Poichè fummo tutti rifocillati, ci disponemmo ad entrare nella profonda
cavità, e tutti allora accendemmo il moccolo, di che ognun di noi
doveva esser munito a rompere le tenebre e godere delle bellezze
naturali della natura, e dello spettacolo di che noi eravamo materia a
noi stessi.
A noi aveva il Casella saviamente consigliato di servirci di questi
moccoli anzi che di torcie a vento o di legni resinosi, e perchè meno
incommodi a portarsi fra quelle sassose latebre, e perchè ci avrebbero
risparmiato d’ingoiarci l’esecrabile fumo che le altre fiaccole
avrebbero mandato per quelle volte. Perdevamo così del pittoresco,
ma innanzi tutto curar ne piacque il più conveniente, e pur di questo
vogliamo essere riconoscenti all’esperto mentore nostro.
Il Casella e don Baldassare Bernasconi, buon prete di Laglio della più
eccellente pasta, che aveva voluto unirsi alla brigata, ci andavano
innanzi rischiarando ed additando le traccie che avevamo a seguire,
perocchè e i frequenti massi colà trascinati in antico dalle correnti
o là sfranati dalla vôlta superiore, tutti investiti d’un’argilla umida
e sdrucciolevole, e le filtrazioni dell’acqua che formavano rigagnoli,
e le stalattiti della vôlta rendessero lento e pericoloso il passo.
Dapprima avevamo trovato il suolo piano, poi s’era venuto abbassando
con inclinazione sensibile, che ci obbligava a passare carpone per un
angusto varco o pertugio, onde poter progredire.
Come fummo giunti per entro una certa galleria più vasta, ci
compiacemmo volgere addietro lo sguardo e riguardarci scambievolmente,
e in verità tutti que’ venti giovani, quale in piedi, quale assiso su
d’enorme sasso, tutti il moccolo acceso alla mano, presentavano una
scena curiosa, strana, suscitatrice di un mondo di idee.
Fu qui che il dottor Casella, a renderci più importante la gita, a
farci comprendere tutto l’interesse che aveva preso la scienza alla
scoperta di quella grotta che a lui primo era dovuta, ad incoraggiarci
a percorrerla interamente, ce ne venne raccontando per filo e per segno
quella storia, che noi procaccerem modo di riassumere sotto brevità.
Era la state del 1841, quando ad esso dottor Casella, che aveva udito
parlare della esistenza d’una grotta superiormente a Torrigia, cui
la tradizione popolare, che la credeva antica tana di orsi, aveva
imposto il nome di _Buco dell’Orso_, prese vaghezza di rintracciarla.
Associatosi alcuni amici, percorse la montagna, sinchè appunto sul
versante del monte che sovrasta a Brienno, a due terzi di esso, rivolta
a N. N. E., la discopriva. Si presentava quella caverna quasi un ampio
crepaccio apertosi nella roccia, alto metri 2,7, largo quattordici e
profondo dieci, e pareva a prima giunta non dovesse aprire l’adito
ad un lungo cammino. Sgominate le tenebre che vi regnavan perpetue
col mezzo di faci ch’egli aveva seco recate, percorso quel tratto
testè da me ricordato, parevagli avesse qui il suo termine l’antro
che decoravasi di belle stalattiti e corrispondenti stalagmiti, come
veggonsi frequenti nelle varie grotte che s’aprono nelle montagne
che costeggiano questo lago. Se non che, piegando a destra alquanto,
trovava quel pertugio che rivelavagli prolungarsi ulteriormente la
caverna, e cacciatovisi animosamente dentro, si era veduto in quella
più ampia galleria che sì pittorescamente a noi offeriva lo spettacolo
di una processione che ritraeva del misterioso e dell’infernale,
siccome a me rammentava il _facile descensus Averni_ di Virgilio. Le
cristallizzazioni or bianche, or grigie, or giallognole, bizzarre e
spesso trasparenti, venivano riflesse da quella luce con bell’effetto;
ma nulla di più interessante erasi offerto fin là, se si eccettui un
cupo rumorío che richiamò pur la nostra attenzione, prodotto dallo
scorrere di una fiumana dietro le non grosse pareti a destra dell’antro
e che in verità sgomenta, poichè sembra che agevolmente possa
dischiudersi un varco e irrompere ad allagar lo speco. Questa recondita
corrente viene a gittarsi in un lago, che vietò la prima volta al
Casella, ed a’ suoi compagni, come lo contese anche a noi, di andar più
oltre. Dalla bocca dell’antro a questo speco la lunghezza è di passi
370 o metri duecento.