— Vede? Anche qui a quello scoglio — e sospendendo un tratto i remi,
mi indicava una scogliera che dal lato manco del paese si protende un
cotal poco — si racconta una storiella, una di quelle ch’ella piacesi
d’ascoltare. —
Il Bellasio (così chiamato per avventura, altro essendo il suo vero
nome, perchè venuto da Bellagio, borgata più in su del lago, che
visiteremo, e la quale sta a capo della punta che divide il Lario in
due rami, l’uno che scende infine a Como, l’altro che spingesi infino
a Lecco, da dove poi le sue acque ripiglian il diritto primitivo,
uscendo di sotto il ponte col nome anteriore di Adda e colla qualità
di fiume) era un valente barcaiuolo ed a lui più d’una volta mi son
mostrato avido di leggende e di racconti, come quegli che pur la storia
anedottica d’ogni terra del Lario e d’ogni villa aveva sulle dita;
mi aveva messo un giorno il ticchio di descrivere quella storia de’
misteri del lago, della quale già feci cenno; e vi so dire che se tempo
e volontà m’avessero bastato, se ne sarebbero dettati più volumi tutti
pieni e palpitanti d’interesse. Dal santo chiodo e dalla gamba d’un de’
bambini trucidati dal Re Erode, conservati nella chiesa di San Giovanni
Battista di Torno, al processo della regina Carolina d’Inghilterra;
dagli sposi annegati, ricordati dalla ballata del Cantù, al processo
B.... e alla conversione del principe Petrovich di Schuvaloff, fattosi
poscia barnabita e di cui si veggono le ville sulla sponda opposta
vicino a Blevio e che ho già rammentate, sapeva il Bellasio tutto; e
più d’una volta me ne aveva fatto curiosa imbandigione, nè era sempre
stata infruttifera a lui la parlantina.
— E che si narra intorno a quella scogliera? — chiesi allora al
barcaiuolo.
Questi incrociò di nuovo i suoi due remi e più lentamente ancora
adoperandoli, incominciò:
— Erano i tempi antichi. La Ghita era una bella montanina che abitava
una casipola lassù presso alla cascata di Moltrasio.
— La cascata? — interrogai io, come uomo che fosse nuovo a quella
locale particolarità.
— Che? non c’è stato a veder la cascata di Moltrasio? La ci vada che ne
sarà contento.
Io fermai dentro di me che vi sarei andato all’indomani.
Il Bellasio proseguì:
— Dunque la Ghita in sul pomeriggio d’una giornata era andata giù a
Cernobbio a trovare non so qual parente e fra una parola e l’altra il
tramonto approssimava e l’ora della cena pur con esso. — Che ti fermi,
Ghita, a mangiare con noi un bocconcino? le dice quella parente. —
Sì, no, è troppo tardi, m’aspetta la mamma — risponde la forosetta e
intanto la chinava la faccia fatta rossa come una melagrana. Gli è che
la Ghita, come ella può bene figurarsi, aveva a casa il suo Tonio che
l’attendeva, un pezzo di giovinotto che le invidiavan tutte le ragazze.
— To’, siedi: sono agoni che due momenti fa ballonzolavano ancora vivi
sul tagliere. — E la Ghita, mal resistendo, si sedeva sur un trespolo
di legno intorno a un desco su cui fumava una soda polenta e gli agoni
esalavano una fragranza provocante. L’ora così si era fatta tarda,
quando la Ghita si accommiatò. Ben è vero che qualcuno l’accompagnò
un piccol tratto di strada fino alla punta del Pizzo, ove è adesso la
villa del passato Vicerè e ch’ella sa; ma, qui giunta, sentendo venir
da lunge come uno zufolare d’uomo e credendo che si fosse il proprio
Tonio che le venisse all’incontro, licenziava l’uomo che l’aveva
accompagnata col pretesto che in due salti ella sarebbe a casa, nè
voleva di tanto dargli più incomodo e fatica.
E la Ghita camminava.
