Se veniamo alla storia, cose del pari malsicure ne segnano i primordî
del castello che sovraggiudica questo monte.
L’illustre autore della _Storia della città e diocesi di Como_, Cesare
Cantù, che, del resto, di notizie del suo lago e della Brianza ne ha
diffuse per tanti libri, nè sarà certo l’ultima volta che a lui per
esse ricorrerò, nel far cenno di questa torre quadrata che fra le
ruine grandeggia di Baradello, la trovò mentovata nel documento di
Liutprando re, che reca la data del 4 delle none d’aprile dell’anno
dell’incarnazione 800, primo del regno, indizione X, che, riferito
in nota a pagina 103 (vol. I, edizione Le Monnier), attesterebbe di
assai doni da lui largiti alla chiesa de’ santi Carpoforo e compagni
da lui fondata. Al qual proposito commenta lo storico: _Sebbene troppi
argomenti abbiamo addotti per giudicarlo, perciò vogliam fare stima che
chi lo finse avrà procurato, quanto l’ignoranza glielo permetteva, di
dargli aspetto di verità._
E soggiunge così le altre notizie che concernono il fabbricato:
“L’abate Uspergense veramente ne attribuisce la fabbrica al Barbarossa;
ma può ben essere che abbia il terribile imperatore fatto risorgere
quel forte, smantellato dai Milanesi, allorchè Como distrussero. Il
castello fu abbattuto, sicchè nulla possiamo dedurre dalla sua forma:
resta una torre massiccia, ma senza porta, nè altro carattere. Chi però
ne guarda la solidità non troverà improbabile tanta antichità sua. La
tradizione aggiunge che una via sotterranea guidasse di lassù sino al
piano: fantasie applicate ad ogni castello, e nel nostro la rende meno
probabile l’immensa difficoltà! Alla torre si avrà avuto accesso per
un ballatoio a quella finestra grande che è alla metà; e le fosse, che
vogliono credere vestigia della strada segreta, saranno state cisterne
per conservar l’acqua.„
Dei tre castelli che fiancheggiavano la città di Como, e che erano il
Nuovo sopra San Martino, quel di Carnasino e il Baradello, è certo che
quest’ultimo fosse il meglio importante.
L’opportunità del luogo (perocchè incomba alla città, e perchè non
occupata da sue forze e da’ suoi, la rocca le si sarebbe potuto
rivolger contro, se tenuta da nemici) non lascia dubitare che da
antichissimo, e prima ancora di re Liutprando, fosse una cittadella su
quella cima e forse una di quelle ventotto che ricorda il Giovio essere
state oppugnate in queste parti da Marcello.
Federico Barbarossa la mise di poi in nuovo assetto, e dovea
chiudere nell’ampia sua cerchia il quartiere per la guarnigione ed
anche il palazzo ove stanziava il podestà e dove pure albergarono
quell’imperatore e la sua donna.
Non sarebbe difficile, a chi volesse studiarvi sulle ruine, assegnar il
luogo del di lui palazzo, se esso fosse nel piano eminente, o se alle
falde: certo è dato argomentare come esso dalle munizioni traesse il
nome di _Ca-merlata_.
E ad altro vantaggioso scopo valeva eziandio la torre del Baradello, se
vuolsi, com’io penso, aggiunger fede a quelle argute osservazioni dello
storico testè citato, e che pure è prezzo dell’opera il riportare.
“Vi sarete accorti — scrive egli a pagina 47 del volume primo
dell’opera succitata — come i luoghi principali fossero in punto di
fortificazioni, così da resistere alla agitata fortuna. Ma poichè
ognuno per sè era troppo poco o per difendersi o per offendere,
formavano una maniera di federazione, o fosse colla città principale,
o contro di quella; ed era perciò mestieri usar qualche guisa per
comunicarsi uno all’altro i pericoli, le decisioni, le avventure. L’età
nostra adopera meravigliosi telegrafi, che colla velocità dello sguardo
tramandano a centinaia di miglia con esattezza le notizie; allora vi
si doveva supplire con grossolane maniere. Se ti fai a considerare, o
lettore, le nostre parti, vedrai delle torri sulle punte, sui poggi,
d’onde lontano possa la vista; or quelli appunto erano i posti su
cui stavano le scolte per esplorare la campagna e per ricevere e
tramandare i segni telegrafici. Accadeva un bisogno? doveasi chiamare
a parlamento, alle armi? comunicar un ordine, una notizia? Bandiere
di colore diverso e variamente sciorinate, o meglio una o più fiamme
disposte ne’ luoghi e nelle guise convenute, e replicate di vedetta in
vedetta, propagavano abbastanza rapidamente le novelle.
“Per questo erano stabilite le torri in modo che una guardasse
l’altra. Al Baradello, se vogliamo toglierlo come centro de’ segni,
corrisponde, verso il lago, Torno, o piuttosto quel colle presso
Pognana che chiamano la Collina della Guardia; indi Argegno, oppure
la Cavagnola, che potevano comunicare alla Val Intelvi; poi Bellagio,
che da una parte alla Valassina, dall’altra al ramo di Lecco, da sera
mandava il cenno alla Val Menaggio e pel castello di Grandola al lago
di Lugano, e superiormente a Rezzonico, donde alla torre d’Olonio,
posta all’imboccatura della Valtellina. Da quella potea propagarsi
all’altra torre, che si vede ancora sopra Samolaco, donde al castel di
Gordona, feudo vescovile, ed a quel di Chiavenna; e per la Valtellina
al castello di Domosolo; e per le torri, poste principalmente sul
vertice degli angoli salienti, fino alla serra che chiudeva i risoluti
Bormini. Volgendo a nord-ovest, rispondeva al Baradello la torre
di San Nicolao a sopracapo di Mendrisio, poi forse l’erta ed amena
cima di San Salvatore, visibile a tutto il Ceresio; poi pel monte
Cenere tramandavasi il cenno a Bellinzona, al Verbano, alla _Chiusa_
(la ciosa) dei Lombardi. Verso mezzodì era la posta a Cantù, donde
propagavasi al Milanese ed alla rôcca del Montorfano, che può a’
lontanissimi confini della Brianza vedersi. I castelli posti tra mezzo
apprendevano le novelle di que’ principali.„
Il Castello di Baradello è ricordato come arnese che assai figura
nelle lotte guelfe e ghibelline del secolo decimoterzo. Sono note
le guerresche fazioni de’ Torriani e de’ Visconti. I primi, comunque
usciti dalla Valsássina della provincia di Como, pur essendo di parte
guelfa, s’erano legati a Milano con amicizia veramente larga. Avversi
essi ai nobili, ch’erano stati cacciati, ed eletti a capitani del
popolo, li combattevano con coraggio e valore, e se crudeli nelle ore
solenni della pugna, erano miti nondimeno e generosi dopo di essa; onde
la storia registrò quel che Martino della Torre ebbe a dire quando non
volle trucidare i ghibellini da lui fatti prigionieri: “Poichè non
ho potuto dar la vita, a nessuno vo’ toglierla.„ Ma espiarono tanta
generosità; soccombendo a’ Visconti nella battaglia di Desio, Napo
della Torre ed altri di sua famiglia vennero chiusi in una gabbia del
Castello Baradello, ed ivi così fieramente trattati da empir di gemiti
la valle ed a far iscrivere al Cronista: _In castro de Baradeìlo quasi
canes tractati sunt._