel pendio
fiancheggiato dal monte di San Martino e dal Resegone, che stanno
Acquate all’insù, a lido Pescarenico, ove seguirono tante interessanti
scene del romanzo del sommo nostro Manzoni, fatto così popolare che
non v’abbia persona che, giungendo a Lecco, non s’informi d’ogni
luogo in quel libro mentovato. E così pure domanda ognuno dove sia il
_Galeotto_, bella palazzina dove il Manzoni appunto dimorò tanto tempo
quando attendeva a scrivere questa sua opera d’oro, e che sta a mano
destra di Lecco, a poco più d’un quarto di miglia.
Ma via, scendiamo dal battello che è approdato, tocchiamo la terra
che ha tenuto parola al vaticinio di questo illustre scrittore,
affrettandosi a diventare città; e la è infatti per attività di
commerci, se non per ampiezza, e mettiamoci nel mercato, che già ferve
da più ore.
Gentili signore e molte nostre cittadine conoscenze lo percorrono su
e giù. A che mai son venuti? Quale attrattiva li ha chiamati? Non è
già la brama di ammirarne le derrate e le merci esposte; chi mai ad
esse ha pensato? Per quanto siano peregrine le _robiole_ o cacini
di Introbbio, che Valsássina vi spedisce, non son esse di certo per
cui sono accorse. Ma per che dunque? La voga. È detto che il mercato
di Lecco sia una gran cosa, massime a’ sabati d’ottobre, e ognun vi
corre che stia in villa, o lungo il lago, o nel vicino Pian d’Erba, o
nella restante Brianza superiore. Gli è che ognuno serve di spettacolo
all’altro: giugne una carrozza, ne giugne un’altra; gli uni attendono
a vederne scendere gli altri; son persone che si conoscono, che si
salutano, che si stringono la mano, si baciano, si scambiano notizie e
complimenti; poi a braccetto si passeggia a veder altri, poi si parla
e si sparla di tutto; si ingombra il caffè; si impegna a fermarsi per
la sera al teatro, che per consueto ha in autunno buona compagnia di
canto; poi, se sì, si va all’albergo, il _Leon d’Oro_ o la _Croce di
Malta_, forniti d’ogni comodità; se no, dopo un pajo d’ore, chi rimonta
in carrozza, chi riascende il vapore; gli uni vanno di qua, gli altri
di là, tutti ritornano alle loro ville a diffondere alla loro volta le
notizie e i pettegolezzi uditi, e a domandarsi spesso: ma infine, che
cosa v’era a Lecco? Perchè vi ci si va? — e malgrado che la risposta
che ognuno si dà a sè stesso non contenga grande costrutto, pure il
sabato successivo vi si ritorna. Andatevi dunque anche voi, o miei
cortesi lettori.