Come avevo stabilito, all’indomani m’avviai a Moltrasio di nuovo,
alla ricerca della cascata che m’aveva accennato il barcaiuolo.
Attraversando il paese scaglionato su quel pendio, io, studioso
dell’antico, ricordai come gli etimologisti pretendano derivare il nome
del paese da _Monte Raso_, e misurandone tutta la lunghezza coll’occhio
vedevo l’ampio palazzo dei conti Passalacqua, detto la Vignola,
architettato da Felice Soave con soverchia semplicità, con giardino
avanti di esso a varî piani che discendono al lago sempre fiancheggiati
da cipressi. Volgevo poi lo sguardo da l’un lato e dall’altro della
villa e cercavo indovinare dove mai avesse potuto sorgere quella del
baron Durini, citata dall’abate Amoretti nel suo _Viaggio da Milano ai
tre laghi_, dove questo autore lasciò scritto trovarvisi una magnifica
raccolta ornitologica.
Passai il paese, e a mano manca, fuori appena di esso, nella parte
superiore allo stesso si presenta infatti quel grande scoscendimento e
la cascata d’acqua che que’ del luogo chiamano l’Orrido di Moltrasio,
ma che non ne ha le condizioni, essendo ben lungi dall’ispirar orrore,
e da cui scende un torrente che attraversando il paese lo rende
veramente pittoresco.
Il lettore ne ha l’idea nel disegno veritiero che ne ha tratto
felicemente il mio amico Curioni: le mie parole non gli apprenderanno
gran che di più.
Il geologo qui ritrova un grandissimo interesse, e questa linea non
interrotta di montagne, che comincia dopo Cernobbio e procede lungo
il lago, è di un calcare bigio azzurrognolo e dell’epoca giurassica,
di struttura fossile, opportunissima alle costruzioni, facilmente
sfogliantesi in lastroni fin della grossezza di mezzo metro e con
qualche rara striscia di calcareo cristallino bianco e qualche vena di
litantrace. È conosciuta in pratica col nome di pietra di Moltrasio e
quivi cavansi altresì le ardesie onde copronsi i tetti in molti luoghi.
I cataclismi formidabili in secoli antidiluviani imperversarono
certamente in tutte queste località, e le ammoniti che ritrova col
suo martello il geologo, pesci e rettili che si rinvengono sulle cime
di queste montagne, reliquie dell’_Ursus Spæleus_ raccolte in grotte,
crepacci spaventosi, burrati e fenditure, e questo dirupamento medesimo
di Moltrasio con quelli di Molina, di Nesso, di Bellano ed altri molti,
rivelano que’ tremendi sconvolgimenti naturali, per i quali si esercita
lo studio ed anco la fantasia di tanti indagatori della natura, così
spesso traviati dalle disparate dottrine e dai sistemi.
La Caseata di Moltrasio è del più bello e singolare effetto.
Una grossa massa d’acqua gittasi da una grande altezza fra una immensa
spaccatura di montagna. Superiormente alla caduta sonvi fertili e
popolati piani; onde rasente al punto di caduta evvi una casipola che,
a chi riguarda dal basso, molto aggiunge alla vaghezza pittorica del
luogo. L’acqua, rovesciandosi spumeggiante per quelle dirupate frane,
forma in basso un piccolo bacino su cui corrono, come ponte, alcune
tavole, dove sempre il visitatore si arresta nell’ammirazione di quella
grandiosa naturale maraviglia. Alberi ed alberelli, rampicanti verdi
e rossi e muschio rivestono qui e qua i grossi massi della frana e
prestansi mirabilmente a compiere una magnifica scena.
Piena la testa, più che del frastuono dell’acque cadenti, delle
profonde impressioni lasciatemi dalla vista di sì imponenti bellezze,
ritornai sul mio cammino, raccolto nelle più svariate meditazioni,
nullamente distratto tampoco da quell’altro miracolo di cielo ed
acqua, di colli e monti, di ville e casali, di giardini e di colti
che mi stava tutt’all’intorno e che costituisce giustamente l’oggetto
dell’ammirazione e dello stupore anche del forestiero più disilluso.