La strada allora non era come la vede adesso, così bella che la fu un
vero beneficio di quella donna caritatevole che è stata la principessa
di Galles, la regina che per tanto tempo fu la nostra provvidenza; la
strada era su e giù serpeggiante fra la boscaglia, fitta, scura, che
chi non fosse stato del paese non ci avrebbe certo a notte trovato il
conto di uscirne, e se incauto si fosse un po’ tenuto verso il lago,
avrebbe corso anche il rischio di fiaccarvi il collo; perocchè prima
che Monsù Curié avesse fabbricato la sua bella palazzina, là vi stavano
bronchi, massi e precipizî pericolosi mascherati da liane e spine
secolari.
Era la Ghita giunta poco più avanti ove è appunto la villa Curié, che
sentissi da una voce sconosciuta intimare:
— Alto, chi va là?
— Son io, son la Ghita di Moltrasio — rispondeva sgomenta la fanciulla.
E l’incognito ridendo allora di un riso satanico, venendole incontro,
le diceva:
— Ah! ah! a quest’ora qui la Ghita di Moltrasio? Sei venuta ne’ miei
domini ed è giusto che paghi il tuo pedaggio — e stendeva ver lei la
mano.
Diede la giovinetta un salto indietro e intimava al temerario:
— Statevi un po’ sul vostro e lasciatemi ir oltre, perchè è tardi e
sono attesa.
Lo sconosciuto rispose con un ghigno da demonio e mosse invece innanzi
risoluto per abbrancarla; ma la Ghita, lesta più ancor di lui, in un
attimo, fatto in cuore un voto alla Madonna a tutela del suo onore,
spiccò un salto per quei burroni, e quel tristo che la stava per
afferrare, nè pel bujo aveva avvertito l’imminenza del pericolo,
fallendogli il piede, giù egli pure precipitò.
Si sentiva tosto dopo un lungo grido come d’uomo cui sia tocco una
terribile percossa, ed un giovane che muoveva da Moltrasio e l’udiva,
com’era ben naturale in quella generale quiete della sera, affrettando
i passi per il sentiero della foresta, giunto presso alla scogliera
dove il fatto era accaduto, presago in cuore che la sventura avesse
toccato la fanciulla dell’amor suo, si diè a chiamarla.
— Ghita! Ghita! —
La voce infatti della fanciulla gli rispose. Oh! era lei, proprio
lei, chè nel cadere per quei burroni la sua gonna s’era impigliata
fra i rovai e le liane e l’avevan impedita di rovinare giù nel lago
sfracellata, dove era andato invece a piombare il suo turpe tentatore.
Tonio, il fidanzato della Ghita, espertissimo di que’ greppi, avvertita
dapprima la fanciulla che non si avesse ad agitare, ma cercasse
d’attenersi ad alberelli i più robusti, si condusse cautamente presso
ad essa e protendendole la mano, poichè l’ebbe ad afferrare, giunse in
breve a districare la sua Ghita e condurla a salvamento; e dopo udito
il tristo caso, quando presa la sua barca venne sotto alla scogliera
a cercarvi il mal capitato, nè egli, nè i suoi compagni che recavano
accesi de’ legni resinosi, ritrovarono il cadavere. Solo un feltro
galleggiava là vicino e la gente del paese andò divisa nel pensare
a chi spettasse. I più dicevan che ei fosse un contrabbandiere della
Svizzera vicina, altri invece e le comari affermarono, pel contrario,
che potesse essere il demonio, e che la Ghita fosse stata salva per
il voto alla Madonna. Certo è che ancora la sera, quando il tempo mena
burrasca, proprio come quella notte che avvenne il triste caso, vedesi
un fuoco errare su quel greppo, e chi passando lo vede si fa il segno
della croce, perchè o lo spirito del contrabbandiere o il demonio in
persona è condannato a qui far la penitenza.
Il Bellasio gittò i remi: io sorrisi per la conclusione della
storiella e m’accorsi che eravamo giunti agli scaglioni della casa
de’ miei eccellenti amici, i signori Turati di Urio, che mi ospitavano
cordialmente.